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Svetlana Aleksievic, il cantore del dolore russo

 

o-ALEKSIEVIC-facebookRaccogliere una testimonianza, saper raccontare le emozioni, addirittura la vita di una persona che ha subito un dramma e ne subisce le conseguenze, non è per niente facile. Noi, nel nostro piccolo, è quello che cerchiamo di fare ogni volta che raccontiamo un progetto Aifo; cerchiamo di raccontare la storia di una persona, darne anche un contesto perché il lettore capisca, s’immedesimi.

C’è chi, di questo tipo di reportage, ne ha fatto un’arte, raggiungendo livelli di perfezione tali da avvicinarsi alla realtà meglio di quanto possa fare un’opera letteraria di finzione.
Stiamo parlando di Svetlana Aleksievic, la scrittrice bielorussa, che è stata premiata quest’anno con il Nobel per la Letteratura, per la sua opera che, citando la motivazione dell’Accademia svedese, è un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.
Nata in Ucraina nel 1948 ma cresciuta in Bielorussia, Svetlana inizia fin da giovane a lavorare come giornalista e cerca una sua strada espressiva per parlare degli argomenti che più le stanno a cuore; la guerra, la condizione della donna, le vite singole schiacciate dall’apparato statale. “Volevo avvicinarmi il più possibile alla realtà – dice – e, di fronte alla complessità dell’uomo e del mondo, la storia di una vita, delle singole vite, mi permetteva di farlo”.

La sua tecnica di scrittura consiste nella paziente raccolta di testimonianze, a volte centinaia di racconti, dove l’autrice rimane leggermente distaccata, non per mancanza di partecipazione, ma per dare spazio alla persona di raccontarsi.
Per il suo genere di scrittura sono stati coniati termini diversi, come “romanzo di testimonianza”, “coro epico”, addirittura un generico “persone che parlano di se stesse”. I suoi libri per essere scritti richiedono centinaia di incontri con le persone, viaggi continui, anni di elaborazione (in media impiega 4-5 anni per scrivere un nuovo libro).

Denunciare la guerra e i falsi miti sovietici e russi

La sua prima opera matura è “La guerra non ha un volto di donna” (1983) dove intervista centinaia di donne che hanno combattuto la seconda guerra mondiale. Ne emerge un ritratto femminile lontano dalla retorica dell’“eroica donna sovietica” e questo le crea problemi enormi; il libro non viene pubblicato, lei stessa viene messa all’indice come autrice dissidente (viene accusata di pacifismo!) e solo con la perestrojka di Gorbaciov il suo testo comincerà a diffondersi e incontrerà il successo.
Segue nel 1989 “Ragazzi di zinco” il racconto dell’invasione sovietica in Afganistan (1979 -1989) attraverso la testimonianza di madri, fidanzate, soldati ritornati vivi – ma snaturati dalla guerra – e non nelle bare di zinco (di qui il titolo del libro).
Del 1993 appare il libro “Incantati dalla morte”, dove la storia del crollo dell’utopia socialista sovietica viene raccontata, in un modo straziante, dai parenti delle persone che si sono suicidate dopo l’evento e da quelli che hanno tentato di farlo.
Ma il suo capolavoro è “Preghiera per Cernobyl” (1997), la storia del disastro nucleare, visto, ancora una volta, non attraverso le fonti ufficiali o documenti segreti, ma attraverso le parole dei parenti delle persone che ne sono rimaste vittime. Il sottotitolo del libro è “Cronaca del futuro”, parole che sottolineano una novità nella storia umana: “Avevo sempre parlato di guerra e lì non avevo dubbi su quali parole usare, di come scriverne, ma per Cernobyl è stato diverso; come si poteva spiegare con le parole ai contadini di buttare via il loro latte, come si poteva spiegare il perché i soldati lavavano la loro legna da ardere o le loro case? Eravamo entrati in uno spazio nuovo”.

Svetlana può essere vista come un cantore del “dolore russo” e i suoi libri di denuncia alla guerra e di distruzione dei miti sono qualcosa di inaccettabile soprattutto oggi, per chi governa la Russia (Putin) e la Bielorussia (Lukashenko).
“Il mio scopo – spiega Svetlana – è capire quanta umanità è contenuta in un uomo e come è possibile proteggere questa umanità … e quando scrivo non mi sento solo scrittrice ma anche reporter, sociologa, psicologa perfino predicatrice”.
Per lei l’arte è impotente a raccontare la vita vera al giorno d’oggi ed è per questo motivo che non vuole inventare storie ma vuole solo “seguire” la vita reale (seguendo in questo le orme di Lev Tolstoj). E questa vita la racconta non attraverso la descrizione di fatti ed eventi ma attraverso “la storia dei sentimenti umani”.

Il suo prossimo libro, non ancora tradotto in italiano, (“The Wonderful Deer of the Eternal Hunt”) segna una svolta nelle sue tematiche: “Ho sempre scritto di come le persone si uccidono l’una con altra, ora voglio scrivere di come si amano”. E saranno gli amanti a prendere la parola nel suo nuovo libro, amanti di varie generazioni che raccontano il loro sogno d’amore, il loro “cervo incantato”, calato però in un paese tormentato e dalla storia dolorosa come quello russo.

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Adolescenti che migrano,la guerra e la fame:è uscito il nuovo numero della rivista di Aifo

Screenshot 2015-11-30 13.31.33Tanti i temi affrontati nel numero di dicembre da Amici di Roul Follereau, la rivista di Aifo.
Dietro il fenomeno degli adolescenti non accompagnati che giungono in Italia ci sono condizioni difficili, ma anche storie drammatiche di famiglie vittime di sfruttamento.
Il dossier di quattro pagine è dedicato al rapporto tra la fame e la guerra: sempre di più i morti in guerra sono i civili, soprattutto i più deboli. L’insicurezza alimentare e le disuguaglianze socio-economiche portano alla guerra, non la diversità etnica o religiosa.
E ancora: le nuove tecnologie della comunicazione permettono scambi di competenze ed esperienze tra persone sparse in ogni luogo. Bastano una connessione internet e minime competenze informatiche e il gioco è fatto. Il racconto dell’esperienza di tre webinar su cooperazione, disabilità e inclusione.
Il progetto del mese riguarda la Guinea Bissau; il futuro di un villaggio dipende dalle nuove generazioni e la salute delle donne e dei loro figli diventa la sfida decisiva per uscire dalla povertà, per il benessere delle comunità; la storia dei gemelli di Fatima.

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Mongolia: se le persone con disabilità prendono in mano il proprio destino

Ebe che canta

Ebe che canta

Una scuola per Batsaikhan

Batsaikhan, nonostante il nome che in mongolo indica la forza, quando è nato ha avuto dei problemi respiratori e nella cittadina non lontana da Ulan Baatar, i medici non erano attrezzati a questa evenienza. Abitare in un paese in via di sviluppo e per di più in un’area quasi rurale, crea molti problemi a una persona con disabilità, ma Batsaikhan aveva dalla sua due genitori che avevano studiato e che in più erano combattivi. Il bambino non riesce a camminare, ha bisogno di una carrozzina e quando arriva il momento del suo inserimento a scuola le cose si fanno più difficili: barriere architettoniche, diffidenza degli insegnanti, poca accoglienza o aperta derisone da parte degli altri bambini. I genitori capiscono che lì non ce la possono fare e allora decidono di trasferirsi nella capitale, dove sperano di trovare dei servizi e una mentalità diversa. Una scelta giusta visto che entrano in contatto con un’associazione che si occupa di diritti delle persone disabili: “Alcuni membri dell’associazione – dice la madre – erano in contatto con Aifo e conoscendoli ci siamo resi conto che solo attraverso l’informazione e la conoscenza dei diritti possiamo fare qualcosa per i nostri figli disabili”.
Ora Batsaikan ha superato il ciclo della scuola primaria e ha iniziato quello secondario, le difficoltà non mancano mai ma per lo meno ha dei buoni rapporti con i compagni nella classe in cui è inserito.

Badma fonda un’associazione

La storia di Badma è diversa; è nata a Erdenet, la seconda città della Mongolia (84 mila abitanti), creata nel 1974 accanto alle enormi minieri di rame. A 16 anni Badma ha un grave incidente in macchina con il padre che rimane illeso, lei invece perde l’uso delle gambe. Non è facile per una ragazza così giovane ricominciare una vita in carrozzina e infatti all’inizio non ci riesce, smette di studiare, sta sempre in casa, ma poi qualcosa cambia; decide di proseguire gli studi, vuole laurearsi e va ad abitare a Ulan Baatar. Studia, si laurea in economia ma si accorge anche che per una persona con disabilità vivere in Mongolia è difficile. Non si riesce a girare per le strade piene di barriere architettoniche, a volte non si riesce a entrare perfino negli uffici pubblici.

Comincia a confrontarsi con altre persone in carrozzina e decide di fondare un’associazione per la difesa dei diritti delle persone disabili, un punto dove le persone possano conoscere i propri diritti e anche un centro di iniziativa dove fare denunce e organizzare dibattiti. E’ in questo contesto che Badma incrocia le attività di Aifo in Mongolia grazie cui riesce ad approfondire la conoscenza della Convenzione Onu sui diritti delle persone con la disabilità. “A volte facciamo delle uscite in gruppo in carrozzina – racconta Badma – per individuare le barriere che incontriamo quando ci spostiamo in città. Una volta trovate le segnaliamo alle autorità pubbliche”.

A Expo si è parlato di riabilitazione su base comunitaria in Mongolia

Queste due storie riescono a raccontare bene quello che è stato detto l’8 settembre a Milano, giorno in cui a Expo, Aifo ha presentato le sue attività in Mongolia. Oltre a Francesca Ortali e Gianpiero Griffo che hanno fatto un’introduzione, era presente Batdulam Tumenbayar, Direttrice del Dipartimento Disabilità del Ministero per lo Sviluppo della popolazione e Protezione Sociale della Mongolia. Batdulam ha presentato il Programma Nazionale di riabilitazione su base comunitaria che il Governo Mongolo si è impegnato di utilizzare nell’ambito del Programma Nazionale per le persone con disabilità e ha anche dato qualche anticipazione sulla nuova legge sulla disabilità che sta per essere varata in Mongolia.

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

All’incontro era presente anche Chuluundolgor Bat, Presidente dell’Associazione Nazionale delle persone in sedia a rotelle, che ha parlato, dal punto di vista della società civile, della condizione delle persone con disabilità in Mongolia e di  come la Convenzione Onu venga applicata. Non è mancato un momento musicale grazie a Enkhbuyant Lkhagvajav (Ebe), Presidente dell’ong locale Tegsh Niigem, che si è esibito in una tradizionale canzone mongola.

Il progetto: proteggere i diritti delle persone con disabilità

Il progetto biennale finanziato dall’Unione europea che Aifo sta portando avanti assieme alla ong locale Tegsh Niigem, ha titolo lungo ma che descrive bene già gli intenti: “Proteggere i diritti delle persone con disabilità in Mongolia, attraverso il rafforzamento delle organizzazioni della società civile”. Sì, perché è proprio attraverso i cittadini organizzati, anche senza disabilità, che si possono sperare dei miglioramenti nella qualità della vita delle persone svantaggiate e nelle piena applicazione della Convenzione Onu (vedi l’appello nell’ultima pagina della rivista).
Accanto a quest’obiettivo principale ve n’è un altro, quello di accompagnare il processo di elaborazione della nuova legge sulla disabilità assieme al Dipartimento Disabilità del Ministero dello Sviluppo e della Protezione sociale.
Una particolarità del progetto è il monitoraggio che si sta facendo sui casi di violazione dei diritti umani nei confronti delle persone disabili. Questo monitoraggio viene fatto capillarmente a livello locale in ogni aimag (regione) del paese.

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La violenza planetaria alle donne è la risposta ad una richiesta di maggiore libertà

coverLa violenza contro le donne è la risposta maschile alla ricerca di una maggiore libertà da parte delle donne stesse, ed il tentativo di mantenere immutati i ruoli sociali. Intervista a Daniela Danna. Docente alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Milano. Daniela Danna si occupa da anni della violenza nei confronti delle donne, ed è autrice di Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale (Eleuthera, Milano, 2007).

Cosa l’ha spinta a studiare la violenza verso le donne?
Sono sociologa e femminista, la questione della violenza degli uomini contro le donne, cioè contro di noi, è alla radice delle limitazioni all’esistenza libera delle donne, tocca tutte noi, e dovrebbe essere una preoccupazione anche per gli uomini che vogliono essere liberi, a loro volta non schiavi delle costrizioni del proprio ruolo. Come scrive l’antropologa Paola Tabet, gli uomini in molte società (la grandissima parte di quelle conosciute) si costituiscono in gruppo per dominare le donne, usando le armi e il monopolio sugli attrezzi; la dominazione maschile assume forme meno feroci nella nostra società, ma le costrizioni del ruolo sociale femminile sono ancora ben presenti e per noi dannose.

Come è nata l’idea di scrivere “Ginocidio” e di cosa parla?
Ginocidio” è un libro che parla di questa questione dal punto di vista delle teorie sulla globalizzazione, ed è una sorta di studio-test su di esse. Avevo scritto su varie questioni collegate a questo quando ho ricevuto una graditissima proposta da parte di Eleutera, che mi ha permesso di occuparmi del tema con il giusto livello di approfondimento.

È possibile fare un quadro generale della violenza sulle donne a livello planetario?
Nel mio testo ci sono i riferimenti alle indagini anche quantitative che hanno comparato i livelli della violenza che gli uomini infliggono alle donne in molte parti del pianeta. Un messaggio importante è che la qualità dei dati va verificata. Il pubblico non specializzato dovrebbe sempre accogliere le cifre con riserva, cercando di capire come si è giunti ad esse, mentre invece vediamo spesso una sorta di adorazione acritica del numero. Ma ancora più importante è il fatto che la violenza che viene riconosciuta è una sorta di punta dell’iceberg: quando le donne cominciano a ribellarsi al loro ruolo di schiavitù, la reazione maschile è spesso la violenza, che quindi può diventare semplicemente un sintomo del problema, non il problema in sé, che è la libertà delle donne.

Vi sono elementi comuni – tra le motivazioni, le condizioni, le caratteristiche – che accumunano i paesi ricchi e quelli poveri, quando si parla di questo tipo di violenza?
Sì, certamente. Viviamo in un unico sistema-mondo, per usare la terminologia di Immanuel Wallerstein, e condividiamo una cultura patriarcale che vede le donne subordinate agli uomini con le più svariate giustificazioni, che spesso si cristallizzano in messaggi “divini.” Anche il fatto di attribuire maschilità all’Essere Supremo, per chi vi crede, riflette la situazione sociale di subordinazione del genere femminile.

Viceversa vi sono delle specificità per paese o aree geografiche? Ovvero la violenza subita dalle donne in Canada è frutto di determinate condizioni, quella subita in Somalia di altre …
Certo, le forme culturali sono diverse sia nelle azioni e interazioni che costituiscono la vita quotidiana, sia nei modi e nelle motivazioni per esercitare violenza. È importante anche l’atteggiamento delle autorità. Per riprendere i paesi che cita, in Somalia vi è uno stato di guerra, non uno stato di diritto, e la violenza è pervasiva ed estrema, sia contro gli uomini che contro le donne. In Canada la stessa Costituzione sancisce la parità tra uomini e donne, e la questione della violenza contro le donne ha assunto rilevanza pubblica grazie alle mobilitazioni femministe, lo stato si mette in gioco per contrastarla anche culturalmente, ed è proprio da questo paese che provengono ad esempio le metodologie più avanzate per rilevare il grado in cui le donne subiscono violenza, attraverso ricerche con cui si costituiscono statistiche sempre più affidabili. Non è facile parlare con sconosciute della violenza subita, vi è sempre un senso di vergogna, e l’intervistatrice deve mettere l’intervistata in condizioni di poterla superare. In luoghi dove la violenza è invece normale, cioè non tabuizzata, è più facile rilevarla.

In questi ultimi due anni si è molto parlato della violenza subita dalle donne in India, paese di cui si ha un’immagine invece non violenta; com’è la situazione delle donne in India e come mai se ne parla tanto?
L’India si avvia ad essere il paese demograficamente più “pesante” del pianeta, e l’importanza della sua produzione economica sta aumentando, quindi anche gli sguardi dei mass media sono puntati sul luogo di questi rilevanti cambiamenti. Le donne in misura crescente si ribellano contro le costrizioni del loro ruolo tradizionale, e la violenza è naturalmente il modo che gli uomini hanno per riaffermare il loro potere tradizionale.

In questi ultimi anni si parla anche molto della violenza subita dalle donne nei paesi a maggioranza musulmana: cosa ne pensa? In particolare la religione musulmana come si rapporta in queste situazioni?
Ci sono delle correnti nella dottrina religiosa musulmana che promuovono la condizione delle donne (il “femminismo islamico”) attraverso interpretazioni del Corano diverse da quelle dei predicatori che vi trovano un messaggio “fondamentalista” di subordinazione necessaria delle donne agli uomini. In generale i messaggi religiosi possono sempre essere interpretati in modi diversi. L’interpretazione che mi sembra più corrente, da non esperta, per quel che ho letto e sentito, è che il Corano non giustifica la violenza contro le donne.

E per l’Italia che quadro si può raccontare? la violenza è aumentata o diminuita?
Non è realmente possibile avere una percezione esatta della “quantità di violenza” contro le donne, tanto meno di un suo aumento o diminuzione. Le rilevazioni dell’Istat non sono tutte comparabili tra di loro, e la disponibilità a parlare di quello che si è subito non è “controllabile” (in gergo tecnico statistico). Di più: la stessa percezione della violenza dipende dall’idea che si ha di sé e del proprio status sociale. Percepisco “stupida!” come un insulto solo se io mi sento intelligente. Spesso anche la violenza fisica viene accettata: “Sono stata io a provocarlo”, “Non dovevo comportarmi così”. L’azione culturale è molto importante per uscire da questi schemi tradizionali di interazione tra uomini e donne, ed è importantissimo discuterne già con i ragazzi e le ragazze.
Purtroppo anche nella Chiesa si registra ancora un forte ritardo culturale sui ruoli sociali maschili e femminili, a danno della libertà delle donne, e in definitiva anche di quella degli uomini.

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Sakamma non è un’eroina ma …

sakamma3Nonostante la crescita economica e il prestigio internazionale che l’India sta via via mostrando al mondo, esistono al suo interno delle vaste sacche di povertà che colpiscono soprattutto le minoranze etniche e le popolazioni che vivono in montagna o in campagna. Se a queste situazioni di svantaggio aggiungiamo altre difficoltà che posso capitare nella vita di un individuo, come la vedovanza o la disabilità allora ecco che vivere in maniera dignitosa può sembrare un traguardo irraggiungibile.

Sakamma è una donna indiana che sembra portare sul suo capo tutte le caratteristiche sopradescritte; eppure Sakamma, non è una diseredata, riesce a mantenere da sola una famiglia numerosa ed è un esempio per la sua comunità; è diventata leader nei gruppi di auto aiuto fra donne ed è in prima linea nella rivendicazione dei propri diritti; diritto ad avere un prezzo equo nella vendita dei propri prodotti, diritto ad avere una fermata vicina dell’autobus, diritto ad avere una lavanderia pubblica. Eppure Sakamma non ha studiato, è una semplice contadina povera che vive a Molekoppalu, un villaggio situato nello stato del Karnakata, nell’India meridionale.

L’importanza dell’istruzione

“Le cose sono venute da sé, una dopo l’altra, non so anch’io come, ma è successo così – dice Sakamma – da bambina ho perso il padre e avendo dei fratelli più piccoli, ho dovuto occuparmi di loro lasciando la scuola. E’ stato come un anticipo di quello che mi sarebbe capitato dopo, quando sono rimasta vedova con cinque figli”. Ma non si lascia scoraggiare dalla situazione. Mantiene la sua famiglia come lavoratrice salariata e viene a contatto con un’equipe del “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society”, un’ Ong locale finanziata da Aifo che opera attraverso la riabilitazione su base comunitaria. Due dei suoi cinque figli infatti presentano un ritardo mentale e deve così pensare a un loro futuro in cui possano vivere autonomi. Capisce l’importanza della formazione e li manda a scuola tanto che uno dei due figli (il maschio, la femmina invece è morta di recente) è riuscito  a trovare un lavoro come dipendente in un centro sanitario.sakamma2
Nel frattempo riesce anche ad avere una casa sua, in cui si trasferisce con tutta la famiglia. “E’ stata la preoccupazione di risolvere i tanti problemi che avevo per la mia famiglia, è stato per questo costante lavoro che ho maturato altre idee, una nuova consapevolezza. Quello che stavo facendo per la mia famiglia, lo potevo fare anche per le donne del mio villaggio, per aiutarle a risolvere i problemi economici, di educazione dei figli, di salute. Per questo dico che le cose sono venute da sé, e sono state tante”.
Inizia con la formazione di gruppi di donne del villaggio, con la consapevolezza che i problemi sono comuni e che possono essere risolti meglio assieme. Si dedicano all’allevamento di bestiame e alla vendita del latte e si accorgono che il prezzo cui il latte viene venduto nel loro villaggio è più basso di quello reale. Così il gruppo di donne contesta le attività della latteria locale e Sakamma riesce a farsi leggere nel consiglio di gestione.
“Mi sono accorta di come sia importante essere informati sui diritti e le opportunità che abbiamo, di come sia importante mandare a scuola i propri figli che se sono istruiti possono difendersi meglio”. Gli insegnanti si accorgono di questa madre attivista e ne chiedono la collaborazione nell’attività di lotta analfabetismo del distretto.

Il diritto alla … fermata di un autobus

Ma forse la sua lotta più famosa è quella per ottenere una fermata dell’autobus anche nel suo villaggio. “La fermata più vicina a noi distava quattro chilometri e una donna anziana del nostro villaggio che aveva problemi di salute non poteva certo raggiungerla. Così siamo andati prima all’ufficio dei trasporti locale per protestare, poi visto che non ci ascoltavano, ci siamo ritornati in gruppo e siamo stati di fronte all’ufficio per molto tempo in segno di protesta”. E il risultato arriva, le autorità che si occupano di trasporti pubblici mettono una fermata anche nel villaggio di Molekoppalu.
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Il successivo problema che si pone riguarda il lavaggio dei vestiti che le donne locali sono costrette a fare in un canale pubblico. Si rivolgono all’assemblea locale, raccontano le loro difficoltà quotidiane e chiedono la costruzione di un Dhobi Ghat (una lavanderia pubblica a cielo aperto tipiche dell’India n.d.r.), cosa che poi avviene. Similmente si fa interprete dei pescatori del villaggio e li aiuta nelle loro richieste verso le autorità.
“Se ci penso tutto è iniziato dalle mie difficoltà – ricorda Sakamma – in particolare le persone con disabilità. L’aver avuto questi due figli mi ha fatto capire quanto sia importante organizzarsi, essere informati e rivendicare i propri diritti”. E’ un’attività che ancora fa, organizzando i gruppi di auto aiuto di persone con disabilità assieme alle altre donne del suo villaggio.

Karnakata/India:l’informazione per promuovere l’inclusione sociale

“Promozione dell’inclusione sociale delle persone con disabilità nei Distretti di Mandya e Mysore” è questo il titolo del progetto che Aifo sta portando avanti assieme alla collaborazione dell’Ong locale “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society” gestita dalla congregazione religiosa “Figlie della Chiesa”.
Migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità è questo lo scopo principale del progetto e per arrivare a questo risultato occorre far si che le persone con disabilità siano a conoscenza dei loro diritti e non siano isolate. Possedere le informazioni significa di conseguenza avere più opportunità economiche, significa avere accesso agli ausili ortopedici.
Le persone con disabilità raggiunte che vivono nell’area sono circa 17 mila, 295 sono i gruppi di auto aiuto attivi nel 2013 per un totale di 4.475 membri, di cui circa 80% sono donne.
Le attività svolte consistono principalmente in:

  • Attivazione di Gruppi di Auto Aiuto. I Gruppi, composti da persone con disabilità e membri delle loro famiglie , sono formati nei villaggi rurali per l’avvio di piccole attività economiche. Il finanziamento previsto dal progetto serve per la creazione del fondo iniziale del Gruppo di Aiuto. Ogni mese i componenti del Gruppo versano una piccola quota per permettere l’avvio delle attività di reddito dei singoli membri
  • Visite domiciliari nelle famiglie con persone con disabilità. Il programma delle visite è gestito dai tecnici di Riabilitazione su Base Comunitaria del partner locale: fisioterapia di base, informazione dei membri delle famiglie
  • Incontri di informazione/formazione con i leader dei villaggi rurali
  • Fornitura di ausili ortopedici.
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Sopravvivere allo zud bianco

baby on the way of Arkhangai

baby on the way of Arkhangai

Mi chiamo Narantsetseg (Fiore del sole) e sono una pastora. Abito con mio marito e tre figli nella zona tra la provincia dello Zavhan e dell’Uvs, nel nord ovest della Mongolia. Per raccontare la mia storia devo ritornare indietro con la memoria, devo ricordare l’inverno del 2010.
Quella mattina quando sono uscita dalla mia gher, non riuscivo ad aprire la porta di legno: aveva nevicato tutta la notte e la neve si era accumulata lì davanti. Non era stata una semplice nevicata, ma una tormenta durata giorni: noi la chiamiamo zud. Ce ne sono di tipi diversi di zud, quello del freddo, quello del ghiaccio, il nostro è stato uno zud della neve, ma anche le temperature sono rimaste per giorni a 40 gradi sotto lo zero. Quando finalmente sono uscita dalla gher e mi sono guardata attorno, ho capito che i nostri animali non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere e, se loro non ce la facevano, anche noi non avremmo avuto da mangiare.
Alcune capre erano già morte per il freddo e le altre non avevano più un prato dove brucare l’erba; per via della neve non potevano più mangiare. Non siamo stati i soli della zona ad aver avuto questo problema, senza animali una famiglia di pastori non può sopravvivere.

Io ho avuto la fortuna di essere in contatto con una feldsher (un’infermiera nomade che si sposta con il cavallo n.d.r.) che lavora assieme a tante altre persone che a loro volta si occupano di salute. Dei miei tre figli uno non ha mai camminato, nemmeno adesso che ha 15 anni e per via di questo figlio faccio parte anch’io di questo gruppo dove si parla dei problemi dei figli con disabilità, di salute, alimentazione e lavoro. Lì ho saputo che ai figli non bisogna dare solo carne e latte ma anche delle cose diverse che sono importanti per farli crescere bene, come le verdure e la frutta, prodotti che da noi sono rari per via del clima. Ma adesso il nostro problema era più grave, non si trattava di scegliere cosa mangiare, non avevamo nemmeno più la carne. Sempre lì ho saputo che era possibile avere in prestito degli animali, farli riprodurre, vendere latte e lana e poi ridarli indietro tenendoci i capi in più. E’ quello che abbiamo fatto io e mio marito e siamo stati bravi nel farlo; ora abbiamo di nuovo le nostre capre, adesso posso anche pensare di dare della verdura ai miei figli.

Il problema della fame in Mongolia e l’azione di Aifo
In questo grande e poco popoloso paese centroasiatico l’eliminazione del problema della fame sta facendo dei progressi; se nel 1996 ogni abitante poteva disporre di 2.039 calorie, nel 2012 queste calorie erano diventate 2.463. Se andiamo a vedere la percentuale della popolazione che soffre di sottoalimentazione, se nel 1999 era il 38% del totale, nel 2012 era diminuita al 24%, cioè vale a dire quasi un quarto dei 2.900.000 mongoli ha fame, un percentuale che rimane comunque preoccupante.

Il problema della fame in Mongolia non è dovuto solo alla povertà ma anche a un clima poco clemente. Le temperature sono sotto lo zero per nove mesi l’anno e hanno delle punte in cui si superano i 50 gradi sotto lo zero. In particolare il paese è soggetto alle tormente di neve o ghiaccio (gli zud) che possono uccidere gli animali dei pastori nomadi che rappresentano ancora il 25% della popolazione. Sono stati letali gli zud del 2000, del 2001 e del 2010. Di fronte a queste calamità le autorità mongole non sono ancora attrezzate. Un altro problema di malnutrizione è rappresentato anche dalla particolare dieta mongola basata per lo più sulla carne che priva i bambini dei micronutrienti (sali minerali e vitamine) essenziali per il loro sviluppo fisico e mentale.

Aifo è presente in Mongolia da 24 anni ed è stata la prima Ong italiana ad arrivare là dopo la fine del comunismo. “Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del Settore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea. Questo progetto aiuta economicamente le famiglie di pastori grazie ad un prestito di bestiame che viene ridato indietro dopo un certo periodo. Le famiglie vengono anche inserite in una rete di riabilitazione su base comunitaria, dove si promuovono anche le buone prassi per una corretta alimentazione.

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Sister Leela: prendere a ceffoni i pregiudizi

leelaSuor Leela è stata testimone di solidarietà di Aifo in occasione della 62° Giornata mondiale dei Malati di Lebbra. L’abbiamo incontrata a Bologna nella sede di Aifo per sapere qualcosa di più su di lei e sulle sua attività in India. (pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau”, aprile 2015)

Dicci qualcosa su di te, come sei diventata suora … perché fai questo tipo di lavoro …
Intanto il mio nome per intero è un po’ lungo, mi chiamo Aley Cheenuthuvattukulam, ma tutti mi chiamano suor Leela. Sono della congregazione delle Figlie della Chiesa; sono entrata quando avevo 20 anni nell’istituto Thinadad in India. Per il periodo di noviziato ho vissuto in Italia e ho fatto professione perpetua nel 1981 a Roma. Poi ho studiato come operatrice paramedica nell’Università di Bhopal sempre in India nel 1983. Dal 1989 sono membro della Rural Medical Practitioners Association.

Come hai conosciuto Aifo?
Per otto anni ha lavorato presso il lebbrosario di Sumana Halli a Bangalore ed è stato lì, nel 1982, che ho avuto i primi contatti con Aifo. Questo villaggio della speranza è stato uno dei primi progetti Aifo e durante l’anno ogni tanto venivano dei soci Aifo a farci visita e io li portavo a fare viaggi di conoscenza. Nel 1992 invece ho avuto l’occasione di lavorare a Mandya.

È il luogo dove attualmente sei la responsabile del programma socio-sanitario: di cosa ti occupi?
A Mandya abbiamo avuto la fortuna di avere sia il permesso del Governo che i finanziamenti, due condizioni che raramente arrivano assieme. Così abbiamo cominciato occupandoci di 300 villaggi con una popolazione di 5-6 lakh (500-600 mila persone).  E’ un lavoro impegnativo che mi occupa tutta la giornata, sempre a girare per i vari villaggi a controllare la salute delle persone. Seguiamo le persone malate di lebbra, e capita che durante i nostri giri di riconoscere dei nuovi malati che non vengono “visti” dal servizio sanitario.

Quindi ti occupi essenzialmente di malati di lebbra o anche di altre situazioni di svantaggio?
Di molto altro, per come lavoriamo noi, il giro tende ad allargarsi e a coinvolgere sempre altre persone. Intanto ci sono gli ex malati di lebbra che, anche se guariti, magari hanno delle disabilità che devono essere trattate. Nel nostro territorio ne abbiamo 13 mila. Abbiamo un centro per la cura delle ulcere della malattia della lebbra con 13 letti.
C’è il problema anche del maltrattamento delle donne. Cerchiamo di dare la forza alle donne di reagire di portare di portare avanti la famiglia. Costituiamo dei gruppi di auto aiuto tra donne, attualmente sono 63. Il loro problema deriva dagli uomini che bevono, l’alcolismo è abbastanza diffuso.
Abbiamo altre iniziative come i gruppi di microcredito per avviare delle attività lavorative. Quello che cerchiamo di fare e non fermarci alla cura della malattia ma pensare anche a tutto il resto: il lavoro, l’unità famigliare, l’informazione sulla salute e soprattutto lottiamo contro i pregiudizi.

I lebbrosi in India fanno ancora paura? Esiste il pregiudizio nei loro confronti?
Si ha ancora paura di questa malattia. Noi con il nostro comportamento dimostriamo che non bisogna averne.  Vedendo che stiamo con i malati o gli ex-malati, mangiamo con loro, stringiamo le mani, facciamo vedere che la malattia della lebbra non è così contagiosa come si crede. La malattia non si trasmette a tutti ma solo alcune persone con poche difese immunitarie. Adesso le cose sono un po’ cambiate, ma la paura è ancora tanta.

Raccontaci delle storie per capire come lavori e quali sono le persone che incontri?
Una volta durante i miei viaggi nei villaggi, ho incontrato due donne con un ragazzo. Ho capito subito che erano malate. Son andata a casa loro e ho visto che su 8 componenti di quella famiglia solo il ragazzo era sano, tutti gli altri avevano la lebbra e alcuni avevano già i segni evidenti sul corpo. Abbiamo iniziato a curarli e al ragazzo abbiamo procurato un lavoro. Un giorno abbiamo saputo che il capo del loro villaggio assieme ad altri avevano deciso di eliminare l’intera famiglia perché li consideravano portatori di una maledizione. Volevano affogarli tutti nel fiume. Siamo corsi dal capo villaggio e abbiamo parlato con lui dalla mattina alla sera. Ala fine li abbiamo convinti a non ucciderli. Con il tempo le cose sono migliorate e grazie a un contributo Aifo siamo riusciti a costruire una nuova casa per loro. Il ragazzo ha anche proseguito gli studi.
Un’altra storia che mi ritorna sempre in mento è quella di un uomo grande e grosso, un uomo forte che abbiamo incontrato per caso mentre lavorava nei campi. Abbiamo riconosciuto sul suo corpo i segni della lebbra ma lui negava di fronte all’evidenza di essere malato. Si sentiva forte e ci accusava dicendo che le persone malate eravamo noi. Insomma rifiutò di farsi curare ma nel giro di soli sei mesi le sue condizioni di salute peggiorarono molto e non poté più negare l’evidenza. Adesso era disperato e aveva deciso di uccidersi. Era diventato deforme e la moglie e i figli non lo volevano più a casa. Uno di loro ha addirittura detto che non era più loro padre ma solo un lebbroso e allora mi è scappato un ceffone diritto sulle guance del figlio. Poi la sua salute è migliorata, i rapporti fra i famigliari si sono fatti meno tesi ed è potuto rimanere a casa sua, anzi anche lui in una nuova casa visto che siamo riusciti a comprargliene una.

Vivere sempre con realtà di questi tipo è molto difficile, tu come ti svaghi o per lo meno come ti riposi?
Quando viene la notte ed è il momento di andare a letto, verso le 22, se ci riesco, allora prima faccio un bel bagno che porta via la stanchezza e poi dormo.

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Evan, Dina e Sawsan si emancipano a Gaza

Senza titolo-1Evan ha aperto finalmente il suo salone di bellezza, Dina insegna e scrive per una rivista, Sawsan vende le sue borsette fatte a mano in un negozio tutto suo: ma cosa hanno in comune queste giovani donne palestinesi, che cosa le lega? Prima di tutto sono tutte e tre persone disabili e poi vivono a Gaza.
Sono loro le protagoniste di un documentario frutto di un progetto di cooperazione realizzato da Educaid in collaborazione con la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, che vede al centro delle iniziative un gruppo di donne con disabilità. Il video prima le presenta una ad una e poi passa al racconto della loro emancipazione (non si parla mai di guerra).

In pochi minuti si toccano i temi essenziali della condizione della persona disabile nella società contemporanea, temi che non appartengono ad un certo tipo di cultura o al benessere raggiunto di una certa nazione. Lo stigma verso i disabili accomuna tragicamente paesi sviluppati a quelli che non lo sono. Così nel filmato si capisce che avere un deficit ed essere donna è doppiamente invalidante, che basta lo sguardo della gente per ferire, che anche persone colte possono essere del tutto sprovviste di attenzione verso la condizione del disabile, che normalmente la persona con un deficit crede poco in se stessa e che raramente chi gli sta attorno fa qualcosa per fargli cambiare idea. Ma c’è la possibilità del riscatto e queste donne, che abitano in uno dei luoghi più tragici del pianeta, lo dimostrano, ne sono un piccolo ma consistente esempio.

Io avrò la fortuna di incontrare qualcuna di loro domani pomeriggio alle 16.30 al  Centro Culturale ‘Ernesto Faccioli’ in via Costituzione n. 18 a San Pietro in Casale (Bologna). Durante l’evento sarà presentato anche il  progetto “Cooperare per includere. L’impegno dell’Italia su disabilità e cooperazione allo sviluppo”: c’è qualcuno che viene?

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Diritti e salute delle donne della Guinea Bissau: una monografia sul numero di marzo di “Amici di Follereau”

Ds0_475ue volte l’anno la rivista di Aifo cambia formato e presenta uno storytelling monografico; questa volta  il centro del racconto sono le donne della Guinea Bissau coinvolte in un progetto di cooperazione nella regione interna di Gabù. Il progetto prevede varie azioni come l’aggiornamento del personale sanitario e la ristrutturazione dei servizi materno-infantili, ma le parti più nuove sono quelle riguardanti un Sistema di Allarme Comunitario composto da una trentina di gruppi di donne che fanno informazione sui casi di mortalità infantile e sui casi di violenza. L’altra parte innovativa del progetto si riferisce ai gruppi di auto-aiuto tra donne che gestiscono dei fondi “rotativi” per finanziare delle piccole iniziative commerciali. Lo storytelling riguarda appunto la storia di due donne,Salimato e Alarba e di come questo progetto le abbia aiutate.

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L’importanza delle donne nepalesi

Attraverso la collaborazione con un’ong femminile locale (Watch – Women Acting Together for Change), Aifo sta migliorando le condizioni di vita della popolazione svantaggiata che abita nelle zone rurali

Il Nepal è una nazione che dopo anni di guerra civile tra le forze governative e l’esercito di liberazione popolare riunione donne-dandagaon-okhaldhunga foto di Sunil Deepakmaoista sta ancora faticando a trovare un assetto democratico politicamente stabile. E’ un paese molto povero dove il sistema sanitario non è adeguato soprattutto nelle zone montuose e collinari che occupano la maggior parte del paese. Aifo è impegnata da diversi anni con progetti che mirano ad assicurare il diritto alla salute per tutti. In particolare lo fa rivolgendosi con azioni rivolte a sostenere le donne che sono l’elemento più importante del nucleo familiare e che sono responsabili della salute e dell’educazione di figli. In questo lavoro ha trovato un valido partner locale in Watch (Women Acting Together for Change), un’organizzazione di donne particolarmente attiva nel promuovere i diritti delle donne povere che abitano in zone periferiche.

Se le donne cominciano a fare i cesti di bambù
Pemchhoki
  abita in un piccolo paese chiamato Bigutaar nel distretto di Okhaldhunga, una zona molto verde dove le colline sono alte e ripide, dove le strade sono difficili da  percorrere per una persona come lei che ha difficoltà di movimento. Abita con il figlio, quello più giovane; suo marito invece vive in un altro villaggio con la nuova moglie. Pemchhoki  ero molto povera e non sapeva proprio come tirare avanti prima di conoscere il gruppo di donne di Watch. Con loro ha imparato a costruire dei cesti di bambù. La cosa strana è che questo tipo di lavoro in Nepal lo fanno solo gli uomini ma lei ha imparato a farlo ed è piuttosto brava. Ha imparato a costruire una grande varietà di articoli con il bambù e i suoi prodotti sono molto richiesti. Altre donne sono venute da lei ad imparare la tecnica, donne disabili, che vogliono avere una loro autonomia grazie al lavoro. Visto che Pemchhoki si muove con difficoltà e non può andare nei vari mercati a vendere, al posto suo lo fa suo figlio; a volte sono addirittura i clienti che vengono a coordinatrici_gruppi_donne_watch foto di Sunil Deepakcasa sua per acquistare. Recentemente ha comprato un po’ di terreno e ha cominciato a coltivare funghi e ortaggi. Ma questo non le basta, oltre al lavoro, Pemchhoki pretende anche il riconoscimento dei suoi diritti di donna disabile e lotta per ottenerli.

La storia di un sopruso
Una storia di sopruso quella che è capitata nel villaggio di Dudhrakshya situato nel distretto pianeggiante di Rupamdehi, una vicenda piuttosto triste dietro la quale c’erano solo degli interessi economici ma che è stata smascherata grazie all’intervento di Watch. Una donna appartenente al gruppo femminile locale era rimasta sola in casa perché suo marito era emigrato per motivi di lavoro in Dubai. Una sua amica, appartenente allo stesso gruppo, le aveva mandato il figlio per aiutarla nelle faccende  domestiche. Questa situazione era stata giudicata scandalosa dal gruppo di donne locali che ha deciso di espellere tutte e due le donne coinvolte che allora si sono rivolte a Watch perché esaminasse l’intera vicenda. Dopo aver ascoltato le varie parti Watch era giunta alla conclusione che non era accaduto niente di scabroso e che anzi tutta la vicenda nascondeva un preciso interesse economico: l’espropriazione dei beni delle due donne coinvolte. Watch ha poi finanziato un progetto a favore di queste donne che  ha permesso loro di iniziare un’attività di allevamento di pollame e coltivazione di ortaggi, imprese coronate da un buon successo economico.

Uno stupro denunciato
Nelle zone dove il governo ha uno scarso controllo sono più frequenti gli episodi di violenza senza che questi siano perseguiti dalla legge. Nel distretto di pianura di Kapilvastu, un luogo dove Watch ha formato un gruppo di donne e persone disabili, quindi un luogo dove si è fatto un lavoro di riconoscimento dei propri diritti e presa di gruppi bambini foto di Sunil Deepakcoscienza, si è verificato un episodio di violenza nei confronti di una bambina di 11 anni che stava pascolando le capre nel bosco. Un ragazzo di 18 anni aveva abusato di lei e l’aveva poi minacciata con un coltello che se avesse raccontato qualcosa l’avrebbe uccisa. Nonostante le minacce la famiglia venne a sapere dello stupro e allora si rivolse a Watch. L’organizzazione femminile cercò prima di prendere il giovane che era nel frattempo scappato di casa e poi andò dalla polizia che all’inizio non voleva nemmeno registrare il caso. Alla fine però la giustizia è stata raggiunta con il pagamento di un indennizzo alla ragazzina e la carcerazione dello stupratore.