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L’opportunità digitale per l’intero pianeta

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Percentuale persone presenti su internet (2012)

Costruzione di infrastrutture, un’adeguata cultura ma anche le tecnologie povere per ridurre il divario digitale tra i paesi poveri e quelli ricchi

Un ragazzino che abita in una zona rurale dell’Assam (India nord orientale) ha le stesse opportunità di accedere a un computer e usare internet per studiare che ha un suo coetaneo che abita a Mantova? Un contadino della Guinea Bissau ha gli stessi strumenti per prevedere le precipitazioni attraverso un servizio dati fornito da internet tramite uno smartphone, che ha un contadino romagnolo? No, per niente. E’ questo il digital divide (divario digitale), una mancanza di opportunità data dalle tecnologie digitali.

Quando si parla di digital divide occorre tenere presente un duplice aspetto: da un lato per potere usare le tecnologie digitali occorre avere un computer, una buona connessione alla rete, e dall’altro occorre essere formati a usare il computer e a saper selezionare le informazioni. E’ un po’ come avere la macchina: non basta essere in grado di comprarla, occorre anche saperla guidare conoscendo le regole stradali.
In altre parole e facendo un esempio, non basta cablare l’intera Africa per colmare il divario digitale, occorre anche una buona formazione scolastica e professionale.
Il digital divide poi, non è un obiettivo che si raggiunge come un rifugio di montagna, ma è un obiettivo sfuggente che si porta sempre in avanti – cambiano le tecnologie – e questo comporta una formazione continua, pena il ritorno all’indietro come capita nel gioco dell’oca.

Il divario nel mondo

Secondo il rapporto della Banca Mondiale del 2016 (“Digital Dividends”) quattro miliardi e 600 milioni di persone, ovvero il 60% della popolazione mondiale non ha una connessione privata alla rete. I paesi più popolosi del mondo denotano questo divario in un modo impressionante. In Cina 775 milioni di cittadini non hanno accesso alla rete, in Indonesia sono 213 milioni, ma il dato più clamoroso è quello della “tecnologica” India che vede ben un miliardo e 100 milioni di esclusi (su una popolazione di un miliardo e 276 milioni di persone!).
Negli Stati Uniti sono connessi l’84% delle persone, e messi assieme tutta l’America Latina e o Caraibi riescono solo a pareggiare in termini di utenti internet con il loro vicino nordamericano.
Il Rapporto precisa che, tra le nazioni con più di dieci milioni di abitanti, solo Olanda, Regno Unito, Giappone, Canada, Corea del Sud, Stati Uniti, Germania, Australia, Belgio e Francia hanno in rete più dell’80% dei loro cittadini (l’Italia non c’è, dato che nel 2016 solo il 63% è connesso).
Nonostante tutto, la diffusione di internet continua a crescere (anche se non più velocemente come prima) e il trend rimane positivo: nell’ultimo anno in Sudafrica c’è stato un incremento dell’11%, in Egitto, Nigeria e Marocco del 10%. Dal 2003 al 2015 il numero di utenti internet è passato da un miliardo a tre miliardi e 200 milioni di persone.
Secondo un rapporto dell’Onu del 2015, confrontando i paesi sviluppati con quelli che non lo sono, i dati ci dicono che nel primo gruppo il grado di penetrazione di internet è dell’82%, mentre nel secondo gruppo è solo del 34%.
Chi poi ha accesso a internet veloce è solo il 15% della popolazione mondiale. Internet veloce significa a banda larga ovvero un modo più completo ed efficace di usare le tecnologie digitali.
Per la “Wireless Broadband Alliance” questa opportunità è esclusa anche a molti cittadini che vivono nei paesi ricchi. Secondo i suoi dati, il 57% della popolazione urbana non è connessa con banda larga, e ancora il 37% di cittadini che vivono in città ricche non sono connessi (soprattutto in Medioriente e nel sud est asiatico). La metropoli più “connessa” del mondo è Londra, mentre nella ricca Los Angeles quasi il 25% dei suoi cittadini non dispone della banda larga.

“L’effetto San Matteo”

Quando parlano di questo effetto, i sociologi, in un modo forse un po’ cinico, si riferiscono ad una precisa constatazione. Chi ha, avrà e chi non aveva prima non avrà nemmeno dopo, anzi ancora di meno. Perché l’innovazione tecnologica rafforza le forme di esclusione sociali preesistenti e, fatto ancora più significativo, ne crea di nuove, produce nuove disuguaglianze. Le persone che non utilizzano la tecnologia digitale accumuleranno uno svantaggio che prima non avevano e questo vale anche a livello degli Stati. Gli stati ricchi tenderanno ad avere sempre più chance, anche proporzionalmente.
Questa situazione viene sottolineata espressamente nel rapporto della Banca Mondiale che indica alcune linee di azione per correre ai ripari, come la costruzione di infrastrutture per tutti e internet a prezzi abbordabili, pena l’esclusione di una parte del mondo. Del resto anche il 9° dei 17 “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” appena varati dall’Onu, si riferisce proprio alla necessità della costruzione delle infrastrutture adeguate per tutti.
Accanto alla possibilità di accedere ne deve essere data però subito un’altra, quella della formazione, della cultura necessaria per cogliere le opportunità. Molte ricerche indicano una curiosa tendenza: le motivazioni date da chi non accede a internet non sono solo di tipo economico, ma anche di tipo motivazionale; a volte, e questo soprattutto nei paesi sviluppati, si ha la possibilità di accedere economicamente alla rete ma per mancanza di cultura non si sa che farsene, non si ha interesse a usarla.

Se Facebook vuol fare il buono

Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, ha voluto impegnarsi in prima persona nell’abbattimento del digital divide lanciando il progetto “Internet.org”, “per connettere il mondo intero e non solo qualcuno di noi” come recita nel sottotitolo. In India, rivolgendosi alla popolazione rurale, ha promosso l’opportunità di navigare gratuitamente in rete con questo preciso limite però: accedere a internet significa accedere a Facebook e a un pacchetto limitato di siti deciso dal noto social network. Questo ha scatenato un dibattito tra gli attivisti indiani che hanno denunciato Facebook di oltraggiare la neutralità della rete (net neutrality) dando una possibilità di visione limitata e distorta di internet.
Anche altri attori importanti si sono mossi in tal senso: Google ha promosso nel 2013 il “Project Loon” in Indonesia; in pratica il lancio di una serie di palloni aerostatici nella stratosfera per assicurare l’accesso a internet in aree prive di infrastrutture a terra.
Infine Elon Musk – cofondatore del noto sistema di pagamento on line “Paypall” e fondatore dell’azienda motoristica più tecnologica del mondo, la “Tesla” – vuole lanciare una serie di piccoli satelliti low cost accessibili anche ai paesi poveri.
Dietro a queste operazioni c’è un preciso interesse economico, quello di poter raggiungere i centinaia di milioni di contadini indiani, indonesiani e di altri paesi molto popolati, visto che nei paesi sviluppati il mercato è quasi saturo.

Mongolia: lo smartphone nella steppa

Abbattere il digital divide in Mongolia è una sfida difficile e questo per vari motivi.
E’ un paese molto vasto e disabitato dove i villaggi e le cittadine sono malamente collegate tra di loro. Eccetto che nella capitale, nel resto del paese non esiste un sistema di strade asfaltato e non esiste un sistema di cablaggio per internet.
La diffusione della radio e della televisione è ancora molto ridotta rispetto al resto del mondo e questo è dovuto al fatto che una parte della sua popolazione (circa il 20-25%) è ancora nomade.
Oltre che per motivi economici la popolazione mongola nutre una certa diffidenza  verso la tecnologia e il sistema educativo non sta ancora migliorando la cultura tecnologica nel paese.
Data la conformazione fisica della Mongolia il miglioramento delle connessioni deve passare più per i satelliti che non dai cavi sul terreno. In più, visto che il 33% della popolazione è concentrata tutta nella capitale, lo sviluppo parte necessariamente da qui.
Il cellulare è però molto diffuso in Mongolia; ci sono oltre 3,5 milioni di utenze telefoniche e gli “internauti” sono aumentati da meno di 200.000 nel 2010 a oltre 657.000 raggiungendo il 21,8% della popolazione. Oggi oltre il 30% dei mongoli usano lo smartphone e i tablet.

Brasile: “Ma internet cosa mi serve?”

Il Brasile dal 2006 al 2013 ha visto crescere la penetrazione di internet del 9% e oggi i brasiliani connessi superano di un bel po’ il 50% del totale della popolazione.
Anche per questo paese il modo per accedere alla rete passa per lo smartphone che viene usato dal 90% dei brasiliani connessi.
Secondo un sondaggio del 2015 di fronte alla domanda sui motivi per cui i cittadini brasiliani non usano internet, sono emerse risposte sorprendenti.
Solo una minoranza risponde dicendo che non usa internet per motivi economici oppure perché non vi sono collegamenti disponibili; i motivi principali per cui non si connettono riguardano la mancanza di interesse, le motivazioni per farlo e anche la mancanza di capacità tecniche (il 70% delle risposte). Queste risposte confermano il fatto che, accanto alla possibilità di connettersi, occorre anche formare la popolazione all’uso delle nuove tecnologie, problema questo che naturalmente non riguarda solo il Brasile.

Liberia: le lavagne di Monrovia

In Africa solo il 7% della popolazione è on line; il telefono è invece usato dal 72% della popolazione e ben il 18% di questi telefoni sono “smart”, ovvero permettono la connessione a internet.
Di fronte a una grande carenza di infrastrutture e a una bassa scolarizzazione, per rendere più moderna la società africana bisogna trovare nuove strade, anche quelle che usano la tecnologia povera per raggiungere  quella di tipo più sofisticato.
Interessante in questo senso è l’esperienza delle lavagne pubbliche del giornalista Alfred Sirleaf in Liberia, paese dove il 42% della popolazione è analfabeta.  Dal 2006 Sirleaf scrive su una grande lavagna, posta in una trafficata piazza di Monrovia, le notizie principali. Sono notizie scritte in un linguaggio semplificato, a volte accompagnato da immagini, a volte scritto non solo in inglese ma in una lingua locale.  Questo strumento di informazione si è rilevato così efficace che due agenzie private di giovani liberiani che si occupano di digital divide e collaborano con il Ministero dell’informazione hanno deciso di utilizzarlo.
Tecnologia povera è quella usata dalla riabilitazione su base comunitaria nei progetti di Aifo che può essere utilizzata anche in questo campo, come accade in varie parti dell’Africa grazie alla “Grameen Foundation”. Alcuni contadini locali o operatori sociali con un minimo di formazione telematica passano le proprie informazioni ottenute con uno smartphone ai loro vicini di casa.

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Essere testimoni: corso di formazione per i volontari Focsiv

45 ragazze e ragazzi, la maggior parte dei quali faranno il loro servizio civile in giro per il mondo. Ecco le slide del corso di formazione, seguito solo in parte, visto le tante domande e la voglia di partecipare alla discussione, così il tempo se n’è volato via, ma va bene lo stesso … buon viaggio!

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Nel mercato degli aiuti umanitari c’è posto per una comunicazione di qualità?

arrighini_mageRecentemente Tarcisio Arrighini, uno dei fondatori della ong bolognese GVC, ha pubblicato il libro Il mercato degli aiuti. Gli ultimi 40 del mondo della cooperazione internazionale”. Il titolo dice subito chiaramente quello di cui si parla nel testo; io vorrei soffermarmi solo su un tema dei molti affrontati, quello che riguarda la comunicazione e la pubblicità.
La tesi di Arrighini è che esiste una sfida tra ong nell’accaparramento delle risorse e che questa guerra si combatte a livello televisivo. In questa situazione le ong vincenti sono quelle più grandi (Emergency, Save the children, Medici senza frontiere …) che tolgono in questo modo l’ossigeno alle ong medio e piccole. Come corollario importante di questa tesi è che il messaggio veicolato in televisione è semplicistico, pietistico, usa tinte forti per impietosire la gente e portarle a donare dei soldi.

Questa tesi è condivisibile: è abbastanza evidente come sia cresciuta l’aggressività della comunicazione tesa a raccogliere fondi da parte delle ong maggiori, che investono anche molti soldi in queste attività che si possono definire tranquillamente di tipo pubblicitario e … ad effetto. Si punta sul bambino sfigurato, sull’emergenza sanitaria (ma lo sviluppo non si fa certo a suon di colpi di emergenze sanitarie).
Del resto anche quando fisicamente, per strada, incontriamo dei ragazzi che fanno promozione per qualche grande ong ci rendiamo conto che dietro a loro c’è un preciso addestramento teso ad agganciare l’interlocutore, addestramento che, a me personalmente, dà molto fastidio, soprattutto quando punta a far generare un senso di colpa. Ma tralasciamo questo discorso, anche se sarebbe interessante approfondirlo con qualche intervista a questi “testimoni di strada”.

Quello che non mi convince in questa tesi riguarda essenzialmente il ruolo da dare alla comunicazione in una ong. Dal libro questo ruolo non emerge mai chiaro. Intanto come mass media si parla solamente di televisione, quando il panorama mediatico contemporaneo è molto più ricco, dato che comprende i social media (twitter, facebook …) e in generale tanti prodotti di comunicazione multimediale che possono “passare” su internet. E’ vero che la televisione continuerà a giocare un ruolo importante, ma non sarà più quella unidirezionale e generalista di oggi, in altre parole molte più persone prenderanno parola e vi saranno tanti canali specializzati su un tema particolare (come sta già accadendo).

Questa mancanza di chiarezza sul ruolo della comunicazione è un difetto tipico nel mondo della cooperazione internazionale italiana.
Intanto bisogna distinguere il tipo di comunicazione che si vuole fare: anche quello di tipo pubblicitario può essere utile, certo non deve seguire in modo pedissequo lo stile pubblicitario profit e non deve puntare sulle immagini shock, anche se rendono in termini di soldi. Esistono anche dei modi per fare pubblicità creativi e “rispettosi” dei soggetti di cui si parla. Non bisogna escludere dei modelli di comunicazione perché considerati non coerenti con il messaggio – solidaristico – che si vuole comunicare: anzi non ne esistono proprio, tutto dipende dall’uso che se ne fa, dipende in sostanza da noi.
Poi esiste la comunicazione che punta a far conoscere temi, progetti, quella che vuole informare i cittadini del nord che sono anche cittadini del mondo e non solo del loro paese e che dal loro comportamento dipendono molte cose. Il problema è come fare questa informazione di livello diverso, come parlare dei progetti in modo interessante, con semplicità senza perdersi in dettagli inutili, senza scadere nel tecnicismo, volendo comunicare a tutti, anche a chi di cooperazione ne sa poco.

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Come animare un fumetto (su carta) per parlare di sviluppo

comic_youtubeCome riuscire a presentare in un modo più dinamico un libro, una graphic novel, ad un pubblico giovane e inquieto? Ci abbiamo provato in questo modo, spezzettandolo e montandolo con un programma di montaggio video. E’ un lavoro ancora un po’ grezzo e il fumetto ne soffre. Ma per parlare di sviluppo bisogna sempre cercare strade nuove a seconda del pubblico a cui ti rivolgi. Che ve ne sembra?

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Un anno di Gong!

s0_475Un anno fa, il primo gennaio 2014, nasceva Gong  e, quando ho iniziato questa esperienza, confesso che non mi aspettavo che fosse così impegnativa. Doveva essere semplicemente uno strumento parallelo al mio lavoro ordinario con Aifo e in parte lo è stato, facendo da cassa di risonanza alle varie iniziative, diffondendo articoli, promuovendo la rivista Amici di Follereau. Quello che non mi aspettavo è che i post richiedessero tanta cura, tanta attenzione e responsabilità. Gong! è diventato un lavoro – di tipo volontario – in più, con tutte le fatiche che ne conseguono. So anche che il lavoro gratuito, almeno per me, dà soddisfazioni e una pace che il lavoro “obbligato” non ti riesce a dare: leggere un libro perché è finalizzato ad un lavoro è una cosa, leggerlo liberamente, perché non sai che uso ne farai dopo, dove tutto è possibile, ti dà un senso di libertà e gratuità ben diverso. Così è stata l’esperienza di Gong!.

I numeri di questo blog
Detto questo, vorrei presentarvi un po’ di numeri per dare modo di vedere l’esperienza di questo blog sotto altre angolazioni.
In un anno ho pubblicato 103 post, non sono stati tutti contributi originali, a volte sono state delle segnalazioni di convegni, corsi – circa una decina – ma rimane comunque un numero enorme che mi ha visto aprire la piattaforma editoriale di wordpress almeno 2,5 volte alla settimana.
Le visite sono state circa 6.220, ovvero mediamente 17 al giorno, mentre i lettori singoli sono stati quasi 4 mila e i commenti e le repliche ai post sono stati 30. Questo nel corso dell’anno, ma il secondo semestre è decisamente più frequentato e commentato.
Dal mio punto di vista quindi non si tratta di un luogo di conversazione molto trafficato, ma del resto un blog così specializzato (informazione e sviluppo internazionale, ong e comunicazione) non  è un genere di conversazione così diffuso in rete e per di più in lingua italiana. Una grande soddisfazione sono stati per me i contributi dei lettori, alcuni molto a tema e approfonditi.

Postare costa fatica
Con il passare del tempo ho visto che i miei post sono diventati sempre più lunghi ed elaborati, cosa che non avrei voluto. Ho cercato così di tornare indietro, scrivendo contributi più brevi ed essenziali, ma non è facile riuscire a dire qualcosa di significativo restando brevi e questo è un dilemma che rimane aperto. Forse basterebbe proporre temi, idee più specifiche, limitandosi a queste e non cercare di abbracciarne molte.

Per quanto riguarda gli articoli più letti, ecco, in successione, i primi 7:

In questo caso i lettori hanno fatto una buona scelta perché si tratta di articoli più riusciti di altri, chi legge questo blog quindi ha le idee ben chiare. Ne ripropongo però altri tre  😉 che sono stati un po’ trascurati:

Da dove vengono i lettori e come vengono raggiunti
Quasi il 20% dei lettori risiede all’estero, secondo una graduatoria che vede al primo posto Stati Uniti e a seguire poi Francia, Brasile, Liberia, Mongolia, Regno Unito, Belgio; in tutto gli stati presenti sono ben 94!
I canali che uso che far conoscere i post sono i social media più diffusi ma l’analisi del loro indice di riscontro presenta delle sorprese: se si può ben immaginare che Facebook faccia la parte del leone con più del 60% di contatti, sorprende l’efficacia di Linkedin, mentre delude Twitter come “raccoglitore” di lettori, anche se, in questo caso, può c’entrare anche un suo uso poco professionale da parte del sottoscritto. Al secondo posto, come “generatore” di lettori,  invece si piazza non un social media, ma il motore di ricerca Google.

Vorrei infine ringraziare tutti i lettori che hanno seguito questa esperienza, per la loro attenzione e i loro contributi. Auguro a tutti quanti un 2015 sereno  🙂

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Cheese… Tutto il mondo si fotografa

Dove sono in questa foto?

Dove sono in questa foto?

Ogni due minuti vengono scattate più foto di tutte quelle che l’uomo ha fatto nel ‘900. Vi sembra impossibile? Invece è proprio così.
Ogni giorno invece vengono caricate sui social network qualcosa come 500 milioni di fotografie, ma fra un anno saranno molte di più. Sono dati che non devono stupire visto che oltre un miliardo e mezzo di persone hanno un cellulare connesso alla rete, più di quanti abbiamo un accesso facile alla toilette.
Il fotografare, anche nelle versione selfie, diventa un modo di esserci, di provare che si esiste e si fa. Scattando una foto e condividendola, ci si sente meno soli e la nostra esperienza sembra diventare più piena.

Con networked photography o social photography si intende proprio questo documentare collettivo della realtà. Se nel passato capitava ogni tanto che un fotografo o un cittadino qualsiasi scattasse la foto in un momento particolare, sensazionale, ora questa probabilità e diventata quasi scontata. Le primavere arabe, i disastri naturali (pensate allo tsunami o al terremoto in Emilia) sono raccontati in diretta da testimoni che comunque ci sono e che hanno quasi sempre uno smartphone sotto mano. Che tutto questo porti ad una maggiore trasparenza del mondo, ad una comprensione migliore della realtà, è da dimostrare.

Non è di questo che volevo parlare, ma del fatto che questa abbondanza non si traduce immediatamente in qualità e alta disponibilità di buone immagini per chi voglia far vedere il lavoro nella cooperazione.
Tradizionalmente le Ong incaricano un fotografo professionista che gira per i vari progetti portando a casa alla fine una buona collezione di foto da usare nei calendari, sulle magliette o per farne una mostra.
Oggi la disponibilità di smartphone anche nei paesi più svantaggiati, porta a discorsi diversi. Le Ong chiedono agli stessi cooperanti locali o ai diretti interessati di documentare o fotografare il proprio ambiente. Il problema della qualità delle immagini però rimane. Certe foto perfette possono essere anche fatte da una persona senza una formazione adeguata – i momenti magici esistono per tutti – ma spesso si hanno tra le mani foto che non si possono usare. Foto di gruppi in posa, persone in posa comunque, foto in controluce, oggetti estranei al soggetto, soggetti troppo piccoli o tagliati…

Io non sono un esperto in questa materia, ma con il tempo a forza di dover guardare tante foto per lavoro, ho cominciato un po’ a vederle, a leggerle. La fotografia, a differenza della parola, è molto più infida, sembra oggettiva ma in realtà non lo è. Susan Sontag parlava della singola fotografia come di un ritaglio della realtà; un ritaglio appunto, ma cosa rimane fuori da quello che si è scelto di far vedere? Per non parlare delle foto che sono invece delle composizioni e quindi un po’ anche delle falsificazioni, o delle immagini passate per il fotoritocco. La scrittura tendenzialmente è più sincera.

Ma la fotografia è un mezzo di comunicazione potente; diceva sempre Susan Sontag “Una narrazione può farci capire. Le fotografie invece ci ossessionano”. Cerchiamo di usare bene questo mezzo allora, cercando di vedere prima di scattare e di leggere quello che si vede.

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Blog che raccontano il mondo

Conosco tutta una serie di persone, alcuni direttamente – e per me è stata una fortuna – che parlano di sviluppo e di sud del mondo; non sono giornalisti, non sono cooperanti o meglio lo sono, ma in un modo individuale e libero. Per comunicare usano con naturalezza e passione le pagine di un blog. Sono molto liberi nel loro raccontare, non devono assoggettarsi alla scrittura giornalistica, né fare titoli “catturattenzione”; nemmeno devono parlare del proprio gruppo (ong o vuoi che sia) per mostrare come il proprio progetto va avanti, che benefici porta alle persone del luogo, non pensano molto ai propri donors. Perfino l’uso delle tecnologia è funzionale: testi, video, foto vengono pubblicati perché hanno un discorso da fare, ma rimangono comunque lontani dalla”fighetteria” tecnoculturale.

Sono persone che hanno scelto percorsi esistenziali particolari, che abitano nei posti di cui parlano e ci stanno da parecchio tempo. Ecco, il tempo, che ancora una volta ritorna come discriminante, quando si parla di un discorso profondo di comunicazione. I loro blog sono interessanti non solo perché estremamente liberi (dettati dal cuore) ma perché sono frutto di un’esperienza che matura lentamente.
Ve ne presento tre in modo molto sintetico.

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Sunil Deepak è un medico indiano che ha lavorato per 30 anni in Aifo e in questo periodo ha girato ogni angolo del pianeta per verificare scientificamente come funzionava la riabilitazione su basa comunitaria verso i disabili, i malati di lebbra… ad un certo punto della sua vita ha deciso di “seguire solo le ragioni del suo cuore” ed è ritornato in India con l’idea di fare il medico nelle comunità indigene, la fasce di popolazione che vengono poi escluse dal progresso economico. Il suo diario che mescola ricordi personali  e immagini molto belle, racconta questa ricerca di un luogo, non sa ancora quale sarà, dove passerà i suoi prossimi anni, forse la parte finale della sua vita. I suoi reportage sono rari ma molto lunghi e raccontano un’India periferica come i mass media spesso non sanno fare.
ghanaway

Antonella Sinopoli era una giornalista dell’Adnkronos prima nella redazione di Napoli e poi a Bologna che ha deciso oramai diversi anni fa di cambiare vita e di occuparsi di Africa. Dal 2010 ha cominciato a frequentare il Ghana e da un anno vi è pure andata ad abitare in una località sul mare vicino al confine con il Togo; qui ha allestito uno spartano resort per turisti e ha una vendita di pane. Il suo diario racconta la vita in quel paese dal basso, non dal punto di vista di una bianca che lavora in una struttura come un’ong o un’ambasciata. Molto spesso le sue riflessioni riguardano i pregiudizi, le stereotipie, anche quelle che i neri hanno verso i bianchi perché il suo discorso non è mai a senso unico.

a piedi nudi

Emma Chiolini, invece è una ragazza che ha deciso di partire per il Brasile come laica missionaria comboniana. Laggiù si occupa di carcere, è arrivata nel novembre del 2013 e chissà quanto ci rimarrà. La sua testimonianza racconta una realtà specifica, quella carceraria brasiliana che a dispetto della sua drammaticità e delle sue dimensioni, presenta anche aspetti innovativi che danno dignità al carcerato non visto come persona da punire ma da rieducare. Esempi questi che servirebbero molto anche al nostro paese dove le carceri sono degli inferni e basta.

A volte mi domando dove finiranno tutti queste narrazioni, se la rete ne conserverà sempre una memoria o se in futuro saranno cancellati … non so cosa succederà. So che nella rete si accumula molto materiale prezioso che gli studiosi del domani potranno analizzare e avranno a loro disposizione delle fonti che nessuno aveva mai avuto prima.
Da parte loro i blog sono come un normale libro, hanno un inizio e una fine, e quando finiscono, rimangono come delle piccole isole abbandonate nella rete su cui soffermarsi.

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Quale social media per le ong, quale storytelling

social-media-icons(pubblicato sull’ultimo numero della rivista di Aifo “Amici di Follereau”)

Dieci anni fa non esisteva come tema e nemmeno come problema che un’ong doveva porsi: stiamo parlando dei social media ovvero quell’insieme di tecnologie e prassi che porta sempre più gente a consumare e a produrre informazione sul web. Stiamo parlando, per restringere di un poco il campo, dei social network come Facebook, Twitter, Youtube e di tante altre piattaforme che ci permettono di fare operazioni sempre più diversificate, anche se alla base rimangono una serie di elementi che le accomuna.

Le persone e la tecnologia fanno la differenza

Ma cosa è successo in questi ultimi dieci anni? In sostanza sono avvenuti due fenomeni che, viaggiando in parallelo, hanno cambiato radicalmente le abitudini degli utenti della rete e quindi anche delle organizzazioni, istituzionali e no, profit e no profit.
Da un lato c’è stata l’offerta di una tecnologia sempre più facile da usare per cui, per pubblicare sul web, non occorre avere particolari conoscenze informatiche ma basta saper usare un normale editor di testo. Anche per i dati multimediali come le foto o i video c’è stata una diffusione di massa di dispositivi facili (tablet, smartphone …) che permettono di riprendere, fotografare e poi di pubblicare il tutto on line con poche e intuitive operazioni.
Dall’altro lato c’è stato un cambiamento culturale delle persone che via via si sono abituate alla tecnologia digitale e hanno sviluppato delle precise pratiche. Questa maggiore maturità in termini di alfabetizzazione telematica non è certo merito, almeno in Italia, del nostro sistema educativo, tanto è vero che qui da noi ci sono forti differenziazioni (digital divide) tra nord e sud dell’Italia, tra giovani e anziani, tra ricchi e poveri.

In cosa consistano poi questa nuove pratiche è presto detto: partecipazione e condivisione. Del resto sono proprio i dati forniti dagli utenti che decretano il successo di un social network; il mezzo è poca cosa, quello che conta è quanto viene usato dalle persone. Un sistema così aperto e collaborativo, inoltre, dovrebbe portare anche a una visione più complessiva dei vari temi, proprio perché il tema non è trattato da un autore, ma da moltissime persone le cui capacità, sommate assieme, sono sempre maggiori di quelle del singolo individuo. E’ questa la teoria dell’intelligenza collettiva, che poi questa teoria sia vera, ovvero che la collaborazione della massa in rete porti alla verità, è difficile dimostrarlo, almeno per adesso. Quello che invece è sicuro, è che i social media, scavalcando il tradizionale ruolo dei mass media (di mediazione appunto tra noi e il mondo esterno, tra noi e gli altri), permettono il raggiungimento di un vasto pubblico, in poco tempo e con nessuna spesa. Anche in questo caso c’è il risvolto della medaglia: se tutti fanno informazione (è un diritto del resto), vuol dire che l’informazione che circola in rete diventa enorme e ingestibile e allora per essere letti bisogna proprio essere interessanti e in un’ipotesi peggiore, bisogna essere scandalistici e “pepati”.

Uno, nessuno, 100 mila social network

I social network sono numerosi e differenziati ma hanno alcuni elementi in comune; innanzitutto occorre iscriversi per utilizzare i servizi offerti da quella piattaforma e, una volta che si è creato il proprio profilo, occorre saperlo gestire. Visto che il presente articolo è rivolto alle ong, ragioniamo prendendo come modello un’organizzazione, non tanto un singolo individuo.
Il personale di un’ong, che vuole lavorare suoi social media, deve rendersi conto che i problemi tecnici sono irrilevanti e che l’unico problema vero è quello del tempo, di quanto se ne può dedicare a quel particolare social media. Lavorare in questi ambienti significa infatti conversare, il che presuppone un continuo ascolto dell’altro, la cura nei rapporti in rete. Un’attività di questo tipo è efficace se si hanno tanti amici o fan su Facebook, se si hanno dei following e dei follower su twitter e così via. Che poi i numeri, i grandi numeri siano un segno del valore dell’iniziativa, questo è un altro discorso.

I social network si dividono tra loro a secondo del tipo di contenuti, del grado di relazione tra gli utenti, del tema generale. Abbiamo così social network specializzati nei contenuti fotografici come Flickr, Pinterest, Instagram, altri nei video come Youtube, Vimeo, altri forniscono principalmente contenuti scritti di poche righe come Twitter. Ve ne sono anche di generalisti (ovvero sono ambienti dove si può fare un po’ di tutto) come Facebook e le piattaforme blog come WordPress e Tumblr .
Alcuni social network offrono delle relazioni tra gli utenti molto intense e in tempo reale, altri invece danno meno peso a quest’aspetto. Vi sono infine social media specializzati su un tema, come è il caso di Linkedin che ha per oggetto il lavoro e lo scambio di profili professionali.
Più del 60% delle ong italiane utilizzano Facebook (FB), mentre circa il 40% usano Twitter. E’ per questo che ora esamineremo da vicino solo questi due social network.

Il web è infinito ma oggi ha una sola porta: Facebook

Con 26 milioni di presenze su FB, l’Italia, proporzionalmente, è il paese dove questo social network è più diffuso nel mondo. FB offre due diversi “approcci”, o come profilo, e in questo caso ci si può scambiare l’amicizia, o come pagina e in questo modo si possono avere solo dei fan. E’ consigliabile che un gruppo sia presente su FB con una pagina piuttosto che con un profilo per tanti motivi: innanzitutto non esiste il limite dei 5.000 amici, ma i fan possono essere infiniti, poi la pagina può essere gestita da più persone e con ruoli diversi, infine il rapporto meno biunivoco che si può avere con i fan rispetto che con gli amici, facilita la gestione di una pagina.

In una pagina si possono postare testi, immagini, video ed è bene farlo con una certa continuità e facendo attenzione alla qualità di quello che si posta: la pagina FB è una sorta, ma sto un po’ esagerando, di creatura vivente, una pianta insomma da innaffiare e da seguire. In particolare bisogna avere cura delle relazioni esterne, ovvero di tutti quei lettori/fan che vi fanno domande o che commentano e che si aspettano giustamente una risposta. Da una pagina FB potete creare un evento anche se come pagina non potete poi invitare dei fan; si possono invitare solo degli amici, cosa possibile solo se si ha un profilo personale. Su FB esistono anche i gruppi tematici dove le persone interessate allo stesso argomento s’iscrivono. Postando o condividendo all’interno di questi gruppi (che possono essere aperti o chiusi, se sono chiusi basta chiedere di entrare) si può avere una visibilità maggiore dato che si raggiungono molte altre persone di cui non siamo amici. Attualmente i due gruppi – che riguardano il nostro tema – più frequentati sono “Cooperanti ☮ Italiani” e “Cooperanti si diventa(qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Il problema dello storytelling, di come raccontare le nostre cose – con che stile, tono e strumenti – non è possibile codificarlo ma dipende dalla nostra sensibilità, dall’oggetto e dal fine. Termineremo comunque quest’articolo proprio con un’analisi critica di una forma di storytelling realizzata da Save the children attraverso una pagina FB.

Twitter che ti passa

Twitter serve per informarsi e per fare informazione, ed è per questo che è un social media molto amato dai giornalisti (almeno da quelli più giovani). Anche in questo caso occorre creare un profilo del proprio gruppo e da quello si parte per cercare altri profili che ci possono interessare e che diventeranno i nostri following (ovvero quando questi faranno informazione noi la riceveremo subito sul nostro profilo). I follower sono invece quei profili che seguono noi: quindi più follower si hanno e più le nostre informazioni girano. La particolarità di questo social media è che i twitter (i cinguettii) che si scrivono non devono superare i 140 caratteri e quindi occorre scegliere dei titoli e dei link ben fatti e comprensibili (è anche possibile postare delle foto).
L’hashtag (#) è invece il simbolo del cancelletto che anteposto (senza alcuno spazio) alla parola, è come se la sottolineasse e ciò la rende visibile nelle ricerche che vengono appunto effettuate tramite hashtag. In altre parole se mettete il simbolo # davanti alla parola ong, tutti coloro che su twitter sono interessati alle informazioni che riguardano il mondo della cooperazione troveranno il vostro post, anche se non sono vostri follower. Personalmente uso sempre questi hashtag nei miei messaggi su twitter: #ong, #ngo, #cooperazione. (qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Twitter è particolarmente indicato per promuovere delle campagne di sensibilizzazione o delle raccolte fondi e in più dispone di alcuni strumenti in rete che contano quante persone sono state raggiunte con il proprio messaggio. Anche con una pagina di FB si possono fare appelli, campagne e azioni di fundraising (è possibile anche pagare per avere una maggiore visibilità). Quello che è importante, al di là del social media, è il lavoro continuo di chi sta dietro, il redattore, l’animatore insomma.

Bereket non esiste, ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Ha raccontato la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.
Il gioco dovrebbe essere chiaro, dato che nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni – “… di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.

Ma leggendo i commenti dei lettori, qualcosa non sta funzionando. Il primo post risale al 22 marzo, l’ultimo al 27 luglio. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Poi, dopo molte traversie, l’arrivo ad Amburgo. Questo il racconto, corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante …

Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna. I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.
Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun altro invece non riesce a inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento, qui il problema è lo stile della narrazione tendente al patetico.

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Essere presenti sul web è un lavoro complicato

Sempre più i gruppi esteri Aifo sono presenti sul web con propri siti. Come sono fatti? Come si relazionano con i social media? Come metterli in rete con quello italiano?

Il sito web di Aifo ha un ruolo centrale nella comunicazione del gruppo ma la presenza sul web non si limita ma si va sempre più arricchendo con nuove pagine digitali: esiste anche un sito web e una pagina Facebook di Aifo India e di Aifo Brasile.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire come si è arrivati a questa varietà di strumenti per informare.

L’importante è comunicare, bene e tutto
Per una struttura complessa come Aifo una comunicazione di buona qualità verso l’interno e verso l’esterno è una necessità. Scambiarsi informazioni fra le varie parti che compongono un gruppo strutturato in varie organizzazioni in Italia e all’estero, non è un’esigenza di secondo livello ma una priorità. Anche l’immagine complessiva verso l’esterno deve essere coerente e rappresentare bene quello che fa l’intera struttura.
In questo caso sono di grande aiuto le tecnologie digitali che permettono una comunicazione, anche in tempo reale, a costi ridottissimi e garantiscono la possibilità di pubblicare (sul web) informazioni scritte, ma anche multimediali, in modo rapido e sempre con spese contenute.
Aifo ha avuto in questi ultimi anni dei profondi cambiamenti organizzativi e si sta avviando sempre di più verso una sua internazionalizzazione, ovvero nei paesi dove Aifo è più strutturata sono nate delle organizzazioni locali con competenze che riguardano non solo la conduzione di un piano o di un progetto ma anche la raccolta fondi e la comunicazione.
In particolare quando si parla di comunicazione si deve fare i conti con le realtà culturali locali che portano con sé caratteri specifici. Il problema diventa allora quello armonizzare le varie parti e di avere un piano di comunicazione complessivo che identifichi l’azione di Aifo anche se viene svolta in paesi completamente differenti.

Non solo .it ma anche .br e .in
Cerchiamo ora di conoscere da vicino come sono fatti questi siti, sia da un punto di vista grafico che analizzando il tipo di informazione che fanno.
“Brasa” acronimo di Brasil saude e acao (Brasile Salute e Azione) è il nome dell’organizzazione e anche del sito che riporta in alto a destra nella home page il motto “Azioni di valore”.brasile_site
Disposto su due colonne, il sito oltre ad avere i classici riferimenti al “Chi siamo” e a “Contatti”, si suddivide in sezioni denominate “Notizie” e “Articoli” – anche se la distinzione tra le due aree non è chiara – che rappresentano la parte dinamica del sito e le sezioni “Progetti” e “Informazioni tecniche” che raccolgono invece la documentazione di progetti e linee guida.
Nella home page figura un banner su cui scorrono le immagini relative ai pezzi pubblicati sul sito che è stato creato nell’agosto del 2013 e su cui sono stati pubblicati 13 post (uno al mese circa).
Al sito viene associata anche una pagina Facebook; una scelta che bisogna sempre fare dato che oramai la gente raramente va su un sito per leggere qualcosa ma viene portata lì da un social media come Facebook. Questo significa che pubblicare del materiale sul proprio sito è solo una prima parte del proprio lavoro di promozione di contenuto, a cui deve seguire la sua condivisione su Facebook, Twitter e altri social network. Questa “gioco” però funziona se viene fatto con una certa continuità e curando il rapporto con i lettori, i fan, o le persone che si seguono e da cui veniamo seguiti su Twitter. Nel caso di Brasa sono stati fatti pochi post sulla pagina Facebook che ha solo 55 “Mi piace” così come su Twitter vi sono solo due post.

Amici di Roul Follereau, Aifo India” si legge nell’intestazione della home page; a sinistra il logo ben evidente dell’ong madre. Poi due menù sopra e sotto una grande immagine che copre quasi tutta la schermata iniziale. In questo modo accattivante si presenta il sito indiano che con pochi elementi – compreso a destra un bottone rosso per le donazioni – dice subito da chi è fatto e di cosa si occupa; a chiarire ogni dubbio la scritta, in caratteri cubitali posta poco sotto l’immagine grande che recita: ”Siamo un’organizzazione no profit che ha lo scopo di eliminare la lebbra in India, assistere le persone disabili e assicurare una buona qualità di vita a donne, bambini e ad ogni altra persona emarginata”. Il concetto viene rimarcato anche da quattro parole chiave (lebbra/disabilità, salute, educazione, mezzi di sussistenza), messe in evidenza graficamente e che linkano ad un’ulteriore spiegazione.india_site
Il menù in alto riprende gli stessi discorsi dando altre informazioni sul “Chi siamo”, “Dove siamo”, descrivendo le reti a cui essi aderiscono, offrendo la possibilità di fare volontariato .
Il materiale anche se ben suddiviso (eccetto la pagina sui progetti che sono contenuti tutti in un unico lunghissimo articolo) non viene aggiornato con delle novità e anche le parti più interessanti (Life stories) sono solo due, inserite probabilmente fin dall’inizio ma lasciate “sole”.
Più completo invece è il modo in cui il sito si collega ai social network. La pagina Facebook è attiva fin dal 2011 e contiene un certo numero di post, molte foto, ma riesce a raccogliere solo 225 “Mi piace”. Esiste anche un profilo su Twitter sui però sono stati postati solo 5 post in un anno e mezzo di attività. Per completare il quadro della presenza di Aifo India sui social media ricordiamo un canale Youtube (5 video caricati con quasi nessuna visualizzazione) e un recente profilo su GooglePlus dove vengono postati soprattutto i propri video.

Oltre la presenza occorre la continuità
Fare un sito ed essere presenti sui social media o, in altre parole, organizzare la propria attività su internet, è diventata una strada obbligata e i gruppi esteri di Aifo la stanno percorrendo. Occorre però essere sempre presenti on line, vivere la rete, altrimenti i mezzi che utilizziamo perdono velocemente di valore.
Un sito web deve avere sempre un certo aggiornamento e i suoi contenuti devono essere portati sui social media. Ma anche i social media devono essere “abitati”. Oltre a postare bisogna creare attorno a se una rete di lettori/fan/follower così come anche a nostra volta dobbiamo essere lettori/fan/following di qualcun altro. Più la rete di relazione si allarga, maggiori sono gli scambi. I grandi numeri non vogliono dire qualità, questo è vero, ma la qualità viene assicurata se chi sta dietro a queste operazioni ha cura dei contenuti che immette, così come delle relazioni che si intrattengono (le risposte, i commenti …).
Un passo ulteriore è quello di mettere in rete i siti Aifo in Italia, in India, in Brasile scambiandosi non solo i link ma proponendo gli uni agli altri degli articoli da pubblicare.

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Pace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre della rivista Amici di Follereau

settembrePace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre di Amici di Follereau, la rivista di Aifo.
“Non ci deve consolare il fatto che la corruzione sia una manifestazione antica – dice Luciano Ardesi nell’articolo di apertura -. Come un fenomeno carsico si riaffaccia continuamente nel corso della storia, anche recente. Un po’ per abitudine, un po’
per convenienza, sembra che le coscienze si addormentino di fronte al ripetersi degli episodi”.
Come parlare di non violenza in contesti di guerra? E’ quello che l’ong Operazione Colomba sta facendo in Albania, Libano, Colombia e in Israele/Palestina. I suoi volontari si interpongono nelle situazioni di conflitto cercando di trovare delle soluzioni basate sulla nonviolenza.
Di tortura invece si parla in occasione di “Stop alla tortura” la campagna di Amnesty International contro una pratica diffusa in tutto il mondo e spesso accettata in nome della lotta al terrorismo.
Il dossier della rivista – scritto da Enrico Populin – è dedicato ad un approfondimento di cosa sia e come operi la Rbc, la riabilitazione su base comunitaria.
L’appello del mese invece riguarda la scuola di formazione professionale “Familia Agricola”, un progetto sostenuto da Aifo nel Tocantis, uno stato posto nel centro del Brasile,
Per finire un articolo che esamina da vicino come i gruppi Aifo, che operano all’estero, usano i social media e il web in generale per fare informazione e comunicare le proprie attività. Buona lettura!

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Bereket non esiste ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Sta raccontando la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.

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Il gioco dovrebbe essere chiaro dato che anche nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni –  “…di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.
L’idea è stata lanciata in occasione della presentazione del rapporto, intitolato “L’ultima spiaggia. Dalla Siria all’Europa, in fuga dalla guerra” come si precisa in un articolo dell’Huffington Post (Italia).
Ma leggendo i commenti e le reazioni dei lettori, qualcosa non sta funzionando.
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Il primo post risale al 22 marzo di quest’anno e si riesce a leggere tutto lo storytelling in pochi minuti. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Il racconto è corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante…
Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna.
I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.

Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun’altro invece non riesce ad inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Oltretutto le persone sono abituate a leggere storie come queste sui romanzi (lì il patto con il lettore è chiaro), oppure su un fumetto, un film, ma non si è abituati a trattare le pagine Facebook come dei racconti inventati. Dalle pagine Facebook ci si aspetta, almeno fino ad oggi, delle cose vere, come la pubblicizzazione di un gruppo, di un’iniziativa, di un personaggio pubblico (non certo di un personaggio inventato).
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento (fare dei tentativi nuovi è pur sempre un atto di coraggio), no, quello che per me è deludente, è lo stile della narrazione, che tende al patetico, ma immedesimarsi non porta necessariamente a questo.

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Spontanei, efficienti o cool: i tanti modi per raccontarsi con i media digitali

Gli strumenti di comunicazione digitali offrono delle enormi opportunità a quei gruppi che non hanno molti soldi da spendere in comunicazione e in genere a tutte quelle organizzazioni sparpagliate in giro per pianeta (come è il caso delle ong). Oggi vi racconto come abbiamo portato la voce (e il volto) di tre cooperanti locali all’assemblea nazionale di Aifo.
Il compito era quello di far parlare, all’interno dell’incontro di due giorni, i responsabili di tre programmi paese (Brasile, Mongolia, India) attraverso un intervento video di pochi minuti, giusto per avere un’idea della loro situazione e anche per dare un po’ di movimento ai lavori attorno a un tavolo. Avevamo poco tempo per recuperare queste testimonianze, solo qualche giorno, e in più le persone da coinvolgere avevano degli impegni personali. Dopo averli avvertiti con un’e-mail, ecco quello che è successo.

Deolinda, la coordinatrice locale in Brasile, doveva partire per una zona del suo paese dove non c’era copertura internet e allora abbiamo realizzato un’intervista video via skype, usando un programma gratuito in rete per registrazione audio video (in questo caso Free Video call Recorder per skype, ma ve ne sono altri). La qualità video è decisamente scarsa, l’improvvisazione ha portato con sé la vocina di una bimba che strilla sullo sfondo e anche il riflesso azzurrognolo dello schermo del computer sugli occhiali di Deolinda, ma in due minuti si riesce ad avere un quadro del lavoro di Aifo in Brasile. Poi un veloce lavoro di montaggio video (con Adobe Premiere), un titolo e il gioco è fatto.

Diverso il discorso con Tuki, la referente Aifo in Mongolia che, confermando la reputazione data ai mongoli di essere i tedeschi asiatici, mi fa arrivare tramite wetransfer tre video girati  in un formato ad alta definizione per un totale di 15 minuti, che mi creano diversi problemi nel montaggio e che assieme alla sottotitolazione in italiano si portano via almeno tre ore di lavoro. L’intervista ricucita in meno di 3 minuti è ricca di informazioni.

Infine Jose, referente per l’India, che non a caso abita nella tecnologica Bangalore, non manda un video, ma fornisce il link ad una presentazione fatta con Adobe Voice (un app per ipad) che assomiglia ad una presentazione in Powerpoint dove, con un ritmo troppo rapido per una platea non anglofona, racconta il loro impegno contro la lebbra e i finanziamenti che hanno ricevuto e che vorrebbero ricevere, il tutto con uno stile decisamente cool, secco e sintetico. Manca però Jose.

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Due esempi di development journalism

Proviamo ad esaminare due progetti di development journalism finanziati dal bando dell’European Journalism Centre, di cui abbiamo parlato in un precedente post, per conoscerli più a fondo.

Essere virtuali in un campo profughi
Melkadida, explore daily life in a refugee camp” è il reportage fotografico e scritto (non ancora completato) che Jürgen Schrader, giornalista del settimanale tedesco “Der Spiegel”, ha dedicato ai campi per profughi somali che si trovano in Etiopia, campi che hanno la caratteristica di essere permanenti, per cui i rifugiati si trovano a vivere in condizioni provvisorie per un periodo molto lungo.

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Dato che nel bando si sottolinea l’importanza dell’uso delle tecnologie per fare informazione, in molti progetti troviamo questa componente proposta in una forma originale. Qui l’autore vuole cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica del nord attraverso dei servizi  giornalistici approfonditi che vengono resi più realistici attraverso l’uso di immagini a 360°. In questo modo, sempre secondo le parole dell’autore, il lettore, pur restando a casa sua, verrebbe a contatto con queste realtà che altrimenti gli sarebbero escluse. Le domande da porsi a questo punto sono: il lettore fino a che punto rimane spettatore? ci sarà una foto che lo farà agire? Alla fine degli ’90 si usavano spesso i termini virtuale e reale per indicare i due stati differenti in cui si trovava un utente (?) dei mezzi digitali di informazione. Si diceva anche che le persone erano più portate a empatizzare e stringere relazioni con chi non era vicino perché del vicino puoi sentire anche l’odore del sudore, la sua puzza insomma. Non vuole essere un giudizio questo ma solo una considerazione sul fatto che comunque la realtà mediata dalla tecnologia rimane sempre distante da noi – che siamo al sicuro? – e basta un rapido colpo di mouse per interromperla. In un futuro probabilmente vicino saranno coinvolti anche gli altri nostri sensi in queste esplorazioni ma rimarranno comunque queste domande: che cos’è la vicinanza, quando siamo vicini a qualcuno, che cosa significa aiutare?

Il data journalism accompagnato dalle storie
Emanuele Bompan è il giornalista de La Stampa che ha coordinato “Follow the money” un progetto che ha raccolto i dati relativi ai soldi spesi dall’Italia per gli aiuti allo sviluppo e li ha resi graficamente in modo tale da poter essere letti facilmente con un colpo d’occhio. I finanziamenti sono classificati per l’anno di erogazione, il followthemoney-1-460x295paese di destinazione, i settori d’intervento. In questo mondo attraverso delle cartine sensibili e dei grafici un cittadino italiano può farsi un’idea di quello che l’Italia fa in giro per il mondo in termini di aiuti allo sviluppo. Questo è un esempio tipico di data journalism, il giornalismo di precisione che lavora utilizzando soprattutto una grande quantità di dati. In realtà il progetto in questione è più complesso dato che un gruppetto di giornalisti e fotografi hanno anche lavorato su specifici problemi in quattro paesi (India, Sudafrica, Libano, Vanuatu), dando così anche un po’ di “carne” a dei numeri che da soli rischiano di essere troppo schematici. Il gruppo di lavoro prevedeva sia giornalisti che fotografi ed è stata una scelta giusta perché un giornalista da solo, anche se bravo e multimediale, è difficile che riesca a scrivere, fotografare e filmare bene; la divisione dei compiti è importante per avere dei buoni prodotti informativi. Anche in questo progetto sono compresenti l’utilizzo della tecnologia e la possibilità di avere già in partenza un media mainstreaming sui cui pubblicare il tutto. Che siano questi i due requisiti per essere finanziati dall’Ejc?

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“Open data per la cooperazione, l’Italia non sa neanche di cosa stiamo parlando”

Donata Columbro ha scritto per Volontari allo Sviluppo, un interessante articolo sull’importanza degli open data per la cooperazione allo sviluppo e sui ritardi che sta accumulando l’Italia in questo settore. Con open data si intende tutta una serie di dati che le tecnologie informatiche riescono facilmente a raccogliere e a rendere interpretabili anche se si tratta di una quantità di informazioni molto ingenti. La parola open invece rimarca il fatto che questi dati dovrebbero essere aperti, disponibili a tutti e interpretabili da chiunque voglia farlo. Gli esempi che Columbro riporta sono molto chiari: ad esempio la rappresentazione grafica degli aiuti allo sviluppo finanziati dal governo inglese, permette di capire quali paesi ne beneficiano, la quantità degli aiuti, il tipo di aiuto, il numero delle persone coinvolte, il tutto in un colpo d’occhio.
Sul versante della comunicazione gli open data prendono il nome di data journalism, ovvero il giornalismo di precisione che utilizzando strumenti statistici e rappresentazioni grafiche cerca di dare una versione più scientifica della realtà.

 

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I sogni di Tadeus, Iva e Pedro… via skype

Lo so, l’ideale sarebbe stato un altro. Sarebbe stato bello poter essere là, nello stato del Goias in Brasile, nelle casette che ospitano gli ex malati di lebbra dell’ospedale Santa Marta. L’ideale sarebbe stato condividere delle giornate assieme a Tadeus, Iva e Pedro, mangiare con loro, chiacchierare, conoscere i parenti, vederli nella loro quotidianità. Ma la situazione non lo permetteva, ecco allora questo appuntamento via skype.Tadeus
Nel numero di aprile della rivista “Amici di Follereau” dobbiamo raccogliere una serie di testimonianze sul progetto che Aifo sta seguendo in quello Stato del Brasile. E’ un numero speciale della rivista che prevede solo storie di persone ed è la prima volta che le testimonianze vengono realizzate in questo modo. Di solito il materiale arriva direttamente dal paese in cui operiamo ma spesso mancano delle storie soddisfacenti, da un punto di vista giornalistico s’intende, ovvero dettagliate, con particolari che descrivano l’atmosfera e la personalità del testimone.
L’appuntamento è per le 12,30 in Italia, in Goias sono invece le 9,30. I tre testimoni vengono da luoghi diversi ma tutti devono raggiungere l’ufficio di Deolinda, il referente Aifo per il paese. Deolinda ivaè proprio come un italiano immagina un brasiliano: scoppiettante, allegra, disponibile, sarà lei la mia interprete.
Inizio a chiacchierare con Tadeus ed  è un bene perché fra i tre si dimostrerà quello su cui è più facile scrivere qualcosa. Parla della sua malattia, della sua segregazione sociale e del suo riscatto attraverso un lavoro di pittore (di stile impressionista). Poi tocca a Iva, 75 anni, una storia simile ma ancora più terribile alle spalle, una signora semplice ma comunicativa. Riusciamo anche ridere su qualcosa (“Che fine ha fatto il tuo primo marito Iva?”). Il più difficile è Pedro, introverso e timido che, dopo un po’ di insistenza, racconta la sua storia e lascia intravvedere delle ferite non ancora rimarginate.
90 minuti di chiacchierate, una bella esperienza, almeno per me, perché ho conosciuto persone che mi hanno toccato anche se solo attraverso skype.pedro
Il problema il giorno dopo è stato come riportare questi racconti in parole scritte. Alla fine mi sono deciso a farne dei racconti in prima persona, dove i discorsi non erano proprio i loro, ma dove rispettavo il senso e soprattutto la personalità e la cultura del personaggio – Tadeus parla bene ed è molto autocosciente, Iva ha una bassa scolarizzazione ma possiede una grande voglia di comunicare, Pedro è introverso, di poche parole e vorrebbe una vita “normale”, che ancora non sente di avere.
Una scelta giusta? Lo spero, come spero anche che in aprile qualcuno le legga (le riporterò prima anche in questo blog) e mi dica cosa ne pensa.

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“Nicola, reinventiamo la cooperazione internazionale, insieme”

Oggi mi è arrivato questa invito tramite e-mail da Ong 2.0 #cooperazionefutura, un gruppo di persone che lavora nella cooperazione internazionale occupandosi soprattutto dell’uso delle tecnologie digitali, di come cioé internet, i social media, le applicazioni o i dispositivi possono migliorare la qualità del lavoro dei cooperanti.
L’invito è allettante ma mi trova impreparato, non saprei proprio dare una risposta. Un po’ mi preoccupa il lasciarmi trascinare dalle meraviglie della tecnologia, perché da sola risolve poco, non va molto in là, o meglio può andare molto in là ma in luoghi dove proprio non vorrei stare.
Anzi se proprio, prendendo seriamente l’invito, volessi nel mio piccolo reinventare la cooperazione internazionale, mi piacerebbe farlo partendo da alcuni presupposti. Chi lo dice che dobbiamo per sempre vivere in un sistema regolato dal liberismo economico? Perché dobbiamo tendere all’espansione? Perché dobbiamo consumare sempre di più? Perché la gratuità trova così poco posto nelle nostre società?
Mi rendo anche conto che queste domande possano essere insignificanti a chi non ha niente o addirittura possano dare fastidio a chi si sta sviluppando. Ma sono domande da porre a tutti.
Se devo invece dare una risposta in un campo a me consono, ovvero a come deve essere la comunicazione della cooperazione internazionale nel futuro, vorrei che si, usasse tutte le opportunità offerte dal digitale, ma che non rinunciasse ad una sua capacità critica, di analisi del linguaggio che usa. Insomma dietro lo slogan, ci deve essere un discorso articolato, oltre al linguaggio pubblicitario, in cui si scivola spesso, ci deve essere anche altro, oltre all’immagine – che è ben più ingannevole e soggettiva delle parole – ci deve essere un contenuto di qualità.

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Restiamo Vittorio Arrigoni

Una cosa è certa, Vittorio Arrigoni non ha mai scritto un concept note, né ha mai rendicontato un progetto per una ong, eppure c’entra moltissimo con la cooperazione internazionale. Significativo è stato il suo modo di raccontare quello che faceva tramite un blog, Guerrilla Radio, che in poco tempo divenne uno dei più seguiti in Italia. Scriveva, si può dire in diretta, la sua esperienza di testimone internazionale durante i bombardamenti israeliani suIl-viaggio-di-Vittorio Gaza nel dicembre del 2008, ma non solo scriveva, filmava, raccontava a voce utilizzando in modo completo le possibilità offerte dalla rete. La sua voce divenne (ma ancora è) importante non solo per questa attenzione al comunicare, ma perché dietro a questo atto ci stava una persona dal coraggio e dalla determinazione che sconcertano.

La sua storia è stata raccontata da Egidia Beretta Arrigoni, sua mamma, in un libro veramente bello – “Il viaggio di Vittorio” –  che mostra tutto il suo percorso di vita, dalla nascita al 14 aprile 2011, giorno in cui venne ucciso, non dagli israeliani ma da un un gruppo estremista musulmano. Non è un racconto agiografico ma mostra anche le debolezze e le insicurezze del figlio.

L’impresa più bella di Vittorio, assieme ad un gruppo di pacifisti di varie nazionalità, è stata l’attraversata del mare da un’isola greca  fino alle spiagge di Gaza. L’impresa ebbe un successo mediatico enorme e infatti l’esercito israeliano le volte successive non fu così permissivo. Tutta la storia di quel periodo la si può ancora leggere all’interno del blog, dove Vittorio attraverso testi, poesie e foto ricrea bene l’atmosfera del momento.
Internet non dimentica nulla e in questo caso è una fortuna per noi perché possiamo leggere o rileggere tutto quello che ha fatto Vittorio e come lo ha comunicato.