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Festival della cooperazione internazionale/ Guerre, disastri e cambiamenti climatici: come soccorrere le persone con disabilità

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Terremoti, tsunami, guerra sono tutte cause di emergenza in campo umanitario ma, accanto alla popolazione che ne viene colpita, ve ne è una minoranza, nemmeno tanto piccola dato che si parla mediamente del 15% del totale, che si trova più indifesa, sono le persone con qualche forma di disabilità, anziani compresi. In questi casi è stato calcolato che mediamente per le persone con disabilità il loro rischio di morte è il doppio, a volte il triplo, delle persone normodotate.

Di come affrontare le situazioni d’emergenza pensando anche alle persone con disabilità è il tema che ha caratterizzato la parte finale del Festival della cooperazione internazionale promosso da Aifo che si è svolto a Ostuni in Puglia.

“Secondo i nostri dati attualmente ci sono circa 250 milioni di abitanti colpiti da qualche forma di crisi e 65 milioni sono gli sfollati: un livello di crisi senza precedenti”. Chi fa questa affermazione è  Marta Collu funzionaria dell’Aics (Agenzia italiana per cooperazione allo sviluppo) struttura che al suo interno ha anche un ufficio – il settimo, Emergenza e stati fragili – espressamente dedicato agli interventi umanitari e con una particolare attenzione alle fasce deboli della popolazione.  Un’indagine sulla catastrofe avvenuta in Giappone nel 2011 ha dimostrato che a causa dell’onda di tsunami generata dal terremoto le persone con disabilità hanno avuto un tasso di mortalità doppio.
Nel 2016 si è svolto a Istanbul il primo World Humanitarian Summit teso a sviluppare un’Agenda per l’Umanità, che impegni la comunità internazionale a proteggere la popolazione in caso di guerra e calamità naturali, dove è stata sottolineata l’importanza di occuparsi delle categorie più deboli di cittadini.
Michele Falavigna di Aifo ha spiegato in cosa consiste un altro accordo internazionale per la riduzione del rischio da disastri denominato Sendai, dal nome della più grande città giapponese devastata dallo tsunami e vicina anche alla centrale atomica di Fukushima. L’accordo prevede la partecipazione delle stesse persone disabili per quanto riguarda la sicurezza e pone l’accento sull’importanza di avere dei dati su quanto siano le persone con disabilità nelle zone colpite (dati che quindi vanno raccolti prima). “In Italia esistono già delle buone pratiche – ha raccontato Michele Falavigna – come è il caso delle Linee guida dei vigili del fuoco realizzate con la collaborazione delle persone con disabilità”.
In caso di emergenza umanitaria le persone disabili non possono essere trattate tutte allo stesso modo ma a seconda del tipo di deficit che hanno. Nel caso delle persone non vedenti ad esempio Paola De Luca di CBM Italia (Christian Blind Mission), una organizzazione non governativa che si occupa della cecità nel sud del mondo, ha presentato una recente applicazione (Humanitarian Hands-on Tool abbreviata in HHot) per gli operatori umanitari sul campo che serve proprio per gestire le emergenze. C’è da precisare che la app non tratta solo di questioni che riguardano i non vedenti ma anche tutte le disabilità, comprese le persone normodotate perché – dobbiamo ricordare – se si facilitano i soccorsi, i benefici sono per tutti.  Adottando questo criteri in definitiva si potranno salvare e aiutare molte più persone e non solo quelle con disabilità.

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Festival della cooperazione internazionale/Se le persone con disabilità nel mondo rivendicano i loro diritti

IMG_2671Il termine inglese empowerment è diventato una parola molto comune per chi fa cooperazione internazionale e si occupa di disabilità ma la sua semplice traduzione in italiano, “rafforzamento” spiega poco il suo reale significato. Quando si fa empowerment non si tratta infatti solamente di rafforzare le capacità delle persone con disabilità e le associazioni che le rappresentano ma è anche un modo per diventare coscienti di avere un ruolo attivo nella società in cui si vive.

Ed è proprio di empowerment delle persone con disabilità di cui si è parlato nel secondo giorno del Festiva della cooperazione internazionale che si sta svolgendo a Ostuni.

Rita Barbuto di DPI Italia (Disabled People’s International) ha denunciato la condizione delle persone con disabilità, nel nord come nel sud del mondo, che vivono come “ingessate” a causa di una società che le discrimina e per un vissuto personale che contribuisce a mantenerle in una situazione di esclusione. “Noi cresciamo credendo poco in noi stessi – afferma Rita Barbuto – non riusciamo a volte nemmeno a formulare quei desideri che sono comuni per tutti, come ad esempio il desiderio di maternità “. L’empowerment si configura quindi come un processo di emancipazione da questa condizione e nel caso del DPI questo avviene attraverso una consulenza alla pari (peer counseling) che ricorda da vicino i gruppi di mutuo-aiuto.

“Abbiamo portato questo processo di emancipazione a delle donne con disabilità in Palestina – dice Rita Barbuto – è abbiamo avuto dei risultato sorprendenti. Queste donne, una volte sensibilizzate, non rimangono ferme ma iniziano a fare attività politica e non accettano più come scontate le barriere architettoniche o i pregiudizi”.
Essere persone con disabilità in Mongolia non è semplice, perché significa vivere in una regione scarsamente popolata, senza servizi e in condizioni climatiche difficili. “Eppure dopo il nostro intervento formativo sulla diffusione dei principi della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, abbiamo visto dei cambiamenti notevoli”. Chi parla è Francesca Ortali capo progettista di AIFO che da numerosi anni lavora nel paese asiatico. Proprio nel 2016 in Mongolia è stata approvata una legge quadro sulla disabilità che è stata scritta anche attraverso il diretto contributo delle associazioni locali ed è nato nella capitale Ulaan Baatar un Centro per la vita indipendente.

Federico Ciani dell’Università di Firenze e responsabile di Arco laboratorio di ricerca, ha raccontato un progetto di ricerca-azione in Palestina che ha visto come protagoniste le stesse donne con disabilità. “ Si tratta di una ricerca emancipatoria – spiega Federico Ciani –  dove il ricercatore professionista non conduce più lui la ricerca ma mette al centro le donne palestinesi che diventano loro stesse ricercatrici”. Il nuovo ruolo permette a queste donne di immaginare spazi di libertà prima impensabili come il semplice fatto di andare fuori a intervistare altre donne con disabilità.

“Curiosamente – ha commentato Giampiero Griffo del RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo) – questo tipo di ricerche vengono fatte non Italia ma nei paesi del sud del mondo, quando anche da noi sarebbe una metodologia molto utile”.

 

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Festival della cooperazione internazionale/ La cooperazione italiana e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

IMG_2627Riuscirà il nostro Paese a ridurre in modo significativo la povertà, la disoccupazione e le disuguaglianze, a proteggere l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici? Con questa domanda si è aperto il primo giorno del Festival della cooperazione internazionale dedicato alla disabilità e ai diritti promosso da Aifo. Il tema dell’incontro riguardava infatti i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile voluti dall’Onu da raggiungere entro il 2030. E a questa domanda ha cercato di dare una risposta Ottavia Ortolani di Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), realtà nata nel 2016 che ha come missione proprio quella di sensibilizzare e di mobilitare la società  italiana su questi obiettivi.
“Gli obiettivi non sono sentiti come un’utopia – afferma Ottavia Ortolani – sono stati presi molto sul serio a livello globale”. In generale infatti l’Agenda 2030 è più conosciuta degli obiettivi di fine millennio voluti dall’Onu nel 2000 e terminati nel 2015. Eppure secondo il rapporto 2016 dell’Asvis lo sviluppo italiano non è sostenibile; se per certi temi come fame, istruzione, parità di genere, lotta al cambiamento climatico l’Italia si sta muovendo, per altri, come povertà, servizi sanitari, disuguaglianze rimane indietro, addirittura peggiora. “Possiamo dire –  conclude Ortolani – che da qui al 2030 avremo un aumento leggero del benessere ma anche un peggioramento ambientale climatico”.

Enrico Malatesta di Aics (Agenzia italiana per cooperazione allo sviluppo) definisce i nuovi obiettivi Onu come un vero e proprio “manifesto di un programma universale per lo sviluppo umano e la conservazione del pianeta”. Anche se sono ben 17, questi obiettivi sono tutti interdipendenti ad esempio, se l’obiettivo di fine millennio a proposito di salute si occupava di mortalità infantile o materna, l’obiettivo sostenibile corrispondente invece si occupa di priorità della salute globale e parla non solo di malattie ma anche di giustizia sociale e ambiente.

Un obiettivo sostenibile centrale è quello relativo alla lotta alle disuguaglianze. “Le disuguaglianze sono diminuite tra i paesi ma sono aumentate all’interno dei paesi stessi- afferma Malatesta – ma sono proprio le disuguaglianze che minano la coesione sociale, causano migrazione,violenza e anche terrorismo”.

Giampiero Griffo del Rids (Rete italiana disabilità sviluppo) ha portato la discussione sul tema della disabilità parlando della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità che ha spostato l’attenzione dai bisogni ai diritti delle persone disabili. “Mentre negli obiettivi di fine millennio noi disabili non venivamo presi in considerazione –  dice Griffo – in quelli sostenibili ci siamo un vari punti, come quelli riguardanti l’istruzione, il lavoro, le disuguaglianze, le città sostenibili”.