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Refugees Welcome… in famiglia

Contro le politiche restrittive del governo verso i migranti la società civile reagisce

(articolo pubblicato sulla rivista Amici di Raoul Follereau settembre-ottobre 2019)       

“Prendeteli a casa vostra allora!”, terminano spesso così le discussioni in Italia tra chi chiede maggiore attenzione e protezione verso i migranti e chi invece in nome della sicurezza e del realismo nazionalista (“prima gli italiani”) pensa di risolvere questa situazione con leggi più rigide in materia di sicurezza e di riconoscimento di protezione del migrante. E sono sempre quest’ultimi che pronunciano la fatidica frase con la convinzione di far tacere l’avversario: ma l’avversario non tace, ribatte anzi dicendo: ”Babukar in effetti abita con noi da tre mesi”.
        Sono sempre di più, infatti, le famiglie in Italia che decidono di fare qualcosa per la situazione che si è creata dopo l’approvazione a fine del 2018 del cosiddetto Decreto sicurezza voluto fortemente dal ministro degli Interni  Matteo Salvini e che ha reso difficile la vita a decine di migliaia di migranti con un permesso per motivi umanitari – abolito dalla nuova normativa – che prima potevano sperare in un percorso di inserimento sociale e che ora devono trovare altre strade, non ultima quella dell’irregolarità.

Se la società civile si organizza
Non sono famiglie che da sole decidono di accogliere, ma dietro c’è un’organizzazione, come è il caso di Refugees Welcome Italia, un’associazione costituitasi nel 2015 e che fa parte di un network europeo, il cui primo nodo fu fondato a Berlino nel 2014 e che oggi coinvolge 15 paesi diversi.

        In Italia il gruppo direttivo, che ha sede centrale a Roma, è composto da professionisti che già si occupavano di politiche dell’accoglienza e di inclusione sociale. Il loro modello di intervento vede al centro la famiglia all’interno della quale un migrante può arrivare a comprendere meglio la società in cui è arrivato, in termini culturali, sociali e costruire delle vere relazioni. È all’interno di una famiglia che il ragazzo o la ragazza possono intraprendere un percorso che li porterà all’inclusione e all’autonomia. I migranti di cui stiamo parlando sono quelli che hanno già ricevuto lo status di rifugiato o una qualche forma di protezione e che stanno lasciando il sistema di accoglienza. Fuori il percorso può diventare difficile soprattutto se il sistema di accoglienza non ha fornito dei ponti o, nel migliore dei casi, è servito più come bolla di sapone che ha avvolto il migrante.
        L’associazione non opera solo a Roma ma ha una ventina di gruppi territoriali in varie regioni italiane e recentemente anche AIFO è entrata in questo circuito.
        La piattaforma digitale utilizzata dall’associazione è il primo strumento con cui si può entrare in contatto con l’organizzazione e ci mostra come la collaborazione può assumere aspetti diversi. Se da una parte lo stesso migrante può iscriversi al network per la ricerca di una casa, dall’altra il volontario può proporsi non solo come famiglia che ospita in casa propria un migrante ma anche come attivista che aiuta a formare gruppi locali e/o organizza eventi, la stessa cosa la può fare anche un gruppo organizzato o un ente locale.
        Nei primi sei mesi del 2019 sono state 600 le famiglie che hanno dato la loro disponibilità a ospitare, ben 100 al mese. Ma chi sono queste famiglie? Sono soprattutto coppie con figli (30%), a seguire persone singole (28%), coppie senza figli (23%) e infine coppie con figli adulti fuori casa (11%).

Dalla parte di chi apre le porte
       
Dal 2016 esiste a Bologna il Progetto Vesta – prende il nome dalla dea romana del focolare domestico – che raccoglie la disponibilità delle famiglie a ospitare i richiedenti asilo. Il progetto è gestito dalla cooperativa sociale Cidas e anche in questo caso il sito è un importante momento dove raccogliere le adesioni. Chiunque può candidarsi per l’accoglienza – single, coppie, famiglie con figli – le disponibilità vengono poi prese in carico dagli operatori del Cidas che forniranno anche un corso di formazione. Alle famiglie vengono dati 350 euro al mese e di solito l’accoglienza dura dai sei ai nove mesi.

        Le forme di volontariato possono essere diverse; c’è chi può proporsi come tutore per rappresentare legalmente un minore straniero non accompagnato, oppure fare del volontariato di affiancamento alla famiglia ospitante; è possibile anche diventare affidatario di un minore.
        Il progetto Vesta, che si rivolge ai ragazzi che escono dal circuito di accoglienza degli Sprar, sta avendo un buon successo e sono già decine le famiglie che accolgono migranti a Bologna, a Ferrara e anche altrove visto che la sua copertura territoriale si sta espandendo.

Famiglie con storie diverse
        Non amano definirsi eroi, anzi, di solito tengono un profilo molto basso le famiglie che si aprono all’accoglienza dei migranti ma hanno tutti una forte consapevolezza di quello che fanno: “L’atto privato di accogliere è un atto politico” dice Laura; “Quello che ci ha portati a ospitare è stata la reazione che hanno avuto gli abitanti del nostro quartiere all’apertura di un centro di accoglienza” affermano Ludovica e Alessandro; “Sentivo di dover fare qualcosa contro un clima di cattiveria che si sta diffondendo in Italia… e questo nel mio piccolo” dice Norberto.

        Gli esiti di questi incontri sono imprevedibili e chi aiuta a volte non si trova più nella sua posizione di partenza. Dice Chiara: “Ospito una donna somala della mia stessa età ed è diventata la mia coinquilina con cui alla sera, a fine giornata, ci raccontiamo le cose che ci sono successe ed è un continuo aiutarci a vicenda”. Così una coppia di coniugi anziani con i figli grandi fuori casa che affermano: “Oramai è lui che aiuta noi durante la giornata”.

        Non mancano le difficoltà quando persone appartenenti a culture così distanti vanno ad abitare assieme.“Durante i primi giorni di convivenza – ricordano sorridendo Andrea e Bruna – i nostri due giovani ospiti afgani si sono alzati all’alba per mangiare perché dopo non avrebbero più potuto farlo fino al tramonto per via del Ramadan. Ci tenevano svegli, poi ci siamo capiti su come non disturbarci l’uno con l’altro”.
        “Vivian con i suoi bambini hanno portato molta allegria a casa nostra – affermano due anziane signore che abitano in campagna – ma abbiamo dovuto fare i conti con dei ritmi giornalieri molto diversi, una concezione del tempo e degli orari diversi”.
        Nando invece è preoccupato del legame che si sta instaurando: “Noi siamo solo un momento di passaggio per Ibrahim, non vorrei che lui si affezionasse troppo a noi, perché la nostra disponibilità è limitata e il nostro scopo è quello di aiutarlo nel suo inserimento sociale. A volte temo che pensi di aver trovato la famiglia che non aveva avuto nel suo paese, ma purtroppo non è così”.

        Le famiglie accoglienti non possono essere l’unica risposta a un tema così complesso e globale che può essere trattato solo a livello nazionale e internazionale, ma sono un esempio di come a livello famigliare ci si possa opporre a delle politiche umanamente ingiuste seguendo dei principi diversi. Ricorda Nicodemo, membro di una famiglia ospitante: “La prima volta che ho visto Abimbola era in mensa e quando gli ho chiesto come va, lui mi ha detto: ‘Io sto aspettando qualcuno che mi aiuti’, così io l’ho aiutato”.

Le malefatte del decreto sicurezza
        Il decreto (Legge n. 132 /2018) si occupa di vari temi che riguardano la sicurezza, come i beni sequestrati alla mafia, i maltrattamenti in famiglia, l’uso del taser… ma a noi interessa quell’ampia parte che riguarda l’immigrazione e che ha portato molti cambiamenti purtroppo negativi.

        È stato abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari che durava due anni e permetteva l’accesso al lavoro, alla casa, al sistema sanitario. Al suo posto sono stati introdotti dei permessi speciali che durano un anno, più difficili da ottenere (permesso per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine).
        Il soggiorno per motivi umanitari riguardava quasi la metà dei richiedenti, ma questo una volta scaduto verrà rinnovato per lo più sotto forma di permesso di soggiorno per motivi di lavoro, un tipo di permesso più difficile da ottenere. Questa situazione avrà come effetto immediato la produzione di un enorme numero di migranti irregolari sul nostro territorio che non avranno nessuna garanzia in termini di salute, casa e lavoro, anzi potranno essere più soggetti allo sfruttamento e alla devianza sociale. Secondo le stime il numero degli irregolari che si creerà entro il 2020 sarà di circa 60 mila persone, una piccola città.
        Un’altra norma del decreto aumenta il periodo obbligatorio di permanenza dei migranti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) dove vengono identificati, portandolo da 90 a 180 giorni.
        Infine viene ridisegnata la rete Sprar, l’accoglienza detta di secondo livello e gestita anche dagli Enti Locali, che garantiva dei corsi di lingua e di formazione professionale: chi potrà accedere a questo tipo struttura saranno solo i minorenni e i titolari di protezione internazionale.

#Io accolgo
Forse vi sarà capitato di vedere nella vostra città un folto gruppo di persone sedute su una scalinata, imbacuccate in coperte termiche dorate (quelle in cui vediamo avvolti i tanti migranti salvati nel Mediterraneo), oppure di vedere quelle stesse coperte luccicare da finestre e da balconi.
        Quelle persone aderiscono alla campagna nazionale #Ioaccolgo e le coperte dorate ne sono il simbolo; stanno manifestando per sensibilizzare i mass media e la popolazione locale contro le politiche restrittive dell’attuale governo nei confronti dei richiedenti asilo e dei migranti, politiche che confliggono con i nostri principi costituzionali.
        La campagna è promossa da 46 organizzazioni sociali e si propone di dare la visibilità che meritano a tutte le esperienze diffuse di solidarietà e di accoglienza esistenti in Italia.

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MONGOLIA: una vita indipendente per Bilegsaihan

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Un progetto per permettere l’autodeterminazione dei giovani con disabilità e denunciare gli abusi (articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau – luglio – agosto 2019)

di Tulgamaa Damdinsuren e Nicola Rabbi

La Mongolia è un paese che presenta degli aspetti veramente sorprendenti: è un paese ancora in via di sviluppo con seri problemi di povertà (circa il 20% della popolazione è ancora molto povera), ma da altri punti vista è estremamente avanzato: ad esempio per quanto riguarda l’applicazione della Convenzione Onu dei diritti delle persone con disabilità.
AIFO, che lavora da molti anni nel paese, è stata sicuramente un elemento decisivo riguardo all’attenzione verso le persone svantaggiate e la difesa dei loro diritti. L’ultimo progetto che AIFO sta seguendo assieme alla ong locale Tegsh Niigem si chiama “Closing the gap” e ha per focus la vita indipendente delle persone con disabilità, un diritto umano e civile indispensabile.

Storia di una madre e di un figlio

Quando nel 1998 Batdulam divenne madre di una coppia di gemelli non sospettava minimamente quali grossi cambiamenti avrebbero portato queste nascite nella sua vita e in quella di molte altre persone.
Durante il parto purtroppo uno dei due gemelli ebbe delle difficoltà che gli procurarono una lesione cerebrale con un conseguente deficit motorio (ma non intellettivo).
Anche se era medico, Batdulam non aveva le competenze per affrontare i problemi del figlio: “All’università non c’erano corsi sulla paralisi cerebrale infantile e nemmeno si parlava di ausili e di riabilitazione”. Per fortuna esisteva un unico asilo infantile che si occupava di bambini con questo tipo di problema. “Fu lì che incontrai per la prima volta Tegsh Niigem, e sentii parlare di riabilitazione su base comunitaria; facemmo una formazione su come trattare i nostri figli”.
Batdulam non è solo una mamma ma anche un medico e durante il corso organizzato da AIFO assieme a Mobility India impara nuove tecniche che decide di utilizzare anche nella sua professione. Alla fine della formazione è in grado di produrre degli ausili ortopedici per tutto l’asilo.
Spesso il tipo di lavoro di una madre di un figlio disabile ha delle precise conseguenze e in questo caso questa serie di eventi vedrà Batdulam per sempre impegnata nella difesa dei diritti delle persone con disabilità, e lo sarà a tal punto da diventare nel 2013 il dirigente responsabile del settore disabilità all’interno del Ministero dello Sviluppo e la Protezione Sociale.
Bilegsaihan, suo figlio, ha una storia parallela ma coerente a quella della madre. Cresce con gli ausili giusti e a otto anni riesce a camminare da solo con un sostegno. Frequenta la scuola come gli altri alunni normodotati (situazione questa eccezionale in quel periodo in Mongolia). Adesso che è un giovane adulto dice: ”Sto studiando comunicazione all’università e sono diventato un membro del Centro per la vita Indipendente ‘Universal Progress’ a Ulaan Baatar: i diritti che ho conquistato non devono essere solo miei ma anche delle altre persone con disabilità. Tutti devono avere la possibilità di essere autonomi e di vivere pienamente la propria vita, anche se partono da situazioni di svantaggio”.

Closing the gap

“Colmare il divario” è questo il titolo tradotto dall’inglese del progetto biennale finanziato dall’Unione Europea che si concluderà a fine 2019. Portato avanti da Tegsh Niigem in collaborazione con AIFO, il progetto ha lo scopo di potenziare le capacità manageriali e di gestione delle organizzazioni delle persone con disabilità e delle organizzazioni della società civile a ogni livello territoriale e di collegare le loro azioni a quelle delle autorità pubbliche che si occupano di difesa dei diritti umani e di disabilità.
Altra azione specifica del progetto prevede dei momenti di formazione con esperti a livello internazionale per aumentare le competenze della Federazione nazionale dei Centri per la Vita Indipendente e per altre associazioni simili. In uno di questi incontri ha partecipato Sunil Deepak medico e consulente di AIFO.
In questi corsi le organizzazioni imparano a sostenere i giovani adulti nei loro percorsi per la vita indipendente, attraverso la scelta di soluzioni condivise tra persone che hanno il medesimo problema. Il principio della “Vita Indipendente” prevede infatti che tutti gli individui abbiamo il diritto all’autodeterminazione e anche quello di poter scegliere il tipo di aiuto che si vuole ricevere; tutto questo in vari ambiti, che vanno dal diritto alla casa accessibile ai trasporti, dall’educazione al lavoro.
Un interessante aspetto di tutto questo lavoro riguarda il rispetto dei diritti umani delle persone con disabilità e la segnalazione di casi di abuso raccolti a livello locale dagli attivisti, Solo nel 2018, gli ultimi dati fino a oggi disponibili, sono stati segnalati 45 casi di abusi.

Un’economia incerta

Lo sviluppo economico della Mongolia è caratterizzato da brusche fasi alterne, per cui non si capisce se sta realmente progredendo oppure se i miglioramenti poggiano comunque su una fragilità strutturale.
La sua economia si basa soprattutto sulle ricchezze minerarie (rame, carbone, petrolio, tungsteno…). L’export del carbone rappresenta a oggi il 35% del totale delle sue esportazioni. Ogni volta che il prezzo dei minerali scende, tutto il sistema ha un contraccolpo.
La Mongolia ha ricominciato a galoppare negli ultimi mesi dopo un ridotta crescita economica durata alcuni anni; nei primi quattro mesi del 2019 è cresciuta dell’8,6%, ma secondo gli analisti interni il paese dovrebbe promuovere il settore turistico visti gli ineguagliabili e singolari paesaggi che la vasta Mongolia offre.

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Rieducare e non punire, un obiettivo ancora lontano. Un breve viaggio di conoscenza nel sistema carcerario mondiale

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(articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau – marzo – aprile 2019)

Le carceri esistono in tutto il mondo e, si dice, sono lo specchio della società che le esprime. In altre parole le condizioni del carcerato e le sue prospettive, ci dicono molte cose sul clima politico, sociale, umano esistenti in un determinato Paese.
C’è un nord e un sud anche in questo caso, e chi entra in una galera nel sud del mondo ha maggiore probabilità di finire in un posto sovraffollato, sporco e pericoloso. Purtroppo non si può dire, in contrapposizione, che chi invece finisce in un carcere nel nord, ha la certezza di vivere in un luogo dove potrà essere rieducato e, una volta terminata la sua pena, reinserirsi nella società. Ricordiamo infine che stiamo parlando di 11-12 milioni di persone che nel mondo vivono in galera.
Eppure il rispetto dei diritti civili del carcerato e il reinserimento della persona che ha commesso un crimine, sono questioni fondamentali per ogni società organizzata, dato che l’alto tasso di recidive (i detenuti che ritornano in carcere) e la spesa pubblica che costa allo Stato mantenere il gigantesco apparato penitenziario, sono elementi che devono porre questo tema in cima all’agenda pubblica. Quasi sempre il carcere invece, complici in questo anche i media alla ricerca di notizie di facile suggestione, appare in cima alle priorità dell’agenda pubblica solo in occasione di un detenuto famoso, dei suicidi e di altri fatti di cronaca nera che possono facilmente riscuotere l’attenzione dei cittadini. Sotto il profilo più strettamente politico il tema può diventare uno strumento molto utile per accaparrarsi voti e per cavalcare l’onda di un’opinione pubblica frastornata e impaurita dall’instabilità del mondo contemporaneo. E non stiamo parlando solo del caso italiano ma di una tendenza generale.

Il triste primato degli Stati Uniti
On line si possono trovare dei buoni dati che riguardano la situazione carceraria nel mondo; l’organismo più interessante è l’inglese Istituto di ricerca di criminologia che pubblica il World Prison Brief , un possente database sempre aggiornato che raggruppa i dati mondiali riguardanti il carcere per numero di detenuti in ogni paese, per percentuale di detenuti rispetto alla popolazione, per percentuale di genere, per percentuale di detenuti stranieri e per numero di detenuti che lavorano.
Gli Stati Uniti con 2.121.000 persone ha il numero più alto di detenuti nonostante una popolazione ridotta rispetto ad altri paesi e questo dato è una chiave di lettura della severità con cui vengono trattate le persone che sbagliano.
Per capire meglio l’uso della detenzione nei vari paesi vediamo però i dati relativi all’incidenza dei detenuti rispetto alla popolazione di un’intera nazione. I paesi con il maggior numero di detenuti per 100.000 abitanti sono, come dicevamo, gli Stati Uniti (655), seguono El Salvador (597), Turkmenistan (552), Thailandia (539), Cuba (510), il paradiso turistico delle Maldive (499). El Salvador pur essendo una nazione più piccola dell’Emilia Romagna ha un tasso così alto per via della presenza della famigerate marras, delle bande criminali organizzate che danno al paese il primato di paese con il maggior numero di omicidi (proporzionalmente alla popolazione).
La Russia con 392 è al 19° posto, la Cina con 118 invece è alla 134° posizione. Il paese con la minor percentuale dei propri cittadini incarcerati è la Guinea Bissau (10). In Europa i paesi con più detenuti, dopo la Russia (392) e la Turchia (318) sono in generale i Paesi dell’est Europa. La Turchia dall’avvento del suo leader Recep Tayyip Erdoan ha visto un aumento imponente delle carcerazioni con un picco dopo il tentativo di colpo di Stato contro di lui nel 2016.

Le condizioni di vita dei detenuti
Le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri sono comunque difficili. Anche là dove non vi sono particolari situazioni di violenza il detenuto, soprattutto nel caso di chi deve passare diversi anni, rimane in una condizione di inattività che lo estrania dalla società. In galera le occasioni di formazione professionale, lavoro o semplicemente svago sono rare. Per non parlare dei rapporti con i famigliari che sono rarefatti e difficili. E stiamo parlando di carceri di stile europeo, dove c’è una certa attenzione al rispetto dei diritti umani.
Vi sono situazioni ancora più drammatiche dove entrare in carcere significa entrare in un girone infernale. In Venezuela esiste la famigerata prigione di Sabaneta che ospita 3.700 detenuti (invece dei 700 che dovrebbe contenere), con una agente carcerario per 150 detenuti. Mediamente l’80% dei carcerati è armato e la vita all’interno è regolata da gang criminali che si fronteggiano tra di loro. Chi appartiene alle gang obbliga gli altri detenuti a pagare in qualche modo l’acqua da bere, un posto dove dormire, insomma i servizi essenziali che dovrebbero essere comunque garantiti. Spesso nel carcere ci sono delle rivolte, famosa quella del 1994 dove rimasero uccisi 108 detenuti e quella del 2013 dove ne morirono 16.
Non sono solo i paesi meno sviluppati ad avere delle prigioni che assomigliano a dei lager, ma anche i paesi ricchi. La prigione statunitense di Riker’s Island è famosa per la brutalità dei suoi agenti carcerari: nel 2013 sono stati picchiati a sangue ben 129 persone.

Se dentro ci vanno le donne e gli stranieri
Le donne, notoriamente, sono sempre una bassa percentuale nelle carceri perché delinquono semplicemente di meno. Il posto nel mondo dove le donne percentualmente vengono più incarcerate (sono il 20,5% della popolazione carceraria) è Hong Kong, segue il Laos (18,3%), la Danimarca è al sesto posto (13,8%), gli Stati Uniti al 18° posto (9,8%). Nonostante queste basse percentuali in alcuni paesi, Stati Uniti in testa, si assiste negli ultimi 30 anni a una crescita veloce del numero di donne che finiscono in carcere.
Per quanto riguarda la percentuale di detenuti stranieri tra i primi posti nella lista mondiale c’è la Svizzera, la cui popolazione carceraria è per il 71,5% di origine straniera, L’Italia ha il non invidiabile 22° posto con una percentuale del 34%. Quando un paese incarcera molti stranieri, questo fatto ha il significato inequivocabile di una mancata integrazione, di un’accoglienza non organizzata, dato che i reati non sono mai attribuibili a determinati popoli ma principalmente a condizioni ambientali e sociali.

Il sovraffollamento
Un altro dato che determina in maniera decisiva la condizione carceraria è il grado di sovraffollamento delle prigioni. Le prigioni più invivibili si trovano ad Haiti dove il sistema carcerario ospita più del quadruplo dei detenuti previsti. Facendo un esempio concreto, ad Haiti vi sono prigioni costruite per 1000 detenuti ma che ne ospitano invece 4.500. Questo significa celle dove vengono ammassate decine di persone e dove i detenuti sono malnutriti, si ammalano, litigano tra di loro, arrivando a gravi episodi di violenza. Anche le Filippine sono in una situazione simile, soprattutto da quando il presidente Rodrigo Duterte ha avviato una spietata lotta allo spaccio della droga. Il carcere di Quezon city – la più grande città della zona metropolitana di Manila – ha un carcere costruito per 262 detenuti: attualmente ne ospita più di 3 mila.
A volte degli episodi specifici come un svolta autoritaria o una nuova legge che colpisce duramente un’attività prima di allora poco perseguita, possono cambiare notevolmente le condizioni carcerarie in un Paese; così da un giorno all’altro, e quasi sempre non si pensa alle conseguenze sociali, economiche e di rispetto dei diritti umani che questi arresti di massa, così difficili da gestire, comportano.
Se una società accetta l’esistenza dei carceri al suo interno, anche perché esistono correnti di pensiero che propongono soluzioni diverse, deve porsi tutti i problemi che comporta un carcere solo punitivo, che fa soffrire le persone e non dà nulla di più, non le rieduca, non li forma per un lavoro con cui inserirsi nella società. Un carcere di questo tipo è destinato solo a liberare, una volta terminata la pena, persone rancorose o sfiduciate che facilmente ritornato a infrangere la legge.

Le prigioni d’Italia
La risorsa migliore per conoscere la condizione carceraria italiana ci viene offerta dall’associazione Antigone.
A metà del 2018 in Italia c’erano 58.223 detenuti. Di questi ben il 34% è in custodia cautelare, ovvero sono persone che non hanno ancora avuto una condanna e che aspettano l’esito finale; tra gli stranieri questa percentuale sale al 39%. La condizione di questi detenuti in attesa è particolarmente delicata, sia dal punto di vista psicologico che da quello pratico perché non possono usufruire di pene alternative.
A proposito dei detenuti stranieri va fatta una precisazione. Dal 2003 al 2018 anche se è triplicata la presenza di stranieri sul territorio italiano, in realtà il tasso di detenzione è diminuito di tre volte, in altre parole, se nel 2003 su ogni cento stranieri residenti in Italia l’1,16% finiva in carcere, oggi è solo lo 0,39%. Basta questo dato per sfatare molti pregiudizi.
Il 4,9% dei detenuti (il 7,1% per gli stranieri) sono in carcere per pene di un anno; per una pena così bassa sono previste delle alternative alla detenzione che permetterebbe una pressione minore sul sistema penitenziario. Il 23% dei detenuti sta scontando pene inferiori ai tre anni. L’Italia, che era stata condannata nel 2013 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio per il sovraffollamento, non ha risolto il problema e, dopo il miglioramento nei due anni successivi, si sta ritornando a situazioni pericolose come nel carcere di Como che ospita il doppio dei detenuti che potrebbe contenere, o nel carcere di Taranto con una percentuale di poco inferiore.
Un discorso a parte merita lo stato di salute dei detenuti. Dal 2008 è la stessa Asl locale ad avere la responsabilità della salute dei detenuti ma le condizioni in cui vivono i carcerati – spesso manca l’acqua calda, gli ambienti sono freddi d’inverno e soffocanti d’estate, non viene garantita l’attività fisica… – rendono il carcere una “fabbrica di malattia”.
Questa situazione di fatica è sottolineata anche dal numero di suicidi che nel 2017 sono stati ben 52, uno a settimana. In carcere ci si toglie la vita 15 volte di più che in libertà.

La giustizia riparativa
La giustizia riparativa, ideata negli Stati Uniti, non è un’idea facile da comprendere perché propone di vedere l’autore del reato, la vittima e l’intera società in un modo molto diverso. La punizione del reato rimane, ma va oltre la sola punizione, mettendo al centro le persone, gli esseri umani e non la violazione di una norma.
L’autore del reato deve capire quello che ha fatto non semplicemente scontando una pena in carcere ma confrontandosi con chi o con coloro che ha offeso, cercando una mediazione, un modo per risarcire la vittima, non in termini economici, ma in termini di presa di coscienza di quello che si è fatto. Poi questa mediazione può percorrere strade diverse. La giustizia riparativa dà anche alla vittima un ruolo diverso, più attivo e quindi contribuisce a sanare le ferite inferte dall’atto criminale.
Guardando il film di Ken Loach, “La parte degli angeli”, dove l’aggressore viene messo a contatto con la vittima che ha picchiato e i suoi genitori, si riesce a comprendere meglio come funziona la giustizia riparativa e gli effetti che ha su vittima, aggressore e l’intera società.

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Comunicare per la propria Ong – esercizi di scrittura

E’ molto probabile che nell’anno di servizio civile che svolgerete dovrete occuparvi di comunicazione. Questi esercizi di scrittura sono pensati proprio per aiutarvi nello svolgere questi compiti.
I testi che riscriverete trattano il sociale e non la tematica strettamente di cooperazione internazionale, ma gli esempi sono validi lo stesso.

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Focsiv: comunicare l’esperienza del servizio civile in Italia e all’estero

Questo sabato per conto di Aifo, come da un po’ di anni a questa parte, mi sono trovato di fronte a una quarantina di ragazzi che iniziavano il servizio civile, chi in Italia, chi in giro per il mondo (Albania, Palestina, Equador, Tanzania…).
Il mio compito era abbastanza semplice: renderli consapevoli che al di là di quello che avrebbero fatto, sarebbe stato importante anche comunicarlo con efficacia e in un modo asciutto, senza pietismo o toni troppo carichi.

Quest’anno sentivo però un’urgenza, l’urgenza di dire che loro sarebbero stati dei testimoni preziosi in tempi come quelli che stiamo vivendo, tempi che si stanno caricando di odio e pregiudizi, sentimenti e attitudini che non portano mai a un maggior benessere o alla sicurezza, ma proprio al loro opposto.
Se qualcuno di questi ragazzi riuscirà a portare questo tipo di testimonianza, se riuscirà a modificare la mentalità di qualche persona, allora potrò dire di essere stato un po’ utile anch’io.servizio-civile-in-italia-e-allestero-comunicare-le-propria-esperienza-1-638

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L’infanzia negata nel mondo

child_labour_in_brick_kilns_of_nepalDiminuisce lo sfruttamento minorile sul lavoro ma rimangono varie forme di vero e proprio schiavismo

(articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau – nov- dic. 2018)

Ci sono bambini e adolescenti che non vivono come dovrebbero, ovvero giocando, studiando, disponendo del loro tempo libero ma che sono costretti a lavorare per molte ore al giorno in condizioni difficili, se non pericolose. Per altri va ancora peggio, perché vengono sfruttati sessualmente o sono costretti a combattere e a uccidere. Spesso non ce ne rendiamo conto dell’enormità del problema, ma nel mondo si calcola che siano circa 10 milioni i minori schiavizzati e 160 milioni quelli sfruttati sul lavoro, minori che, se sopravvivranno, diventeranno degli adulti difficili e disperati. Non sono solo delle persone senza scrupoli a sfruttare i bambini, spesso sono le stesse famiglie disagiate a perpetuare questa catena, mandando i loro bambini al lavoro, non capendo che in questo modo li si condanna a un futuro senza prospettive.

Nel 2014 il premio Nobel per la pace venne assegnato a Malala Yousafzai e a Kailash Satyarthi, due attivisti, la prima in Pakistan e il secondo in India che si erano battuti per l’educazione e la salvaguardia dei bambini nei rispettivi paesi e da allora, anche se si tratta solo di pochi anni, dei progressi ne sono stati fatti, ma non abbastanza per cancellare una delle forme di ingiustizia più gravi di cui soffra l’umanità. Del resto anche l’Obiettivo n 8 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile parla espressamente nel target 8.7 di eliminazione del lavoro minorile in ogni sua forma, sottolineando in questo modo la gravità del problema.

Lavoro minorile e schiavitù minorile
In questi ultimi 18 anni di progressi ne sono stati fatti: nel 2000 si stimavano 246 milioni di minori sfruttati contro i 160 milioni di oggi, una diminuzione notevole. La maggior parte di questi vivono in Asia, nelle regioni del Pacifico e in Africa (continente dove un bambino su cinque lavora). Secondo l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che ha anche un programma specificatamente dedicato al problema (Programme for the Elimination of Child Labour – IPEC), sono circa 78 milioni i minori sfruttati in Asia e nel Pacifico, mentre i minori dell’Africa sub sahariana sono i più esposti a lavori pericolosi. Ma dove lavorano questi ragazzi? Soprattutto nel settore agricolo, poi in quello minerario, nella pesca, nel lavoro domestico e nei negozi.
Se invece consideriamo i bambini in condizione di vera e propria schiavitù e non semplicemente in termini di sfruttamento di lavoro minorile allora i numeri cambiano: nel mondo sono circa 10 milioni i bambini trattati come schiavi e in questa categoria rientrano quelli sfruttati sessualmente, usati come soldati e quelli che vengono sfruttati per un guadagno che va completamente ad altri e addirittura vengono incatenati alle loro macchine di lavoro o picchiati se non scendono in miniera.

Quanto è buono il cioccolato
I settori dove i bambini sono sfruttati sono diversi ma alcuni, dato il numero dei minori coinvolti, sono arrivati per fortuna sotto il riflettore dell’opinione pubblica. È il caso del settore dell’estrazione della mica, un minerale utilizzato dalle aziende cosmetiche per la produzione di ombretti. La maggior parte di questo minerale viene estratto da bambini minatori nelle miniere (molte di queste sono completamente illegali) negli stati del Bihar, Jharkhand e Rajasthan nel nord est dell’India. Questi bambini, anche al di sotto dei 12 anni, respirano polveri dannose per i loro polmoni tutto il giorno e possono essere morsi da scorpioni e serpenti diffusi nella zona. Vengono pagati 62 centesimi per ogni chilo di mica che a sua volta viene venduta all’estero con valutazioni molto differenti ma che raggiungono in alcuni casi i 1000 dollari al chilo.
Al cioccolato facciamo fatica a resistere, in particolare noi europei che ne consumiamo da soli quasi la metà della produzione mondiale. Fanno fatica anche i 2,1 milioni di bambini dell’Africa dell’ovest, soprattutto negli Stati della Costa D’Avorio e del Ghana, che raccolgono per 0,78 dollari al giorno i preziosi semi; secondo Fairtrade, l’organizzazione internazionale non profit responsabile del Marchio di Certificazione del commercio equo-solidale, il compenso giusto giornaliero sarebbe di 2,1 dollari, esattamente il triplo.
Particolarmente grave è la situazione nel Turkmenistan dove le autorità forzano la popolazione, anche i minori, a lavorare nelle piantagioni di cotone, settore dove il paese centro-asiatico è il settimo esportatore mondiale. Stessa situazione di gravità si presenta in Thailandia nel settore della pesca dove il paese del sud est asiatico è il quarto esportatore nel mondo. In questo caso nel faticoso lavoro di pesca i minori sfruttati spesso appartengono a migranti che provengono dalla Cambogia o dal Myanmar.
Per fermare questo sfruttamento è necessario anche il coinvolgimento delle aziende che importano. Un elemento positivo è che le ditte sono sempre più sensibili alle richieste di equità e giustizia sociale manifestate dai consumatori del nord del mondo.

Giocare alla guerra
Purtroppo non è quello che fanno migliaia di bambini coinvolti contro la loro volontà nei conflitti armati. Secondo l’ultimo rapporto dell’ONU (2017) vi sono 56 gruppi armati e sette eserciti regolari che usano i minori nonostante l’accordo internazionale entrato in vigore nel 2002 che vieta l’uso dei bambini soldato. Secondo l’organizzazione Child Soldiers International, il tema sembra essere diventato meno importante nell’agenda internazionale dato che solo lo 0,6% del fondi di aiuto allo sviluppo vengono impiegati per riportare a una vita normale i bambini soldato.
Nel 2017 sono stati registrati 3000 casi di bambini soldato nella Repubblica Democratica del Congo e 19 mila nel Sud Sudan, mentre nel Medio Oriente ma anche in Somalia il loro numero è raddoppiato.
Il copione è sempre lo stesso, i bambini/adolescenti vengono rapiti, strappati dalle loro famiglie e utilizzati come soldati perché obbediscono più docilmente. Molti di loro muoiono nei conflitti e nel caso delle femmine capita anche che vengano sfruttate sessualmente dai capi militari.

I turisti del sesso

E’ molto difficile avere dei dati a proposito dello sfruttamento sessuale dei minori nel mondo; si stima che solo nel 2016 i minori vittime del fenomeno della prostituzione o della pornografia – le due modalità in cui si articola il tragico fenomeno – sono stati circa 1 milione, altre fonti come l’UNICEF parlano invece di 2 milioni. I minori che vivono in famiglie molto povere e soprattutto quelli che vivono in strada sono i più esposti al fenomeno della prostituzione; l’UNICEF stima che nel solo Brasile siano 250 mila i minori che si prostituiscono.
In generale sono i minori indifesi quelli più esposti; In Italia ad esempio il fenomeno dei minori migranti non accompagnati ha portato a un aumento dei casi di sfruttamento sessuale di minori sul nostro territorio. Tra le frontiere degli Stati europei si va diffondendo il cosiddetto survival sex, ovvero il fenomeno delle ragazzine migranti che si prostituiscono per pagare i passeur che le fanno poi espatriare.
Il fenomeno del turismo sessuale minorile è in crescita ovunque e si calcola che siano circa tre milioni le persone che viaggiano a questo scopo. Purtroppo i clienti italiani sono i più numerosi al mondo a cui seguono Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Giappone. In Italia si parla di 80 mila persone che ogni anno partono per fare turismo sessuale; le mete preferite sono il Brasile, la Repubblica Domenicana, Colombia, Thailandia e Cambogia.

Mohammad raccoglie la mica
Ecco la testimonianza di Mohammad Manan Ansari, un ragazzo di 14 anni abitante nel Jharkhand, stato nell’India nord orientale, e che ora grazie all’intervento di un’ ONG indiana ha ripreso gli studi ed è diventato un attivista.
Ho iniziato a lavorare a 8 anni nelle miniere di mica del distretto di Koderma. Più della metà dei bambini del mio villaggio lavorano nella miniera di mica e così anche i loro parenti. I più piccoli hanno tra i 6 ed i 7 anni. Le famiglie sono in media composte da dieci persone e la maggior parte di loro trovano lavoro nella “khadan”, la miniera.
I minerali spesso si trovano in superficie, ma il materiale migliore è in profondità e sono soprattutto i bambini quelli che si immergono nei tunnel sotto terra per andare a recuperali. Talvolta i cunicoli crollano e così i piccoli minatori muoiono. La nostra giornata lavorativa iniziava alle 10 del mattino e sino alle 6 di sera lavoravamo nella miniera. Guadagnavamo in base alla qualità del materiale estratto.
Ora cerco di convincere i genitori dei bambini a non mandarli più in miniera ma a scuola, solo in questo modo potranno avere una vita migliore.

Rachel schiava nel paradiso di Zanzibar
Zanzibar è un’isola meravigliosa della Tanzania, ma questo paradiso per turisti non lo è per 130 mila bambini che lavorano come schiavi nelle case dei ricchi o nelle strutture turistiche. Rachel è una di questi bambini e ora fortunatamente è inserita in un programma di recupero.
Era maggio quando dei reclutatori sono venuti nel mio villaggio e hanno persuaso i miei a mandarmi a Zanzibar a lavorare da loro. Io ho creduto alle loro promesse, inoltre volevo anche vedere un posto nuovo e lì c’era il mare. Quando poi sono stata portata a Zanzibar, lì è iniziato l’inferno. Lavoravo dall’alba al tramonto, alla minima infrazione venivo picchiata, non ero neppure pagata e una volta per punizione mi hanno chiusa in una latrina per 11 ore.
Il mio capo mi ha chiesto un giorno se lo amavo. Poi mi ha fatto sedere sulle sue gambe e mi ha baciato e dopo mi ha portata in una stanza. Eravamo soli. Ha chiuso la porta e mi ha detto di non avere paura. Questo è successo più volte.

Piccoli schiavi invisibili in Italia
“Save the children” ha pubblicato nel luglio del 2018 un rapporto sui minori vittime di tratta e sfruttamento dove emerge che nel 2017 sono andate sotto protezione 196 ragazze e 4 ragazzi. Il 46% di loro era sfruttato sessualmente (soprattutto ragazze nigeriane tra i 16 e i 17 anni). Le regioni italiane più interessate al fenomeno sono la Sicilia, la Campania e il Veneto.
Di dati precisi però non ce ne sono e per far un po’ di luce sul fenomeno occorre aggregare più fonti. Ad esempio un monitoraggio effettuato da una rete di organizzazioni nell’ottobre del 2017 in un’unica notte di rilevazione, ha censito la presenza in strada di 5.005 vittime, di cui 4.794 adulti e 211 minori, registrando un incremento del 53% a fronte della precedente rilevazione effettuata a maggio dello stesso anno.
Una recente indagine di OIM (Organizzazione Internazionale per la Migrazione) ha stabilito che il numero delle possibili vittime di tratta a scopo sessuale sia aumentato negli ultimi tre anni del 600%. Questo aumento riguarda soprattutto le ragazze, spesso minorenni, che provengono dalla Nigeria il cui numero in Italia è passato da 1.500 nel 2014 a oltre 11.000 nel 2016.

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Cambiamento climatico, spreco, sviluppo ineguale porteranno sempre più a crisi tra le nazioni per aver accesso all’acqua

Articolo pubblicato su Amici di Follereau settembre /2018

acqua-gocciaLa comunità scientifica mondiale ha identificato una nuova era geologica che ha chiamato antropocene; è un periodo geologico temporalmente molto limitato rispetto ai 4,6 miliardi di anni di storia del nostro pianeta ma è decisivo comunque per la sua sorte. Questo periodo è caratterizzato dall’influenza della specie umana sul pianeta, influenza negativa. Un esempio lampante è rappresentato dal riflesso che inquinamento atmosferico ed eccessivo sfruttamento hanno su una vitale risorsa del nostro pianeta, l’acqua.

Il cambiamento climatico, che ha cause essenzialmente dovute all’uomo, ha come conseguenza la desertificazione di alcune parti del pianeta e dall’altra dei fenomeni atmosferici eccessivi cui non eravamo abituati (temperature troppo alte o troppo basse, piogge o nevicate fuori norma). Sono fenomeni che riguardano anche l’Italia visto che si parla della progressiva desertificazione delle regioni del nostro sud.

Vi sono altri motivi per cui l’acqua sta diventando una risorsa sempre più preziosa. L’intenso uso dell’acqua per produrre energia (nelle estrazioni di carbone, gas, nelle centrali nucleari…), il suo uso nell’agricoltura che deve produrre sempre di più, ma anche lo spreco dell’acqua che avviene in mille modi, dagli acquedotti bucati all’uso scorretto quotidiano che ne facciamo: tutto questo insieme di cause fa si che l’acqua acquisti sempre più un’importanza economica che contrappone poteri forti. Questi poteri possono scontrarsi e, se non trovano una mediazione, possono arrivare anche a conflitti violenti. Si dice che le prossime guerre non saranno più per il petrolio ma per l’acqua.
Su questo fenomeno abbiamo intervistato Marirosa Iannelli, specializzata in cooperazione internazionale e water management e autrice, assieme a Emanuele Bompan del libro “Watergrabbing: le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo” (Emi, 2018).

Spesso si dà la colpa alla mancanza di acqua al surriscaldamento del pianeta e al cambiamento climatico: è vero?
Il discorso del cambiamento climatico è molto attuale anche se nelle comunità scientifiche ormai se ne parla da decenni. E’ diventato più noto dopo l’accordo di Parigi del 2015 firmato da 192 paesi che si sono impegnati di limitare le emissioni di CO2 per contenere le temperature terrestri.
Oramai in alcune aree del mondo, come Il Corno d’Africa e parte del Sudan, abbiamo avuto la prova tangibile dell’esistenza del cambiamento climatico. Anche in Italia la scorsa estate abbiamo vissuto una situazione critica per l’assenza di pioggia e per le ondate di calore che ha messo in ginocchio la città di Roma. Il rovescio della medaglia sono le così dette bombe d’acqua, gli eventi meteorologici estremi. Arriveranno sempre di più anche in Europa. Nei paesi africani, asiatici e in Australia è già presente questo fenomeno, per cui si passa da anni di siccità e assenza di pioggia a mesi e mesi di piogge martellanti. In Italia non siamo ovviamente a livello africano o a livello asiatico, ma la direzione, se non si interviene è quella: stiamo avendo solo un assaggio di quello che ci aspetta.

Anche per produrre l’energia elettrica necessaria allo sviluppo economico si consuma molta acqua…
L’energia elettrica ci serve per tutto e i consumi sono elevatissimi. Acqua ed energia sono strettamente correlati e il connubio delle due è fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico. Fino a ora abbiamo vissuto nell’era delle fonti fossili come il petrolio o il carbone che sono fortemente inquinanti. Dall’estrazione del carbone fino a finire alle centrali nucleari o alle centrali elettriche, di acqua ce n’è bisogno in grandi quantità e spesso viene rilasciata nel terreno inquinata e in molti paesi non c’è una regolamentazione sul rilascio di acqua dopo la produzione.
In Italia vogliamo rinunciare al carbone però passando dal gas e quindi stiamo distruggendo la Puglia per la costruzione di un gasdotto. Il problema da affrontare è che bisogna uscire dalle fonti fossili.
Ovviamente le energie pulite hanno un costo sicuramente maggiore e comportano anche una forte conversione sistemica. Ad esempio molti paesi dal 2025 in poi avranno solo auto elettriche in città ma questo comporta un cambio di produzione e un cambio notevole negli investimenti.

C’è poi il discorso delle dighe che se da un lato producono energia pulita dall’altro possono avere un impatto devastante sul territorio.
Si, è vero, l’idroelettrico è stato uno dei più grandi investimenti fatti negli ultimi decenni in diversi paesi. Il problema dell’idroelettrico, e quindi la costruzione di dighe, si è tradotto in scarsa valutazione di impatti ambientali e sociali nei vari territori. Abbiamo avuto delle situazioni critiche nel Sud Est Asiatico, in Brasile, in Cina… Progettare una diga non è sempre un errore ma bisogna capire come si va a depauperare il territorio o se e come ci sono delle comunità che vivono nei pressi delle fonti d’acqua.

Più sono le persone e più aumenta il consumo d’acqua a scopo alimentare: quanto invece è responsabile l’aumento della popolazione sul pianeta?
L’aumento della popolazione incide sui consumi alimentari, perché un altro grande elemento di sensibilità per quanto riguarda l’impatto idrico e il consumo idrico è il consumo alimentare. Stiamo parlando del settore agricolo ma soprattutto della produzione di carne. E un aumento della popolazione vuol dire un aumento ovvio di consumi alimentari e quindi la necessità di una gestione idrica per questi consumi diversa. Si dovrebbe di ridisegnare e ripensare i disequilibri nei consumi alimentari perché abbiamo aree del mondo dove c’è una altissima percentuale di persone obese e con problemi di sovrappeso e altre aree del mondo dove non c’è cibo. Questa è una tematica che rientra nell’ottica dei consumi e quindi all’educazione al consumo alimentare.

Cambiamento climatico, produzione di energia, produzione di cibo: quali di questi fattori, è il più responsabile della minore disponibilità di acqua nel mondo?
Di più in assoluto incide il cambiamento climatico, quindi le emissioni di CO2 ma al secondo posto io metto un fattore diverso: lo spreco, che non è tanto il consumo, ma è proprio lo spreco alimentare. Spreco di cibo che viene ovviamente prodotto in grandi quantità e disparità e anche in modalità non congrue, se si pensa alle culture più idrovore come la soia o la chinoa ad esempio, che sono due culture considerate molto sostenibili e alternative e invece non lo sono. C’è anche lo spreco negli acquedotti che trasportano l’acqua, la perdita media di acqua nella rete idrica italiana è del 41%.

Ma in generale non si potrebbe obiettare che è anche il nostro modello di sviluppo progressivo che è sbagliato, che ci porta a consumare sempre di più?
La crescita è necessaria in tantissime aree del mondo. Forse non è necessaria dove viviamo noi. Più che di riduzione dei consumi, ci dovrebbe essere un riequilibrio e una modifica di questi consumi. Chi ha abitudini alimentari o energetiche o di consumo dell’acqua sbagliate dovrebbe modificarli.

Approfondimenti

L’importanza dell’acqua per le donne
Avere acqua potabile o avere accesso ai servizi igienici direttamente a casa propria o per lo meno vicino, è un’esigenza tipicamente femminile. La donna ha alcuni momenti della sua vita in cui l’acqua diventa particolarmente importante, come il periodo pre o post parto e durante il ciclo mensile. Oltretutto per quanto riguarda quest’ultimo in molti paesi si pensa che le donne siano impure e che quindi debbano rimanere segregate in casa. Capita anche il caso che le ragazze durante il ciclo non possano andare a scuola perché non vi sono servizi igienici. E perdendo molte ore di lezione si ritrovano anche a perdere opportunità di formazione. Sono sempre le donne (anzi spesso sono le bambine) a occuparsi dell’approvvigionamento dell’acqua per le famiglie e questo le costringe a faticosi tragitti da casa al pozzo.
L’altro problema è quello invece legato alla violenza. Capitano spesso episodi di stupro nel tragitto casa-pozzo o casa-latrina, strutture che sono costruite in luoghi appartati. In conclusione riuscire a garantire l’accesso all’acqua potabile per la comunità, vuol dire anche salvaguardare la salute femminile, la salute infantile e una maggiore protezione verso i casi di violenza.

Acqua come bene comune
Il referendum del 2011 relativo alla gestione pubblica dell’acqua come bene comune è stato vinto ma non si è concretizzato in Italia. Di fatto oggi in Italia esistono quattro multi utility (Hera, A2A, Acea, Iren) che gestiscono in compartecipazione (pubblico/privato) il servizio idrico. Dal 2010 al 2016 le quattro grandi sorelle hanno realizzato utili per 3 miliardi e 257 milioni, staccando dividendi per 2 miliardi di euro e 983 milioni ai soci pubblici e anche privati.
Esiste però un movimento che vuole riportare la gestione dell’acqua in mano unicamente pubbliche. È quanto succede a Brescia che a ottobre avrà un referendum. Anche Benevento sta muovendosi nell’ottica di avere un referendum locale. Mentre Torino ha in atto il processo di rimunicipalizzazione. Napoli, invece, è stata l’unica e prima città dopo il referendum a creare l’azienda pubblica speciale.
Il referendum del 2011 ha sancito il principio che l’acqua è un bene comune e non una risorsa su cui le multinazionali possono fare profit. Non si tratta solo di un principio etico ma anche molto pragmatico perché la storia ha dimostrato che i sistemi pubblici per la gestione delle acque sono più efficienti rispetto a quelli privati che quando hanno degli utili non li reinvestono nelle strutture ma nei dividendi ai soci.

Le guerre che verranno
“L’acqua sarà più importante del petrolio in questo secolo”, così diceva Boutros Ghali, ex segretario generale dell’ONU. Ed è stato proprio l’ONU che nel 2010 ha dato parere favorevole alla Risoluzione 64/292, in cui si riconosce l’acqua come un diritto umano, riconoscimento che però fino ad oggi si basa più sulla buona volontà dei singoli governi di trovare un accordo condiviso in caso dispute. L’acqua scorre seguendo la logica della forza di gravità e non certo quella dei confini delle nazioni. Quindi possono crearsi molto situazioni in cui fiumi e laghi sono condivisi da uno o più stati. E questo può causare tensioni, soprattutto quando c’è penuria di acqua. Dal 1948 al 2017 le Nazioni Unite hanno registrato 37 incidenti politici che hanno portato a conflitti aperti legati all’acqua, mentre nello stesso periodo sono stati stipulati tra le parti 295 accordi internazionali. Nella lista dei bacini più contesi c’è il Brahmaputra che riguarda due paesi potenti e nemici, la Cina e l’India, per non parlare della gestione dell’acqua del Giordano che vede contrapposti israeliani e palestinesi (e beduini). Il cambiamento climatico, desertificando alcune zone porterà anche a fenomeni di migrazione che porteranno a loro volta a nuovi conflitti. Le zone più interessate al fenomeno sono il Medio Oriente, il Sahel, l’Africa centrale e l’Asia centrale e orientale.

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Mongolia: un lavoro per le persone con disabilità

Undak

 

in collaborazione con  Tulgamaa Damdinsuren

Essere una persona con disabilità in un paese in via di sviluppo non è una condizione semplice. Ma se c’è un modo sicuro per rafforzare le persone con disabilità e dare loro dignità, quello è il lavoro, ovvero la possibilità di avere un proprio reddito e di essere così autonomi. Questa è l’esperienza di AIFO che da molti anni lavora nel paese asiatico e, attraverso i suoi progetti a favore delle persone svantaggiate, ha incontrato, strada facendo, molti volti, molte persone.
Persone come Tseyenpil e Purevdorj, due pastori con disabilità che hanno potuto continuare la loro attività con successo, oppure Otgontuul e Azbileg due sorelle svantaggiate che hanno potuto rendersi indipendenti grazie a una piccola attività commerciale. E tutto questo grazie ai progetti che AIFO ha portato avanti puntando sul lavoro. Il lavoro innanzitutto, ma questo lavoro spesso manca in Mongolia soprattutto da quando il Paese è entrato in recessione per via anche della diminuzione del prezzo di materie prime di cui era un grande esportatore, come il rame e lo stagno.  Secondo i dati del governo mongolo e della Banca Mondiale si stima che, se nel 2014 le persone in condizione di grave povertà erano il 21,6% della popolazione, questa percentuale è cresciuta nel 2016 al 29,6%.   Si sa anche che quando la povertà aumenta a esserne colpiti per primi sono le persone svantaggiate, anziani e disabili per primi.

Cosa ostacola il lavoro?

E’ per tutta questa serie di motivi che è particolarmente importante questo nuovo progetto che Tegsh Niigem, la Ong locale diretta espressione di AIFO sta realizzando grazie ai fondi  dell’Unione Europea e che ha fra i suoi obiettivi principali quello di rafforzare le opportunità di lavoro per le persone con disabilità. Secondo fonti governative il 3,5% della popolazione mongola  ha qualche forma di disabilità; stiamo parlando di circa  105 mila persone, di queste ben il 70,3% sono economicamente inattive contro il 24,6% del resto della popolazione. Questa inoperosità come denuncia chiaramente Tegsh Niigem è dovuta non certo alla pigrizia delle persone con disabilità ma a ben altri fattori. Manca nella società mongola la mentalità  giusta per permettere un concreta inclusione lavorativa ed è per questo che bisogna anche fare una formazione specifica  nella pubblica amministrazione, nel mondo del lavoro per far capire che una persona con disabilità può essere un lavoratore vero con la L maiuscola purché siano rispettate certe sue diversità. Tra i tanti beneficiari di AIFO è ancora vivo il ricordo di Bayaraa che nonostante un incidente sul lavoro che lo ha  reso invalido ha saputo, diventando un artigiano di prodotti tipici del suo paese, ritrovare un suo posto nel mondo del lavoro e a essere un esempio per tante altre persone, anche non solo disabili.
Altre volte invece a ostacolare l’inclusione lavorativa sono le semplici barriere architettoniche che impediscono alle persone disabili di accedere negli uffici oppure di girare per la città. Infine manca anche la giusta formazione da dare alle persone con disabilità, perché senza competenze professionali sul mercato del lavoro è difficile rimanere e questo vale per tutti, disabili oppure no.

Tegsh Niigem sta raccogliendo dati, intervistando persone disabili per raccogliere tutte queste difficoltà e raccontare i problemi che le persone disabili hanno  nel cercare di vedere assicurato il loro diritto al lavoro.

Inspire+, per superare le difficoltà

Inspire+ è un progetto promosso dall’European Partnership for Democracy (EPD) e da altre organizzazioni simili; si sta svolgendo in nove paesi: Armenia, Bolivia, Cape Verde, Georgia, Kyrgyzstan, Mongolia, Pakistan, Paraguay e le Filippine. Il progetto, che dura 2 anni ed è finanziato dall’Unione Europea  è teso a rilevare, analizzare e monitorare le politiche locali che nei vari paesi possono ostacolare il raggiungimento delle convenzioni Onu e dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO).

Per la Mongolia, l’Ong locale Tegsh Niigem, diretta espressione di AIFO a livello locale, da settembre 2017 fino dicembre 2018 si occuperà del progetto. Ogni paese ha un suo obiettivo, il tema selezionato per la Mongolia riguarda i diritti economici delle persone con disabilità. Lo scopo del progetto è quello di identificare cosa ostacola il raggiungimento di questo obiettivo e di cercare un modo per superare queste difficoltà.

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Per un mondo di… toilette per tutti!

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Le persone hanno un accesso più facile ai cellulari che non ai servizi igienici

Vi ricordate quando il piccolo protagonista del film inglese “The millionaire” si butta nella cacca pur di incontrare il suo amato attore di Bollywood? È una scena indimenticabile ed è una delle rare volte che uno spettatore ha di fronte e a sé una descrizione chiara di cosa sia una latrina in un paese povero. In questo caso una palafitta in legno e, sotto, una fossa dove vengono raccolte tutte le feci umane.
Se pensiamo a come vengono raccontati gli obiettivi dello sviluppo ci accorgiamo che il diritto all’accesso a una toilette, è un tema di cui se ne parla poco. Essenzialmente per motivi culturali, dato che le nostre secrezioni corporali (e questo vale per quasi tutte le culture del pianeta) sono qualcosa da nascondere; sono cose che si fanno ma di cui se ne parla poco.
Anche nell’ambito della cooperazione dello sviluppo questo tema è stato a lungo sottovalutato, eppure le cattive condizioni igieniche dei gabinetti sono i diretti responsabili della qualità della salute infantile, di quella materna e anche del buon andamento scolastico, come vedremo più avanti: tutti temi che sono stati e sono al centro degli obiettivi di sviluppo del millennio e dei successivi obiettivi di sviluppo sostenibile.

Un problema serio
         Nel 1990 se 2,7 miliardi di persone non disponevano di un accesso ai servizi igienici, nel 2012 questa situazione è migliorata solo di poco, dato che in quell’anno ancora 2,5 miliardi di persone ne erano sprovviste (un miglioramento di appena il 7% in 12 anni!). Di queste persone, 1,2 miliardi addirittura sono costrette a fare i bisogni all’aperto. In condizioni igieniche così precarie i primi ad ammalarsi sono i bambini e la diarrea è la diretta conseguenza di questa condizione. Nei paesi in via di sviluppo la diarrea è la seconda causa di morte tra i bambini ed è stato calcolato che ne muoia uno ogni 20 secondi per questo motivo.
Mentre per altri obiettivi si sono avuti dei miglioramenti significativi, per il problema delle condizioni igieniche dei bagni e delle fognature, i miglioramenti non sono stati proporzionali.
Il disagio colpisce sia le zone rurali dove il progresso è sempre più lento che i grossi agglomerati urbani. Le metropoli vengono invase da persone che lasciano le campagne e si affollano negli slum dove abitano in luoghi di fortuna e senza servizi. Il tema è così serio che è stato creato anche il WTO (World Toilet Organisation), un’associazione voluta nel 2001 dall’uomo d’affari Jack Sim (nativo di Singapore). E’ stata anche istituita la Giornata Mondiale delle Toelette che viene festeggiata ogni 19 novembre nei 58 stati che nel mondo hanno aderito a questa associazione.
Questa presa di coscienza del problema ha avuto anche un riscontro nella formulazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dove nell’obiettivo numero 7 si legge che “entro il 2030, (occorre) garantire l’accesso ai servizi igienico-sanitari e di igiene adeguato ed equo per tutti e porre fine ai bisogni all’aperto, con particolare attenzione ai bisogni delle donne e delle ragazze e quelli in situazioni vulnerabili”.

Una questione anche di genere
         Quest’ultima frase va  spiegata meglio. La mancanza di servizi igienici può essere trattata anche da un diverso punto di vista, non più sanitario, ma sociale e di sicurezza. Infatti per la mancanza di bagni le donne, che spesso riescono a fare i loro bisogni solo all’aperto di notte per evitare sguardi indiscreti, corrono il rischio di essere stuprate e uccise. È quanto successo a due ragazzine indiane di 12 e 14 anni del villaggio di Katra Shahadatganj nell’Uttar Pradesh che data la mancanza di un gabinetto nella loro casa sono andate in un campo a fare i loro bisogni durante la notte e là sono state stuprate e uccise. In India si calcola che siamo circa 300 milioni le donne che fanno i loro bisogno all’aperto, a loro rischio e pericolo dunque.

Nella Repubblica Popolare del Congo la mancanza di bagni separati tra maschi e femmine costringe i genitori a non mandare le proprie figlie a scuola, perché sono avvenuti ripetuti attacchi alle ragazze proprio in quegli spazi comuni. Ecco come la mancanza di toelette può comportare problemi di sicurezza per le persone più deboli (compresi anche i minori e i disabili).

La rivoluzione delle toelette India e in Cina
         La mancanza di fognature uccide i bambini indiani più di ogni altra causa e si calcola che nel 2017 siano morte in India più di 600 mila persone a causa dell’acqua impura per la mancanza di fognature. Metà della popolazione indiana (564 milioni di persone) fanno i loro bisogni all’aperto. Il tema è così sentito che Narendra Modi, durante la sua vittoriosa campagna per diventare primo ministro aveva detto che “Prima bisognava pensare alle toilette e poi ai templi”.
Pochi mesi fa ha fatto scalpore un film prodotto e interpretato da Akshay Kumar, una notissima star di Bollywood. Il film si intitola “Toilet” ed è la storia di una donna che dopo pochissimo tempo lascia il suo sposo perché nella casa in cui abita non esiste un gabinetto. Questa tema ha sollevato un coro di consensi e ha risvegliato molte coscienze anche quella della star indiana che affermato: “Molte persone in India ancora credono che avere il gabinetto nella casa in cui si mangia e si dorme sia sconveniente, ma questa mentalità deve cambiare”.
Anche la Cina sta affrontando questo problema, nel suo tipico modo; il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, parla espressamente della “rivoluzione della toilette” che in un certo senso si tratta di una nuova rivoluzione culturale in un paese che ha pochi bagni pubblici e nelle campagne sono scarsi anche i bagni nelle abitazioni. Per il Presidente si tratta di migliorare la vita dei cinesi ma anche di migliorare la qualità dell’offerta turistica del suo paese. L’Amministrazione nazionale del turismo della Cina si è così data l’obiettivo di installare o modernizzare nelle località turistiche tra il 2018 e il 2020 ben 64 mila toelette.

Gabinetti senza acqua?
         La tecnologia sta progettando gabinetti del futuro che potrebbero essere ideati senza l’uso dell’acqua corrente e questo, in luoghi aridi della terra, potrebbe essere una soluzione vincente.
L’idea alla base di questi bagni è che l’”humanure”, ovvero il letame umano, può essere riciclato tramite il compostaggio. Se questi rifiuti vengono messi assieme a segatura, o foglie o erba secca nel giro di 12 mesi perdono le loro caratteristiche dannose e diventano fertilizzanti. Il problema è che bisogna essere capaci a farlo, essere addestrati nel compostaggio.
Esperienze di questo genere sono già state fatte ad Haiti dopo il terremoto del 2010 e anche in Madagascar dove il progetto prevedeva un procedimento diverso. Gli scarti organici venivano incapsulate e poi fatte “fermentare” in queste cartucce finché non si trasformavano in biogas, in una fonte di energia, addirittura commerciabile. Questa idea è stata finanziata dallo stesso Bill Gates che ha preso a cuore il problema.          La sua Fondazione finanzia la “Reinvent the toilette challenge”, una strategia di sviluppo per permettere a tutte gli uomini sulla terra di avere accesso ai servizi igienici. Questa tipologia di toelette è molto diversa dai servizi igienici tradizionali in quanto escludono spesso l’uso dell’acqua, sono completamente autosufficienti, utilizzano l’energia solare e a loro volta producono energia.

(Articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” di Aifo (maggio-giugno 2018).

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Festival della cooperazione internazionale/ Guerre, disastri e cambiamenti climatici: come soccorrere le persone con disabilità

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Terremoti, tsunami, guerra sono tutte cause di emergenza in campo umanitario ma, accanto alla popolazione che ne viene colpita, ve ne è una minoranza, nemmeno tanto piccola dato che si parla mediamente del 15% del totale, che si trova più indifesa, sono le persone con qualche forma di disabilità, anziani compresi. In questi casi è stato calcolato che mediamente per le persone con disabilità il loro rischio di morte è il doppio, a volte il triplo, delle persone normodotate.

Di come affrontare le situazioni d’emergenza pensando anche alle persone con disabilità è il tema che ha caratterizzato la parte finale del Festival della cooperazione internazionale promosso da Aifo che si è svolto a Ostuni in Puglia.

“Secondo i nostri dati attualmente ci sono circa 250 milioni di abitanti colpiti da qualche forma di crisi e 65 milioni sono gli sfollati: un livello di crisi senza precedenti”. Chi fa questa affermazione è  Marta Collu funzionaria dell’Aics (Agenzia italiana per cooperazione allo sviluppo) struttura che al suo interno ha anche un ufficio – il settimo, Emergenza e stati fragili – espressamente dedicato agli interventi umanitari e con una particolare attenzione alle fasce deboli della popolazione.  Un’indagine sulla catastrofe avvenuta in Giappone nel 2011 ha dimostrato che a causa dell’onda di tsunami generata dal terremoto le persone con disabilità hanno avuto un tasso di mortalità doppio.
Nel 2016 si è svolto a Istanbul il primo World Humanitarian Summit teso a sviluppare un’Agenda per l’Umanità, che impegni la comunità internazionale a proteggere la popolazione in caso di guerra e calamità naturali, dove è stata sottolineata l’importanza di occuparsi delle categorie più deboli di cittadini.
Michele Falavigna di Aifo ha spiegato in cosa consiste un altro accordo internazionale per la riduzione del rischio da disastri denominato Sendai, dal nome della più grande città giapponese devastata dallo tsunami e vicina anche alla centrale atomica di Fukushima. L’accordo prevede la partecipazione delle stesse persone disabili per quanto riguarda la sicurezza e pone l’accento sull’importanza di avere dei dati su quanto siano le persone con disabilità nelle zone colpite (dati che quindi vanno raccolti prima). “In Italia esistono già delle buone pratiche – ha raccontato Michele Falavigna – come è il caso delle Linee guida dei vigili del fuoco realizzate con la collaborazione delle persone con disabilità”.
In caso di emergenza umanitaria le persone disabili non possono essere trattate tutte allo stesso modo ma a seconda del tipo di deficit che hanno. Nel caso delle persone non vedenti ad esempio Paola De Luca di CBM Italia (Christian Blind Mission), una organizzazione non governativa che si occupa della cecità nel sud del mondo, ha presentato una recente applicazione (Humanitarian Hands-on Tool abbreviata in HHot) per gli operatori umanitari sul campo che serve proprio per gestire le emergenze. C’è da precisare che la app non tratta solo di questioni che riguardano i non vedenti ma anche tutte le disabilità, comprese le persone normodotate perché – dobbiamo ricordare – se si facilitano i soccorsi, i benefici sono per tutti.  Adottando questo criteri in definitiva si potranno salvare e aiutare molte più persone e non solo quelle con disabilità.

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Festival della cooperazione internazionale/Se le persone con disabilità nel mondo rivendicano i loro diritti

IMG_2671Il termine inglese empowerment è diventato una parola molto comune per chi fa cooperazione internazionale e si occupa di disabilità ma la sua semplice traduzione in italiano, “rafforzamento” spiega poco il suo reale significato. Quando si fa empowerment non si tratta infatti solamente di rafforzare le capacità delle persone con disabilità e le associazioni che le rappresentano ma è anche un modo per diventare coscienti di avere un ruolo attivo nella società in cui si vive.

Ed è proprio di empowerment delle persone con disabilità di cui si è parlato nel secondo giorno del Festiva della cooperazione internazionale che si sta svolgendo a Ostuni.

Rita Barbuto di DPI Italia (Disabled People’s International) ha denunciato la condizione delle persone con disabilità, nel nord come nel sud del mondo, che vivono come “ingessate” a causa di una società che le discrimina e per un vissuto personale che contribuisce a mantenerle in una situazione di esclusione. “Noi cresciamo credendo poco in noi stessi – afferma Rita Barbuto – non riusciamo a volte nemmeno a formulare quei desideri che sono comuni per tutti, come ad esempio il desiderio di maternità “. L’empowerment si configura quindi come un processo di emancipazione da questa condizione e nel caso del DPI questo avviene attraverso una consulenza alla pari (peer counseling) che ricorda da vicino i gruppi di mutuo-aiuto.

“Abbiamo portato questo processo di emancipazione a delle donne con disabilità in Palestina – dice Rita Barbuto – è abbiamo avuto dei risultato sorprendenti. Queste donne, una volte sensibilizzate, non rimangono ferme ma iniziano a fare attività politica e non accettano più come scontate le barriere architettoniche o i pregiudizi”.
Essere persone con disabilità in Mongolia non è semplice, perché significa vivere in una regione scarsamente popolata, senza servizi e in condizioni climatiche difficili. “Eppure dopo il nostro intervento formativo sulla diffusione dei principi della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, abbiamo visto dei cambiamenti notevoli”. Chi parla è Francesca Ortali capo progettista di AIFO che da numerosi anni lavora nel paese asiatico. Proprio nel 2016 in Mongolia è stata approvata una legge quadro sulla disabilità che è stata scritta anche attraverso il diretto contributo delle associazioni locali ed è nato nella capitale Ulaan Baatar un Centro per la vita indipendente.

Federico Ciani dell’Università di Firenze e responsabile di Arco laboratorio di ricerca, ha raccontato un progetto di ricerca-azione in Palestina che ha visto come protagoniste le stesse donne con disabilità. “ Si tratta di una ricerca emancipatoria – spiega Federico Ciani –  dove il ricercatore professionista non conduce più lui la ricerca ma mette al centro le donne palestinesi che diventano loro stesse ricercatrici”. Il nuovo ruolo permette a queste donne di immaginare spazi di libertà prima impensabili come il semplice fatto di andare fuori a intervistare altre donne con disabilità.

“Curiosamente – ha commentato Giampiero Griffo del RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo) – questo tipo di ricerche vengono fatte non Italia ma nei paesi del sud del mondo, quando anche da noi sarebbe una metodologia molto utile”.

 

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Festival della cooperazione internazionale/ La cooperazione italiana e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

IMG_2627Riuscirà il nostro Paese a ridurre in modo significativo la povertà, la disoccupazione e le disuguaglianze, a proteggere l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici? Con questa domanda si è aperto il primo giorno del Festival della cooperazione internazionale dedicato alla disabilità e ai diritti promosso da Aifo. Il tema dell’incontro riguardava infatti i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile voluti dall’Onu da raggiungere entro il 2030. E a questa domanda ha cercato di dare una risposta Ottavia Ortolani di Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), realtà nata nel 2016 che ha come missione proprio quella di sensibilizzare e di mobilitare la società  italiana su questi obiettivi.
“Gli obiettivi non sono sentiti come un’utopia – afferma Ottavia Ortolani – sono stati presi molto sul serio a livello globale”. In generale infatti l’Agenda 2030 è più conosciuta degli obiettivi di fine millennio voluti dall’Onu nel 2000 e terminati nel 2015. Eppure secondo il rapporto 2016 dell’Asvis lo sviluppo italiano non è sostenibile; se per certi temi come fame, istruzione, parità di genere, lotta al cambiamento climatico l’Italia si sta muovendo, per altri, come povertà, servizi sanitari, disuguaglianze rimane indietro, addirittura peggiora. “Possiamo dire –  conclude Ortolani – che da qui al 2030 avremo un aumento leggero del benessere ma anche un peggioramento ambientale climatico”.

Enrico Malatesta di Aics (Agenzia italiana per cooperazione allo sviluppo) definisce i nuovi obiettivi Onu come un vero e proprio “manifesto di un programma universale per lo sviluppo umano e la conservazione del pianeta”. Anche se sono ben 17, questi obiettivi sono tutti interdipendenti ad esempio, se l’obiettivo di fine millennio a proposito di salute si occupava di mortalità infantile o materna, l’obiettivo sostenibile corrispondente invece si occupa di priorità della salute globale e parla non solo di malattie ma anche di giustizia sociale e ambiente.

Un obiettivo sostenibile centrale è quello relativo alla lotta alle disuguaglianze. “Le disuguaglianze sono diminuite tra i paesi ma sono aumentate all’interno dei paesi stessi- afferma Malatesta – ma sono proprio le disuguaglianze che minano la coesione sociale, causano migrazione,violenza e anche terrorismo”.

Giampiero Griffo del Rids (Rete italiana disabilità sviluppo) ha portato la discussione sul tema della disabilità parlando della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità che ha spostato l’attenzione dai bisogni ai diritti delle persone disabili. “Mentre negli obiettivi di fine millennio noi disabili non venivamo presi in considerazione –  dice Griffo – in quelli sostenibili ci siamo un vari punti, come quelli riguardanti l’istruzione, il lavoro, le disuguaglianze, le città sostenibili”.

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Cambiare la vita a Otgontuul e Azbileg

IMG_0271“Sono nata  con una disabilità, non posso camminare – spiega Otgontuul – mentre mia sorella Azbileg ha una salute precaria”. La loro è una famiglia complicata da gestire ma sono situazioni che possono capitare a molte famiglie. La particolarità, l’elemento che rende più difficile questa situazione è però un altro, ovvero il luogo dove vivono queste sorelle. Appartengono a una famiglia nomade che abita nell’aimag di  Suhbaatar, una regione della Mongolia posta all’estremo est, al confine con la Cina. Una regione bella e arida, praticamente spopolata dove l’accesso ai servizi sociali e sanitari è molto difficile dato che il somon, ovvero ,il distretto, dove abitano e che si chiama Dariganga, dista 180 km dal capoluogo della regione che del resto ha una popolazione di appena 15 mila abitanti. Che possibilità hanno Otgontuul e Azbileg di avere una vita dignitosa? Come possono ricevere le cure di cui hanno bisogno e il reddito necessario per avere una loro autonomia?
Il Suhbaatar è in parte è occupata dal deserto del Gobi mentre altrove è costellata da specchi d’acqua ma la sua particolarità è la presenza di enormi crateri di vulcani spenti. Proprio in prossimità di uno di questi vivono le due sorelle. In queste condizioni climatiche l’unica fonte di reddito è la pastorizia ma date le loro difficoltà fisiche le due sorelle non possono certamente seguire la strada dei loro genitori e diventare pastori.

IMG_0265Un reddito per l’autonomia
Ma una soluzione ai loro problemi l’hanno trovata: grazie agli operatori di riabilitazione su base comunitaria, formati da Aifo, le due sorelle hanno potuto ricevere un finanziamento di circa 500 euro per avviare una loro attività economica autonoma, dato che la magra pensione d’invalidità concessa dallo stato a Otgontuul non poteva certo bastare.  Con questo soldi hanno aperto un piccolo negozietto all’interno della loro gher (tenda) dove vendono alimenti come farina, sale, riso, pane , zucchero e altri prodotti necessari per la vita quotidiana (dentifricio, sapone, candele…).
Vista con gli occhi di un occidentale questo commercio sembra poca cosa, in realtà l’attività economica ha operato un profondo cambiamento nelle loro vite. Soprattutto durante l’estate, quando il clima rigido si attenua, le due sorelle riescono a guadagnare abbastanza visto la mancanza di negozi nel somon. Così la popolazione nomade va da loro per i loro acquisti. In questo modo sono riuscite anche a mettere da parte un po’ di soldi e migliorare notevolmente la qualità della loro vita.

IMG_0270Il progetto di riabilitazione su base comunitaria
“Inclusione sociale delle persone con disabilità: sostegno al programma di Riabilitazione su Base Comunitaria in Mongolia”, ecco il titolo per intero del progetto che Aifo segue fin dal 1992 avendo come importante partner  il Centro Nazionale di Riabilitazione (CNR)  direttamente designato dal Ministero della salute della Mongolia.
L’obiettivo generale è quello di  promuovere una società inclusiva per le persone con disabilità che vivono
nelle aree rurali e urbane della Mongolia, utilizzando l’approccio della Riabilitazione su Base Comunitaria come approccio di sviluppo sostenibile.

L’iniziativa mira a promuovere una società inclusiva attraverso lo sviluppo di una strategia che prevede il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità, dei loro familiari e dell’intera comunità. Il progetto promuove lo sviluppo in tutte le 21 province della Mongolia  in questi ambiti di azione:

  • Capacity building: corsi di aggiornamento per i tecnici di RBC per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria in favore delle persone con disabilità e i loro familiari.
  • Promozione dell’autosufficienza economica delle persone con disabilità e delle loro famiglie: attivazione di piccole attività generatrici di reddito (allevamento, artigianato).
  • Azioni di informazione e sensibilizzazione: realizzazione di seminari, incontri e campagne informative per la promozione dei diritti delle persone con disabilità, in collaborazione con varie Organizzazioni di Persone con Disabilità e una OnG locale formata da giornalisti.
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Disabilità, Guinea Bissau, diritti dei popoli, questo e altro sul numero di gennaio della rivista “Amici di Follereau”

catturaSi avvicina domenica 29 gennaio, giornata internazionale dedicata ai malati di lebbra e la rivista presenta un aggiornatissimo dossier su dove è radicata questa malattia e le conseguenze che comporta a livello umano. La sfida dei tre Zeri du cui parliamo nel titolo si riferisce alla nuova campagna denominata “Triplo Zero”, lanciata dall Ilep (International Federation of Anti-Leprosy Associations) di cui Aifo fa parte. L’iniziativa che copre un arco temporale dal 2016 al 2020 in linea con il futuro programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tre obiettivi: interrompere la trasmissione della malattia, prevenire le disabilità e garantire l’inclusione sociale delle persone colpite.
Sempre sul tema della disabilità viene presentata sulla rivista la legge 112/2016, detta
“dopo di noi”, termine utilizzato per indicare quell’insieme di problematiche connesse all’assistenza e protezione delle persone con disabilità, a fronte della scomparsa dei genitori o al venir meno della loro capacità di cura.
Il progetto Aifo del mese riguarda invece il piccolo stato africano della Guinea Bissau dove Aifo accompagna lo sviluppo del paese dal 1978. Opera, tra gli altri,con un progetto a sostegno del Programma Nazionale di lotta contro la lebbra gestito dal Ministero della Sanità. L’iniziativa promuove le attività dell’Ospedale di Cumura, nei pressi della capitale Bissau, per diagnosi, terapia e trattamento delle complicazioni causate dalla malattia.
Le attività del gruppo locale di Aifo a Imperia da un po’ di tempo a questa parte riguardano il tema dei migranti, come lo fanno? Attraverso l’assistenza diretta ma anche tramite la sensibilizzazione della cittadinanza tramite cineforum e testimionianze dirette all’interno della scuola. Questi sono solo alcuni dei tanti temi che potrete leggere nela rivista …

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Mongolia: con 20 capre la vita migliora

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Damdisuren con la moglie

Damdinsuren abita nel villaggio di Taragt; è un pastore di 50 anni e vive con sua moglie, tre figli e tre nipoti. Ha perso un occhio quando era bambino. La sua situazione economica, con una famiglia così numerosa, non è comunque facile.
Un giorno gli operatori locali di riabilitazione su base comunitaria (Rbc) hanno organizzato un incontro pubblico e così Damdinsuren ha conosciuto il “Progetto del fondo bestiame a rotazione” promosso da Aifo e finanziato da Prosolidar.
Nel 2015 ha avuto in prestito 20 capre e ha ottenuto, a distanza di un anno, 12 capretti e 9 chili di cashmere. Un importante fonte di reddito per la sua famiglia che è cresciuta nel frattempo con l’arrivo di un nuovo nipote.
“Durante l’estate abbiamo avuto yogurt e latte a sufficienza – afferma contento Damdinsuren – anche la lana venduta ha rappresentato un buon reddito. Lo scorso inverno è stato mite e lo abbiamo superato bene”.

Superare l’inverno
Il problema in Mongolia sono gli inverni. Il freddo arriva a toccare punte sotto i 50 gradi e se il freddo è accompagnato dal vento, le condizioni climatiche diventano micidiali. A questo si deve aggiungere che il 20% della popolazione mongola è nomade, sono dei pastori che vivono nelle caratteristiche tende circolari (le ger) e che smontano e rimontano seguendo i loro animali.
“L’inverno da noi è difficile da superare e avere più bestiame ci permetterebbe di affrontarlo meglio” chi parla è Damiran, un altro beneficiario del progetto.
Ha 54 anni e vive con la moglie e tre figli nel somon di Uungobi. Le due figlie sono adulte e hanno oramai la loro famiglia. Quella più vecchia è un’insegnante di matematica mentre l’altra è una casalinga; la figlia più giovane infine sta completando gli studi. Anche se sua moglie lavora come saldatrice hanno dei grandi problemi economici. Damiran non sente in ambedue le orecchie e usa degli ausili. La sua vita è cambiata quando ha avuto 20 capre dal fondo e poi, l’anno successivo, altre 10.  Aveva saputo di quest’opportunità offerta da Aifo da altre famiglie del suo distretto e vedendo come era migliorata la loro vita si era fatto avanti. A fine anno è riuscito a guadagnare 325.000 tugrik (circa 160 euro) dalla vendita del cachemire.

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Damiran con la moglie

“Posso tenerle ancora per un anno?”
“Ogni giorno mi sveglio alle 5 del mattino – spiega Damiran – mungo le capre e le porto al pascolo. Torno alle 10 e mangio la colazione. Poi faccio il formaggio e lo yogurt e torno a casa la sera”. Per lui questo fondo rotativo è di vitale importanza: “ Per le famiglie che hanno un membro disabile e pochi capi di bestiame il prestito è di migliorare la qualità della vita”.  I due pastori sono molti riconoscenti all’opportunità che Aifo ha offerto a loro e alla domande di come poter migliorare ancora di più questa iniziativa rispondono:
” Il progetto è stato importante per la mia famiglia – spiega di Damdinduren – e vorrei che in futuro si desse come fondo delle capre più giovani”.
Afferma invece Damiran: “Sarebbe bello poter disporre del bestiame per due anni invece di uno solo”.

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Damdinsuren con la sua vasta famiglia


Il programma rotativo dei capi di bestiame
Il progetto, finanziato dalla Fondazione Prosolidar, attua il programma prestito degli animali in 10 Somon (Distretti) della Mongolia ogni anno, per un totale di 30 Somon in tre anni, in 21 Aimag (Province). Ogni anno sono acquistate 1.000 capre da donare a 50 famiglie (5 famiglie ogni Somon), per un totale di 3.000 capre.
Il programma prevede che ogni famiglia devolva dopo un anno venti capretti al fondo iniziale (fondo rotativo) in modo da beneficiare altre 50 famiglie nel secondo anno e 50 nel terzo anno. Di conseguenza, grazie al fondo rotativo, alla fine dei tre anni sono beneficiate 300 famiglie.
Ogni anno ogni famiglia è in grado di ottenere almeno 6 kg di cachemire (1 kg garantisce sul mercato un ricavo di circa 20 Euro) e almeno 10 capretti rimarranno alla famiglia dopo la restituzione dei 20 previsti dal fondo rotativo.
Grazie allo sviluppo del progetto le famiglie coinvolte (famiglie che hanno al loro interno almeno un membro con disabilità) sono in grado di vendere la lana delle capre e migliorare la loro situazione economica.
Per la riuscita dell’iniziativa è fondamentale l’apporto di Aifo che attraverso gli operatori di riabilitazione su base comunitaria fa conoscere il progetto e ne fa il monitoraggio.

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Il mediterraneo tra guerre e migrazioni, la marcia della pace, cooperare per includere: il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

Che cos’è oggi il mediterraneo, qual è la sua importanza geostrategica, quali sono i rapporti che lo legano all’Unione Europea e qual è il ruolo dell’Italia? Sono queste le catturadomande cui si tenta di dare una risposta nell’ampio dossier dedicato.

Poi la curiosa storia ambientata in Mongolia, dove grazie a un prestito di capre, Aifo permette alle famiglie di pastori che al loro interno hanno una persona disabile, di avere una qualità di vita migliore.
In un’altra sezione i soci Aifo raccontano la loro partecipazione alla marcia della pace.
“Tanti semi, un solo mondo, un solo futuro” è invece il titolo dell’articolo che racconta una serie di laboratori tenuti nelle scuole italiane nell’ambito del progetto “Un solo mondo un solo futuro. Educare alla cittadinanza mondiale a scuola”.

Questi sono solo alcuni dei tanti temi trattati nel mese di dicembre: che aspettate a leggerci?

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Servizio Civile al Focsiv: Comunicare la cooperazione – Raccontare la propria esperienza

Anche quest’anno si è svolta a Bologna la formazione per un gruppo di ragazzi che ha iniziato il servizio civile in Italia e all’estero all’interno delle galassia delle ong di Focsiv.
Ecco la parte dedicata alla comunicazione e a come raccontare la propria esperienza di volontario.

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L’opportunità digitale per l’intero pianeta

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Percentuale persone presenti su internet (2012)

Costruzione di infrastrutture, un’adeguata cultura ma anche le tecnologie povere per ridurre il divario digitale tra i paesi poveri e quelli ricchi

Un ragazzino che abita in una zona rurale dell’Assam (India nord orientale) ha le stesse opportunità di accedere a un computer e usare internet per studiare che ha un suo coetaneo che abita a Mantova? Un contadino della Guinea Bissau ha gli stessi strumenti per prevedere le precipitazioni attraverso un servizio dati fornito da internet tramite uno smartphone, che ha un contadino romagnolo? No, per niente. E’ questo il digital divide (divario digitale), una mancanza di opportunità data dalle tecnologie digitali.

Quando si parla di digital divide occorre tenere presente un duplice aspetto: da un lato per potere usare le tecnologie digitali occorre avere un computer, una buona connessione alla rete, e dall’altro occorre essere formati a usare il computer e a saper selezionare le informazioni. E’ un po’ come avere la macchina: non basta essere in grado di comprarla, occorre anche saperla guidare conoscendo le regole stradali.
In altre parole e facendo un esempio, non basta cablare l’intera Africa per colmare il divario digitale, occorre anche una buona formazione scolastica e professionale.
Il digital divide poi, non è un obiettivo che si raggiunge come un rifugio di montagna, ma è un obiettivo sfuggente che si porta sempre in avanti – cambiano le tecnologie – e questo comporta una formazione continua, pena il ritorno all’indietro come capita nel gioco dell’oca.

Il divario nel mondo

Secondo il rapporto della Banca Mondiale del 2016 (“Digital Dividends”) quattro miliardi e 600 milioni di persone, ovvero il 60% della popolazione mondiale non ha una connessione privata alla rete. I paesi più popolosi del mondo denotano questo divario in un modo impressionante. In Cina 775 milioni di cittadini non hanno accesso alla rete, in Indonesia sono 213 milioni, ma il dato più clamoroso è quello della “tecnologica” India che vede ben un miliardo e 100 milioni di esclusi (su una popolazione di un miliardo e 276 milioni di persone!).
Negli Stati Uniti sono connessi l’84% delle persone, e messi assieme tutta l’America Latina e o Caraibi riescono solo a pareggiare in termini di utenti internet con il loro vicino nordamericano.
Il Rapporto precisa che, tra le nazioni con più di dieci milioni di abitanti, solo Olanda, Regno Unito, Giappone, Canada, Corea del Sud, Stati Uniti, Germania, Australia, Belgio e Francia hanno in rete più dell’80% dei loro cittadini (l’Italia non c’è, dato che nel 2016 solo il 63% è connesso).
Nonostante tutto, la diffusione di internet continua a crescere (anche se non più velocemente come prima) e il trend rimane positivo: nell’ultimo anno in Sudafrica c’è stato un incremento dell’11%, in Egitto, Nigeria e Marocco del 10%. Dal 2003 al 2015 il numero di utenti internet è passato da un miliardo a tre miliardi e 200 milioni di persone.
Secondo un rapporto dell’Onu del 2015, confrontando i paesi sviluppati con quelli che non lo sono, i dati ci dicono che nel primo gruppo il grado di penetrazione di internet è dell’82%, mentre nel secondo gruppo è solo del 34%.
Chi poi ha accesso a internet veloce è solo il 15% della popolazione mondiale. Internet veloce significa a banda larga ovvero un modo più completo ed efficace di usare le tecnologie digitali.
Per la “Wireless Broadband Alliance” questa opportunità è esclusa anche a molti cittadini che vivono nei paesi ricchi. Secondo i suoi dati, il 57% della popolazione urbana non è connessa con banda larga, e ancora il 37% di cittadini che vivono in città ricche non sono connessi (soprattutto in Medioriente e nel sud est asiatico). La metropoli più “connessa” del mondo è Londra, mentre nella ricca Los Angeles quasi il 25% dei suoi cittadini non dispone della banda larga.

“L’effetto San Matteo”

Quando parlano di questo effetto, i sociologi, in un modo forse un po’ cinico, si riferiscono ad una precisa constatazione. Chi ha, avrà e chi non aveva prima non avrà nemmeno dopo, anzi ancora di meno. Perché l’innovazione tecnologica rafforza le forme di esclusione sociali preesistenti e, fatto ancora più significativo, ne crea di nuove, produce nuove disuguaglianze. Le persone che non utilizzano la tecnologia digitale accumuleranno uno svantaggio che prima non avevano e questo vale anche a livello degli Stati. Gli stati ricchi tenderanno ad avere sempre più chance, anche proporzionalmente.
Questa situazione viene sottolineata espressamente nel rapporto della Banca Mondiale che indica alcune linee di azione per correre ai ripari, come la costruzione di infrastrutture per tutti e internet a prezzi abbordabili, pena l’esclusione di una parte del mondo. Del resto anche il 9° dei 17 “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” appena varati dall’Onu, si riferisce proprio alla necessità della costruzione delle infrastrutture adeguate per tutti.
Accanto alla possibilità di accedere ne deve essere data però subito un’altra, quella della formazione, della cultura necessaria per cogliere le opportunità. Molte ricerche indicano una curiosa tendenza: le motivazioni date da chi non accede a internet non sono solo di tipo economico, ma anche di tipo motivazionale; a volte, e questo soprattutto nei paesi sviluppati, si ha la possibilità di accedere economicamente alla rete ma per mancanza di cultura non si sa che farsene, non si ha interesse a usarla.

Se Facebook vuol fare il buono

Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, ha voluto impegnarsi in prima persona nell’abbattimento del digital divide lanciando il progetto “Internet.org”, “per connettere il mondo intero e non solo qualcuno di noi” come recita nel sottotitolo. In India, rivolgendosi alla popolazione rurale, ha promosso l’opportunità di navigare gratuitamente in rete con questo preciso limite però: accedere a internet significa accedere a Facebook e a un pacchetto limitato di siti deciso dal noto social network. Questo ha scatenato un dibattito tra gli attivisti indiani che hanno denunciato Facebook di oltraggiare la neutralità della rete (net neutrality) dando una possibilità di visione limitata e distorta di internet.
Anche altri attori importanti si sono mossi in tal senso: Google ha promosso nel 2013 il “Project Loon” in Indonesia; in pratica il lancio di una serie di palloni aerostatici nella stratosfera per assicurare l’accesso a internet in aree prive di infrastrutture a terra.
Infine Elon Musk – cofondatore del noto sistema di pagamento on line “Paypall” e fondatore dell’azienda motoristica più tecnologica del mondo, la “Tesla” – vuole lanciare una serie di piccoli satelliti low cost accessibili anche ai paesi poveri.
Dietro a queste operazioni c’è un preciso interesse economico, quello di poter raggiungere i centinaia di milioni di contadini indiani, indonesiani e di altri paesi molto popolati, visto che nei paesi sviluppati il mercato è quasi saturo.

Mongolia: lo smartphone nella steppa

Abbattere il digital divide in Mongolia è una sfida difficile e questo per vari motivi.
E’ un paese molto vasto e disabitato dove i villaggi e le cittadine sono malamente collegate tra di loro. Eccetto che nella capitale, nel resto del paese non esiste un sistema di strade asfaltato e non esiste un sistema di cablaggio per internet.
La diffusione della radio e della televisione è ancora molto ridotta rispetto al resto del mondo e questo è dovuto al fatto che una parte della sua popolazione (circa il 20-25%) è ancora nomade.
Oltre che per motivi economici la popolazione mongola nutre una certa diffidenza  verso la tecnologia e il sistema educativo non sta ancora migliorando la cultura tecnologica nel paese.
Data la conformazione fisica della Mongolia il miglioramento delle connessioni deve passare più per i satelliti che non dai cavi sul terreno. In più, visto che il 33% della popolazione è concentrata tutta nella capitale, lo sviluppo parte necessariamente da qui.
Il cellulare è però molto diffuso in Mongolia; ci sono oltre 3,5 milioni di utenze telefoniche e gli “internauti” sono aumentati da meno di 200.000 nel 2010 a oltre 657.000 raggiungendo il 21,8% della popolazione. Oggi oltre il 30% dei mongoli usano lo smartphone e i tablet.

Brasile: “Ma internet cosa mi serve?”

Il Brasile dal 2006 al 2013 ha visto crescere la penetrazione di internet del 9% e oggi i brasiliani connessi superano di un bel po’ il 50% del totale della popolazione.
Anche per questo paese il modo per accedere alla rete passa per lo smartphone che viene usato dal 90% dei brasiliani connessi.
Secondo un sondaggio del 2015 di fronte alla domanda sui motivi per cui i cittadini brasiliani non usano internet, sono emerse risposte sorprendenti.
Solo una minoranza risponde dicendo che non usa internet per motivi economici oppure perché non vi sono collegamenti disponibili; i motivi principali per cui non si connettono riguardano la mancanza di interesse, le motivazioni per farlo e anche la mancanza di capacità tecniche (il 70% delle risposte). Queste risposte confermano il fatto che, accanto alla possibilità di connettersi, occorre anche formare la popolazione all’uso delle nuove tecnologie, problema questo che naturalmente non riguarda solo il Brasile.

Liberia: le lavagne di Monrovia

In Africa solo il 7% della popolazione è on line; il telefono è invece usato dal 72% della popolazione e ben il 18% di questi telefoni sono “smart”, ovvero permettono la connessione a internet.
Di fronte a una grande carenza di infrastrutture e a una bassa scolarizzazione, per rendere più moderna la società africana bisogna trovare nuove strade, anche quelle che usano la tecnologia povera per raggiungere  quella di tipo più sofisticato.
Interessante in questo senso è l’esperienza delle lavagne pubbliche del giornalista Alfred Sirleaf in Liberia, paese dove il 42% della popolazione è analfabeta.  Dal 2006 Sirleaf scrive su una grande lavagna, posta in una trafficata piazza di Monrovia, le notizie principali. Sono notizie scritte in un linguaggio semplificato, a volte accompagnato da immagini, a volte scritto non solo in inglese ma in una lingua locale.  Questo strumento di informazione si è rilevato così efficace che due agenzie private di giovani liberiani che si occupano di digital divide e collaborano con il Ministero dell’informazione hanno deciso di utilizzarlo.
Tecnologia povera è quella usata dalla riabilitazione su base comunitaria nei progetti di Aifo che può essere utilizzata anche in questo campo, come accade in varie parti dell’Africa grazie alla “Grameen Foundation”. Alcuni contadini locali o operatori sociali con un minimo di formazione telematica passano le proprie informazioni ottenute con uno smartphone ai loro vicini di casa.

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Nel numero di ottobre di “Amici di Follereau” parliamo di digital divide, inclusione, India, Domon Ken …

Il numero di ottobre della rivista “Amici di Follereau” presenta il nuovo concorso scolatisco promosso da Aifo. “Una comunità per includere” è il titolo di questa iniziativa che non tratta solo il tema della disabilità ma di diverse differenze, differenze di razza, religiose, linguistiche …
Il dossier è invece dedicato al digital divide nel mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Dall’incatturachiesta emerge che non sono necessarie solo le infrastrutture per ridurre questo divario ma occorre anche un’adeguata formazione all’uso della tecnologia.
Il progetto del mese riguarda invece l’India dove si racconta la storia di Neskar, il proprietario di un piccolo negozio che si ammala di lebbra e che solo grazie all’intervento di Aifo riesce infine a trovare la struttura giusta  e le cure necessarie per ritornare a vivere pienamente.
Per la sezione cultura viene presentata la storia artistica e umana di Domon Ken, il fotografo maestro del realismo giapponese che ha ritratto con passione la sofferenza  degli abitanti di Hiroshima colpita dalla bomba nuclerare.

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Pace, lebbra, TTIP … il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

CatturaPace, lebbra, TTIP, persone con disabilità: sono questi i temi trattati principalmente sul numero di settembre di “Amici di Follereau” la rivista di Aifo.

In apertuta si parla della marcia che si terrà domenica 9 ottobre; i pacifisti cammineranno insieme per una nuova edizione della Marcia per la pace Perugia-Assisi, una “classica” per chi è impegnato per un mondo senza guerre e violenze, più giusto e dove la dignità e i diritti siano garantiti a tutti.
La monografia è dedicata alla lotta alla lebbra vista non solo in termini di cura fisica ma anche di inclusione sociale degli ex-malati che in ogni parte del mondo sono vittime ancora di pregiudizi.
Il Primo Piano è invece dedicato al TTIP “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”. Se l’accordo sul libero scambio tra Unione Europea e Usa verrà approvato, il nostro servizio sanitario cambierà in peggio, come sostiene, tra le altre cose, Monica Di Sisto di “Fairwatch”.
Poi un approfondimento, con un intervista a Carlo Lepri, sull’immagini sociali che si hanno nei riguardi delle persone con disabilità, immagini che pregiudicano una loro piena inclusione.
Infine il racconto dell’esperienza di due volontarie che hanno appena finito il periodo di servizio civile ad Aifo.

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Svetlana Aleksievic, il cantore del dolore russo

 

o-ALEKSIEVIC-facebookRaccogliere una testimonianza, saper raccontare le emozioni, addirittura la vita di una persona che ha subito un dramma e ne subisce le conseguenze, non è per niente facile. Noi, nel nostro piccolo, è quello che cerchiamo di fare ogni volta che raccontiamo un progetto Aifo; cerchiamo di raccontare la storia di una persona, darne anche un contesto perché il lettore capisca, s’immedesimi.

C’è chi, di questo tipo di reportage, ne ha fatto un’arte, raggiungendo livelli di perfezione tali da avvicinarsi alla realtà meglio di quanto possa fare un’opera letteraria di finzione.
Stiamo parlando di Svetlana Aleksievic, la scrittrice bielorussa, che è stata premiata quest’anno con il Nobel per la Letteratura, per la sua opera che, citando la motivazione dell’Accademia svedese, è un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.
Nata in Ucraina nel 1948 ma cresciuta in Bielorussia, Svetlana inizia fin da giovane a lavorare come giornalista e cerca una sua strada espressiva per parlare degli argomenti che più le stanno a cuore; la guerra, la condizione della donna, le vite singole schiacciate dall’apparato statale. “Volevo avvicinarmi il più possibile alla realtà – dice – e, di fronte alla complessità dell’uomo e del mondo, la storia di una vita, delle singole vite, mi permetteva di farlo”.

La sua tecnica di scrittura consiste nella paziente raccolta di testimonianze, a volte centinaia di racconti, dove l’autrice rimane leggermente distaccata, non per mancanza di partecipazione, ma per dare spazio alla persona di raccontarsi.
Per il suo genere di scrittura sono stati coniati termini diversi, come “romanzo di testimonianza”, “coro epico”, addirittura un generico “persone che parlano di se stesse”. I suoi libri per essere scritti richiedono centinaia di incontri con le persone, viaggi continui, anni di elaborazione (in media impiega 4-5 anni per scrivere un nuovo libro).

Denunciare la guerra e i falsi miti sovietici e russi

La sua prima opera matura è “La guerra non ha un volto di donna” (1983) dove intervista centinaia di donne che hanno combattuto la seconda guerra mondiale. Ne emerge un ritratto femminile lontano dalla retorica dell’“eroica donna sovietica” e questo le crea problemi enormi; il libro non viene pubblicato, lei stessa viene messa all’indice come autrice dissidente (viene accusata di pacifismo!) e solo con la perestrojka di Gorbaciov il suo testo comincerà a diffondersi e incontrerà il successo.
Segue nel 1989 “Ragazzi di zinco” il racconto dell’invasione sovietica in Afganistan (1979 -1989) attraverso la testimonianza di madri, fidanzate, soldati ritornati vivi – ma snaturati dalla guerra – e non nelle bare di zinco (di qui il titolo del libro).
Del 1993 appare il libro “Incantati dalla morte”, dove la storia del crollo dell’utopia socialista sovietica viene raccontata, in un modo straziante, dai parenti delle persone che si sono suicidate dopo l’evento e da quelli che hanno tentato di farlo.
Ma il suo capolavoro è “Preghiera per Cernobyl” (1997), la storia del disastro nucleare, visto, ancora una volta, non attraverso le fonti ufficiali o documenti segreti, ma attraverso le parole dei parenti delle persone che ne sono rimaste vittime. Il sottotitolo del libro è “Cronaca del futuro”, parole che sottolineano una novità nella storia umana: “Avevo sempre parlato di guerra e lì non avevo dubbi su quali parole usare, di come scriverne, ma per Cernobyl è stato diverso; come si poteva spiegare con le parole ai contadini di buttare via il loro latte, come si poteva spiegare il perché i soldati lavavano la loro legna da ardere o le loro case? Eravamo entrati in uno spazio nuovo”.

Svetlana può essere vista come un cantore del “dolore russo” e i suoi libri di denuncia alla guerra e di distruzione dei miti sono qualcosa di inaccettabile soprattutto oggi, per chi governa la Russia (Putin) e la Bielorussia (Lukashenko).
“Il mio scopo – spiega Svetlana – è capire quanta umanità è contenuta in un uomo e come è possibile proteggere questa umanità … e quando scrivo non mi sento solo scrittrice ma anche reporter, sociologa, psicologa perfino predicatrice”.
Per lei l’arte è impotente a raccontare la vita vera al giorno d’oggi ed è per questo motivo che non vuole inventare storie ma vuole solo “seguire” la vita reale (seguendo in questo le orme di Lev Tolstoj). E questa vita la racconta non attraverso la descrizione di fatti ed eventi ma attraverso “la storia dei sentimenti umani”.

Il suo prossimo libro, non ancora tradotto in italiano, (“The Wonderful Deer of the Eternal Hunt”) segna una svolta nelle sue tematiche: “Ho sempre scritto di come le persone si uccidono l’una con altra, ora voglio scrivere di come si amano”. E saranno gli amanti a prendere la parola nel suo nuovo libro, amanti di varie generazioni che raccontano il loro sogno d’amore, il loro “cervo incantato”, calato però in un paese tormentato e dalla storia dolorosa come quello russo.

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“Cooperare per l’inclusione della disabilità”, ecco il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

Cattura“Cooperare per l’inclusione della disabilità” è questo il titolo del dossier del numero di luglio-agosto della rivista “Amici di Follereau” che presenta la mappatura delle iniziative fatte dalla cooperazione italiana a favore delle persone con disabilità; ne emerge un quadro preciso dei paesi dove viene fatta (soprattutto nell’area del Mediterraneo e in Africa), in testa alla classifica su tutti gli altri i Territori palestinesi e la Tunisia.

Nello spazio dedicato alla cultura parliamo di Svetlana Aleksievic; raccogliere una testimonianza, saper raccontare le emozioni, addirittura la vita di una persona che ha subito un dramma e ne subisce le conseguenze, non è per niente facile. C’è chi, di questo tipo di reportage, ne ha fatto un’arte, come Svetlana Aleksievic, la scrittrice bielorussa, che nel 2015 è stata premiata con il Nobel per la Letteratura, per la sua opera che, come recita la motivazione dell’Accademia svedese, è un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.

Il progetto Aifo del mese riguarda invece la lotta alla lebbra in Guinea Bissau e all’inserimento degli ex malati all’interno della società anche grazie al lavoro.
Nella sezione “In Primo Piano” invece si raccontano i “Panama Papers” e i paradisi fiscali dove i paperoni mettono al sicuro la propria ricchezza.
Infine un articolo dedicato al concorso scolastico Aifo “Colora i diritti delle persone con disabilità” che quest’anno ha riscosso un grande successo all’interno delle scuole italiane.

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La storia di Undrahbayar, presidente di “Universal progress”, il primo centro per la vita indipendente della Mongolia

Undak“Sono una persona con disabilità dal 2000, prima non lo ero. Stavo finendo il mio primo anno di università a Ulaan Baatar quando per via di un errore di un medico dell’ospedale mi sono ritrovato senza l’uso delle gambe. E’ stato terribile per me, e all’inizio il primo impulso è stato quello di risolvere tutti i miei problemi da solo”.  Chi parla è Undrahabayar ed è strano sentirgli dire queste cose, proprio lui che adesso è presidente del Centro per la vita indipendente “Universal progress” e che occupa la maggior parte del suo tempo a difendere i diritti delle persone disabili che vivono in Mongolia.
“Poi ho cominciato a frequentare un centro di riabilitazione a 50 chilometri da Ulaan Baatar, dove mi sono reso conto del bel clima che c’era tra di noi e sul fatto che avevamo gli stessi problemi da affrontare”.

Dopo questo periodo s’iscrive di nuovo all’università per imparare la lingua giapponese e alla fine dei 4 anni  di corso parte per il Giappone per studiare come sono organizzati i servizi socio-sanitari. Tornato in Mongolia si dedica a un altro corso di studi, specializzandosi nella gestione economica delle imprese no profit. A questo punto decide nel 2008 di fondare il primo centro di vita indipendente del suo paese.
“Il concetto di vita indipendente, una vita dove una persona con disabilità possa muoversi, lavorare, studiare, curarsi e tutto il resto senza incontrare continue difficoltà, è un concetto del tutto nuovo qui da noi – spiega Undrahbayar – il mio sogno è quello che si formino tutta una serie di centri distribuiti per il paese”.
Nel febbraio di quest’anno è stata approvata la legge sulla disabilità e Undrahabayar faceva parte del gruppo di persone che hanno contribuito alla sua stesura assieme a Aifo e Tegsh Niigem.

“Di solito si pensa alle persone con disabilità solo come individui che possono ricevere e mai dare: invece noi possiamo dare molto alla società, dobbiamo essere coinvolti, soprattutto quando si fanno leggi che ci riguardano”. Adesso che esiste una legge in Mongolia bisogna vedere come sarà applicata: “Ci vorrà del tempo prima di vedere gli effetti che questa legge avrà sulla vita delle persone disabili. Soprattutto dovremo vigilare sui passi successivi che si faranno”.
Undrahabayar ha anche lavorato nella stesura del “Rapporto ombra”, un rapporto parallelo a quello che veniva scritto dal governo riguardante i progressi fatti in merito al rispetto dei principi della Convenzione Onu dei diritti delle persone con disabilità, che il suo paese ha ratificato fin dal 2009. Undrahbayar, assieme ai coordinatori Aifo in Mongolia e altre persone con disabilità, è andato a Ginevra per presentare questo rapporto.
Il suo prossimo impegno sarà quello di assicurare il diritto allo studio ai giovani con disabilità: ”Se i giovani potranno studiare nelle scuole normali e non in quelle speciali, se avranno una buona istruzione, allora potranno rivendicare i propri diritti e sostenere una rete di centri per la vita indipendente che assicurerà una buona vita a tutte le persone con disabilità in Mongolia”.

Per la protezione dei diritti delle persone con disabilità
Si tratta di un progetto, finanziato dall’Unione Europea e da Aifo/ Tegsh Niigem, molto particolare che vuole contribuire alla protezione dei diritti delle persone con disabilità in Mongolia. Da un lato vuole migliore la capacità delle Organizzazioni di Persone con Disabilità nel sostenere e monitorare l’implementazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, e dall’altro intende sostenere il processo di elaborazione e di preparazione della nuova legge quadro sulla disabilità in Mongolia.
Il progetto intende verificare il rispetto della Convenzione Onu attraverso queste azioni:

  • un programma formativo specifico per i membri delle associazioni di settore e dei referenti di Tegsh Niigem riguardante il rispetto dei diritti umani e la violazione degli stessi.
  • l’identificazione dei casi di violazione dei diritti delle persone con disabilità
  • la redazione di una “Relazione Ombra” con i dati raccolti (presentati a Ginevra)
  • un’azione di visibilità del progetto grazie a Oyunii Darhlaa, un’associazione di giornalisti che ha curato la pubblicazione di articoli sui mass media.

 

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Intervista a Mario Giro, profughi in Europa, orti urbani ecco il nuono numero di “Amici di Follereau”

CatturaLa lunga transizione della nuova legge sulla cooperazione e le nuove sfide dell’Europa, sono questi i temi sui quali abbiamo intervistato Mario Giro, viceministro degli Esteri con delega alla cooperazione allo sviluppo nel numero di giugno della rivista di Aifo. E a proposito dei nuovi bandi afferma: “Lo spirito della nuova legge è allargare la partecipazione. Per questo il bando della cooperazione premierà i soggetti che si presentano insieme: Ong, Terzo settore, comunità di stranieri”.
La monografia del mese è invece dedicata agli orti urbani che si stanno diffondendo sempre di più nelle nostre città. Ma perché la gente li coltiva? “I motivi sono diversi, quello economico, dato che permette di avere, soprattutto in questi tempi di crisi, degli ortaggi a un prezzo ridotto, ma anche per motivi di salute ed ecologici, poiché questo tipo di coltivazione è attento alla qualità del cibo e al consumo energetico. Poi coltivare la terra é bello e rilassante, e diventa un modo intelligente per occupare il proprio tempo libero; infine anche per un motivo terapeutico, per le persone che per un motivo o per un altro sono in difficoltà”.
Undrahbayar è invece il testimone del progetto Aifo in Mongolia, un ragazzo paraplegico che ha aperto il primo centro per la vita indipendente per le persone con disabilità nel suo paese grazie anche alla stretta collaborazione con la nostra ong.
E ancora, un’intervista a Massimo Macchiavelli della “Fraternal Compagnia” di Bologna che ha coinvolto per due mesi su proposta della Caritas di Forlì e dell’associazione Papa Giovanni XXIII, alcuni ragazzi profughi dal Pakistan e dall’Africa.
Infine la preziosa testimonianza di Mussiè Zerai sacerdote eritreo e presidente dell’Agenzia Habeshi, sulla necessità che l’Europa cambi la sua politica nei confronti dell’emergenza delle migrazioni.

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Armi italiane: solo un grande affare?

OPAL_INFOGRAFICA_Export_Armi_IT_25anni_Pagina_06L’Italia è uno dei maggiori esportatori di armi nel mondo e i paesi che le comprano hanno regimi autoritari e politiche estere aggressive.

L’Italia è il nono esportatore di armi nel mondo, vende un po’ di tutto, dagli armamenti pesanti come elicotteri, navi, carri armati a sofisticati sistemi radar, ma in una cosa è prima, è il maggior esportatore di armi leggere (pistole, fucili). Ne ha vendute dal 2000 al 2013 per un importo di 5,9 miliardi di euro a più di 123 paesi. E’ un normale affare commerciale, potrebbe obiettare qualcuno – anche se le armi comunque si fanno per ammazzare le persone – il problema è che, nonostante la legge 185 del 1990 che regola le esportazioni delle armi in Italia, fra i paesi cui vendiamo, ve ne sono alcuni che hanno regimi autoritari e aggressivi verso l’esterno come è il caso dell’Arabia Saudita.

Dove e quanto vendiamo

Secondo i dati forniti da Giorgio Beretta dell'”Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa”, dal 1990 al 2015 le autorizzazioni concesse dal Governo italiano all’esportazione di sistemi d’arma si suddividono percentualmente così nelle seguenti zone geopolitiche: Unione Europea (35,9% del totale), Medio Oriente – Nord Africa (23,2%) e Asia (15,4%). Chi compra più da noi sono gli Stati Uniti e l’Inghilterra.
Questi dati, se aggregati in modo diverso, però ci dicono molto altro; se prendiamo in considerazione solo il periodo che va dal 2010 al 2014 le autorizzazioni per l’esportazione verso l’Unione Europea diminuiscono al 24,5% mentre aumentano quelle verso il Medio oriente e il Nord Africa che salgono al 35,5%. Similmente aumentano le autorizzazioni di vendita d’armi verso l’Asia (16,2%) e l’America latina (5,2%). Sempre in questo quinquennio bisogna sottolineare il ruolo di primo piano come importatori dell’Algeria (1,4 miliardi di euro), seguita a ruota dall’Arabia Saudita (1,2 miliardi di euro), dagli USA e dagli Emirati Arabi Uniti.

A 25 anni dalla legge 185

Prendendo spunto dalla relazione presentata dalla “Rete Italiana per il Disarmo” , in occasione del venticinquesimo anniversario di approvazione della legge 185, si viene a sapere che le autorizzazioni del Ministero della Difesa per la vendita di armi sono state pari a 54 miliardi di euro, anche se poi l’effettiva vendita è ammontata “solo” a 36 miliardi. Il problema poi è a chi sono state vendute queste armi: “Secondo la legge e secondo il buonsenso, l’export militare dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro Paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Francesco Vignarca coordinatore della Rete. Infatti più della metà delle esportazioni sono state indirizzate a paesi al di fuori delle principali alleanze politico-militari di Roma e cioè i paesi non appartenenti all’Unione europea o alla Nato.
“La legge 185 prevedeva soprattutto il divieto di esportare armi in zone di conflitto e in Paesi dove non fossero rispettati i diritti umani – spiega Eugenio Melandri Direttore di Solidarietà internazionale – La storia di questi 25 anni ci racconta invece che, purtroppo, in tanti casi si sono trovate scorciatoie per poterla eludere”. Del resto, come denuncia la “Rete per il disarmo”, le Relazioni annuali del Governo sono diventate sempre meno trasparenti.

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Progettare l’inclusione sociale in Mongolia

Intervista a Tulgamaa Damdinsuren coordinatrice Aifo in Mongolia

Si parla sempre più spesso di sviluppo inclusivo, mi puoi definire, in base alla tua 10038651036_42c656acc5_zesperienza che cos’è la CBID (Community Based Inclusive Development) o nella sua versione italiana SIBC (Sviluppo Inclusivo su Base Comunitaria)?
Lo sviluppo inclusivo significa semplicemente dare l’opportunità a tutte le persone, soprattutto a quelle che stanno ai margini, di essere una parte attiva della società. Sono le persone con disabilità a essere più svantaggiate. Per costruire una società inclusiva occorre che tutti i cittadini, anche quelli con un deficit, siano parte di questo sviluppo.

In cosa consiste la differenza tra RBC (Riabilitazione su Base Comunitaria) e SIBC?
La RBC è in un certo senso una buona base da cui si parte per avere uno sviluppo inclusivo, attraverso questa i cittadini, le persone con disabilità, le autorità e i tecnici prendono coscienza di certe cose e questo è stato, ed è, molto importante in un paese come la Mongolia. 25 anni fa, prima che s’iniziasse fare la RBC le persone disabili non venivano viste come persone portatori di diritti, casomai come persone da assistere. Questa pratica ha portato a un cambiamento di mentalità che possiamo vedere nelle nuove generazioni di giovani con disabilità. Non aspettano più una pensione dal governo ma lottano per i loro diritti, studiano le lingue straniere (inglese e giapponese) per comunicare con il mondo.

E per quanto riguarda la progettazione inclusiva, in che modo Aifo la sta facendo in Mongolia?
Negli ultimi due anni Aifo ha prestato attenzione soprattutto all’iter della legge nazionale Munguntsetsegsui diritti delle persone disabili che è stata approvata questo febbraio. Avere una legge significa avere anche una politica a favore delle persone con disabilità che non si basa tanto sul solo welfare ma sui diritti delle persone. Il prossimo passo sarà l’elaborazione del Piano di Azione nazionale per dare corpo a questa nuova legge. In questo piano oltre al Ministero per lo sviluppo e la protezione Sociale saranno presenti le organizzazioni delle persone con disabilità e Aifo farà da facilitatore nei gruppi di lavoro.

Mi puoi fare qualche esempio recente di sviluppo inclusivo in Mongolia?
Mi viene subito in mente l’esperienza dell’associazione mongola “Utenti delle carrozzine”.
Dopo che sono venuti in Italia in occasione di Expò 2015 e hanno provato a viaggiare senza barriere architettoniche tra Milano e Bologna, hanno voluto incontrare il Ministro dei Trasporti per parlare di accessibilità ai treni, agli autobus e agli aeroporti. Bene l’incontro c’è stato nel dicembre del 2015 e a marzo del 2016 si sono visti i primi risultati. Le ferrovie nazionali hanno reso accessibili dei vagoni ferroviari. Nell’aeroporto invece è stato organizzato un servizio chiamato “SOS” per aiutare le persone con disabilità, ma anche anziani, donne incinte o con bambini piccoli. Infine gli autobus di Ulaan Baatar hanno deciso di riservare due posti per persone disabili in ogni mezzo. Molto spesso le persone e soprattutto chi deve decidere non conosce i reali problemi delle persone disabili, ma quando li conosce, non dice quasi mai “Non abbiamo soldi per farlo”, ma opera un cambiamento e questo noi lo abbiamo sperimentato più volte.

L’esperienza delle organizzazioni delle persone con disabilità in fatto di sviluppo
inclusivo può portare anche a nuovi rapporti istituzionali o addirittura a nuovi rapporti tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati?
Si certo. Sempre nel 2015 una delegazione mongola ha preso parte a Ginevra a un incontro sulla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità; dopo quell’incontro Tsakhiagiin Elbegdorj, presidente della Mongolia ha chiesto alla rappresentante della cropped-landscape-9652.jpgFederazione nazionale dei Non vedenti di diventare suo consigliere sui temi legati ala disabilità e ha anche invitato a colazione un gruppo di donne con disabilità per parlare delle loro esigenze.
Sempre dopo l’esperienza di Ginevra, il responsabile di “Universal Progress”, il centro mongolo per la vita indipendente, è stato invitato in un’università di Tokio per parlare di quello che è stato detto a Ginevra e a condividerlo con le associazioni locali giapponesi

English version

INTERVIEW

What’s for you inclusive development? Can you describe me with your words?
Inclusive development means to give opportunity for all the person, especially marginalized people to be part of active society. Why we talk about inclusive development of the persons with disabilities? The persons with disabilities have less access to all the life, which belong to them. They have less access to school, health, labor and social services. In order to build up integral world in the country every citizen, including people with disabilities need to be part of the development. They need to be the part of mainstreaming of the country.

 How is the aifo’s planning in Mongolia? In which way is this planning inclusive?
AIFO’s main focus in Mongolia is to contribute to the implementation of CBR program at national level. Mainly we focus on self-help groups (SHGs) established in the country. The value of these SHGs is that persons with disabilities play important role for their future life.
During the last two years AIFO paid special attention to the development of national law on the rights of the persons with disabilities in the line of CRPD. And the Law of the rights of the persons with disabilities of Mongolia just recently adopted in February 2016 by the Parliament of Mongolia. To make it possible, EU co-funded project “Protecting the rights of the Persons with disabilities through strengthening capacity building of the civil society organizations”, its implementer “Tegsh Niigem” NGO and Ministry of Population Development and Social Protection played very important role. To have a law means we have a policy. It is remarkable year for Mongolian people with disabilities that they have rights-based law shifting from welfare-based law.

Now the next step will be to elaborate National Action Plan to implement the new Law. The working group is established at the Ministry of Population Development and Social Protection including national DPOs, NGOs and relevant ministries. AIFO is planning to play a role to facilitate the working group to elaborate Action plan in line with international documents and experiences of the other countries.

The planning of AIFO in Mongolia is based on the request from grass-root organizations of the persons with disabilities and CBR coordinators of aimags and districts. According to the priority and value of AIFO we collaborate with local authorities and stakeholders. And also the partners of AIFO participate actively in the planning of the activities, funded by AIFO. AIFO never implement any activities without their active participation.

What is the difference between rbc e inclusive development for you?
CBR established very good ground for the inclusive development. The CBR program improved the knowledge of stakeholders, persons with disabilities and public, especially for the country like Mongolia, who had different political regime and mind-setting is different. Before the CBR the persons with disabilities are treated just welfare receiver. For 25 years the CBR played very important role to disseminate holistic approach of disability to let it grow in the ground.

After 25 years of working in Mongolia we can see the result from the young disabled people. Their approach is changing and they are not just waiting the pension from the Government. They are starting to fight for their rights in good way. They are starting to learn to negotiate with the Government in order to protect the rights of the persons with disabilities.  They are learning foreign language (English and Japanese) to communicate with the world. They are learning to write Shadow report to CRPD Committee.

Can you do some examples of inclusive development in Mongolia?
One very good example of last year was initiation of Wheel Chair Users Association of Mongolia. After coming back from Milano Expo and accessible trip from Milano to Bologna and to Mongolia together with Giampiero Griffo, Ms. B.Chuluundolgor addressed to AIFO Country Coordination Office to organize a meeting with Minister of Road and Transport. The meeting was held in December 2015 after discussion of almost two months. Mrs. Chuluundolgor introduced to Mr. Zorigt Munkhchuluun, the minister of road and transport and his colleagues about the possibilities to make the airport, train and bus accessible for the persons with disabilities on the basis of her personal experience to travel by plane and train in Italy. AIFO has paid just the meeting cost and invited press journalists. Instead Mr. Zorigt Munkhchuluun promised to National Association of Wheel chair users to make steps in next three months. He reached into his promise. In March 2016, Mongolia had one wagon accessible for the wheel chair users. The Railway Authority made the wagon accessible with their budget. Surely the cost was millions of tugriks. But everything is possible only when people know what to do to make the people convenient. The airport  “Buyant Ukhaa” is establishing a service called “SOS” to support the needed people including persons with disabilities, elder people, pregnant women and mothers with children. The local busses reserve 2 seats for the persons with disabilities.

As a result of this meeting very important steps started. It can be only beginning. This is real example of good and on time expression of the person with disability.

After the CRPD Committee session in Geneva, the President of National Federation of Blind became advisor to the President of Mongolia. And Mr. Tsakhiagiin Elbegdorj, the President of Mongolia invited the representatives of women with disabilities and other women for breakfast. The representatives of women with disabilities expressed the voice of disabled community, especially women with disabilities.

After the CRPD Committee session in Geneva, the Head of “Universal Progress”, the independent living center was invited to Tokyo University for testimonial of experience of the CRPD session and lessons learnt to share with other countries DPOs, who will be reviewed by the CRPD Committee very soon.
March 2016, the group of people with disabilities attended to the Abilympics in Bordeax, France. Three people received medals from the Olympic game. It becomes very good example to the public and young peope with disabilities.

I think that 2006 was peak success for Mongolian DPOs. AIFO implemented a project co-funded by UNDESA. DPI-Italy played important role to train representatives of DPOs in collaboration with Human Rights Commission of Mongolia on the text of UNCRPD. This project was very fruitful seeds in the ground.
Another important success was that first time Mongolia had rights-based law with full participation of national DPOs.

 How should be the inclusive planning for you?
Every activity needs to be performed with the participation of persons with disabilities. Persons with disabilities are experts. Once they are empowered they can own everything.

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Sviluppo inclusivo, l’industria della armi in Italia, … ecco il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

Screenshot 2016-05-02 13.45.24Lo sviluppo inclusivo è al centro nel nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”. Ma che cos’è lo sviluppo inclusivo che Aifo sta applicando nei suoi progetti per contrastare la disabilità e l’esclusione? “Significa che la persona umana è percepita nella sua interezza e ne è valorizzata la dimensione di attore ‘politico’ all’interno della propria comunità: la persona disabile non è un ammalato da proteggere ma un titolare di diritti suoi propri e che può contribuire al benessere della comunità cui appartiene”. Come questo viene concretamente fatto lo potete ritrovare nel racconto degli interventi Aifo in tre paesi, (Brasile, Mongolia e India).
Qual è il valore sociale di una persona con disabilità? Ce lo dice Felice Tagliaferri non vedente e scultore.
Il progetto Aifo del mese invece riguarda la provincia di Manica in Mozambico dove attraverso l’azione di gruppi di mutuo aiuto i contadini apprendono a coltivare orti biointensivi che riducono dell’88% l’uso dell’acqua.
Infine un articolo sull’industria della armi in Italia, il maggior esportatore di armamenti leggeri, anche verso paesi autoritari e repressivi.
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Vignette Antirazziste

La vignetta satirica con la sua immediatezza è uno strumento molto efficace per parlare di razzismo e migrazioni, intervista a Mauro Biani, vignettista de “Il manifesto”
mediterraneo migranti tritacarne
 

Come sei arrivato a fare questo mestiere?
Sono un educatore professionale, lavoro con persone disabili; questo è stato il mio lavoro principale per lungo tempo e lo faccio ancora adesso part time. Sono diventato vignettista poco alla volta; ho cominciato a mettere sui fogli delle idee, dei disegni che prendevano spunto da fatti di attualità. Scrivevo un diario per me stesso, poi nel 2003 questo diario è diventato un blog; sono stato tra i primi vignettisti a usare questo mezzo. Pubblicavo una vignetta al giorno e così con il passaparola – all’epoca i blog avevano la stessa funzione dei social media adesso – sono stato scoperto. Ho iniziato a collaborare con il giornale d’informazione sociale “Vita” e poi ho disegnato per gli inserti satirici dei quotidiani “Liberazione” e “l’Unità”. Ho collaborato anche con il “Pizzino” un giornale satirico siciliano, che aveva un linguaggio molto originale. Oggi sono il vignettista de “Il Manifesto”, una collaborazione che mi piace molto ma anche impegnativa dato che ogni giorno devo disegnare una vignetta per la prima pagina.

Il disegno, la vignetta per parlare di problemi sociali non è riduttivo rispetto al testo scritto o al video?
Sono strumenti complementari; la vignetta è una battuta, uno sguardo, è sicuramente limitata, ma vuole solo fornire uno spunto ed è complementare ad altri strumenti che sono più adatti all’approfondimento.

Chi sono gli autori che tu conosci e che raccontano meglio i temi sociali del mondo e i problemi dello sviluppo?
Mi sono ispirato come vignettista allo stile dell’inserto dell’Unità “Cuore” e avevo studiato con passione anche il giornale satirico degli ’70 “Il Male”.
Diciamo che la mia fonte d’ispirazione sono i disegnatori satirici classici italiani come Altan, Bucchi, Elle Kappa. La mia particolarità è però legata alla mia professione, sono un educatore e certe tematiche sociali, soprattutto quelle relative alla disabilità, le conosco bene.

E’ appena uscito un tuo libro “Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista”, pubblicato dall’associazione Altrinformazione, com’è nata l’idea?
Ho fatto una selezione di oltre 600 vignette che ho disegnato dal 2004 e ne ho scelte 135. Rileggerle tutte in fila è stata un’esperienza emotiva forte e mi ha rimandato a una visione complessiva, di quello che è stato ed è il fenomeno della migrazione frenato da muri e dal mare, dal filo spinato e dall’ignoranza. Queste vignette sono anche una ricostruzione storica dell’impatto dell’immigrazione sulla politica italiana.
Accanto ai miei disegni abbiamo pubblicato anche una serie d’infografiche tratte dal “Dossier Statistico Immigrazione” dell’Idos che denunciano con dei dati precisi le false informazioni che circolano sul tema. Il libro è stato finanziato attraverso il crowdfunding in sole due settimane. “Il Manifesto”, convinto dal progetto, ha voluto farne un’altra edizione in 20 mila copie distribuite in edicola e oramai esaurite. E’ la prova che c’è un pubblico interessato al giornalismo fatto con vignette satiriche e con l’infografica.

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Il ritorno alla vita di Zheng Xianshu

Il progetto Aifo propone un modo diverso per includere le persone con problemi di salute mentale in Cina

00a1cac4-fed6-4268-810e-97f51cdeae49.png“Nel luglio del 2013 ho attraversato un momento difficile sul posto di lavoro e qualcosa si è rotto dentro di me. Mi sentivo male e non avevo voglia di fare niente. Rimanevo sempre a casa e addirittura avevo smesso di parlare. Il mio cervello si era ottenebrato”. Chi parla è Zheng Xianshu, un’infermiera che oggi ha 39 anni e che aveva avuto una vita normale fino a quel momento. Abitava nel nord della Cina nella grande città di Ha’rbin assieme ai genitori, ma poi qualcosa non ha più funzionato.

La famiglia rimane prima sconcertata per quello che sta accadendo alla figlia ma poi comincia ad aiutarla. In Cina le persone con problemi di salute mentale ancora sono vittime di pregiudizi da parte della popolazione e gli stessi operatori sanitari (medici e infermieri) a volte non hanno le competenze adatte per trattarli come persone con dei precisi diritti. Di solito quando uno si ammala il luogo dove viene curato è il grande ospedale psichiatrico, ma qualcosa sta cambiando in Cina, grazie ad un progetto di Aifo che assieme alle autorità locali e altre ong, sta organizzando dei servizi territoriali di tipo diverso.
“Su consiglio dei medici presi parte al progetto di Aifo nel luglio del 2014 e così conobbi questo modo di trattare le persone con problemi di salute mentale proposto dai medici italiani. Partecipai con esperti a un corso di formazione non solo sul tema della salute mentale ma anche a gruppi di mutuo aiuto e di riabilitazione. Volevo sapere di più su questo nuovo modo, per noi, di trattare la salute mentale e a poco poco mi feci l’idea che si potesse fare anche qui a Ha’rbin”.
Questa prima esperienza le permette di dare un nuovo corso alla sua vita. Comincia a partecipare ai gruppi e diventa una volontaria, comincia ad uscire di casa e a riacquistare fiducia in sé.

Il viaggio in Italia

Una seconda esperienza le segna la vita positivamente, ed è l’occasione di partecipare ad un viaggio di conoscenza a Trieste, nel luogo simbolo da cui ho preso il via la rivoluzione basagliana, ovvero un nuovo modo trattare le persone con problemi di salute mentale.
“Il viaggio in Italia per me è stato importantissimo. Vedere come viene trattata la malattia mentale in Italia mi ha dato una scossa. Incontrare là delle persone con i miei stessi problemi è stato per me prezioso; nonostante le barriere linguistiche ho potuto essere compresa attraverso lo sguardo degli occhi da un’altra paziente. Durante il nostro colloquio ho visto scenderle le lacrime, perché ci siamo capite, abbiamo capito il nostro comune dolore ma questo ci ha dato anche più forza”.
Oggi Zheng lavora come volontaria in un ristorante vegetariano buddista, una specie di mensa della carità, e nonostante la paura di ricadere nella malattia ho molte speranze e desideri: “Quando ero giovane desideravo imparare a suonare lo Guzheng, uno strumento musicale tradizionale cinese, ecco adesso è venuto il momento di impararlo. Vorrei aprire anche, grazie a dei piccoli finanziamenti dell’Unione Europea, un negozio di libri o un piccolo negozio qualsiasi dove poter far lavorare anche altre persone che hanno avuto problemi di salute mentale: mi piacerebbe che con i soldi guadagnati potessero venire in Italia e vedere le cose che ho visto io”.

Ridare diritti alle persone con problemi di salute mentale

“Rafforzare il ruolo e le capacità della società civile nei percorsi d’inclusione sociale delle persone con condizioni di salute mentale”” è questo il titolo del progetto triennale Aifo cofinanziato dalla Commissione Europea e che andrà avanti fino al febbraio del 2017.
Questi gli obiettivi più importanti che vogliono raggiungere:

  • Apertura di servizi di salute mentale di comunità in quattro distretti della Cina (centri ambulatoriali di salute mentale e unità residenziali aperte).
  • Creazione di cooperative/gruppi di auto aiuto di pazienti e famigliari per promuovere piccole attività produttrici di reddito (primo passo verso l’inserimento nel mondo del lavoro dei pazienti).
  • Attivazione di Associazioni locali di pazienti e famigliari per rendere visibili i loro bisogni e in difesa dei loro diritti.

 

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Muri in Europa, tratta e vignette antirazziste nel nuovo numero di “Amici di Follereau”

Numero particolarmente ricco quello di aprileScreenshot 2016-04-04 06.26.17 per la rivista “Amici di Follereau”.  La monografia è dedicata al problema dei “muri” che si stanno costruendo in Europa (Ungheria, Bulgaria, Macedonia e Spagna) per fermare il flusso dei profughi, ma questi tentativi mettono in crisi anche l’identità europea. In un altro articolo, nella sezione in primo piano, si affronta il tema da una prospettiva più ampia, quella che vede in nome dell’emergenza, la messa in discussione delle nostre libertà personali.

L’appello di Aifo del mese è invece dedicato alla storia di Zheng, una donna cinese con problemi di salute mentale che grazie al lavoro d’inclusione sociale portato avanti dall’ong italiana è riuscita a ricominciare una nuova vita.
La storia di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore ucciso nel 2011 viene raccontata direttamente dal fratello nello spazio dedicato alla cultura.

La drammatica emigrazione verso l’Europa di tante persone spinte dalla guerra e dalle violenze viene letta da un altro punto di vista, quello dell’aumento del fenomeno della tratta delle donne nigeriane che una volta arrivate in Italia vengono avviate, giovanissime, nel mercato della prostituzione.
Infine la vignetta satirica con la sua immediatezza può essere uno strumento efficace per parlare di razzismo e migrazioni? Intervista a Mauro Biani, vignettista de “il Manifesto”.

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Senzascampo/Gaza Under Attack


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di Walaa Mdookh (Social Developmental Forum di Gaza)

Gaza è una sottile striscia di terra che s’affaccia  sul mar Mediterraneo, nella parte sud della Palestina con un’area di circa 360 km. Vi abitano un milione e ottocentomila persone. La striscia di Gaza è sotto assedio dal 2007 e ha subito 3 assalti armati in meno di 5 anni, il peggiore di questi nell’estate del 2014 durato 51 giorni e che ha portato a una distruzione di Gaza come mai era accaduta in precedenza.
Questa situazione anche se ha riguardato tutti i palestinesi di Gaza, ha colpito più duramente  le persone con disabilità che sono il 7% della popolazione.

A Gaza non ci sono rifugi per proteggersi dai bombardamenti antiaerei e gli obiettivi degli attacchi comprendevano case di cittadini ma anche ospedali, scuole e moschee. Poi venne, finalmente, il cessate il fuoco; era il 26 agosto 2014.
In una situazione che vede il 72% delle famiglie ad avere problemi a livello alimentare, potrebbe sembrare un lusso la richiesta da parte delle persone con disabilità di avere un ambiente accessibile. Prima del conflitto i disabili cercavano  di cavarsela  grazie anche all’appoggio delle ong e di altri finanziatori.
In tempo di guerra, i palestinesi vivendo in un o stato chiuso si rifugiano nelle case dei parenti verso il centro della città, scappano dalle zone cuscinetto dichiarate dalle autorità militari israeliane, zone che vengono poi colpite. Quando le famiglie abitano tutti assieme, non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi e vanno allora nelle scuole dell’ Unrwav (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees).

“I miei famigliari si dimenticarono di me e scapparono fuori da casa, si dimenticarono che avevo bisogno di aiuto. Per la prima volta nella mia vita sentii che ero un peso per i miei famigliari, e desiderai morire”.
Parole amare quelle di Abeer EL-Herkly, una ragazza di 20 con una disabilità alle gambe.  Quando la sua famiglia fugge a causa dei bombardamenti lei non li può seguire perché non è in grado di raggiungere il suo scooter. Alla fine riesce a salire sul suo mezzo ma subito succede qualcosa che non ricorda. Si ritrova riversa per strada in mezzo a corpi di persone morte, il fumo nero oscura tutto: hanno di nuovo bombardato. Le ferite sono lievi, ai piedi, ma ha perso il suo mezzo di locomozione ed è costretta a rimanere a letto per 10 giorni completamente immobile; solo ogni tanto uno dei suoi fratelli la trasporta in bagno.
Dopo altri 10 giorni riesce finalmente ad avere una carrozzina, ma è inadatta lei.  Per 40 giorni, fina a quando la guerra non finisce, Abeer, non potrà mai lavarsi completamente.

Nisreeen ha una lieve disabilità, ma non è l’unica ad averne in famiglia; suo padre è cieco e altre due membri hanno altre forme di disabilità fisica. La sua casa è in una zona sicura, eppure, quando iniziano le ostilità, sente che i bombardamenti si fanno sempre più vicini. Nonostante il pericolo che si avvicina la famiglia decide di rimanere, perché non riuscirebbe a scappare con ben quattro membri disabili e poi non ha un’altra casa di parenti dove andare.
Ma alle fine devono scappare da casa, le bombe arrivano anche lì. “Camminavamo di notte con fatica – ricorda Nisreen – ci sostenevamo uno con l’altro ed eravamo lenti, ci superavano tutti nella corsa verso la scuola, il nostro rifugio. E quando ci arrivammo la beffa: non era accessibile per noi, tutta la gente ci guardava stupita e ci faceva tante domande sul perché eravamo così. Alle fine abbiamo chiesto di lasciarci in pace”.

Senza scampo?
Senza scampo/I disabili intelletivi e la guerra

Gaza Under Attack (english version)

Gaza is a narrow strip of land facing the Mediterranean Sea in southern part of Palestine with an area of about 360 sq. km. It has a total population of about 1.8 million persons. In general, Palestine has been part of a conflict with Israel spanning different decades, more specifically Gaza Strip has been imposed in siege since 2007 and has witnessed three armed assaults in less than 5 years, the worse was in the summer of 2014 which last 51 days and resulted in destruction on an unprecedented scale. These situation affected all the Palestinians living in Gaza Strip, especially the most vulnerable including persons with disability who represents (7%) of the total population in Gaza Strip according to broad definition of disability. Palestinians in Gaza do not have safe and equipped shelters to take refuge in during the aggression and above that during the aggression the civilians’ homes, public places like hospitals, schools and even mosques are daily targets to the Israeli who do not differentiate between young children, women, elderly people, nor persons with disabilities; they do not differentiate among people, trees, nor stones; they do not differentiate between dawn, morning, afternoon, evening, nor night. The aggression may take place in any time and in any place even it has been announced the ceasefire on 26th August 2014. The deteriorated economic situation prevent the Palestinians living in Gaza from affording the simple needs of daily life, as around two third of the population of Gaza was receiving food assistance prior to the crisis of July-August 2014 aggression on Gaza Strip, and food insecurity or vulnerability to food insecurity affected 72% of households. Thus, having an accessible environment for persons with disabilities would be as luxuries in their point of view in this crucial life. However, persons with disabilities prior to conflict live normal life as much as they can trying to cope with the harsh situation by joining some activities and interventions carried by CBOs, NGOs and INGOs.

In time of war, Palestinians living in the areas close to borders are used to evacuate their homes as Israeli announce it as buffer zones, they take refugee to their relatives’ homes who live in other areas in the middle of the city, in some cases all the extended family live at the same area so that they do not have relatives to evacuate in, so they take refuge in UNRWA schools. In July-August 2014 aggression, all geographic areas of Gaza were affected by conflict since the emergency was declared on 7 July, and witnessed aerial bombardment, naval shelling or artillery fire. Some 43 per cent of Gaza, located three kilometres from the security fence towards the west and in northern Gaza, were designated by the Israeli military as a “Buffer Zone”. Communities in this area experienced ground operations and fighting and were the worst affected, particularly Khuza’a, East Rafah, Al-Qarara, Bani Suhaila, Al-Maghazi Camp, Al-Bureij Camp, Ash-Shuja’iyeh neighborhood in Gaza City, East of Jabalia, as well as Beit Hanoun, Umm An-Nasser and Beit Lahiya in northern Gaza.

The Story of Abeer EL-Herkly
“My family forgets me and get out of the home; they forget that I need help. My elderly father and my sick mother are they only ones who stayed, for the first time in my life I felt that I am a heavy burden on my family and I wished death”.
Painful words break into tears by Abeer EL-Herkly aged 20 years and has mobility disability, when her legs were disabled to carry her and she could not use her technical appliance “the scooter” to move. She could not keep step with her family who evacuated forcibly her home along the eastern borders of Gaza City.
She said while erasing her tears, “that was in 20th July 2014 during the Israeli aggression when I found myself alone with my father after 25 member of my family had went out escaping from death that surrounded Ash-Shuja’iyeh neighborhood in which we take refuge in”.
EL-Herkly with a suffocated voice “my father asked me to use my special vehicle scooter, I hesitated at the beginning because of the dangerous situation especially that Israelis target every moving thing randomly”.
She added “Because of my father’s urging and the dangerous around us, I used my scooter, but I did not know where to go, I was walking midst the dead bodies, corpses were spread in the streets”.
She continued “I was not aware of what happened, as if I was in coma, I did not feel my injury, and I did not hear the shelling. I just found myself was thrown far way among dead bodies. After a while I heard my father’s echo calling me, but the thick black smoke block the vision”.
She added “I tried to use my scooter again but I surprised by a voice behind me warning me that I am wounded again. A strange young man carried me with the company of my father until we reached the end of the street where many people are gathered near the market, and then another crime happened at that area”.
“We sat in store where they bind my wound, we appealed to taxies to drop us to Shifaa hospital but in vain, the young man -with the company of my father- obliged to carry me on foot until we reached a school then with extreme difficulty we found a taxi to take us to the hospital”.
With tears she said “the doctor said that there are other urgent cases, so there is no need for you to stay in hospital and he asked me to leave! In that moment I said with loud voice that May I lost my leg instead of my scooter!” We waited until a bus came and drop us in Tal el hawa neighborhood where there is UNRWA Schools “shelters””.
In the next day Abeer went to AL-Quds hospital in the same neighborhood of the UNRWA School as she felt the pain again until they remove the fragment from her feet. She stayed ten days in the UNRWA Shelter, as if the whole age. According to her description, “ I was alone, and I got psychological shock “ disorder” due to losing my technical appliance that assist me to do my personal needs, my siblings were obliged to carry me when I want to go to the bathroom while I am still wounded”.
After ten days, Abeer got a wheel chair but it was not appropriate to her as the UNRWA Shelter was not accessible and she again felt that she is a burden on her family.
With mixture of feeling she continued with heartbreak “I got so tired in the Shelter, water did not touch my body for forty days when the last ceasefire was announced. I went to my home which was largely damaged as it might fall in any instant.”

The Story of Nisreen Mousa Al Bahteiti
Nisreen Mousa Al Bahteiti
, is a young female with mild disability live with her family in which there are other three members with disabilities one of them is her elderly father who has complete visual disability. They live in Al Sha’af neighborhood, according to Nisreen, “suddenly on Saturday, 27 of Ramadan Israeli occupation forces threatened us by a large scale ground war”. Nisreen and her family know exactly that their home is far away from the buffer zone so it will not be included in this operation; however, they are surprised that Israeli were getting closer and shelling near their home. They were scared, “especially that we are considered as a special case in the regard of our disabilities! They were casting anti-missile flares for the first time in our area, military war planes were flying heavily in the sky which gave us a misfortune sign”, Nisreen described. Family of Nisreen decided to stay at home as it is difficult for them to get out of home in regard of their disabilities and due to not having other safe and close place to evacuate to. “Then, the Israeli occupation forces started bombing us by random shells without concerning whom they are targeting, all were the same for them!”,Nisreen added, “We really went through a very dark night, because of the extreme dangerous situation in our area, International Committee of the Red Cross- ICRC- obliged us to evacuate our house. We were walking in the streets- me, my sister and my brother- we were hardly walking and we were leaning on each other. People who were behind us passed us and we were so slow. My brother carried my sister to walk quickly, but there was one problem left which is my father who cannot see we were helping each other till we arrived to the school”.
Being at a school is another tragedy for Nisreen and her family. “The place was not accessible for us at all, the classrooms were not accessible, we were not acceptable for the evacuated people there, and all of them were staring at us, we were strange persons for them. We weren’t able to adapt the school; we hardly can manage our stuff at home! People at school were wondering about our disabilities, then we explained for them asking them to leave us alone” Nisreen said.

 

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Senzascampo/I disabili intellettivi e la guerra

forrest-gump-vietnamL’immaginario letterario e cinematografico ci aiutano a capire il posto che hanno le persone con deficit intellettivo in tempo di guerra: ricordate Forrest Gump, un sempliciotto che nell’omonimo film diventa un eroe di guerra in Vietnam? Oppure Steve, il disabile psichico che nel libro di Conrad “L’agente segreto” diventa un inconsapevole quanto inutile uomo bomba? Sia che siano attivi partecipanti oppure vittime, le persone con disabilità psichica in tempo di guerra hanno da un lato la caratteristica di essere facilmente sfruttate perché manipolabili e dall’altro rimangono comunque più invisibili e quindi trascurate rispetto ad altre forme di disabilità, come quella fisica dovute alle amputazioni o quelle causate dalla guerra a livello psicologico (il cosiddetto disturbo post-traumatico da stress).

Durante i conflitti le persone rese disabili diventano degli eroi, delle persone molto considerate dalle autorità e dall’opinione pubblica e questo a discapito di tutte le persone che hanno disabilità congenite come quelle intellettive. In Afghanistan il Ministero che si occupa dei disabili si chiama “Ministero dei Martiri e dei Disabili” e già il nome la dice lunga.
Nei situazioni di forte conflitto le autorità richiedono un’obbedienza totale da parte dei cittadini e quelli che hanno disabilità intellettive sono più esposti perché non “obbediscono” agli ordini, semplicemente perché non li capiscono. Nel febbraio del 2006 un ragazzo palestinese disabile mentale durante una sassaiola contro l’esercito israeliano venne ucciso perché girava con una pistola giocattolo. Nel 2007 Taher Abdu, un altro ragazzo palestinese venne ucciso dai soldati israeliani mentre pascolava le sue capre perché nonostante gli ordini di fermarsi lui continuava a camminare.
Lo sfruttamento delle persone mentalmente deboli viene fatto in molti modi. A Bagdad nel 2005 Amar Amhed Moammed , una ragazza di 19 anni con la sindrome di Down venne usata come arma di guerra facendosi esplodere. Ma questi episodi ne innescano altri. Le voci incontrollate dell’uso assiduo di disabili mentali come bombe umane (notizia mai confermata), vennero utilizzate dalle forze statunitensi a scopo di propaganda per demonizzare l’avversario; invece da parte dell’autorità irachena questo ha portato a un ordine del Ministero dell’Interno che chiedeva alla polizia di radunare le persone disabili mentali, gli homeless per controllarli meglio, in altre parole una forma di reclusione e di esclusione sociale.

Senza scampo?
Senza scampo/Gaza Under Attack

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Senza scampo?

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In tempo di guerra le persone con disabilità vengono ancora più escluse, perfino dai soccorsi che non sono pensati per loro.
Si dice che i primi a rimetterci quando c’è la guerra siano i vecchi e i bambini, dimenticando che vi è un altro gruppo di persone che ne viene travolto e spesso spazzato via: le persone con disabilità.
I più veloci, si dice ancora, scappano, gli altri vengono presi ed è così che avviene nel tragico gioco della guerra. Quando si è sotto un bombardamento le persone corrono nei rifugi ma chi è lento avrà il tempo di raggiungerlo? E ancora, una volta arrivati, il riparo sarà accessibile per chi usa una carrozzina? Sembra un lusso poter pensare alle barriere architettoniche in una società in guerra eppure, se vogliamo cercare di progredire come esseri umani, questo è un lusso che dovrebbe essere alla portata di tutti.
Anche quando l‘emergenza non è immediata il problema si ripropone; grandi masse di profughi sono sospinte dai conflitti in campi di accoglienza pensati in termini generali, dove l’aiuto viene dato non secondo le necessità specifiche delle persone disabili. Ci sono carrozzine disponibili? I bagni sono accessibili? I disabili sensoriali hanno la possibilità di orientarsi e di essere informati? Sono rari i campi nel mondo che offrono queste opportunità.

Esiste un modo pensare che striscia nel fondo delle nostre coscienze e che ogni tanto appare nei momenti difficili: in situazioni di guerra, vale la pena di salvare o semplicemente di pensare alle persone con disabilità? Non è meglio pensare ai sani (“Che hanno più diritto di vivere”)? Sembra un discorso mostruoso, che solo certe persone possono fare, eppure il diritto alla vita per le persone disabili viene messo in discussione proprio nei periodi di guerra o di violenza in generale.
L’esempio più noto rimane ancora l’”Aktion T4”, il programma nazista di eutanasia rivolto ai cittadini tedeschi (anche bambini) che avessero gravi malformazioni o disturbi mentali. Secondo l’ideologia nazista erano vite indegne di essere vissute perché non producevano ed erano solo un peso per una nazione che doveva impegnarsi in guerre su più fronti. Negli istituti statali vennero eliminate circa 70 mila persone, poi il programma fu, solo ufficialmente, interrotto nel 1941 perché aveva trovato troppo resistenze nella popolazione, che continuava a considerare i malati non solo come tali ma anche come i propri genitori e i propri figli (fu l’unico caso in cui Hitler non poté esercitare il suo strapotere sul popolo tedesco).
Possiamo ritrovare questo modo di pensare in storie minori. Quando il 7 ottobre 1985 un gruppo terrorista palestinese prese in ostaggio la nave italiana “Achille Lauro”, l’unica persona che venne uccisa, a scopo dimostrativo, fu Leon Klinghoffer; venne eliminato perché era ebreo e poi perché era una persona in carrozzina e quindi …
Secondo la Women’s Refugee Commission, una delle poche organizzazioni che si è specializzata su questo tema, fra i 51 milioni di rifugiati nel 2014 circa 7,7 milioni erano persone con disabilità. “Queste persone sono le più trascurate fra i rifugiati, i loro bisogni reali non vengono identificati dalle organizzazioni di soccorso e sono vittime anche di pregiudizi”. Il risultato è che, sempre secondo questa fonte, la violenza verso le persone disabili è 4-10 volte superiore di quella esercitata verso le persone normali.

La carta di Verona

A livello normativo il tema (che non riguarda solo le situazioni di emergenza per guerra ma anche quelle causate dai fenomeni naturali) ha già una sua storia significativa. La “Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità” dedica un articolo (n.11) per la tutela dei disabili nelle “situazioni di rischio ed emergenze umanitarie”. Dal canto suo il Consiglio Europeo ha adottato nel 2015 un documento che definisce le azioni che gli stati membri dell’Europa e la Commissione europea devono garantire per includere le persone con disabilità nei casi di emergenza umanitaria (“Council conclusions on disability-inclusive disaster management“). In Italia il Ministero degli Esteri ha scritto un “Vademecum su Emergenza e disabilità”, che vuole essere una guida di supporto per tutti gli operatori umanitari italiani. Ma è la “Carta di Verona” del 2007 il documento di riferimento principale quando si parla di salvataggio di persone con disabilità in caso di disastri.

“Occorre passare da un approccio basato sull’aiuto umanitario a quello centrato sul rispetto dei diritti umani – sostiene Giampiero Griffo, uno degli estensori del documento e membro del Disabled Peoples’ International – Il primo approccio, ancora prevalente negli interventi di emergenza, è basato sulla limitazione dei danni. E’ un approccio tipicamente militare e definisce un intervento basato su due tempi: prima s’interviene in maniera rapida per salvare e curare i sopravvissuti; solo in un secondo momento s’interviene sui bisogni specifici. Questo comporta che le esigenze considerate non essenziali vengano messe in secondo piano. Esigenze come l’accessibilità dei luoghi o dei campi di accoglienza degli sfollati, esigenze particolari di diete e attenzioni personalizzate vengono cancellate”.

La testimonianza dei disabili

Human Rights Watch” ha raccolto la testimonianza di oltre 100 persone disabili e dei loro famigliari nel corso del 2015, testimonianze dallo Yemen, dalla Repubblica Centroafricana e da altre zone in Europa dove i profughi fuggono: sono storie agghiaccianti dove l’arrivo di un disabile in un campo di accoglienza ha per lui un significato del tutto diverso che per gli altri e dove l’accoglienza si declina in barriere fisiche e psicologiche insormontabili.
Ayman è un giovane siriano paraplegico di 28 anni reso disabile da un razzo che ha colpito la sua casa a Damasco; così racconta la sua esperienza una volta arrivato in un campo per profughi in Ungheria: “La mia carrozzina era distrutta e sono rimasto per 23 giorni in un letto finché non me ne hanno procurato una nuova; per 42 giorni non sono mai uscito dalla mia stanza per via delle scale che erano per me impraticabili”.
Jean è invece un disabile fisico dislocato al campo profughi Mpoko nella Repubblica Centroafricana: “Il triciclo con cui mi muovevo era andato distrutto e per muovermi dovevo strisciare; anche nei bagni ci andavo così; all’inizio avevo dei guanti che usavo per non sporcarmi con le feci ma poi si sono consumati e ho dovuto usare delle foglie per entrare nella toelette”.
Particolarmente rischiosi sono i viaggi in mare perché per un disabile fisico la caduta in acqua significa una morte sicura, a volte è vittima anche dell’acqua che riempie il fondo della barca, luogo da cui non riesce più ad alzarsi.
Nel maggio del 2016 si terrà a Istanbul il “World Humanitarian Summit” in cui i governi e le agenzie dell’Onu si confronteranno su questo tema e dove, secondo “Human Rights Watch”, le persone con disabilità potranno portare direttamente la loro voce.

Senza scampo/I disabili intelletivi e la guerra
Senza scampo/Gaza Under Attack

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Guerra e disabilità, memoria, coltan congolese, ecco alcuni temi del nuovo numero di “Amici di Follereau”

Screenshot 2016-01-27 12.50.29E’ uscito il numero di febbraio della rivista di Aifo. In tempo di guerra le persone con disabilità vengono ancora più escluse, perfino dai soccorsi, non pensati per loro: e a questo problema è dedicato il dossier interno della rivista. In un altro intervento parliamo del coltan congolese indispensabile ai cellulari, ma che finanzia anche i signori della guerra. Una fondazione olandese tenta di umanizzare la sua estrazione.
L’appello del mese è invece dedicato ad un progetto per l’eliminazione della lebbra nello stato del Parà in Brasile, dove la malattia è ancora endemica.
Infine nello spazio dedicato alla cultura si parla della “memoria del mondo”, un ambizioso progetto dell’Unesco per conservare la storia dell’umanità. Ma ricordare aiuta ad evitare gli errori del passato?

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La storia di Padre Victor, testimone della GML 2016

s0_475La Giornata mondiale del Malati di Lebbra (GML) si svolgerà quest’anno il 31 gennaio; in centinaia di piazze in Italia (ma anche in Guinea Bissau e in Brasile)  si potranno trovare dei volontari Aifo che sensibilizzano su questa malattia ancora presente in India, Brasile, Indonesia e Cina. La GML è l’appuntamento annuale più importante di Aifo ed è nata da un’idea di Raul Follereau che decise di ricordare questa emergenza ogni anno l’ultima domenica di gennaio (questo evento prosegue ancora nelle settimane successive).
Ogni anno viene invitato in Italia un testimone per l’evento, ecco la storia di padre Victor Luis Quematcha.

Padre Victor, che è nato vicino a un lebbrosario

Sarà un periodo intenso quello che vivrà in Italia padre Victor Luis Quematcha, 48 anni, Superiore dei Frati francescani della Guinea Bissau e parroco della cattedrale di Bissau; è lui il testimone 2016 della Giornata mondiale dei Malati di lebbra. Padre Victor visiterà diverse realtà Aifo sparse per l’Italia, dalla Liguria al Veneto, fino ad arrivare in Puglia, raccontando a tutti la sua esperienza di frate e sacerdote che fin da bambino ha incontrato la lebbra e ha conosciuto le attività di Aifo.
“Sono nato a Cumura, il lebbrosario fa parte della mia storia personale, sono nato in un villaggio dove lavoravano i frati veneti che si occupavano di lebbrosi; anche alcuni membri della mia famiglia sono stati colpiti da questa malattia”.
Da bambino Victor aveva paura dei malati, gli facevano impressione le loro piaghe o gli arti mancanti, come è normale per un bambino, ma poi la vicinanza, la consuetudine fa passare le paure e i pregiudizi.

Victor appartiene al gruppo etnico dei balanta che, seppur maggioritario, storicamente è stato escluso dai centri di poteri per via dei cattivi rapporti che ha avuto con i colonizzatori portoghesi. Balanta significa “quelli che resistono”, nome datogli perché, a causa della loro organizzazione sociale di tipo egualitario, si sono sempre scontrati con l’impostazione sociale gerarchica dei portoghesi.
Oltre la vicinanza del lebbrosario è quella dei frati a indirizzarlo precocemente nella vita: “Mio papà era un insegnante catechista, da bambino ero chierichetto e vedendo come vivevano i frati tra di loro, che mettevano in comune tutto, pregavano assieme, mi è venuta voglia di essere come loro”.
Entra in seminario e non sa se decidere di essere frate o anche sacerdote; alla fine lo diventa studiando in Togo e in Costa D’Avorio, mentre prende la “specializzazione” in Teologia Morale a Roma. Ora oltre a seguire la parrocchia di Bissau è anche professore all’Università cattolica locale.

In un italiano molto sciolto, Victor ricorda come si è arrivati alla costruzione a Cumura dell’aldeia per i malati di lebbra, che in lingua portoghese indica un piccolo agglomerato economicamente autosufficiente posto ai bordi di un centro abitato più grande: “Il Superiore dei Francescani poi diventato vescovo, Settimio Arturo Ferrazzetta, aveva notato che gli ex lebbrosi non erano integrati ma esclusi dagli abitanti della città, così ha voluto creare, negli anni ’70, questo villaggio”.
La collaborazione tra l’ospedale, l’aldeia di Cumura e Aifo dura da molti anni e lo stesso Victor si ricorda che a metà degli anni ‘80 ha partecipato durante l’estate a un corso di formazione gestito dall’associazione dove ha potuto conoscere più a fondo la malattia.
“Nelle zone rurali esiste ancora una certa diffidenza verso i malati che sono visti come maledetti da Dio, ma in tanti altri posti è stato fatto un buon lavoro di sensibilizzazione, e questo grazie ad Aifo; 40 anni fa questi pregiudizi esistevano un po’ dappertutto mentre oggi sono più rari. Aifo ha lavorato non solo con i malati ma anche con la popolazione in generale per far capire che la lebbra non è una punizione divina ma una malattia come le altre e questo è molto importante”.

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A proposito della web serie “Status”

riunione di un gruppo di cooperanti attorno ad un tavoloCiao Nicola,
sono Andrea Tolomelli e al CEFA mi occupo di mediterraneo ed EAS. Ho letto sul blog i tuoi commenti su Status. Ovviamente ciascuno è assolutamente libero di pensarla come vuole, ci mancherebbe altro. Volevo solo raccontarti come sono andate le cose e perché il prodotto è quello che hai visto. Uno dei tre registi, Renato Giugliano, aveva già realizzato due docufilm, “Cooperanti” e “Aller et Retour” che raccontavano progetti con al centro gli stessi operatori umanitari.
Nel caso di Status, che peraltro non abbiamo prodotto noi ma si è autoprodotto vincendo il Milano film festival dedicato al web, i tre registi hanno deciso di fare una fiction che avesse come sottofondo la cooperazione internazionale, ma che non parlasse di cooperazione internazionale. Noi abbiamo dato loro informazioni sul contesto, su come si comportano i cooperanti (il discorso del capoprogetto, i sogni della cooperante, la soluzione agronomica per la vite sono esempi veri), su com’era l’Albania a fine anni 90 (lì c’ero proprio io). Li abbiamo fatti parlare con i nostri partner locali albanesi per avere un quadro chiaro su cui loro, poi, hanno montato un giallo. Onestamente la web serie non aveva scopi didattici, ma di intrattenimento. Nel film ci sono personaggi positivi (la ragazza, i personaggi in sede, la controparte locale), negativi (il sindaco corrotto) ed equivoci (il protagonista), ma essendo un giallo credo ci stia.

P.s. Ho visto Perfect Day e devo dire che il film mi è piaciuto, ma anche lì la figura del cooperante è sempre la stessa, mezzo indiana jones (e io quello non l’ho davvero mai incontrato), attempato e con la bella ingenua e giovane.

 

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Al cinema gli operatori umanitari son tutti giovani e belli

movie-melanie-640921_0x440Quando il cinema si occupa di personaggi che hanno a che fare con il mondo dell’aiuto umanitario, questi personaggi tendono a diventare, nei copioni delle sceneggiature, degli eroi un po’ maledetti, oppure dei sognatori; hanno commesso qualche colpa cui devono rimediare o ne commettono ancora, nonostante l’aiuto che danno al prossimo. Insomma sono tutti personaggi estremi, tesi, mai personaggi normali, come di fatto sono la maggior parte degli operatori umanitari.

La regista danese Susanne Blier ha fatto almeno due film che riguardavano l’aiuto umanitario.  Nel film “Dopo il matrimonio” (2006) il protagonista è un volontario che lavora in un orfanatrofio indiano e ha un passato torbido, di uomo infedele e incostante che si redime diventando volontario. In un film successivo (“In un modo migliore”, 2010) il discorso delle Blier si fa più complesso e interessante. Qui il protagonista è un medico chirurgo impegnato in Africa. Gestisce un ospedale in un campo profughi dove i segni di una violenza inaudita sono il pane quotidiano. Quando torna nella sua famiglia in Danimarca si trova ad affrontare una situazione di sopruso e, cercando di insegnare a suo figlio un metodo civile per rispondere a questa situazione, innesca una serie di atti imprevisti che metterà in crisi anche il suo equilibrio di operatore umanitario, che aiuta tutti in modo indistinto – di fatto permetterà il linciaggio, all’interno del suo ospedale, di un signore della guerra autore di tanti omicidi.

Nel 2014 l’ong Cefa produce una web serie intitolata “Status, tratta dai racconti dei propri volontari che cooperano in Albania; qui il protagonista è un piccolo spacciatore di Bologna che, per riuscire a mantenere il rapporto con la sua ragazza impegnata nell’aiuto umanitario, diventa pure lui cooperatore (da spacciatore a cooperatore!) trovando una sua via di redenzione. Insomma il clichè dell’operatore umanitario dal passato oscuro tende sempre a riemergere nei copioni cinematografici. La mia esperienza personale degli operatori umanitari non è certamente questa.

Un po’ diverso il discorso per quanto riguarda “Perfect Days”, il recente di film del regista spagnolo Fernando Leon de Aranoa che conosce molto bene il mondo della cooperazione, avendo girato un documentario in Africa con “Medici senza Frontiere” e l’Unhcr e un’altro in Bosnia nel 1995. Vengono descritte bene certe situazioni tipiche, come il contrasto tra i militari e gli operatori umanitari che alla fine devono sempre ubbidire perché il potere è comunque nelle mani dei primi. Come ha sottolineato tante volte David Rieff, il mondo umanitario, o meglio  la sua versione più interventista e politicizzata, spesso invoca l’intervento militare, ma questo accoppiamento (militare/umanitario) resta comunque un fatto paradossale, visto che gli interventi militari non possono essere mai anche umanitari e sono guidati dai precisi interessi delle nazioni potenti.

I protagonisti del film, dicevo, sono meno estremi e colgono bene alcune caratteristiche degli operatori umanitari, come la difficoltà ad avere relazioni affettive stabili dato il tipo di vita.  Altra caratteristica è il cinismo che a volte s’insinua di fronte alle tante delusioni e al senso di impotenza che si prova quando il proprio lavoro viene smantellato (provate a pensare cosa abbia provato il personale delle ong operanti a Gaza dopo i bombardamenti dell’estate 2014 che hanno distrutto asili, scuole e centri di riabilitazione faticosamente costruiti nel corso degli anni).

In questo film il punto debole delle sceneggiatura sta nel copione che vuole piacere al pubblico. Come lo fa? Creando situazioni di schermaglia amorosa tra i protagonisti, scrivendo dialoghi che tendono a far sorridere e a piacere anche quando sono di fatto cinici. La compassione non è poi tanto vera in questo film, ma penso che questo sia il prezzo che si paga quando si vuole rendere appetibile ad un vasto pubblico la propria pellicola, a scapito di un racconto più vero, più profondo, semplicemente più poetico.
E poi detto tra noi, voi avete mai incontrato un operatore umanitario con lo sguardo di Benicio Del Toro o le labbra di Melanie Thierry?

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Misna ha chiuso, Misna si può salvare, Misna deve cambiare

 

logo di misnadi Marco Sassi

Misna (MIssionary Service News Agency) ha chiuso il 31 dicembre; agenzia giornalistica quotidiana specializzata in notizie sul Sud del mondo, fondata nel dicembre del 1997 per volontà del missionario comboniano Giulio Albanese e promossa dalla Federazione Stampa Missionaria Italiana (Fesmi) e dal Sermis (Servizio Missionario Italiano) di Bologna, Misna ha chiuso per le ristrettezze economiche degli istituti missionari che ne portavano i costi, in particolare la Consolata, i Comboniani, i Saveriani e il PIME (Pontificio istituto missioni estere).

Cosa sta chiudendo? Sta chiudendo la Misna, ennesima agenzia di rimbalzo di news tra le decine della galassia missionaria, o sta chiudendo una voce informata e davvero rappresentativa della liaison tra Italia e Sud del Mondo?

Nel primo caso non mi listerei a lutto; la crisi veniva da lontano, dal 2009 e, non avendo entrate dirette con la gratuita messa in rete delle informazioni, era un po’ fisiologico che presto o tardi i nodi sarebbero venuti al pettine.
A stessa sorte, per vie diverse, erano giunte altre riviste missionarie italiane, alla cui sopravvivenza poco aveva potuto fare il FESMI, la Federazione Stampa Missionaria Italiana. E così avevano chiuso “Afriche”, rivista della Società missioni africane, “Missioni Francescane”, “Ad Gentes” , “Popoli”, magazine dei Gesuiti e altre.

Sì, Misna era una voce controcorrente; ma non è affondata per il fastidio che dava, ma per le secche in cui era finita, per il calo di donazioni, l’invecchiamento dei sostenitori “delle missioni”, poco rimpiazzati dai giovani, per il “crollo di energie” .
Non aveva seguito con pari velocità il tourbillon costante dei cambiamenti tecnologici nell’editoria e forse anche quelli del giornalismo del Sud del mondo.

La storia dell’agenzia dei missionari era affascinante e romantica, tipicamente espressione dell’italico modo di affaccio al Sud del Mondo, pieno di buona volontà, con scarse risorse umane, finanziarie e tecnologiche, ma soprattutto polverizzate e tetragone al lavoro di effettiva condivisione a rete appena più ambiziosa dello scambio di informazioni.

L’originalità iniziale dell’agenzia, ovvero la potenzialità dell’antenna costituita da 14.000 missionari italiani di 40 congregazioni, testimoni diretti dei fatti narrati nel Sud del mondo, alla fine si è “smorzata”; poco coinvolgimento, poco aggiornamento, troppo affidamento sulla italica “volontà di collaborare”, mentre sempre più si affermavano altre agenzie in tutta l’Africa, altrettanto radicate nel tessuto civile e sociale, ma meglio in grado di fare trait d’union con le maggiori press agencies internazionali.
Da una parte lo storytelling della volenterosa Suor Antonietta sperduta nella brousse del Madagascar ha perso il suo appeal (e pure la non più rinunciabile tempestività), mentre dall’altra cresceva una selva di giovani giornalisti africani agguerriti e aggiornati sui fatti di casa propria con professionalità giornalistica e tecnologie digitali avanzate.
E dove questi difettavano, per castrazione della libertà di stampa, come in Eritrea, era velleitario che se ne facessero carico sempre più anziani e sempre più rari volenterosi missionari.

A molti di noi è capitato di “partecipare” a situazioni emergenziali del giornalismo del Terzo settore, ricordo a proposito la non lontana crisi di un’altra bellissima testa, “Solidarietà Internazionale” del CIPSI.

La domanda da porci alla fine è una: siamo così scossi dalla chiusura di Misna da essere anche disponibili a “pagare anche di tasca nostra” la sopravvivenza di questa come di altre agenzie di stampe italiane nel sud del Mondo, ad esempio passando dall’informazione “in chiaro” a quella a pagamento on demand o con abbonamenti? E’ da questa domanda che discendono le scelte successive. Se la risposta è no, visto che tutto quello che era prodotto era non più così originale e già comunque reperibile online, anzi forse in modo anche più approfondito rispetto al copia-incolla-lima, allora altro non si può fare che lasciar perire il moribondo, cui peraltro i finanziatori hanno già intonato il de profundis.

Se, viceversa, fossimo disponibili, coerentemente, anche a cercare un salvataggio dell’esperienza, attraverso forme di nostra adesione, come un azionariato popolare, prima descriviamone perimetro, condizioni, risposte.
Ci sarà posto, nei prossimi anni, ancora a lungo per piccole esperienze frammentate, di nicchia e fortemente collegabili all’impronta data loro dai fondatori e iniziali ispiratori ?

Si può invece arrivare a immaginare fusioni e accorpamenti nelle agenzie di stampa e redazioni missionarie, rinunciando ai particolarismi ma guadagnando in allineamento di risorse tecnologiche, economie di scala, organizzazione, professionalità, visibilità ?
Può essere immaginata un’unica agenzia di stampa, in cui far confluire Misna (o quello che ne sortirà) e le varie altre Asianews (agenzia del Pime), Fides (voce delle Missioni cattoliche nel mondo) ma anche riviste, come Nigrizia, punta di diamante dei Comboniani, la dinamica “Africa rivista ” dei Padri Bianchi, “Missione Oggi” dei Saveriani , “Mondo e Missione” , ecc. ?

Se a tutti i costi devono essere salvaguardati i colori di questa o quella congregazione, bene, chapeau! Ma allora non se ne faccia una questione di esigenza collettiva di sopravvivenza del pluralismo giornalistico né di perdita di riferimenti per l’informazione italiana nel Sud del mondo; e, ogni volta che una di queste agenzie o testate andrà (prevedibilmente, ahimè) in crisi, sarà questione di esclusiva pertinenza del relativo editore.

Se invece dalla crisi di Misna dovessero uscire proposte di profonda riorganizzazione delle agenzie di stampa e della comunicazione missionaria, meno ingessata, meno polverizzata, con meno storie di testimonianza religiosa e più storie di Africa “narrante di se stessa” , io sarei il primo a esser d’accordo e condividerei in prima persona anche i costi di una proiezione verso il futuro della voce dei missionari, che provengono sì dal passato ma che devono tenere il passo col futuro.

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Walk & Talk: La Stampa e Oxfam assieme per parlare di profughi

Immagine di migrante su un treno in serbia
E’ un rapporto complicato quello che lega i giornalisti alle ong, ciascuno può “sfruttare” l’altro e non si sa chi poi alla fine riesce nel suo intento; se il giornalista che si procura delle buone notizie o l’ong che ottiene visibilità.

L’esperimento in corso sul quotidiano “La Stampa” però parte bene e riesce a combinare le competenze dei suoi giornalisti con quelle degli operatori umanitari di Oxfam.
” ‘Walk and talk’, ‘Camminiamo e parliamo’. Questo dicono i migranti a chi prova a intervistarli lungo la rotta balcanica” ed è questo che fanno in una pagina dedicata al racconto delle rotte dei profughi e delle loro storie personali. Lo fanno usando modi diversi, come il racconto con foto delle storie di profughi realizzate direttamente da Oxfam, o la produzione di servizi speciali e di mappe curati invece dai giornalisti de La Stampa. Possiamo leggere e vedere anche un webdoc, ovvero un documentario un po’ scritto e un po’ animato grazie alle possibilità multimediali offerte dal web.
Non si capisce bene se sono lavori del quotidiano fatti precedentemente e che poi vengono accorpati nella sezione o è un lavoro tutto nuovo.
C’è anche la voce dell’operatore umanitario, Anna Sambo, che scrive un blog (Diario da Belgrado) in cui racconta il suo lavoro e le sue emozioni (e lo fa anche bene).
Infine c’è anche uno spazio per il gioco, per mettere alla prova il grado di conoscenza del lettore sul tema dei migranti per forza.
Questo speciale de La Stampa non è facilmente raggiungibile dalla home page del quotidiano ma è comunque un buon tentativo per fare un’informazione variegata e che evita toni allarmistici o vittimistici, su un tema che oramai ci riguarda tutti, proprio tutti.

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Nuova grafica e nuovi contenuti per la rivista “Amici di Follereau”

copertinsa della rivista con ragazzina sirianaEcco il nuovo numero di gennaio della rivista “Amici di Follereau” di Aifo.  E le novità sono molte: una nuova veste grafica, più notizie, un uso maggiore delle fotografie.
Il prossimo 31 gennaio è la giornata mondiale dei malati di lebbra e la rivista offre un dossier dedicata interamente al tema. “La sfida – si legge nell’articolo – non è solo curare le persone colpite, ma garantirne l’inclusione sociale e andare oltre il pregiudizio legato alla malattia”.  A queste tematiche è dedicata la “Donazione del mese” che racconta il progetto che Aifo segue da molti anni in Assam, uno Stato nord orientale dell’India.
L’Africa libera dalla poliomielite?” è invece l’argomento trattato nello spazio cultura. In Primo Piano un articolo dedicato alle strategie comunicative dell’Isis nei confronti dell’Occidente, strategie che hanno molti punti in comune con quelle del sistema , spettacolarizzante, hollywoodiano. E ancora una storia di ordinaria fuga di un profugo pachistano e della sua famiglia dagli orrori della violenza e dal terrorismo.

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Tutte le guerre del mondo

conflitti 2014Sempre di più i morti in guerra sono i civili, soprattutto i più deboli. E’ l’insicurezza alimentare assieme alle disuguaglianze e socio-economiche che portano alla guerra e non la diversità etnica o religiosa (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” di dicembre)

“Cibo di guerra” è il quinto rapporto sui conflitti dimenticati realizzato dalla Caritas Italiana in collaborazione con le riviste Famiglia Cristiana e Il Regno. Oltre al naturale riferimento all’evento di Expo a Milano, sono tre i motivi per cui si è scelto di dare questo taglio alla ricerca come dice Paolo Beccegato, vicedirettore della Caritas e curatore del libro: ”Il legame tra la fame del mondo e la guerra è evidente; la guerra comporta la distruzione di raccolti, una minore produzione. Poi c’è un altro aspetto, ovvero l’uso che si fa della fame per distruggere il nemico e la strumentalizzazione degli aiuti umanitari. Infine, anche se molti dicono che la fame non conduce alla guerra, è però vero che la povertà estrema, la recessione economica e le disuguaglianze socio-economiche portano proprio lì”. E quest’ultima affermazione viene confermata anche da un dato che emerge dalla ricerca: il 90% delle guerre che si sono svolte dopo il 1945 ha riguardato paesi poveri.
Ma cibo da guerra sono anche gli stessi uomini in conflitti che sempre più coinvolgono la popolazione civile, conflitti che si “alimentano” di esseri umani per poter proseguire.

Di che guerra parliamo?

Non stiamo certo parlando di guerre di eroi, Achille ed Ettore non si affronteranno mai più, non sono più i guerrieri a morire in guerra ma i bambini, le donne, i vecchi: “L’impatto della guerra sulla popolazione civile è andato via via crescendo – spiega Paolo Beccegato – negli anni ‘50 il rapporto tra morti civili e morti militari era di 0,8 poi è salito a 1,3 negli anni ’60 (13 civili contro 10 militari), negli anni ’70 e ’80 il rapporto era diventato 3,1, negli anni ’90 8,1 per via dei grandi genocidi dei laghi d’Africa e nei Balcani”.
Si parla addirittura di guerra post-eroica e questa definizione la si può comprendere a fondo leggendo libro Esecuzioni a distanza del giornalista statunitense William Langewiesche, dove si racconta la storia di un cecchino e quella di piloti di droni militari. Si tratta di vere e proprie esecuzioni rese possibili da una tecnologia bellica molto avanzata che permette di uccidere come in un video gioco e quindi senza sensi di colpa (apparentemente).

Gli studiosi per poter confrontare le violenze nel corso del tempo si sono dotati di una classificazione che permette di definire meglio le guerre a secondo del loro grado di violenza. La ricerca della Caritas si basa, oltre che per i dati raccolti, anche sulla metodologia dell’Heidelberg Istitute for International Conflict (HIIK), che definisce cinque categorie di conflitto: dispute, crisi non violente, crisi violente (e da questa in poi si comincia a morire), le guerre limitate e le guerre.
“Dato che oggigiorno non ci sono più dichiarazioni di guerra – afferma Beccegato – è stato deciso che una guerra è tale quando raggiunge un certo numero di morti all’anno”. Questo numero è 1000.

Quante sono e dove sono

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino c’è stata l’illusione che le guerre nel mondo sarebbero diminuite, “ E, in effetti, il numero delle guerre del mondo è diminuito dall’ ’89 fino al 2005-2006 – afferma Beccegato – poi la situazione cambia e il numero di guerre riprende a crescere e con esse anche il numero dei morti. Non bisogna però dimenticare che gli anni ’90 furono anni di meno guerre ma con tanti morti tra i civili”.

E oggi com’è la situazione? Il Conflict Barometer dell’HIIK ci dice che nel 2014 ci sono state nel mondo 21 guerre che hanno coinvolto 16 paesi, mentre tutti i conflitti (violenti e non violenti) sono stati 424. Nel 2011, anno in cui c’è stata l’ultima ricerca della Caritas, le guerre erano 20, 14 i paesi coinvolti e i conflitti totali 388. Quindi negli ultimi 4 anni la violenza organizzata è aumentata del 9%, in particolare sono aumentate le crisi violente del 19,6%.
Anche le persone uccise in guerra ogni anno stanno aumentando: “Dal 2003 al 2012 mediamente – precisa Beccegato – c’erano 21 mila morti, nel 2012 sono diventati 38 mila ma dobbiamo escludere dal conteggio la Siria che ha avuto più di 250 mila morti”.
Tutti i conflitti avvengono all’interno dello stesso Stato (eccetto il caso della perdurante crisi tra India e Pakistan); non ci sono più Stati in guerra tra loro.

La metà delle guerre (quelle “vere”) nel mondo sono combattute nel continente africano (Libia, Nigeria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro-Africana e Uganda), a seguire l’Asia (Afghanistan, Iraq, Israele, Pakistan, Siria, Yemen). Infine c’è la guerra in Messico (contro i narcos, la criminalità organizzata) e in Ucraina, la guerra verso cui l’Europa è forse più sensibile.
Viviamo in un mondo dove le relazioni internazionali sono diventate molto più fluide, nel senso che non esistono più due o tre attori principali che decidono l’avvio di uno stato di guerra o una sua soluzione, ma tanti centri di potere. La recente guerra in Siria, forse la più grave crisi umanitaria dal secondo dopoguerra, ne è un esempio. Contro le norme del diritto internazionale la Siria è oggi bombardata da Stati Uniti, Russia, Turchia, Francia, Gran Bretagna, ognuno seguendo i propri interessi politici e di sicurezza.

Fame e guerra

Le capacità tecnologiche dell’uomo permetterebbero ampiamente la produzione di cibo per tutti e anche le carestie dovute a fatti naturali sarebbero gestibili. Quello che non si può gestire è la fame provocata dalla guerra. Del resto basta fare un po’ di memoria storica delle più gravi carestie del secolo scorso per rendersi conto di come dietro a queste ci siano situazioni di violenza.

Tra il 1917 e il 1919 persero la vita 9 milioni di persiani a causa della guerra tra turchi e russi sul loro territorio. Nel periodo dal 1932 al 1933 in Ucraina a causa del sequestro dei raccolti da parte dell’Armata Rossa (una guerra civile dunque) morirono tra le 7 e le 10 milioni di persone. Nel 1967 la Nigeria impose un blocco alimentare alla regione del Biafra che voleva rendersi indipendente (1 milione di persone morte in 4 anni). Nel 1984-1985 la carestia in Etiopia causata dalla guerra civile (1 milione di morti). Infine tra il 1998 e il 2004, durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati poco meno di 4 milioni i morti causati dalla mancanza di cibo.

Ad ogni modo se è assodata la constatazione che la guerra porta alla fame, non si può però affermare l’opposto. Anzi la sottoalimentazione grave, dato che indebolisce l’organismo, porta piuttosto all’inedia della popolazione e alla sua mancanza di reazione (e in questo caso si può parlare della fame come arma). Piuttosto è l’insicurezza alimentare, in aggiunta alla disuguaglianza sociale, che porta alla rivolta, del resto le primavere arabe sono proprio iniziate a causa dell’aumento del prezzo del cibo di base, come il pane.

Gli aiuti umanitari come arma di guerra

Nel 2008 Linda Polman scrisse un bel libro (L’industria della solidarietà), chiaro e documentato, su come gli aiuti umanitari nelle zone di guerra possano diventare una vera e propria arma per i vari contendenti. “Non ci sono regole e accordi sui confini etici – scrive la Polman – e le Ong non decidono dove intervenire in base a considerazioni di carattere etico, ma alla disponibilità di contratti dei donatori”. In questo modo possono crearsi delle situazioni paradossali come quella del campo umanitario a Goma nella Repubblica Democratica del Congo (allora Zaire), dove l’esercito hutu, massacratore di civili, si era ritirato di fronte alla vittoria dell’esercito tutsi e là si era riorganizzato gestendo gli aiuti umanitari per i propri fini.

Uno studio statunitense del 2014 afferma che in un paese dove la guerra dura da molto tempo e così pure gli aiuti umanitari, questi possono peggiorare il conflitto e più precisamente che un aumento del 10% dell’aiuto alimentare provoca un aumento della conflittualità dello 0,7%. Questo naturalmente non può essere un freno per gli aiuti umanitari che devono comunque arrivare. Curiosamente questo dilemma contrapponeva anche due famosi operatori umanitari internazionali, Florence Nightingale e Henri Dunant. Il secondo, fondatore nel 1863 della Croce Rossa Internazionale, era convinto che gli aiuti si dovessero portare ad ogni costo, a differenza della Nightingale per la quale invece gli aiuti servono a poco se come effetto hanno quello di prolungare la guerra.

La spesa per le armi non conosce crisi

Non conosce la parola recessione l’apparato industriale delle armi; sembra strano che riescano a stare assieme gli sforzi internazionali per evitare le guerre e un mercato della vendita di armi sempre più fiorente, eppure questa è la situazione.

Secondo l’ultimo rapporto del Sipri (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma) nel periodo 2010-2014, rispetto ai 5 anni precedenti, la spesa per le armi convenzionali è aumentata del 16%. I maggiori esportatori sono Stati Uniti e Russia (il 58% delle esportazioni globali) e avanza al terzo posto la Cina che così supera Germania, Francia e Regno Unito. Da notare però che le vendite cinesi di armi sono aumentate del 100% nel medesimo periodo.
Chi acquista più armi? L’India ha aumentato le importazioni del 140%, l’Arabia Saudita del 300%; tra il 2005 e il 2014 le importazioni in Africa sono aumentate del 45%.

Nel dicembre del 2014 è entrato in vigore il Trattato Internazionale sul commercio di armi convenzionali che pone delle precise regole secondo cui è possibile vendere le armi solo in quei paesi dove siamo rispettati i diritti umani. Il Trattato è ancora in una fase “intenzionale” visto che paesi decisivi come Stati Uniti e Cina ancora non l’hanno ratificato.
Un altro dato importante è chi fra i paesi già potenti si sta armando di più. Russia e Cina dal 2004 al 2013 hanno raddoppiato. Gli Stati Uniti invece, nel periodo 2008-2013, hanno diminuito di due punti le spese militari, si deve però tenere presente che la spesa militare statunitense rappresenta ben il 36,1% delle spese militari mondiali dandole una supremazia schiacciante.
Chi si arma di meno è l’Europa che nel suo insieme nel 2014 ha speso il 7,7% in meno dei livelli su cui si era impegnata a fare 5 anni prima.

I mass media e la guerra

Chi conosce la decennale guerra dei Karen in Myanmar? Siamo proprio sicuri che sia dovuto a motivi religiosi lo scontro tra miliziani animisti anti-balaka e i musulmani Seleka nella Repubblica Centroafricana? Le nuove generazioni sahrawi riprenderanno le armi contro il re del Marocco?

Chi in Italia è informato su queste situazioni conflittuali? Pochissime persone, dato che i mass media italiani sono tradizionalmente poco interessati alle notizie di carattere estero. Parlano dei conflitti che sono vicini al nostro paese, o che riguardano direttamente la nostra comunità, conflitti che comunque possono colpire il pubblico italiano perché hanno storie forti, immagini impressionanti da mostrare. Comunque l’interesse mediatico italiano rimane molto limitato e se poi una guerra è lunga o è complicata da spiegare – perché non c’è mai in una guerra una parte buona e una cattiva – allora meglio semplificare il racconto e abbandonarlo dopo un po’.

Anche a livello internazionale i media funzionano secondo una precisa logica: se c’è una buona disponibilità d’immagini, se sono presenti alcuni elementi che danno valore alla notizia (alto numero di morti, occidentali coinvolti, storie strazianti …) allora le agenzie stampa internazionali (Ap, Reuter, Tass, Upi, France Press …) mandano i loro giornalisti e la guerra riesce ad arrivare alla conoscenza dell’opinione pubblica, in caso contrario non esiste semplicemente.
In realtà è sempre più importante il posto dato all’informazione da parte dei belligeranti. Si parla da diversi anni di Information war, una sorta di guerra combattuta con informazioni a proprio uso per scoraggiare l’opinione pubblica del nemico o per influenzare positivamente l’opinione pubblica mondiale. Le tecnologie digitali per comunicare rendono ancora più importante questa componente ma anche più difficile da gestire. La propaganda è sempre esistita ma i video pubblicati  (e visibili su Youtube) dall’Isis riescono oggi ad avere un impatto che non ha uguali nel passato.

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“The Giving Pledge” ovvero il capitalismo solidale

Bill and Melinda Gates speak with, Neema Malachi Najwale, nurse in charge at the Mapinga Dispensary in Tanzania on June 24, 2011.

“The Giving Pledge” è una promessa, l’impegno a donare una parte dei propri beni (almeno il 50%) per scopi umanitari e per lo sviluppo del pianeta. Certo non è una promessa che posso fare io, e nemmeno voi, penso, ma solo chi di soldi ne ha tanti e in una quantità tale che ne’ lui ne’ i propri figli riusciranno mai a spenderli tutti. Sul sito omonimo compaiono i nomi di oltre 150 miliardari e recentemente è entrato nel club anche Mark Zuckenberg, il fondatore di Facebook. Altri nomi noti sono Bill e Melinda Gates (il primo, fondatore di Microsoft), Ted Turner (creatore della CNN), George Lucas (regista e produttore cinematografico), Warren Buffet (genio della finanzia).
I soldi donati sono nell’ordine di decine di miliardi di dollari, stiamo parlando quindi di somme notevoli, pari a bilanci di alcuni stati africani. Questo capitalismo solidale o compassionevole – come viene chiamato – suscita pensieri contrastanti. Prendiamo ad esempio Bill e Melinda Gates: hanno fatto tantissimo in questi ultimi 20 anni in termini di filantropia – che è qualcosa di più strutturato della semplice beneficenza – hanno finanziato la formazione di centinaia di migliaia di studenti nei paesi in via di sviluppo , contribuito a sradicare malattie endemiche … E poi è bella l’idea di ridare alla società – e non tutto ai propri figli – quello che si è accumulato ed è questa un’idea che dovrebbe diffondersi sempre di più.
C’è anche un ma. Come ha scritto recentemente Carlo Petrella , fortune economiche private come queste, esistono – e creano disparità – perché viviamo in un mondo che è organizzato male (solo secondo i principi di mercato). Poi questi soldi vanno a Fondazioni che non sono sotto il controllo pubblico o statale, hanno criteri di azione autonomi, possono addirittura finanziare obiettivi controversi o, in modo paradossale, obiettivi poco umanitari.
In definitiva la filantropia è un frutto della nostra società, per come è organizzata, e questo capitalismo solidale ben s’accoppia con il concetto di ideale umanitario, quello descritto da David Rieff nel bel libro “Un giaciglio per la notte”. Cosa dice Rieff? Gli aiuti umanitari, l’azione istituzionale e delle ong in soccorso alle emergenze e per lo sviluppo hanno alle spalle un sistema di pensiero che non ha obiettivi alti e totali come poteva essere per l’ideale comunista o per quello liberista (ancora operante), ma si accontenta di molto meno, di mettere delle pezze, di dare sollievo in un modo dove le guerre e le carestie tendono a ripetersi.

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Adolescenti che migrano,la guerra e la fame:è uscito il nuovo numero della rivista di Aifo

Screenshot 2015-11-30 13.31.33Tanti i temi affrontati nel numero di dicembre da Amici di Roul Follereau, la rivista di Aifo.
Dietro il fenomeno degli adolescenti non accompagnati che giungono in Italia ci sono condizioni difficili, ma anche storie drammatiche di famiglie vittime di sfruttamento.
Il dossier di quattro pagine è dedicato al rapporto tra la fame e la guerra: sempre di più i morti in guerra sono i civili, soprattutto i più deboli. L’insicurezza alimentare e le disuguaglianze socio-economiche portano alla guerra, non la diversità etnica o religiosa.
E ancora: le nuove tecnologie della comunicazione permettono scambi di competenze ed esperienze tra persone sparse in ogni luogo. Bastano una connessione internet e minime competenze informatiche e il gioco è fatto. Il racconto dell’esperienza di tre webinar su cooperazione, disabilità e inclusione.
Il progetto del mese riguarda la Guinea Bissau; il futuro di un villaggio dipende dalle nuove generazioni e la salute delle donne e dei loro figli diventa la sfida decisiva per uscire dalla povertà, per il benessere delle comunità; la storia dei gemelli di Fatima.

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E’ morto Bayaraa, l’artista su feltro

Bayaraa

Bayaraa

Per chi ha letto il fumetto o visto il documentario che Aifo gli ha dedicato, se lo ricorderà sicuramente. Bayaraa è stata una persona coraggiosa che nonostante un’invalidità dovuta a un incidente sul lavoro, era riuscito a ricostruire una vita per sé e le la sua famiglia. Non solo, grazie al suo incontro con Aifo e alla partecipazione attiva alla rbc, Bayaraa si stava mettendo al servizio di altre persone svantaggiate per aiutarle nella loro vita quotidiana.
Purtroppo è morto questa estate per via di una malattia e non ha potuto realizzare il suo desiderio di costruire una casetta di mattoni dove sarebbero andati ad abitare i suoi figli e dove avrebbe ricavato un laboratorio artigianale di pittura su feltro. Nelle sue intenzioni c’era anche quella di formare persone con problemi di alcool alla sua professione.

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Mongolia: se le persone con disabilità prendono in mano il proprio destino

Ebe che canta

Ebe che canta

Una scuola per Batsaikhan

Batsaikhan, nonostante il nome che in mongolo indica la forza, quando è nato ha avuto dei problemi respiratori e nella cittadina non lontana da Ulan Baatar, i medici non erano attrezzati a questa evenienza. Abitare in un paese in via di sviluppo e per di più in un’area quasi rurale, crea molti problemi a una persona con disabilità, ma Batsaikhan aveva dalla sua due genitori che avevano studiato e che in più erano combattivi. Il bambino non riesce a camminare, ha bisogno di una carrozzina e quando arriva il momento del suo inserimento a scuola le cose si fanno più difficili: barriere architettoniche, diffidenza degli insegnanti, poca accoglienza o aperta derisone da parte degli altri bambini. I genitori capiscono che lì non ce la possono fare e allora decidono di trasferirsi nella capitale, dove sperano di trovare dei servizi e una mentalità diversa. Una scelta giusta visto che entrano in contatto con un’associazione che si occupa di diritti delle persone disabili: “Alcuni membri dell’associazione – dice la madre – erano in contatto con Aifo e conoscendoli ci siamo resi conto che solo attraverso l’informazione e la conoscenza dei diritti possiamo fare qualcosa per i nostri figli disabili”.
Ora Batsaikan ha superato il ciclo della scuola primaria e ha iniziato quello secondario, le difficoltà non mancano mai ma per lo meno ha dei buoni rapporti con i compagni nella classe in cui è inserito.

Badma fonda un’associazione

La storia di Badma è diversa; è nata a Erdenet, la seconda città della Mongolia (84 mila abitanti), creata nel 1974 accanto alle enormi minieri di rame. A 16 anni Badma ha un grave incidente in macchina con il padre che rimane illeso, lei invece perde l’uso delle gambe. Non è facile per una ragazza così giovane ricominciare una vita in carrozzina e infatti all’inizio non ci riesce, smette di studiare, sta sempre in casa, ma poi qualcosa cambia; decide di proseguire gli studi, vuole laurearsi e va ad abitare a Ulan Baatar. Studia, si laurea in economia ma si accorge anche che per una persona con disabilità vivere in Mongolia è difficile. Non si riesce a girare per le strade piene di barriere architettoniche, a volte non si riesce a entrare perfino negli uffici pubblici.

Comincia a confrontarsi con altre persone in carrozzina e decide di fondare un’associazione per la difesa dei diritti delle persone disabili, un punto dove le persone possano conoscere i propri diritti e anche un centro di iniziativa dove fare denunce e organizzare dibattiti. E’ in questo contesto che Badma incrocia le attività di Aifo in Mongolia grazie cui riesce ad approfondire la conoscenza della Convenzione Onu sui diritti delle persone con la disabilità. “A volte facciamo delle uscite in gruppo in carrozzina – racconta Badma – per individuare le barriere che incontriamo quando ci spostiamo in città. Una volta trovate le segnaliamo alle autorità pubbliche”.

A Expo si è parlato di riabilitazione su base comunitaria in Mongolia

Queste due storie riescono a raccontare bene quello che è stato detto l’8 settembre a Milano, giorno in cui a Expo, Aifo ha presentato le sue attività in Mongolia. Oltre a Francesca Ortali e Gianpiero Griffo che hanno fatto un’introduzione, era presente Batdulam Tumenbayar, Direttrice del Dipartimento Disabilità del Ministero per lo Sviluppo della popolazione e Protezione Sociale della Mongolia. Batdulam ha presentato il Programma Nazionale di riabilitazione su base comunitaria che il Governo Mongolo si è impegnato di utilizzare nell’ambito del Programma Nazionale per le persone con disabilità e ha anche dato qualche anticipazione sulla nuova legge sulla disabilità che sta per essere varata in Mongolia.

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

All’incontro era presente anche Chuluundolgor Bat, Presidente dell’Associazione Nazionale delle persone in sedia a rotelle, che ha parlato, dal punto di vista della società civile, della condizione delle persone con disabilità in Mongolia e di  come la Convenzione Onu venga applicata. Non è mancato un momento musicale grazie a Enkhbuyant Lkhagvajav (Ebe), Presidente dell’ong locale Tegsh Niigem, che si è esibito in una tradizionale canzone mongola.

Il progetto: proteggere i diritti delle persone con disabilità

Il progetto biennale finanziato dall’Unione europea che Aifo sta portando avanti assieme alla ong locale Tegsh Niigem, ha titolo lungo ma che descrive bene già gli intenti: “Proteggere i diritti delle persone con disabilità in Mongolia, attraverso il rafforzamento delle organizzazioni della società civile”. Sì, perché è proprio attraverso i cittadini organizzati, anche senza disabilità, che si possono sperare dei miglioramenti nella qualità della vita delle persone svantaggiate e nelle piena applicazione della Convenzione Onu (vedi l’appello nell’ultima pagina della rivista).
Accanto a quest’obiettivo principale ve n’è un altro, quello di accompagnare il processo di elaborazione della nuova legge sulla disabilità assieme al Dipartimento Disabilità del Ministero dello Sviluppo e della Protezione sociale.
Una particolarità del progetto è il monitoraggio che si sta facendo sui casi di violazione dei diritti umani nei confronti delle persone disabili. Questo monitoraggio viene fatto capillarmente a livello locale in ogni aimag (regione) del paese.

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Inclusione a scuola nel mondo, salute mentale in Cina … il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

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Ospedali psichiatrici giudiziari, salute mentale in Cina, educazione e inclusione sociale nei paesi in cui Aifo opera, accessibilità alla  cultura per tutti, sono questi i temi principali trattati nel numero di ottobre della rivista “Amici di Follerau”.
Da diversi anno Aifo è impegnata in alcune zone della Cina ad accompagnare le autorità locali in un processo di rinnovamento delle strutture che si occupano di salute mentale, mettendo al centro il paziente stesso e i suoi famigliari. L’esperienza è stata anche recentemente presentata ad Expo e ha visto la partecipazione di psichiatri cinesi.
Sempre sul tema della salute mentale è invece dedicato un articolo che si occupa degli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, che dopo vari rinvii sono stati finalmente chiusi e sostituiti da strutture chiamate Rems; questo processo però presenta luci ed ombre.
Il dossier è invece dedicato al tema dell’educazione e dell’inclusione in tre paesi seguiti da Aifo: India, Cina e Brasile.
Nello spazio culturale della rivista si parla di accessibilità culturale, ovvero della possibilità per le persone con disabilità di andare al cinema, a teatro, di leggere i giornali … opportunità che viene negata non tanto dalle barriere architettoniche ma da ben altre barriere.
Infine in questo numero viene presentato il Concorso scolastico Aifo, giunto alla VI edizione, che ha come tema i diritti delle persone con disabilità.

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Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

am 1I due enormi leoni dorati aprono la bocca e mostrano le fauci: tra i loro denti i turisti si muovono divertiti guardando in avanti la grande statua di Pentesilea, la regina delle Amazzoni. Sono leoni rivestiti di cartapesta e la statua dell’amazzone, armata di lancia e protetta dallo scudo, ha un volto truce e la mammella destra tagliata come era di consuetudine tra queste donne guerriere.

La città di Samsun non rientra nei tipici percorsi turistici turchi, come in generale tutta la costa del mar Nero e allora le autorità municipali stanno facendo, da una decina di anni, degli sforzi colossali per rendere il lungomare della città attraente e bello. In effetti ci stanno riuscendo, hanno realizzato delle passeggiate chilometriche a ridosso del mare e dietro a queste, verso l’entroterra, hanno fatto crescere dei giardini sempre verdi e fioriti visto che siamo in un posto dove non c’è mai una stagione secca ma piove per tutto l’anno.

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Poco distante dal parco delle Amazzoni una teleferica piuttosto antiquata porta su una collina che offre una gran bella vista del parco. Da lì perfino quei leoni hollywoodiani e la regina perennemente incazzata sembrano solenni e maestosi.am3
Ma non è solo finzione, non è solo una trovata di marketing questa idea del monumento alle Amazzoni, in effetti gli storici antichi ci dicono che questo popolo di donne guerriere aveva il suo regno proprio sul mar Nero, più precisamente lungo il fiume Termodonte, in una terra una volta chiamata Paflagonia. Il fiume scorre non lontano da Samsun e qui lo chiamano il fiume verde.
Ma ora il popolo delle Amazzoni non esiste più qui, se non nel ricordo di questo ingenuo parco sul mare; le Amazzoni se ne sono andate, come tanti altri popoli che sono passati in questo difficile ponte tra l’Europa e l’Asia.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio
Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi

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Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi

cris 1L’unica chiesa cattolica (addirittura italiana) a Samsun si chiama “Mater Dolorosa”, è stata costruita nel 1846 – uno dei pochi edifici “antichi” – ed è situata in pieno centro. La chiesa si nota abbastanza, anche in mezzo a quel quartiere caotico e affollato. Girandole attorno non si trova un modo per entrare: chiediamo informazioni ad un anziano turco che sosta, assieme ad altri, seduto ad un tavolino a ridosso del cancello di cinta; lui alza uno sguardo gentile dal bicchierino di çay (il tipico te turco dal sapore forte) e dice: “Kapali!”, chiusa, chiusa da 5 anni; nel cortiletto di fronte alla chiesa una sedia di plastica giace capovolta.

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Il giorno dopo andiamo nella zona ovest di Samsun, a poca distanza dal mare, perché Google Maps ci dice che quello è l’unico punto cristiano attivo in città. Dal sito in turco non è possibile rendersi conto che tipo di gruppo protestante sia, se radicale e moderato ma ci andiamo lo stesso per conoscere quella realtà. “Kilisesi Agape” è una chiesa che raggruppa cristiani protestanti e ortodossi, persone per lo più non turche che sono in città per studio, per lavoro o perché sono profughi.

Ci accoglie Michael, un pastore del Tennesee che da 4 anni abita qua con la moglie e tre bambini. La funzione religiosa viene celebrata in una stanzetta a forma di L e, per un italiano cattolico, la diversità fisica del luogo rispetto ad una chiesa, è comunque minore del modo in cui si svolge la funzione. Preghiere dei fedeli in turco, salmi e canti in turco ma tradotti anche in inglese e in farsi, poi la predica di Michael in turco. Alla fine dell’incontro ci si scambia il segno della pace e Caty, una ragazza americana si avvicina a mia figlia invitandola agli incontri mensili dei giovani universitari cristiani dell’Omü (Ondokuz Mayıs University). Suo marito è l’allenatore della squadra locale di football americano e fa parte delllo sparuto gruppo di persone non turche né musulmane che abita in questa città di 600 mila abitanti.

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Leggendo su internet ho trovato che il pastore turco responsabile della “kilisesi”, chiesa in turco, Orhan Pikaclar, era stato accusato nel 2013 di sfruttamento della prostituzione da parte di una giovane iraniana, accuse da cui è stato poi prosciolto. La comunità però, un centinaio di persone in tutto, è spesso minacciata e il pastore, almeno fino a un anno e mezzo fa, era protetto dalla polizia.
Una sera ho parlato con Engin, la persona che mi ha affittato la casa dove abito, sapevo che di lavoro faceva l’avvocato,ma non che era stato proprio lui a difendere con successo Orhan Pikaclar.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio
Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio

donne 3Non le puoi certo etichettare o dire sono così, perché sono in molti modi. Pelle chiara, raramente scura, capelli neri ma anche castani, rossi, biondi, così gli occhi, per lo più scuri ed espressivi ma poi incroci degli sguardi verdi o azzurri.
Per un occidentale la prima cosa che risalta è l’abbigliamento ma anche qui lo scenario è quanto di più vario ci possa essere. Per le vie del centro, lungo il viale 19 maggio, l’arteria che taglia la città di Samsun verso l’interno, incontri ragazze con i vestiti attillati e gli short, signore mature con vestiti eleganti e i tacchi, le scollature ampie; di fianco loro passano donne con il capo coperto da foulard colorati, anche, più rare, donne vestite di nero, alcune con il volto coperto. Alcune donne con il foulard stretto attorno al visto e gli abiti castigati attirano ancora più lo sguardo di un uomo: hanno il volto curatissimo, le ciglia tagliate, le labbra rosso fiammante e anche i loro vestiti chiusi dicono molto: è un tipo di seduzione molto più sottile.

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Poi ci sono altre donne, di solito vestite di nero, stanno sedute o semi sdraiate per terra, hanno corpi magri e dei bambini sporchi le abbracciano o le girano intorno: sono le donne irachene e afgane portate qui dalla guerra.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi
Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk

ataturk1Poco a poco cominci ad accorgerti di aver già visto quel volto; le statue e i busti di bronzo, i quadri in tutti i musei e negli uffici, perfino nei negozi, dal meccanico al posto del calendario. Cominci a prendere familiarità con quel volto dagli occhi chiari e un po’ sgranati, quella fronte ampia, un volto autoritario.
Chi è quest’uomo, dove l’ho già visto? A Samsun lo vedi dappertutto Kemal Atatürk, padre dei turchi e della repubblica che prende il posto dell’impero ottomano durato 623 anni.

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Ed è proprio da Samsun che Kemal, proveniente da Istanbul via nave, comincia la sua vittoriosa riscossa per ridare autonomia alla Turchia invasa e parzialmente occupata dalle potenze europee che hanno vinto la Grande Guerra. Il 19 maggio 1919 da Samsun inizia la sua marcia e questa data è ancora una festa importante. I due musei principali della città, il Gezi e il Bandirma sono una rievocazione fotografica, di oggetti personali e documenti dell’evento, il tutto supportato da una quantità notevole di statue di cera di Kemal e dei suoi 18 amici. Bandirma è la nave a vapore con cui arrivò e ne è stata fatta una ricostruzione fedele (l’originale era stato demolito!) al cui interno delle statue rievocano l”evento.

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Per un visitatore disincantato sono musei leggermente ridicoli ma per molti turchi evidentemente non lo sono. Kemal è diventato oggetto di una religione civile; l’uomo che ha laicizzato la Turchia, spostato la festa settimanale dal venerdì alla domenica, cambiato la lingua scritta utilizzando i caratteri latini al posto di quelli arabi, gode ancora di una grande autorità. Ma i giovani turchi, soprattutto quelli istruiti, trovano pure loro ridicola questa venerazione, e fra 10 anni forse il meccanico potrà mettere il suo calendario Pirelli al posto di Kemal, sempre che lo spasmo tra Asia e Europa, che fa vibrare questa bella terra turca, non porti ad altre rivoluzioni.

Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park