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Svetlana Aleksievic, il cantore del dolore russo

 

o-ALEKSIEVIC-facebookRaccogliere una testimonianza, saper raccontare le emozioni, addirittura la vita di una persona che ha subito un dramma e ne subisce le conseguenze, non è per niente facile. Noi, nel nostro piccolo, è quello che cerchiamo di fare ogni volta che raccontiamo un progetto Aifo; cerchiamo di raccontare la storia di una persona, darne anche un contesto perché il lettore capisca, s’immedesimi.

C’è chi, di questo tipo di reportage, ne ha fatto un’arte, raggiungendo livelli di perfezione tali da avvicinarsi alla realtà meglio di quanto possa fare un’opera letteraria di finzione.
Stiamo parlando di Svetlana Aleksievic, la scrittrice bielorussa, che è stata premiata quest’anno con il Nobel per la Letteratura, per la sua opera che, citando la motivazione dell’Accademia svedese, è un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.
Nata in Ucraina nel 1948 ma cresciuta in Bielorussia, Svetlana inizia fin da giovane a lavorare come giornalista e cerca una sua strada espressiva per parlare degli argomenti che più le stanno a cuore; la guerra, la condizione della donna, le vite singole schiacciate dall’apparato statale. “Volevo avvicinarmi il più possibile alla realtà – dice – e, di fronte alla complessità dell’uomo e del mondo, la storia di una vita, delle singole vite, mi permetteva di farlo”.

La sua tecnica di scrittura consiste nella paziente raccolta di testimonianze, a volte centinaia di racconti, dove l’autrice rimane leggermente distaccata, non per mancanza di partecipazione, ma per dare spazio alla persona di raccontarsi.
Per il suo genere di scrittura sono stati coniati termini diversi, come “romanzo di testimonianza”, “coro epico”, addirittura un generico “persone che parlano di se stesse”. I suoi libri per essere scritti richiedono centinaia di incontri con le persone, viaggi continui, anni di elaborazione (in media impiega 4-5 anni per scrivere un nuovo libro).

Denunciare la guerra e i falsi miti sovietici e russi

La sua prima opera matura è “La guerra non ha un volto di donna” (1983) dove intervista centinaia di donne che hanno combattuto la seconda guerra mondiale. Ne emerge un ritratto femminile lontano dalla retorica dell’“eroica donna sovietica” e questo le crea problemi enormi; il libro non viene pubblicato, lei stessa viene messa all’indice come autrice dissidente (viene accusata di pacifismo!) e solo con la perestrojka di Gorbaciov il suo testo comincerà a diffondersi e incontrerà il successo.
Segue nel 1989 “Ragazzi di zinco” il racconto dell’invasione sovietica in Afganistan (1979 -1989) attraverso la testimonianza di madri, fidanzate, soldati ritornati vivi – ma snaturati dalla guerra – e non nelle bare di zinco (di qui il titolo del libro).
Del 1993 appare il libro “Incantati dalla morte”, dove la storia del crollo dell’utopia socialista sovietica viene raccontata, in un modo straziante, dai parenti delle persone che si sono suicidate dopo l’evento e da quelli che hanno tentato di farlo.
Ma il suo capolavoro è “Preghiera per Cernobyl” (1997), la storia del disastro nucleare, visto, ancora una volta, non attraverso le fonti ufficiali o documenti segreti, ma attraverso le parole dei parenti delle persone che ne sono rimaste vittime. Il sottotitolo del libro è “Cronaca del futuro”, parole che sottolineano una novità nella storia umana: “Avevo sempre parlato di guerra e lì non avevo dubbi su quali parole usare, di come scriverne, ma per Cernobyl è stato diverso; come si poteva spiegare con le parole ai contadini di buttare via il loro latte, come si poteva spiegare il perché i soldati lavavano la loro legna da ardere o le loro case? Eravamo entrati in uno spazio nuovo”.

Svetlana può essere vista come un cantore del “dolore russo” e i suoi libri di denuncia alla guerra e di distruzione dei miti sono qualcosa di inaccettabile soprattutto oggi, per chi governa la Russia (Putin) e la Bielorussia (Lukashenko).
“Il mio scopo – spiega Svetlana – è capire quanta umanità è contenuta in un uomo e come è possibile proteggere questa umanità … e quando scrivo non mi sento solo scrittrice ma anche reporter, sociologa, psicologa perfino predicatrice”.
Per lei l’arte è impotente a raccontare la vita vera al giorno d’oggi ed è per questo motivo che non vuole inventare storie ma vuole solo “seguire” la vita reale (seguendo in questo le orme di Lev Tolstoj). E questa vita la racconta non attraverso la descrizione di fatti ed eventi ma attraverso “la storia dei sentimenti umani”.

Il suo prossimo libro, non ancora tradotto in italiano, (“The Wonderful Deer of the Eternal Hunt”) segna una svolta nelle sue tematiche: “Ho sempre scritto di come le persone si uccidono l’una con altra, ora voglio scrivere di come si amano”. E saranno gli amanti a prendere la parola nel suo nuovo libro, amanti di varie generazioni che raccontano il loro sogno d’amore, il loro “cervo incantato”, calato però in un paese tormentato e dalla storia dolorosa come quello russo.

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Armi italiane: solo un grande affare?

OPAL_INFOGRAFICA_Export_Armi_IT_25anni_Pagina_06L’Italia è uno dei maggiori esportatori di armi nel mondo e i paesi che le comprano hanno regimi autoritari e politiche estere aggressive.

L’Italia è il nono esportatore di armi nel mondo, vende un po’ di tutto, dagli armamenti pesanti come elicotteri, navi, carri armati a sofisticati sistemi radar, ma in una cosa è prima, è il maggior esportatore di armi leggere (pistole, fucili). Ne ha vendute dal 2000 al 2013 per un importo di 5,9 miliardi di euro a più di 123 paesi. E’ un normale affare commerciale, potrebbe obiettare qualcuno – anche se le armi comunque si fanno per ammazzare le persone – il problema è che, nonostante la legge 185 del 1990 che regola le esportazioni delle armi in Italia, fra i paesi cui vendiamo, ve ne sono alcuni che hanno regimi autoritari e aggressivi verso l’esterno come è il caso dell’Arabia Saudita.

Dove e quanto vendiamo

Secondo i dati forniti da Giorgio Beretta dell'”Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa”, dal 1990 al 2015 le autorizzazioni concesse dal Governo italiano all’esportazione di sistemi d’arma si suddividono percentualmente così nelle seguenti zone geopolitiche: Unione Europea (35,9% del totale), Medio Oriente – Nord Africa (23,2%) e Asia (15,4%). Chi compra più da noi sono gli Stati Uniti e l’Inghilterra.
Questi dati, se aggregati in modo diverso, però ci dicono molto altro; se prendiamo in considerazione solo il periodo che va dal 2010 al 2014 le autorizzazioni per l’esportazione verso l’Unione Europea diminuiscono al 24,5% mentre aumentano quelle verso il Medio oriente e il Nord Africa che salgono al 35,5%. Similmente aumentano le autorizzazioni di vendita d’armi verso l’Asia (16,2%) e l’America latina (5,2%). Sempre in questo quinquennio bisogna sottolineare il ruolo di primo piano come importatori dell’Algeria (1,4 miliardi di euro), seguita a ruota dall’Arabia Saudita (1,2 miliardi di euro), dagli USA e dagli Emirati Arabi Uniti.

A 25 anni dalla legge 185

Prendendo spunto dalla relazione presentata dalla “Rete Italiana per il Disarmo” , in occasione del venticinquesimo anniversario di approvazione della legge 185, si viene a sapere che le autorizzazioni del Ministero della Difesa per la vendita di armi sono state pari a 54 miliardi di euro, anche se poi l’effettiva vendita è ammontata “solo” a 36 miliardi. Il problema poi è a chi sono state vendute queste armi: “Secondo la legge e secondo il buonsenso, l’export militare dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro Paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Francesco Vignarca coordinatore della Rete. Infatti più della metà delle esportazioni sono state indirizzate a paesi al di fuori delle principali alleanze politico-militari di Roma e cioè i paesi non appartenenti all’Unione europea o alla Nato.
“La legge 185 prevedeva soprattutto il divieto di esportare armi in zone di conflitto e in Paesi dove non fossero rispettati i diritti umani – spiega Eugenio Melandri Direttore di Solidarietà internazionale – La storia di questi 25 anni ci racconta invece che, purtroppo, in tanti casi si sono trovate scorciatoie per poterla eludere”. Del resto, come denuncia la “Rete per il disarmo”, le Relazioni annuali del Governo sono diventate sempre meno trasparenti.

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Senzascampo/Gaza Under Attack


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di Walaa Mdookh (Social Developmental Forum di Gaza)

Gaza è una sottile striscia di terra che s’affaccia  sul mar Mediterraneo, nella parte sud della Palestina con un’area di circa 360 km. Vi abitano un milione e ottocentomila persone. La striscia di Gaza è sotto assedio dal 2007 e ha subito 3 assalti armati in meno di 5 anni, il peggiore di questi nell’estate del 2014 durato 51 giorni e che ha portato a una distruzione di Gaza come mai era accaduta in precedenza.
Questa situazione anche se ha riguardato tutti i palestinesi di Gaza, ha colpito più duramente  le persone con disabilità che sono il 7% della popolazione.

A Gaza non ci sono rifugi per proteggersi dai bombardamenti antiaerei e gli obiettivi degli attacchi comprendevano case di cittadini ma anche ospedali, scuole e moschee. Poi venne, finalmente, il cessate il fuoco; era il 26 agosto 2014.
In una situazione che vede il 72% delle famiglie ad avere problemi a livello alimentare, potrebbe sembrare un lusso la richiesta da parte delle persone con disabilità di avere un ambiente accessibile. Prima del conflitto i disabili cercavano  di cavarsela  grazie anche all’appoggio delle ong e di altri finanziatori.
In tempo di guerra, i palestinesi vivendo in un o stato chiuso si rifugiano nelle case dei parenti verso il centro della città, scappano dalle zone cuscinetto dichiarate dalle autorità militari israeliane, zone che vengono poi colpite. Quando le famiglie abitano tutti assieme, non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi e vanno allora nelle scuole dell’ Unrwav (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees).

“I miei famigliari si dimenticarono di me e scapparono fuori da casa, si dimenticarono che avevo bisogno di aiuto. Per la prima volta nella mia vita sentii che ero un peso per i miei famigliari, e desiderai morire”.
Parole amare quelle di Abeer EL-Herkly, una ragazza di 20 con una disabilità alle gambe.  Quando la sua famiglia fugge a causa dei bombardamenti lei non li può seguire perché non è in grado di raggiungere il suo scooter. Alla fine riesce a salire sul suo mezzo ma subito succede qualcosa che non ricorda. Si ritrova riversa per strada in mezzo a corpi di persone morte, il fumo nero oscura tutto: hanno di nuovo bombardato. Le ferite sono lievi, ai piedi, ma ha perso il suo mezzo di locomozione ed è costretta a rimanere a letto per 10 giorni completamente immobile; solo ogni tanto uno dei suoi fratelli la trasporta in bagno.
Dopo altri 10 giorni riesce finalmente ad avere una carrozzina, ma è inadatta lei.  Per 40 giorni, fina a quando la guerra non finisce, Abeer, non potrà mai lavarsi completamente.

Nisreeen ha una lieve disabilità, ma non è l’unica ad averne in famiglia; suo padre è cieco e altre due membri hanno altre forme di disabilità fisica. La sua casa è in una zona sicura, eppure, quando iniziano le ostilità, sente che i bombardamenti si fanno sempre più vicini. Nonostante il pericolo che si avvicina la famiglia decide di rimanere, perché non riuscirebbe a scappare con ben quattro membri disabili e poi non ha un’altra casa di parenti dove andare.
Ma alle fine devono scappare da casa, le bombe arrivano anche lì. “Camminavamo di notte con fatica – ricorda Nisreen – ci sostenevamo uno con l’altro ed eravamo lenti, ci superavano tutti nella corsa verso la scuola, il nostro rifugio. E quando ci arrivammo la beffa: non era accessibile per noi, tutta la gente ci guardava stupita e ci faceva tante domande sul perché eravamo così. Alle fine abbiamo chiesto di lasciarci in pace”.

Senza scampo?
Senza scampo/I disabili intelletivi e la guerra

Gaza Under Attack (english version)

Gaza is a narrow strip of land facing the Mediterranean Sea in southern part of Palestine with an area of about 360 sq. km. It has a total population of about 1.8 million persons. In general, Palestine has been part of a conflict with Israel spanning different decades, more specifically Gaza Strip has been imposed in siege since 2007 and has witnessed three armed assaults in less than 5 years, the worse was in the summer of 2014 which last 51 days and resulted in destruction on an unprecedented scale. These situation affected all the Palestinians living in Gaza Strip, especially the most vulnerable including persons with disability who represents (7%) of the total population in Gaza Strip according to broad definition of disability. Palestinians in Gaza do not have safe and equipped shelters to take refuge in during the aggression and above that during the aggression the civilians’ homes, public places like hospitals, schools and even mosques are daily targets to the Israeli who do not differentiate between young children, women, elderly people, nor persons with disabilities; they do not differentiate among people, trees, nor stones; they do not differentiate between dawn, morning, afternoon, evening, nor night. The aggression may take place in any time and in any place even it has been announced the ceasefire on 26th August 2014. The deteriorated economic situation prevent the Palestinians living in Gaza from affording the simple needs of daily life, as around two third of the population of Gaza was receiving food assistance prior to the crisis of July-August 2014 aggression on Gaza Strip, and food insecurity or vulnerability to food insecurity affected 72% of households. Thus, having an accessible environment for persons with disabilities would be as luxuries in their point of view in this crucial life. However, persons with disabilities prior to conflict live normal life as much as they can trying to cope with the harsh situation by joining some activities and interventions carried by CBOs, NGOs and INGOs.

In time of war, Palestinians living in the areas close to borders are used to evacuate their homes as Israeli announce it as buffer zones, they take refugee to their relatives’ homes who live in other areas in the middle of the city, in some cases all the extended family live at the same area so that they do not have relatives to evacuate in, so they take refuge in UNRWA schools. In July-August 2014 aggression, all geographic areas of Gaza were affected by conflict since the emergency was declared on 7 July, and witnessed aerial bombardment, naval shelling or artillery fire. Some 43 per cent of Gaza, located three kilometres from the security fence towards the west and in northern Gaza, were designated by the Israeli military as a “Buffer Zone”. Communities in this area experienced ground operations and fighting and were the worst affected, particularly Khuza’a, East Rafah, Al-Qarara, Bani Suhaila, Al-Maghazi Camp, Al-Bureij Camp, Ash-Shuja’iyeh neighborhood in Gaza City, East of Jabalia, as well as Beit Hanoun, Umm An-Nasser and Beit Lahiya in northern Gaza.

The Story of Abeer EL-Herkly
“My family forgets me and get out of the home; they forget that I need help. My elderly father and my sick mother are they only ones who stayed, for the first time in my life I felt that I am a heavy burden on my family and I wished death”.
Painful words break into tears by Abeer EL-Herkly aged 20 years and has mobility disability, when her legs were disabled to carry her and she could not use her technical appliance “the scooter” to move. She could not keep step with her family who evacuated forcibly her home along the eastern borders of Gaza City.
She said while erasing her tears, “that was in 20th July 2014 during the Israeli aggression when I found myself alone with my father after 25 member of my family had went out escaping from death that surrounded Ash-Shuja’iyeh neighborhood in which we take refuge in”.
EL-Herkly with a suffocated voice “my father asked me to use my special vehicle scooter, I hesitated at the beginning because of the dangerous situation especially that Israelis target every moving thing randomly”.
She added “Because of my father’s urging and the dangerous around us, I used my scooter, but I did not know where to go, I was walking midst the dead bodies, corpses were spread in the streets”.
She continued “I was not aware of what happened, as if I was in coma, I did not feel my injury, and I did not hear the shelling. I just found myself was thrown far way among dead bodies. After a while I heard my father’s echo calling me, but the thick black smoke block the vision”.
She added “I tried to use my scooter again but I surprised by a voice behind me warning me that I am wounded again. A strange young man carried me with the company of my father until we reached the end of the street where many people are gathered near the market, and then another crime happened at that area”.
“We sat in store where they bind my wound, we appealed to taxies to drop us to Shifaa hospital but in vain, the young man -with the company of my father- obliged to carry me on foot until we reached a school then with extreme difficulty we found a taxi to take us to the hospital”.
With tears she said “the doctor said that there are other urgent cases, so there is no need for you to stay in hospital and he asked me to leave! In that moment I said with loud voice that May I lost my leg instead of my scooter!” We waited until a bus came and drop us in Tal el hawa neighborhood where there is UNRWA Schools “shelters””.
In the next day Abeer went to AL-Quds hospital in the same neighborhood of the UNRWA School as she felt the pain again until they remove the fragment from her feet. She stayed ten days in the UNRWA Shelter, as if the whole age. According to her description, “ I was alone, and I got psychological shock “ disorder” due to losing my technical appliance that assist me to do my personal needs, my siblings were obliged to carry me when I want to go to the bathroom while I am still wounded”.
After ten days, Abeer got a wheel chair but it was not appropriate to her as the UNRWA Shelter was not accessible and she again felt that she is a burden on her family.
With mixture of feeling she continued with heartbreak “I got so tired in the Shelter, water did not touch my body for forty days when the last ceasefire was announced. I went to my home which was largely damaged as it might fall in any instant.”

The Story of Nisreen Mousa Al Bahteiti
Nisreen Mousa Al Bahteiti
, is a young female with mild disability live with her family in which there are other three members with disabilities one of them is her elderly father who has complete visual disability. They live in Al Sha’af neighborhood, according to Nisreen, “suddenly on Saturday, 27 of Ramadan Israeli occupation forces threatened us by a large scale ground war”. Nisreen and her family know exactly that their home is far away from the buffer zone so it will not be included in this operation; however, they are surprised that Israeli were getting closer and shelling near their home. They were scared, “especially that we are considered as a special case in the regard of our disabilities! They were casting anti-missile flares for the first time in our area, military war planes were flying heavily in the sky which gave us a misfortune sign”, Nisreen described. Family of Nisreen decided to stay at home as it is difficult for them to get out of home in regard of their disabilities and due to not having other safe and close place to evacuate to. “Then, the Israeli occupation forces started bombing us by random shells without concerning whom they are targeting, all were the same for them!”,Nisreen added, “We really went through a very dark night, because of the extreme dangerous situation in our area, International Committee of the Red Cross- ICRC- obliged us to evacuate our house. We were walking in the streets- me, my sister and my brother- we were hardly walking and we were leaning on each other. People who were behind us passed us and we were so slow. My brother carried my sister to walk quickly, but there was one problem left which is my father who cannot see we were helping each other till we arrived to the school”.
Being at a school is another tragedy for Nisreen and her family. “The place was not accessible for us at all, the classrooms were not accessible, we were not acceptable for the evacuated people there, and all of them were staring at us, we were strange persons for them. We weren’t able to adapt the school; we hardly can manage our stuff at home! People at school were wondering about our disabilities, then we explained for them asking them to leave us alone” Nisreen said.

 

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Senzascampo/I disabili intellettivi e la guerra

forrest-gump-vietnamL’immaginario letterario e cinematografico ci aiutano a capire il posto che hanno le persone con deficit intellettivo in tempo di guerra: ricordate Forrest Gump, un sempliciotto che nell’omonimo film diventa un eroe di guerra in Vietnam? Oppure Steve, il disabile psichico che nel libro di Conrad “L’agente segreto” diventa un inconsapevole quanto inutile uomo bomba? Sia che siano attivi partecipanti oppure vittime, le persone con disabilità psichica in tempo di guerra hanno da un lato la caratteristica di essere facilmente sfruttate perché manipolabili e dall’altro rimangono comunque più invisibili e quindi trascurate rispetto ad altre forme di disabilità, come quella fisica dovute alle amputazioni o quelle causate dalla guerra a livello psicologico (il cosiddetto disturbo post-traumatico da stress).

Durante i conflitti le persone rese disabili diventano degli eroi, delle persone molto considerate dalle autorità e dall’opinione pubblica e questo a discapito di tutte le persone che hanno disabilità congenite come quelle intellettive. In Afghanistan il Ministero che si occupa dei disabili si chiama “Ministero dei Martiri e dei Disabili” e già il nome la dice lunga.
Nei situazioni di forte conflitto le autorità richiedono un’obbedienza totale da parte dei cittadini e quelli che hanno disabilità intellettive sono più esposti perché non “obbediscono” agli ordini, semplicemente perché non li capiscono. Nel febbraio del 2006 un ragazzo palestinese disabile mentale durante una sassaiola contro l’esercito israeliano venne ucciso perché girava con una pistola giocattolo. Nel 2007 Taher Abdu, un altro ragazzo palestinese venne ucciso dai soldati israeliani mentre pascolava le sue capre perché nonostante gli ordini di fermarsi lui continuava a camminare.
Lo sfruttamento delle persone mentalmente deboli viene fatto in molti modi. A Bagdad nel 2005 Amar Amhed Moammed , una ragazza di 19 anni con la sindrome di Down venne usata come arma di guerra facendosi esplodere. Ma questi episodi ne innescano altri. Le voci incontrollate dell’uso assiduo di disabili mentali come bombe umane (notizia mai confermata), vennero utilizzate dalle forze statunitensi a scopo di propaganda per demonizzare l’avversario; invece da parte dell’autorità irachena questo ha portato a un ordine del Ministero dell’Interno che chiedeva alla polizia di radunare le persone disabili mentali, gli homeless per controllarli meglio, in altre parole una forma di reclusione e di esclusione sociale.

Senza scampo?
Senza scampo/Gaza Under Attack

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Senza scampo?

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In tempo di guerra le persone con disabilità vengono ancora più escluse, perfino dai soccorsi che non sono pensati per loro.
Si dice che i primi a rimetterci quando c’è la guerra siano i vecchi e i bambini, dimenticando che vi è un altro gruppo di persone che ne viene travolto e spesso spazzato via: le persone con disabilità.
I più veloci, si dice ancora, scappano, gli altri vengono presi ed è così che avviene nel tragico gioco della guerra. Quando si è sotto un bombardamento le persone corrono nei rifugi ma chi è lento avrà il tempo di raggiungerlo? E ancora, una volta arrivati, il riparo sarà accessibile per chi usa una carrozzina? Sembra un lusso poter pensare alle barriere architettoniche in una società in guerra eppure, se vogliamo cercare di progredire come esseri umani, questo è un lusso che dovrebbe essere alla portata di tutti.
Anche quando l‘emergenza non è immediata il problema si ripropone; grandi masse di profughi sono sospinte dai conflitti in campi di accoglienza pensati in termini generali, dove l’aiuto viene dato non secondo le necessità specifiche delle persone disabili. Ci sono carrozzine disponibili? I bagni sono accessibili? I disabili sensoriali hanno la possibilità di orientarsi e di essere informati? Sono rari i campi nel mondo che offrono queste opportunità.

Esiste un modo pensare che striscia nel fondo delle nostre coscienze e che ogni tanto appare nei momenti difficili: in situazioni di guerra, vale la pena di salvare o semplicemente di pensare alle persone con disabilità? Non è meglio pensare ai sani (“Che hanno più diritto di vivere”)? Sembra un discorso mostruoso, che solo certe persone possono fare, eppure il diritto alla vita per le persone disabili viene messo in discussione proprio nei periodi di guerra o di violenza in generale.
L’esempio più noto rimane ancora l’”Aktion T4”, il programma nazista di eutanasia rivolto ai cittadini tedeschi (anche bambini) che avessero gravi malformazioni o disturbi mentali. Secondo l’ideologia nazista erano vite indegne di essere vissute perché non producevano ed erano solo un peso per una nazione che doveva impegnarsi in guerre su più fronti. Negli istituti statali vennero eliminate circa 70 mila persone, poi il programma fu, solo ufficialmente, interrotto nel 1941 perché aveva trovato troppo resistenze nella popolazione, che continuava a considerare i malati non solo come tali ma anche come i propri genitori e i propri figli (fu l’unico caso in cui Hitler non poté esercitare il suo strapotere sul popolo tedesco).
Possiamo ritrovare questo modo di pensare in storie minori. Quando il 7 ottobre 1985 un gruppo terrorista palestinese prese in ostaggio la nave italiana “Achille Lauro”, l’unica persona che venne uccisa, a scopo dimostrativo, fu Leon Klinghoffer; venne eliminato perché era ebreo e poi perché era una persona in carrozzina e quindi …
Secondo la Women’s Refugee Commission, una delle poche organizzazioni che si è specializzata su questo tema, fra i 51 milioni di rifugiati nel 2014 circa 7,7 milioni erano persone con disabilità. “Queste persone sono le più trascurate fra i rifugiati, i loro bisogni reali non vengono identificati dalle organizzazioni di soccorso e sono vittime anche di pregiudizi”. Il risultato è che, sempre secondo questa fonte, la violenza verso le persone disabili è 4-10 volte superiore di quella esercitata verso le persone normali.

La carta di Verona

A livello normativo il tema (che non riguarda solo le situazioni di emergenza per guerra ma anche quelle causate dai fenomeni naturali) ha già una sua storia significativa. La “Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità” dedica un articolo (n.11) per la tutela dei disabili nelle “situazioni di rischio ed emergenze umanitarie”. Dal canto suo il Consiglio Europeo ha adottato nel 2015 un documento che definisce le azioni che gli stati membri dell’Europa e la Commissione europea devono garantire per includere le persone con disabilità nei casi di emergenza umanitaria (“Council conclusions on disability-inclusive disaster management“). In Italia il Ministero degli Esteri ha scritto un “Vademecum su Emergenza e disabilità”, che vuole essere una guida di supporto per tutti gli operatori umanitari italiani. Ma è la “Carta di Verona” del 2007 il documento di riferimento principale quando si parla di salvataggio di persone con disabilità in caso di disastri.

“Occorre passare da un approccio basato sull’aiuto umanitario a quello centrato sul rispetto dei diritti umani – sostiene Giampiero Griffo, uno degli estensori del documento e membro del Disabled Peoples’ International – Il primo approccio, ancora prevalente negli interventi di emergenza, è basato sulla limitazione dei danni. E’ un approccio tipicamente militare e definisce un intervento basato su due tempi: prima s’interviene in maniera rapida per salvare e curare i sopravvissuti; solo in un secondo momento s’interviene sui bisogni specifici. Questo comporta che le esigenze considerate non essenziali vengano messe in secondo piano. Esigenze come l’accessibilità dei luoghi o dei campi di accoglienza degli sfollati, esigenze particolari di diete e attenzioni personalizzate vengono cancellate”.

La testimonianza dei disabili

Human Rights Watch” ha raccolto la testimonianza di oltre 100 persone disabili e dei loro famigliari nel corso del 2015, testimonianze dallo Yemen, dalla Repubblica Centroafricana e da altre zone in Europa dove i profughi fuggono: sono storie agghiaccianti dove l’arrivo di un disabile in un campo di accoglienza ha per lui un significato del tutto diverso che per gli altri e dove l’accoglienza si declina in barriere fisiche e psicologiche insormontabili.
Ayman è un giovane siriano paraplegico di 28 anni reso disabile da un razzo che ha colpito la sua casa a Damasco; così racconta la sua esperienza una volta arrivato in un campo per profughi in Ungheria: “La mia carrozzina era distrutta e sono rimasto per 23 giorni in un letto finché non me ne hanno procurato una nuova; per 42 giorni non sono mai uscito dalla mia stanza per via delle scale che erano per me impraticabili”.
Jean è invece un disabile fisico dislocato al campo profughi Mpoko nella Repubblica Centroafricana: “Il triciclo con cui mi muovevo era andato distrutto e per muovermi dovevo strisciare; anche nei bagni ci andavo così; all’inizio avevo dei guanti che usavo per non sporcarmi con le feci ma poi si sono consumati e ho dovuto usare delle foglie per entrare nella toelette”.
Particolarmente rischiosi sono i viaggi in mare perché per un disabile fisico la caduta in acqua significa una morte sicura, a volte è vittima anche dell’acqua che riempie il fondo della barca, luogo da cui non riesce più ad alzarsi.
Nel maggio del 2016 si terrà a Istanbul il “World Humanitarian Summit” in cui i governi e le agenzie dell’Onu si confronteranno su questo tema e dove, secondo “Human Rights Watch”, le persone con disabilità potranno portare direttamente la loro voce.

Senza scampo/I disabili intelletivi e la guerra
Senza scampo/Gaza Under Attack

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Guerra e disabilità, memoria, coltan congolese, ecco alcuni temi del nuovo numero di “Amici di Follereau”

Screenshot 2016-01-27 12.50.29E’ uscito il numero di febbraio della rivista di Aifo. In tempo di guerra le persone con disabilità vengono ancora più escluse, perfino dai soccorsi, non pensati per loro: e a questo problema è dedicato il dossier interno della rivista. In un altro intervento parliamo del coltan congolese indispensabile ai cellulari, ma che finanzia anche i signori della guerra. Una fondazione olandese tenta di umanizzare la sua estrazione.
L’appello del mese è invece dedicato ad un progetto per l’eliminazione della lebbra nello stato del Parà in Brasile, dove la malattia è ancora endemica.
Infine nello spazio dedicato alla cultura si parla della “memoria del mondo”, un ambizioso progetto dell’Unesco per conservare la storia dell’umanità. Ma ricordare aiuta ad evitare gli errori del passato?

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Walk & Talk: La Stampa e Oxfam assieme per parlare di profughi

Immagine di migrante su un treno in serbia
E’ un rapporto complicato quello che lega i giornalisti alle ong, ciascuno può “sfruttare” l’altro e non si sa chi poi alla fine riesce nel suo intento; se il giornalista che si procura delle buone notizie o l’ong che ottiene visibilità.

L’esperimento in corso sul quotidiano “La Stampa” però parte bene e riesce a combinare le competenze dei suoi giornalisti con quelle degli operatori umanitari di Oxfam.
” ‘Walk and talk’, ‘Camminiamo e parliamo’. Questo dicono i migranti a chi prova a intervistarli lungo la rotta balcanica” ed è questo che fanno in una pagina dedicata al racconto delle rotte dei profughi e delle loro storie personali. Lo fanno usando modi diversi, come il racconto con foto delle storie di profughi realizzate direttamente da Oxfam, o la produzione di servizi speciali e di mappe curati invece dai giornalisti de La Stampa. Possiamo leggere e vedere anche un webdoc, ovvero un documentario un po’ scritto e un po’ animato grazie alle possibilità multimediali offerte dal web.
Non si capisce bene se sono lavori del quotidiano fatti precedentemente e che poi vengono accorpati nella sezione o è un lavoro tutto nuovo.
C’è anche la voce dell’operatore umanitario, Anna Sambo, che scrive un blog (Diario da Belgrado) in cui racconta il suo lavoro e le sue emozioni (e lo fa anche bene).
Infine c’è anche uno spazio per il gioco, per mettere alla prova il grado di conoscenza del lettore sul tema dei migranti per forza.
Questo speciale de La Stampa non è facilmente raggiungibile dalla home page del quotidiano ma è comunque un buon tentativo per fare un’informazione variegata e che evita toni allarmistici o vittimistici, su un tema che oramai ci riguarda tutti, proprio tutti.

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Tutte le guerre del mondo

conflitti 2014Sempre di più i morti in guerra sono i civili, soprattutto i più deboli. E’ l’insicurezza alimentare assieme alle disuguaglianze e socio-economiche che portano alla guerra e non la diversità etnica o religiosa (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” di dicembre)

“Cibo di guerra” è il quinto rapporto sui conflitti dimenticati realizzato dalla Caritas Italiana in collaborazione con le riviste Famiglia Cristiana e Il Regno. Oltre al naturale riferimento all’evento di Expo a Milano, sono tre i motivi per cui si è scelto di dare questo taglio alla ricerca come dice Paolo Beccegato, vicedirettore della Caritas e curatore del libro: ”Il legame tra la fame del mondo e la guerra è evidente; la guerra comporta la distruzione di raccolti, una minore produzione. Poi c’è un altro aspetto, ovvero l’uso che si fa della fame per distruggere il nemico e la strumentalizzazione degli aiuti umanitari. Infine, anche se molti dicono che la fame non conduce alla guerra, è però vero che la povertà estrema, la recessione economica e le disuguaglianze socio-economiche portano proprio lì”. E quest’ultima affermazione viene confermata anche da un dato che emerge dalla ricerca: il 90% delle guerre che si sono svolte dopo il 1945 ha riguardato paesi poveri.
Ma cibo da guerra sono anche gli stessi uomini in conflitti che sempre più coinvolgono la popolazione civile, conflitti che si “alimentano” di esseri umani per poter proseguire.

Di che guerra parliamo?

Non stiamo certo parlando di guerre di eroi, Achille ed Ettore non si affronteranno mai più, non sono più i guerrieri a morire in guerra ma i bambini, le donne, i vecchi: “L’impatto della guerra sulla popolazione civile è andato via via crescendo – spiega Paolo Beccegato – negli anni ‘50 il rapporto tra morti civili e morti militari era di 0,8 poi è salito a 1,3 negli anni ’60 (13 civili contro 10 militari), negli anni ’70 e ’80 il rapporto era diventato 3,1, negli anni ’90 8,1 per via dei grandi genocidi dei laghi d’Africa e nei Balcani”.
Si parla addirittura di guerra post-eroica e questa definizione la si può comprendere a fondo leggendo libro Esecuzioni a distanza del giornalista statunitense William Langewiesche, dove si racconta la storia di un cecchino e quella di piloti di droni militari. Si tratta di vere e proprie esecuzioni rese possibili da una tecnologia bellica molto avanzata che permette di uccidere come in un video gioco e quindi senza sensi di colpa (apparentemente).

Gli studiosi per poter confrontare le violenze nel corso del tempo si sono dotati di una classificazione che permette di definire meglio le guerre a secondo del loro grado di violenza. La ricerca della Caritas si basa, oltre che per i dati raccolti, anche sulla metodologia dell’Heidelberg Istitute for International Conflict (HIIK), che definisce cinque categorie di conflitto: dispute, crisi non violente, crisi violente (e da questa in poi si comincia a morire), le guerre limitate e le guerre.
“Dato che oggigiorno non ci sono più dichiarazioni di guerra – afferma Beccegato – è stato deciso che una guerra è tale quando raggiunge un certo numero di morti all’anno”. Questo numero è 1000.

Quante sono e dove sono

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino c’è stata l’illusione che le guerre nel mondo sarebbero diminuite, “ E, in effetti, il numero delle guerre del mondo è diminuito dall’ ’89 fino al 2005-2006 – afferma Beccegato – poi la situazione cambia e il numero di guerre riprende a crescere e con esse anche il numero dei morti. Non bisogna però dimenticare che gli anni ’90 furono anni di meno guerre ma con tanti morti tra i civili”.

E oggi com’è la situazione? Il Conflict Barometer dell’HIIK ci dice che nel 2014 ci sono state nel mondo 21 guerre che hanno coinvolto 16 paesi, mentre tutti i conflitti (violenti e non violenti) sono stati 424. Nel 2011, anno in cui c’è stata l’ultima ricerca della Caritas, le guerre erano 20, 14 i paesi coinvolti e i conflitti totali 388. Quindi negli ultimi 4 anni la violenza organizzata è aumentata del 9%, in particolare sono aumentate le crisi violente del 19,6%.
Anche le persone uccise in guerra ogni anno stanno aumentando: “Dal 2003 al 2012 mediamente – precisa Beccegato – c’erano 21 mila morti, nel 2012 sono diventati 38 mila ma dobbiamo escludere dal conteggio la Siria che ha avuto più di 250 mila morti”.
Tutti i conflitti avvengono all’interno dello stesso Stato (eccetto il caso della perdurante crisi tra India e Pakistan); non ci sono più Stati in guerra tra loro.

La metà delle guerre (quelle “vere”) nel mondo sono combattute nel continente africano (Libia, Nigeria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro-Africana e Uganda), a seguire l’Asia (Afghanistan, Iraq, Israele, Pakistan, Siria, Yemen). Infine c’è la guerra in Messico (contro i narcos, la criminalità organizzata) e in Ucraina, la guerra verso cui l’Europa è forse più sensibile.
Viviamo in un mondo dove le relazioni internazionali sono diventate molto più fluide, nel senso che non esistono più due o tre attori principali che decidono l’avvio di uno stato di guerra o una sua soluzione, ma tanti centri di potere. La recente guerra in Siria, forse la più grave crisi umanitaria dal secondo dopoguerra, ne è un esempio. Contro le norme del diritto internazionale la Siria è oggi bombardata da Stati Uniti, Russia, Turchia, Francia, Gran Bretagna, ognuno seguendo i propri interessi politici e di sicurezza.

Fame e guerra

Le capacità tecnologiche dell’uomo permetterebbero ampiamente la produzione di cibo per tutti e anche le carestie dovute a fatti naturali sarebbero gestibili. Quello che non si può gestire è la fame provocata dalla guerra. Del resto basta fare un po’ di memoria storica delle più gravi carestie del secolo scorso per rendersi conto di come dietro a queste ci siano situazioni di violenza.

Tra il 1917 e il 1919 persero la vita 9 milioni di persiani a causa della guerra tra turchi e russi sul loro territorio. Nel periodo dal 1932 al 1933 in Ucraina a causa del sequestro dei raccolti da parte dell’Armata Rossa (una guerra civile dunque) morirono tra le 7 e le 10 milioni di persone. Nel 1967 la Nigeria impose un blocco alimentare alla regione del Biafra che voleva rendersi indipendente (1 milione di persone morte in 4 anni). Nel 1984-1985 la carestia in Etiopia causata dalla guerra civile (1 milione di morti). Infine tra il 1998 e il 2004, durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati poco meno di 4 milioni i morti causati dalla mancanza di cibo.

Ad ogni modo se è assodata la constatazione che la guerra porta alla fame, non si può però affermare l’opposto. Anzi la sottoalimentazione grave, dato che indebolisce l’organismo, porta piuttosto all’inedia della popolazione e alla sua mancanza di reazione (e in questo caso si può parlare della fame come arma). Piuttosto è l’insicurezza alimentare, in aggiunta alla disuguaglianza sociale, che porta alla rivolta, del resto le primavere arabe sono proprio iniziate a causa dell’aumento del prezzo del cibo di base, come il pane.

Gli aiuti umanitari come arma di guerra

Nel 2008 Linda Polman scrisse un bel libro (L’industria della solidarietà), chiaro e documentato, su come gli aiuti umanitari nelle zone di guerra possano diventare una vera e propria arma per i vari contendenti. “Non ci sono regole e accordi sui confini etici – scrive la Polman – e le Ong non decidono dove intervenire in base a considerazioni di carattere etico, ma alla disponibilità di contratti dei donatori”. In questo modo possono crearsi delle situazioni paradossali come quella del campo umanitario a Goma nella Repubblica Democratica del Congo (allora Zaire), dove l’esercito hutu, massacratore di civili, si era ritirato di fronte alla vittoria dell’esercito tutsi e là si era riorganizzato gestendo gli aiuti umanitari per i propri fini.

Uno studio statunitense del 2014 afferma che in un paese dove la guerra dura da molto tempo e così pure gli aiuti umanitari, questi possono peggiorare il conflitto e più precisamente che un aumento del 10% dell’aiuto alimentare provoca un aumento della conflittualità dello 0,7%. Questo naturalmente non può essere un freno per gli aiuti umanitari che devono comunque arrivare. Curiosamente questo dilemma contrapponeva anche due famosi operatori umanitari internazionali, Florence Nightingale e Henri Dunant. Il secondo, fondatore nel 1863 della Croce Rossa Internazionale, era convinto che gli aiuti si dovessero portare ad ogni costo, a differenza della Nightingale per la quale invece gli aiuti servono a poco se come effetto hanno quello di prolungare la guerra.

La spesa per le armi non conosce crisi

Non conosce la parola recessione l’apparato industriale delle armi; sembra strano che riescano a stare assieme gli sforzi internazionali per evitare le guerre e un mercato della vendita di armi sempre più fiorente, eppure questa è la situazione.

Secondo l’ultimo rapporto del Sipri (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma) nel periodo 2010-2014, rispetto ai 5 anni precedenti, la spesa per le armi convenzionali è aumentata del 16%. I maggiori esportatori sono Stati Uniti e Russia (il 58% delle esportazioni globali) e avanza al terzo posto la Cina che così supera Germania, Francia e Regno Unito. Da notare però che le vendite cinesi di armi sono aumentate del 100% nel medesimo periodo.
Chi acquista più armi? L’India ha aumentato le importazioni del 140%, l’Arabia Saudita del 300%; tra il 2005 e il 2014 le importazioni in Africa sono aumentate del 45%.

Nel dicembre del 2014 è entrato in vigore il Trattato Internazionale sul commercio di armi convenzionali che pone delle precise regole secondo cui è possibile vendere le armi solo in quei paesi dove siamo rispettati i diritti umani. Il Trattato è ancora in una fase “intenzionale” visto che paesi decisivi come Stati Uniti e Cina ancora non l’hanno ratificato.
Un altro dato importante è chi fra i paesi già potenti si sta armando di più. Russia e Cina dal 2004 al 2013 hanno raddoppiato. Gli Stati Uniti invece, nel periodo 2008-2013, hanno diminuito di due punti le spese militari, si deve però tenere presente che la spesa militare statunitense rappresenta ben il 36,1% delle spese militari mondiali dandole una supremazia schiacciante.
Chi si arma di meno è l’Europa che nel suo insieme nel 2014 ha speso il 7,7% in meno dei livelli su cui si era impegnata a fare 5 anni prima.

I mass media e la guerra

Chi conosce la decennale guerra dei Karen in Myanmar? Siamo proprio sicuri che sia dovuto a motivi religiosi lo scontro tra miliziani animisti anti-balaka e i musulmani Seleka nella Repubblica Centroafricana? Le nuove generazioni sahrawi riprenderanno le armi contro il re del Marocco?

Chi in Italia è informato su queste situazioni conflittuali? Pochissime persone, dato che i mass media italiani sono tradizionalmente poco interessati alle notizie di carattere estero. Parlano dei conflitti che sono vicini al nostro paese, o che riguardano direttamente la nostra comunità, conflitti che comunque possono colpire il pubblico italiano perché hanno storie forti, immagini impressionanti da mostrare. Comunque l’interesse mediatico italiano rimane molto limitato e se poi una guerra è lunga o è complicata da spiegare – perché non c’è mai in una guerra una parte buona e una cattiva – allora meglio semplificare il racconto e abbandonarlo dopo un po’.

Anche a livello internazionale i media funzionano secondo una precisa logica: se c’è una buona disponibilità d’immagini, se sono presenti alcuni elementi che danno valore alla notizia (alto numero di morti, occidentali coinvolti, storie strazianti …) allora le agenzie stampa internazionali (Ap, Reuter, Tass, Upi, France Press …) mandano i loro giornalisti e la guerra riesce ad arrivare alla conoscenza dell’opinione pubblica, in caso contrario non esiste semplicemente.
In realtà è sempre più importante il posto dato all’informazione da parte dei belligeranti. Si parla da diversi anni di Information war, una sorta di guerra combattuta con informazioni a proprio uso per scoraggiare l’opinione pubblica del nemico o per influenzare positivamente l’opinione pubblica mondiale. Le tecnologie digitali per comunicare rendono ancora più importante questa componente ma anche più difficile da gestire. La propaganda è sempre esistita ma i video pubblicati  (e visibili su Youtube) dall’Isis riescono oggi ad avere un impatto che non ha uguali nel passato.

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Adolescenti che migrano,la guerra e la fame:è uscito il nuovo numero della rivista di Aifo

Screenshot 2015-11-30 13.31.33Tanti i temi affrontati nel numero di dicembre da Amici di Roul Follereau, la rivista di Aifo.
Dietro il fenomeno degli adolescenti non accompagnati che giungono in Italia ci sono condizioni difficili, ma anche storie drammatiche di famiglie vittime di sfruttamento.
Il dossier di quattro pagine è dedicato al rapporto tra la fame e la guerra: sempre di più i morti in guerra sono i civili, soprattutto i più deboli. L’insicurezza alimentare e le disuguaglianze socio-economiche portano alla guerra, non la diversità etnica o religiosa.
E ancora: le nuove tecnologie della comunicazione permettono scambi di competenze ed esperienze tra persone sparse in ogni luogo. Bastano una connessione internet e minime competenze informatiche e il gioco è fatto. Il racconto dell’esperienza di tre webinar su cooperazione, disabilità e inclusione.
Il progetto del mese riguarda la Guinea Bissau; il futuro di un villaggio dipende dalle nuove generazioni e la salute delle donne e dei loro figli diventa la sfida decisiva per uscire dalla povertà, per il benessere delle comunità; la storia dei gemelli di Fatima.

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Essere testimoni: corso di formazione per i volontari Focsiv

45 ragazze e ragazzi, la maggior parte dei quali faranno il loro servizio civile in giro per il mondo. Ecco le slide del corso di formazione, seguito solo in parte, visto le tante domande e la voglia di partecipare alla discussione, così il tempo se n’è volato via, ma va bene lo stesso … buon viaggio!

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il manifesto io lo guardo ma non lo leggo

manifesto

Abbiamo ragionato già altre volte sull’uso delle immagini in questo spazio, tema delicato visto che molta iconografia, quando si parla di cooperazione allo sviluppo, ha spesso una natura drammatica e può essere facilmente usata per dare un pugno nello stomaco o per impietosire al fine di far aprire il portafogli.
Questa è la fotografia, da me ritoccata, apparsa sulla prima pagina de “il manifesto”. L’immagine ha aperto un intenso dibattito pubblico sull’opportunità o meno di pubblicarla. Ma qui il problema non è l’immagine, non è quel povero corpo di bambino di cui giustamente dobbiamo sentirci responsabili, qui il problema sta nelle parole; scrivere NIENTE ASILO sopra quell’immagine è opera di un titolista sciocco, che non si rende conto di quello che scritto. Il giorno prima sulla prima pagina de “il manifesto” c’era scritto “Botte da Orbàn” riferendosi allo xenofobo primo ministro ungherese, un gioco di parole simpatico, nello stile del quotidiano. ma ripetere lo stesso stile su quell’immagine è una leggerezza; professione a volte disgraziata quella dei titolisti, che sono cugini di primo grado dei pubblicitari.
Qui quello che stona non è il vedere, ma il leggere.
Il bambino si chiamava Aylan Kurdi.

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Hudea non gioca alla guerra

Hudea

La piccola Hudea alza le braccia in alto, i pugni chiusi, e si morde le labbra; ci guarda dritto negli occhi e i suoi, occhioni grandi e tondi, ci trasmettono un’infinita tristezza. Vediamo solo lei in questa immagine, tutto il resto è sfumato, il campo di ulivi, dei contenitori che forse sono baracche; un’unica figura umana, forse, è racchiusa tra la sommità del suo capo e i pugni chiusi congiunti, ma tutto rimane lontano e Hudea sembra che debba cascarci addosso. Ci colpisce. Magari potesse saltare tra le nostre braccia, la consoleremmo, ci consoleremmo.
Susan Sontag diceva che le narrazioni ci fanno comprendere le cose mentre le immagini ci ossessionano. Questa immagine ci segue o almeno mi ha seguito.
Mi ha ricordato un’altra immagine che per anni ho visto in un posto dove lavoravo. Erano dei bambini tedeschi seduti su un muretto, probabilmente a Berlino, durante la seconda guerra mondiale. Uno, il più piccolo, volgeva la testa di lato, il capo reclinato verso il basso, le gambe penzolavano nel vuoto e dava l’impressione di essere totalmente indifeso e alla mercé di chiunque. Certe immagini ci seguono.

Di fronte alle fotografie il mio primo impulso è quello di controllarle, vedere se dietro si nasconde una bufala, perché le immagini sono più ingannevoli e fuorvianti del testo. Invece Hudea esiste, è stata fotografata da un fotografo turco, Osman Sagırlı, nel dicembre del 2014 nel campo profughi di Atmeh tra la Siria e la Turchia. Lui stesso intervistato dalla BBC dice:” Stavo usando un macchina fotografica con un lungo obiettivo, probabilmente l’avrà scambiata per un’arma”.

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Gaza-Italia: giovani donne disabili portatrici di coraggio

11041593_910268858997058_3486299396857202953_nDovevano essere di più, ma qualcuna non è potuta partire, come Evan la bella palestinese non udente che per venire in Italia da Gaza aveva bisogno di un interprete della lingua dei segni: quello che lavorava con lei per motivi di salute non era potuto partire e il suo sostituto non ha avuto il permesso delle autorità israeliane di lasciare la striscia. Così Evan se ne è rimasta a casa.
All’incontro che si è svolto ieri sera si sono presentate Sawsan, la ragazza affetta da nanismo che nel video produce borsette artigianali, Khollod, una ragazza ipovedente e Wallaa giornalista e coordinatrice del Social Development Forum a Gaza.
I giorni precedenti si erano incontrate con un alto esponente del Ministero degli esteri italiano e addirittura anche con il Papa. Ieri molto più semplicemente erano a San Pietro in Casale a raccontare la loro esperienza di donne con disabilità a Gaza.

Questo avvenimento rientrava nella serie di eventi finali del progetto Include e, per quanto riguarda l’aspetto di comunicazione, si trattava di un momento abbastanza comune, però a differenza di altri momenti informativi standard – come la classica pubblicazione/racconto finale sotto forma di libro o peggio ancora la pubblicazione pura  e semplice dei dati e dei risultati raggiunti – l’incontro diretto, con le persone rimane importante ed è significativo sia per il visitatore che per il visitato. 11034252_910268852330392_3464179351105064892_n
Quelle ragazze hanno mostrato il loro temperamento forte di donne disabili, in una società come quella palestinese ancora arretrata per quanto riguarda i pregiudizi e che è, per di più, una società che vive in una stato di guerra.
Ed è stato proprio parlando della loro esperienza della scorsa estate che è successo qualcosa; i sorrisi si sono spenti e un’emozione forte è passata da loro al pubblico. Racconta Khollod: “Dopo il bombardamento si era sollevata una gran polvere e quel poco che vedevo, non lo vedevo più… e poi c’erano tutti quesi sassi per terra e non sapevo dove mettere i piedi… non vedevo niente e non potevo sapere dove erano e come stavano i miei fratelli, i miei parenti…”.

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La guerra attira gli aiuti umanitari, la pace no?

di Marco Sassi

Grazie Nicola, con un breve commento ho la possibilità di aggiungere due cose:
1) La prima è che hai terribilmente ragione: dalla mia breve esperienza in Iraq ai tempi di Saddam posso confermarti che la situazione era molto migliore, sono state uccise 120.000 persone e i Curdi soffrono molto più di prima. La guerra aveva altre ragioni, ricordiamocelo sempre, così come chiediamoci sempre che meravigliose relazioni di pace e di cooperazione avremmo potuto sostenere in tutto il sud del mondo coi 7-8 miliardi spesi (costi diretti e indiretti) dall’Italia in quei due buchi neri , pari a 12 volte quello che abbiamo speso per la cooperazione allo sviluppo in tutto il mondo !
2) La seconda questione mi tormenta molto: ci sono situazioni di tensione che conoscono parossismi e sfociano nel conflitto anche perchè le parti sanno benissimo che, successivamente, la comunità internazionale farà a gara per partecipare alla ricostruzione, a volte con convinzione a volte con carità pelosa e malcelante interessi economici. I casi che hai citato dell’Afghanistan e dell’Iraq sono sicuramente emblematici, e a questa stessa riflessione e lettura alla lente di ingrandimento non vorrei sottrarre, per amor di verità, nemmeno il conflitto perennemente riacceso da parte palestinese (per quanta ragione stia dalla loro), ma anche in Ucraina, nella Repubblica Centrafricana ecc .

E ci sono altre situazioni di conflitto, dove invece le parti riescono a trovare conciliazioni, a uscire dalla spirale dell’aggressione, ad abbassare i livelli dello scontro. E ce ne sono tantissimi di casi come questo: ma non “bucano”, non assurgono agli onori nè delle cronache nè degli aiuti ; e scivolano nell’oblio.
La comunità internazionale ha versato negli ultimi 30 anni per un Palestinese circa 150 volte di più rispetto a un Malgascio. Qui hanno trovato forme di pacificazione, dopo la rivoluzione di 7 anni fa hanno fatto la riconciliazione, non ci sono più tensioni…. ma solo centinaia di morti per fame, per sete, per la carestia che colpisce l’intero sud del Paese o per la peste bubbonica che colpisce il nord, dimenticati dal mondo.
Dobbiamo uscire da una spirale: la guerra , i morti pagano, mentre la pace , la conciliazione porta all’oblio.
E’ una trappola velenosa, in cui cadiamo in continuazione, quella di accorrere sulle guerre e di voltare le spalle a chi abbraccia la pace.
A noi Europei arriverà presto il conto salatissimo della stramaledetta guerra tra Ucraina e filorussi, la ricostruzione ci costerà miliardi, ma, visto che ce ne sono sempre meno, saranno tolti a chi poteva fare la guerra ma ha fatto la pace. Ma ora fa la fame. E’ giusto?

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Comunicato Aifo: Libia, si cominci dalla pace, non dalla guerra

libiaSi riparla di guerra in Libia. Quattro anni fa è stata proprio la guerra a produrre il disastro attuale. E non sarà certo un’altra guerra a riportare ordine, anche se sotto l’egida delle Nazioni Unite, una contraddizione perché l’Onu è nata proprio per “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”.

La politica continua a riproporre soluzioni che sono fallite in Somalia, in Afghanistan, in Iraq e da ultimo proprio in Libia. Sono questi errori a rendere oggi così difficile la soluzione dei conflitti accesi da violenze sconsiderate. La scorciatoia della guerra è una pura illusione.
La crisi economica – si dice – è dovuta alla mancanza di investimenti. Il caos e la crisi della sicurezza attuali sono dovuti ai mancati investimenti nella pace.

Settant’anni fa Raoul Follereau proponeva un servizio civile per abolire progressivamente il servizio di leva. Avremmo pronti quei corpi di civili di pace che mancano terribilmente sullo scenario internazionale.
Alla gioventù uscita dalla guerra mondiale indicava un’educazione aperta al mondo, inserendo la storia dell’umanità   nei   programmi   scolastici. Avremmo evitato di far crescere generazioni che non si comprendono perché vivono in culture e religioni diverse, che non sanno nulla le une delle altre o, peggio, si conoscono solo attraversi stereotipi. Non staremmo oggi ad evocare scontri di civiltà.

Si dirà: ma come combattere la follia armata senza armi? È vero, ma chi ha fabbricato, finanziato, venduto quelle armi? Com’è possibile tagliare ancora risorse per gli eserciti di fronte a questa emergenza? Ma quale sicurezza ci hanno dato gli eserciti in Afghanistan e in Iraq? Bilanci militari che hanno fomentato nuove guerre anziché spegnere vecchi conflitti.
Coloro che sono contro le guerre, le persone che anche nelle zone dei conflitti rischiano la vita per battersi
per la pace sono semplicemente “invisibili”, non c’è spazio per loro, come un tempo per i “lebbrosi”.

In questo vuoto,la politica continua ad alimentare mostri di guerre che costruiranno altri mostri.
Da subito in Libia si smetta di commerciare in armi, di pagare il petrolio alle bande armate, di sostenere anche diplomaticamente i finanziatori del terrorismo. Si pongano le Nazioni Unite al servizio della popolazione libica e non degli interessi dei governi “interventisti”, si smetta di considerare i diritti umani un oggetto di lusso solo per pochi privilegiati.

Più tarderemo a realizzare strumenti di pace, più saremo impotenti a fermare la violenza e la spirale che ne segue, come dimostra la storia recente della Libia. Costruita con tanti gesti, anche a cominciare da noi stessi, la pace non sembrerà poi così impossibile.

 a cura della redazione di Aifo – Associazione di cooperazione sanitaria internazionale

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La guerra schiaccia sempre la cooperazione

libia-30-03-2011_650x435Leggendo on line i maggiori quotidiani in questi ultimi giorni mi domando se chi scrive gli articoli e, ancora di più, chi compone le pagine, decide gli ingombri, i titoli e le immagini, si rende conto di quello che sta facendo. Sto parlando di questa sussurrata guerra alla Libia che vedrebbe l’Italia in un ruolo centrale. Sono tante notizie, anche di natura diversa ma che convergono tutte in una sola voce che da sussurro diventa grido.

Così la minaccia dell’Is, questa volta in Libia, si accosta all’ottuso religioso musulmano che dice che la terra non gira attorno al sole, si lega alla notizia, ancora più gravida di conseguenze nefaste, che alcuni membri dell’Is potrebbero arrivare con i barconi dei profughi in Italia. Si crea così un clima di paura che predispone anche alle azioni armate. La propaganda funziona sempre in questo modo; proviamo a leggere i giornali del ’91, del 2001, del 2003… I maggiori quotidiani usando una terminologia comune (allora si parlava di guerra umanitaria, poco dopo di guerra al terrorismo) sussurravano tutti assieme la stessa cosa. E cosa hanno portato queste guerre in Iraq e in Afghanistan? La liberazione degli oppressi, l’eliminazione dei talebani? La liberazione delle donne? Ha portato solo morte, disabilità fisica e mentale, povertà. Gli uomini in guerra mutano, i soldati fanno cose che mai avrebbero immaginato di fare in un contesto normale (provate a leggere Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic per comprendere bene questa mutazione).

La ricerca continua della pace dovrebbe essere un elemento che accomuna tutte le Ong che sanno bene che una settimana di guerra può annullare il lavoro di mesi, forse di anni. E dovrebbero anche comunicare questa voglia di pace con una voce forte.

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War Witch e War Brothers: diversificare il racconto

Rebelle_(2012_film)Recentemente ho visto un film (War Witch) e ho letto un fumetto (War Brothers) che trattano lo stesso tema, quello dei bambini/ragazzi rapiti da ribelli armati che vengono costretti a combattere. Per rimarcare lo spartiacque che delimita la vecchia dalla nuova e orribile vita, i ribelli li costringono spesso a commettere degli omicidi nei confronti dei loro cari, diventando così degli emarginati all’interno della società anche quando riescono a tornare.
Le storie sono abbastanza simili perchè percorrono la tragica epopea di questi bambini soldato, finché un evento permetterà a qualcuno di loro di tornare a vivere una vita normale, dopo un tormentato periodo di reinserimento.
Nel film i protagonisti sono una ragazza (la strega di guerra appunto) e un ragazzo albino, nel fumetto un gruppo di amici, ma in tutte e due i casi sono i sentimenti forti che permettono la resistenza e la fuga; nel primo caso si tratta di un innamoramento, nel secondo di un senso di fratellanza.
Il film è stato prodotto nel Canada francofono ed è stato diretto da un regista ( Kim Nguyen) di origine vietnamita mentre il fumetto è stato disegnato da un fumettista (Daniel Lafrance) che si è basato sul romanzo per ragazzi scritto da Sharon E. 1362851638McKay (ambedue autori sempre provenienti dal Quebec).
Quindi si tratta di prodotti pensati e realizzati fuori dall’Africa anche se sono ambientati nella Repubblica Democratica del Congo (il film) in Uganda (il fumetto).

Pur con questo limite, le due opere sono fatte molto bene e sono per me anche la prova che per far conoscere certe situazioni o promuovere delle idee, occorre usare più strumenti culturali per andare incontro ad un pubblico che è sempre più variegato.
Questa capacità di usare strumenti diversi comporta però capacità professionali specifiche perché i risultati siano davvero buoni. Anche se è diffusa l’idea del giornalista/operatore culturale che grazie ad un portatile e allo smartphone riesce a scrivere resoconti, scattare foto e produrre video, difficilmente questi lavori saranno veramente buoni.
In termini di spesa e tempo però certi strumenti sono molto più semplici da fare: pensate alla complessità che comporta un lavoro video professionale (un regista, un operatore, un giornalista, un fonico…) e quel poco che occorre invece per scrivere un buon reportage o anche realizzare una graphic novel. A volte, nella propria strategia di comunicazione, è meglio puntare su prodotti semplici, soprattutto quando le risorse economiche non sono molte, oppure siamo destinati tutti a fare solo video?

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La cura degli appelli di Amnesty International

amnesty iraqLa busta che ho trovato questa mattina nella buca delle lettere presentava su un lato un primo piano di una bella bimba che sorride. I tratti somatici, capelli castano chiari, pelle piuttosto bianca, occhi grigio-azzurri, potrebbero essere quelli di una bambina italiana, qualcuno insomma di vicino a noi. L’elemento che la differenzia da una compagna di banco di una nostra figlia sono i capelli spettinati, attorcigliati (e anche quegli occhi che riflettono troppa luce, l’unica nota che inquieta il nostro sguardo).

Dietro si intravedono delle coperte stese, molto colorate; lei indossa un doppio strato di vestiti, tipico in chi dorme all’aperto. Potrebbe allora somigliare ad una bambina dei nostri campi nomadi. Ma Salvini e i suoi compagni di merenda si troverebbero in difficoltà a fare propaganda in un campo profughi del nord dell’Iraq, perché proprio di questo si tratta, di uno dei tanti bambini che vagano tra quella regione e il sud della Siria intrappolati in una guerra di cui non se ne vede una fine.

“Non lasciarla sola, ogni minuto conta!” recita lo slogan di Amnesty International: un appello diretto senza un “Non devi” di troppo che metterebbe nel lettore già un senso di colpa. Del resto anche il volto della bimba non è drammatico, pur in un contesto di precarietà, ma esprime la sua fiducia in chi la sta guardando.
roveraAsciutto, preciso, con poche sbavature pietistiche è anche il pieghevole che si trova all’interno della busta. La tecnica di racconto adottata si basa sui post di twitter di Donatella Rovera (“Alta consulente per le crisi di Amnesty International in missione in Iraq) che con 120 caratteri e un’immagine illustra in modo rapido ma efficace la situazione dei profughi della regione. Accanto alle immagini, un po’ piccole e sacrificate, dei testi esterni ai post che cercano di contestualizzare e approfondire. In questo ci riescono solo in parte perché tante cose non sono spiegate; qual è la differenza tra sciti e sunniti? Chi sono gli yazidi? E gli assiri cristiani? Forse si poteva trovare un po’ di spazio per fare un’informazione più approfondita nell’altro foglio contenuto nella busta.
Comunque l’appello è in generale costruito bene e belle sono le immagini che aprono e chiudono il pieghevole.

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Guerra ai disabili!

Le persone con disabilità sono state particolarmente colpite durante l’attacco a Gaza. Dieci i morti, undici i feriti, le strutture e i servizi cancellati dalle bombe e infine altre mille persone rese invalide dalla guerra (articolo pubblicato nel numero di novembre della rivista “Amici di Follereau”)

???????????????????????????????In qualsiasi società una persona con disabilità incontra normalmente più difficoltà che altre persone; per muoversi, per trovare un lavoro o avere una vita sociale e affettiva come gli altri, un disabile deve far fronte a molte barriere sia fisiche che culturali e spendere molte più energie e soldi per cercare di superare queste difficoltà. Ma cosa succede quando una persona disabile vive in un paese sotto assedio da anni e dove c’è stato un attacco della durata di 51 giorni dagli effetti devastanti?

“Include”: un progetto per le donne disabili di Gaza

Un’occasione per parlarne in termini precisi, ce la può offrire la testimonianza di persone che lavorano su questi temi in quel paese martoriato. A Gaza, da un paio di anni, l’Ong Educaid assieme ad Aifo e Rids (Rete italiana disabilità e sviluppo), sta portando avanti il progetto “Include – Socio-economic empowerment of women with disabilities in Gaza Strip”. L’iniziativa è rivolta a donne con disabilità di tipo fisico o sensoriale e offre molte attività aventi come scopo la promozione dei loro diritti. Tra le attività una mira al rafforzamento delle loro capacità imprenditoriali finanziando, con un prestito a fondo perduto il loro avvio. “Abbiamo finanziato 34 idee, mediamente con 2 – 3 mila euro ognuna – dice Adriano Lostia, responsabile Paese per conto di Educaid – le attività proposte erano piuttosto diverse e andavano dal design all’allevamento di polli e pecore, dal salone di bellezza a piccole attività commerciali come cartolerie o drogherie”.
Parallelamente a quest’azione “Include” ha portato avanti anche un discorso di presa di coscienza e di sensibilizzazione della popolazione in generale attraverso un percorso di formazione nell’uso dei media. “Quest’azione ha coinvolto 30 donne, laureate e già impegnate nei media – continua a spiegare Lostia – a loro abbiamo dato un’ulteriore formazione a quella che già avevano; hanno quindi coinvolto attraverso dei workshop altre 120 donne con disabilità appartenenti a organizzazioni impegnate nel campo della disabilità”. Il risultato di quest’attività sarà presto visibile sul sito http://www.include.ps, dove si potranno vedere 15 brevi video e sarà pubblicata una rivista dal titolo “Voice of women”.

Operazione “Margine di protezione”: ma per chi?

E’ questo il nome dell’offensiva di terra e dal cielo che l’esercito israeliano ha condotto nella striscia di Gaza dall’8 luglio al 26 agosto anche come risposta al triplice omicidio di tre adolescenti israeliani avvenuto nel giugno precedente. I dati parlano di oltre 2.000 morti palestinesi (la stragrande maggioranza civili), più di 11 mila feriti, 16.000 abitazioni private distrutte e pressoché ogni fabbrica danneggiata. Se queste cifre vengono lette dalla prospettiva di un’Ong che lavora sul tema della disabilità o dai disabili stessi, questi dati diventano ancora più terrificanti.
“Sono ritornato a Gaza durante il cessate il fuoco – continua Lostia – e la situazione che ho trovato era molto mutata in peggio. Delle 150 donne che seguivamo, nessuna per fortuna era rimasta vittima dei bombardamenti, ma alcune di loro aveva perso dei parenti, altre la casa”.10547448_806401439383801_3808878321869276475_n
La cosa che più lo ha colpito è stato il cambiamento di clima tra la popolazione che Lostia conosce bene visto che sono 11 anni che frequenta la Palestina. “Questa guerra ha messo le persone una contro l’altra. Poiché non si sapeva dove scappare, dato che a Gaza non si può uscire, la gente si spostava cercando un posto sicuro; si cercavano altre case ma i proprietari non volevano inquilini che non conosceva, perché bastava che una sola persona avesse avuto dei rapporti con Hamas che l’intero edificio correva il rischio di essere demolito dalle bombe”.

I più deboli sono i più colpiti

Il progetto “Include” ha anche una pagina Facebook (“Include Gaza”) che raccoglie delle foto, delle testimonianze e dei dati sulle ripercussioni che la guerra ha avuto sulla popolazione disabile. 11 persone con disabilità sono state uccise durante i bombardamenti, altre 10 sono state ferite. Questi numeri non sono alti, anche se si tratta comunque di vite umane, ma accanto a questo si deve aggiungere la distruzione delle case, delle strutture pubbliche e dei servizi che le associazioni e le Ong prima offrivano. Le bombe e i razzi hanno portato al danneggiamento di 13 ospedali, 15 pronto soccorso, 35 strutture che offrivano servizi socio-sanitari, alla distruzione di 12 ambulanze. Le macerie poi non fanno altro che aumentare le barriere architettoniche.       Per finire questa guerra ha “regalato” alla società palestinese di Gaza altre persone rese invalide per via delle ferite ricevute (sono stati stimati mille nuovi invalidi).
Sul sito del progetto “Include” (www.include.ps) sono documentate anche le storie di alcune persone disabili, come quella di Mai Hamada, una ragazza palestinese di 19 anni ferita mentre dormiva all’interno del Mabarat Falasteen Society for Handicapped, un centro residenziale, appunto, per persone con disabilità. In un altro post si segnala invece la parziale distruzione dell’Al-Basma Club for the Disabled (ABCD – http://www.basmaclub.ps), un centro esistente dal 2005 e gestito da persone disabili e non, che promuovono attività sociali e sportive, organizzano servizi per una migliore partecipazione della persona disabile alla società civile palestinese di Gaza. Tutto questo è stato spazzato via o gravemente compromesso in poco tempo con delle bombe.
Guardare la guerra dalla prospettiva di chi ha più bisogno, di chi è più debole servirebbe a tutti, a Hamas come all’esercito israeliano; ricostruire è molto più difficile che distruggere e questo vale ancora di più per le persone disabili.

Emancipare i disabili nella striscia di Gaza

Aifo ha partecipato al progetto “Include” attraverso una formazione, condotta da Sunil Deepak, a 30 donne disabili palestinesi. Durante gli incontri le donne hanno raccontato le difficoltà che devono affrontare ogni giorno per accedere ai servizi socio-sanitari, hanno parlato anche della mentalità dei genitori di bambini disabili e hanno riportato al gruppo esempi positivi di persone con disabilità che hanno avuto successo nel lavoro. “L’Implementing Emancipatory Disability Research – spiega Sunil Deepak – consiste in un metodo che vede la partecipazione diretta delle persone con disabilità, la loro presa di coscienza, la sensibilizzazione della popolazione e il rafforzamento delle capacità delle altre persone disabili”.
Dalla testimonianza di molte donne emerge come il personale sanitario palestinese (medici, specialisti, infermieri) non sia assolutamente preparato ad accogliere le persone con disabilità come pazienti.

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Colombe di pace: la non violenza in contesti di guerra

L’Operazione Colomba attraverso dei volontari addestrati cerca di portare pace in situazioni di conflitto, come in Albania dove una faida secolare miete ancora vittime o in Colombia dove dei semplici contadini hanno detto no alla guerra

LIbano-Siria dicembre 2013

LIbano-Siria dicembre 2013

Accompagnare nella giungla del nord-ovest della Columbia i contadini che hanno deciso di non schierarsi né con il governo né con la guerriglia, cercare di mettere fine alle faide tra le famiglie albanesi che abitano nelle montagne, e ancora, accompagnare i palestinesi nei pascoli per garantire la loro incolumità nel caso di aggressioni da parte dei coloni ebrei ortodossi: chi vorrebbe mai mettersi in situazioni così difficili e rischiose?
Chi si espone in questo modo sono i volontari dell’Operazione Colomba, un progetto della Comunità Papa Giovanni XXII attivo fin dal 1992, che con metodi che s’ispirano ai principi della non violenza prestano servizio proprio in quei luoghi dove la violenza e la guerra sono diffusi.

Esplode la guerra civile in Yugoslavia
Gli anni ’90 sono iniziati con una guerra vicinissima a casa nostra che visto molti italiani coinvolti nel tentativo di aiutare le popolazioni croate, serbe e bosniache in guerra tra loro. “Alcuni di noi obiettori che svolgevamo servizio in quel periodo abbiamo deciso di partire – ricorda Alberto Capannini, un membro ‘storico’ di Operazione Colomba – Siamo andati in Croazia mossi dal desiderio di far diventare la nonviolenza un’alternativa alla guerra. Volevamo semplicemente vivere assieme alle vittime, alle minoranze minacciate”. L’esperienza riesce, si dimostra così che è possibile ‘entrare in una guerra’ come civili, stranieri e disarmati. Ci si accorge anche che le vittime vere non sono tra chi combatte con le armi ma la popolazione, soprattutto i vecchi e i bambini di ogni schieramento.
E questo è solo l’inizio di un’instancabile attività pacifista che vedrà dal 1992 a oggi più di 1000 volontari dell’Operazione Colomba impegnati in ogni angolo del pianeta, dalla Sierra Leone a Timor Est, dal Chiapas alla Cecenia, dal Darfur alla Repubblica Democratica del Congo.

In questo momento sono presenti in Libano, Albania, Colombia e in Palestina/Israele. In Albania in particolare i volontari assistono le famiglie vittime della “vendetta di sangue”, ovvero la faida di origine antichissima che costringe i giovani membri maschi delle famiglie interessate a restare reclusi in casa per non essere uccisi (e questo può capitare fino alla terza generazione!). Il loro lavoro consiste nel riconciliare, nel cambiare una mentalità che purtroppo è ancora diffusa nelle zone di montagna a nord del paese. Dal 22 giugno al primo luglio Operazione Colomba ha organizzato una marcia per la pace internazionale in Albania che ha attraversato tutto il paese per sensibilizzare tutta la popolazione sul problema delle faide.

Colombia luglio 2012

Colombia luglio 2012

“Uno dei nostri interventi più significativi – dice Capannini facendo un altro esempio – lo stiamo facendo da anni in Colombia, dove è nata la Comunità di Pace di San José de Apartadò. Sono un gruppo di contadini che non si è schierato con l’esercito governativo, con le Farc e altre forme di guerriglia. Hanno rinunciato all’uso delle armi e alla violenza ma questo loro atteggiamento non li ha preservati dal  pericolo. Ne hanno uccisi 200 prima che chiedessero a noi e ad altri gruppi simili al nostro di farsi garanti. In pratica la nostra presenza là, il fatto che ci siano sempre degli ospiti stranieri che li accompagnano nei loro spostamenti, permette loro di vivere una vita pacifica”.

Quale rischio per i volontari
Fare esperienze di volontariato di questo tipo non comporta anche una notevole dose di rischio? “In tutta la nostra storia non abbiamo mai avuto delle vittime – spiega Capannini – si sono verificati due rapimenti in Chiapas e a Gaza che si sono felicemente conclusi, altre volte qualche volontario è stato arrestato o malmenato, ma mai delle vittime. Se tu conosci e fraternizzi con la gente del posto, sono loro stessi a dirti quello che puoi o non puoi fare. Se ci dicono che la nostra presenza a una manifestazione può essere pericolosa, noi non ci andiamo. Ma se c’è da accompagnare un bambino quello lo facciamo sempre”.
I volontari del resto prima di partire ricevono una formazione di una settimana, per le persone che hanno una missione breve, per quelli che invece stanno via più di un anno, la formazione dura un mese divisa in moduli.
“In questi momenti spieghiamo cosa sia un comportamento non violento – afferma Capannini – che risponde sempre agli atteggiamenti provocatori in un certo modo. I volontari devono capire soprattutto che appartengono a un gruppo e che lavorano in un gruppo. In situazioni di guerra c’è sempre un tragico gioco delle parti in cui tu sei o un soldato israeliano, per fare un esempio, o un palestinese e di conseguenza devi agire. Noi cerchiamo di rompere questo copione e di non essere coinvolti solo in una parte”.

I principi, come si legge sul loro sito, su cui si appoggia tutto la loro azione sono tre: “la nonviolenza … che si concretizza in azioni di interposizione, accompagnamento, mediazione, denuncia, protezione, riconciliazione, animazione …

Marcia per la pace in Albania (2014)

Marcia per la pace in Albania (2014)

l’’equivicinanza’ ovvero la condivisione della vita con tutte le vittime sui diversi fronti del conflitto … la partecipazione popolare cioè l’adesione a un cammino sulla nonviolenza”.
“I volontari di Operazione Colomba – continua Capannini – sono in questo momento circa una cinquantina; in prevalenza sono donne e l’età media è sui 25 anni. Ma ci sono anche pensionati o persone più mature che decidono di usare le proprie ferie per fare attività di questo tipo”.
Per quanto riguarda il mantenimento della sua struttura, Operazione Colomba si finanzia attraverso progetti presentati all’Unione Europea, oppure grazie al contributo di Enti locali (la provincia di Trento e la regione Toscana) e alla raccolta di fondi dai privati cittadini che partecipano alle cene di autofinanziamento o acquistano prodotti.

Raccolta di firme per una Difesa civile non armata e nonviolenta
La raccolta di firme per la legge d’iniziativa popolare volta all’istituzione di un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta inizierà il 2 ottobre, Giornata Internazionale della Nonviolenza.
Obiettivo della Campagna è quello di fornire ai cittadini uno strumento che renda forte come istituzione dello Stato la difesa nonviolenta. Tutto questo attraverso la preparazione di mezzi non armati d’intervento nelle controversie internazionali per la difesa della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni.
Nel testo di Legge di Iniziativa popolare, che verrà ufficialmente diffuso a ridosso dell’inizio della raccolta di firme, viene previsto un finanziamento della nuova Difesa civile attraverso l’introduzione di una ‘opzione fiscale’, cioè della possibilità per i cittadini, in sede di dichiarazione dei redditi, di destinare una certa quota alla difesa non armata.

Per altre informazioni
Tel. 0541/29005
operazione.colomba@apg23.org
www.operazionecolomba.it

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“In piedi costruttori di Pace!” Ecco il numero di giugno della rivista di Aifo

“In piedi costruttori di Pace”! Questa la scritta che appare sulla copertina del nuovo numero di giugno della rivista di Aifo. L’articolo iniziale è infatti dedicato all’Arena di Pace e Disarmo di Verona, la grande manifestazione che si è svolta lo scorso 25 aprile e che ha visto la partecipazione di 13 mila persone. Di nonviolenza e di rifiuto totale della guerra se ne parla sempre poco e chi lavora nella cooperazione internazionale e ha visto e vissuto esperienze dirette, sa bene che è questo il nodo fondamentale da sciogliere. La distruzione di vite umane, beni e risorse che porta ogni guerra, ogni violenza è veramente senza senso perché conduce sempre ad un circolo vizioso (dalla violenza non si esce di certo con dell’altra violenza).aifo_giugno
Nella rivista si parla anche del problema dell’invecchiamento della popolazione, fenomeno che avviene non solo nelle nazioni sviluppate ma oramai anche in Cina, in Mongolia… creando situazioni del tutto inedite a cui si dovrà dare una risposta pena il declino economico.
Il dossier è invece dedicato al tema della responsabilità sociale d’impresa e di come il profit possa impegnarsi nel sociale soprattutto per quanto riguarda la situazione delle persone con disabilità.
Oltre al tema del crowdfunding sul web, vengono presentati anche due progetti, in Liberia e in India, che Aifo sta realizzando e che riguardano l’autonomia e il rafforzamento del ruolo sociale delle persone disabili.

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Il passerotto di Kizito

Il guerriero masai è nel pieno del suo vigore giovanile, armato di lancia e scudo e il corpo pitturato con una cera rossa: mentre passeggia vede per terra un passerotto con le zampe rivolte al cielo. Lo crede morto ma poi osservandolo s’accorge che non lo è.
“Perché stai in quella posizione?” – gli domanda e il passerotto risponde – “Ho sentito dire che il cielo sta per cadere e io mi sto preparando per sostenerlo!”. Quando sente queste parole il guerriero masai si butta per terra a ridere, si rotola addirittura preso da un’ilarità incontenibile. “Come puoi sperare di sostenerlo tu con quelle zampette che sembrano degli stecchetti di paglia?… sostenere il cielo!”. Il passerotto non cambia posizione ma risponde: “Io faccio del mio meglio, e tu cosa fai?”.
Questa storiella africana la riporta Renato Kizito Sesana nel suo libro “Occhi per l’Africa” pubblicato dalla casa editrice Emi nel 1999, e la sua morale si adatta perfettamente alla vita che questo missionario comboniano, giornalista, docente e animatore di comunità, non ha ancora finito, per fortuna, di compiere.padre_renato_kizito_sesana_4
Ho ritrovato il libro in garage in mezzo a tanti altri che non stanno più in casa e non l’avevo mai letto soprattutto per come si presentava; la copertina di cartone, la sua foto sparata in un primo piano vagamente profetico, il titolo che dice poco. Ma mi ero fermato alla superficie; in realtà il libro, che consiste in una raccolta di lettere e articoli, è molto bello e racconta 10 anni delle sua attività nell’Africa australe.
Kizito è un uomo che si spende in modo totale sia organizzando comunità in Kenia e in Zambia rivolte a giovani svantaggiati che fondando riviste come New People, dirigendo Nigrizia, fondando ancora un’agenzia stampa come News from Africa, tutto questo unito ad un lavoro come docente di comunicazione sociale in varie università e istituti africani.
Leggendo le sue lettere però si è presi dallo sconforto, tra la disparità dell’impegno di un uomo e di chi gli sta vicino e l’enormità delle ingiustizie che regolano le faccende umane, ingiustizie prima di tutto create dalla guerra e dalla violenza perché alla fine è da lì che viene la povertà e la disparità.
Così Kizito è un passerotto che se ne stà con le sue zampette sottili come stecchetti di paglia all’insù per sostenere il cielo, ma almeno lo fà.

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Restiamo Vittorio Arrigoni

Una cosa è certa, Vittorio Arrigoni non ha mai scritto un concept note, né ha mai rendicontato un progetto per una ong, eppure c’entra moltissimo con la cooperazione internazionale. Significativo è stato il suo modo di raccontare quello che faceva tramite un blog, Guerrilla Radio, che in poco tempo divenne uno dei più seguiti in Italia. Scriveva, si può dire in diretta, la sua esperienza di testimone internazionale durante i bombardamenti israeliani suIl-viaggio-di-Vittorio Gaza nel dicembre del 2008, ma non solo scriveva, filmava, raccontava a voce utilizzando in modo completo le possibilità offerte dalla rete. La sua voce divenne (ma ancora è) importante non solo per questa attenzione al comunicare, ma perché dietro a questo atto ci stava una persona dal coraggio e dalla determinazione che sconcertano.

La sua storia è stata raccontata da Egidia Beretta Arrigoni, sua mamma, in un libro veramente bello – “Il viaggio di Vittorio” –  che mostra tutto il suo percorso di vita, dalla nascita al 14 aprile 2011, giorno in cui venne ucciso, non dagli israeliani ma da un un gruppo estremista musulmano. Non è un racconto agiografico ma mostra anche le debolezze e le insicurezze del figlio.

L’impresa più bella di Vittorio, assieme ad un gruppo di pacifisti di varie nazionalità, è stata l’attraversata del mare da un’isola greca  fino alle spiagge di Gaza. L’impresa ebbe un successo mediatico enorme e infatti l’esercito israeliano le volte successive non fu così permissivo. Tutta la storia di quel periodo la si può ancora leggere all’interno del blog, dove Vittorio attraverso testi, poesie e foto ricrea bene l’atmosfera del momento.
Internet non dimentica nulla e in questo caso è una fortuna per noi perché possiamo leggere o rileggere tutto quello che ha fatto Vittorio e come lo ha comunicato.

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“Come se mangiassi pietre”: raccontare un dopoguerra

“Al conflitto in Bosnia furono dedicati migliaia di servizi speciali, mostre, libri… E quando finì… i giornalisti misero le telecamere in valigia e partirono in gran fretta per altre guerre”.  Questa frase la troviamo alla fine del capitolo di apertura del libro di Wojciech Tochman intitolato “Come se mangiassi pietre“. Raccontare situazioni di disagio in paesi diversi dal proprio presenta molte difficoltà e porta ai medesimi errori. Per quanto riguarda quest’ultimi troviamo la superficialità, lo schizzogiornalismo, bosnia, guerra paesaggistico che si ferma sulle tinte più forti, l’attenzione che si fissa per un po’ e poi se ne va via. E’ quello che fanno  molti giornalisti inviati dai quotidiani nei paesi in emergenza per via della guerra, della fame, della siccità… Una cronaca immediata che serve a coprire quella notizia, in quel momento importante. Quando i valori notizia cominciano ad esaurirsi allora i giornalisti preparano le valige: è il loro lavoro del resto. Non è così per tutti. Torchmann ritorna in Bosnia alla fine degli anni ’90 e si prende il tempo di raccogliere delle testimonianze per descrivere il dopoguerra. Nel libro, durissimo nelle descrizioni, le testimonianze non sono poi molte ma sono molto complete. Adotta anche una tecnica particolare di montaggio nella scrittura anticipando temi, poi perdendoli, ritrovandoli molto dopo. Il cerchio alla fine però si chiude.

Per chi all’interno delle ong voglia raccontare quello che fa, questi giornalisti sono degli esempi preziosi in termini di raccolta delle testimonianze, tecnica di scrittura, equilibrio nei toni. Nello stesso gruppo di Tochman troviamo anche Anna Politkovskaya, Svetlana Alexievich (che strano quanti slavi).
Il problema non è tanto raccontare un’emergenza ma continuare a seguire quello che succede dopo. Questo vale anche per il lavoro di una ong. Ritornando all’esempio di Operation smile Italia, l’aver fatto un’operazione che ha messo a posto il labbro leporino di un bambino è solo un momento di un processo, dopo ve ne sono altri. Cosa succede a quel bambino? Come avverrà la sua integrazione a scuola? Tutti problemi che i chirurghi non possono più seguire.

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L’isola di Medusa

Per una volta una fiction in questo spazio…

L’isola di Medusa

Ora sono solo. Dopo giorni passati assieme a molte altre persone, ora sono solo. Risalgo lento la spiaggia e mi giro ogni tanto verso il mare per vedere se ho qualcuno dietro. Ma non c’è nessuno.
Non posso essere l’unico ad essere arrivato sull’isola fra le decine di persone che viaggiavano con me sul barcone. Io nuoto abbastanza bene, andavo sempre in piscina quando studiavo in Francia, ma ho una certa età. Eppure non mi sento nemmeno stanco.
Sulla barca c’erano quei ragazzi magri, forti, loro sicuramente avranno raggiunto, nuotando, un’altra spiaggia. Chi non può avercela fatta è quella ragazza con il bambino piccolo, scurissimi tutti e due di pelle. No, loro non possono essere sopravvissuti.
Era buio quando siamo finiti tutti in acqua e ora il sole è alto. Un sole velato che oggi non scalda nemmeno.
Mi sento così leggero e non sono stanco.

Cammino da almeno 10 minuti e non ho ancora incontrato nessuno abitante, eppure l’isola non deve essere grande. Non vedo nemmeno un villaggio o delle case isolate. Nemmeno i soccorsi sono venuti. Non vorrei incontrare dei militari però, preferisco camminare da solo.
Che isola desolata, non ci sono nemmeno i gabbiani, vedo degli uccelli, questo si, ma volano alti, lontanissimi, non riesco a capire cosa siano. Volano così alti.
C’è un grande silenzio qui, non sento il rumore del mare e nemmeno il rumore del vento, cioè li sento ma il rumore mi arriva ovattato. Forse mi è entrata dell’acqua nelle orecchie o forse ho la febbre.
Devo raggiungere un villaggio e chiedere aiuto, dopo quello che ho passato morire qua sulla terraferma sarebbe ridicolo. Ecco, là c’è un’altura, la raggiungo, da là dovrei avere una veduta più ampia; finché rimango qua non può cambiare niente.
La mia meta è più lontana di quel che pensassi, sembra che non si avvicini mai, ma deve essere un’impressione dovuta al paesaggio così monotono. Perfino queste piante che crescono male tra i sassi non hanno un colore da piante, sono grigie. Adesso ne strappo una. Non ha nemmeno l’odore delle piante che vivono vicino al mare.
Ma dove sono tutti gli altri, non posso essere l’unico. E quegli uccelli che volano così alti. Entro sera dovranno pur posare da qualche parte. Sono fissi la nel cielo, sembrano disegnati.

Finalmente, ecco là c’è una casa di sassi bianchi! Ma devo cambiare direzione, devo ridiscendere verso la spiaggia . E’ un altro versante, magari là troverò delle gente, dei superstiti. Si  è una casa, finalmente un segno di vita. Devo stare attento a non correre, a non cadere, se mi ferisco o mi rompo una gamba nessuno mi può aiutare.
Sono delle pietre accatastate, un riparo forse, il mio riparo. Ma qualcuno le ha messe così o sono delle rocce semplicemente vicine?
Sono ore oramai che cammino. Quest’isola è disabitata, come me la caverò adesso? Non c’è niente da mangiare e da bere; del resto non ho nemmeno un po’ di fame, nemmeno sete. Questo sole grigio non riscalda, per questo non ho bisogno di bere. Ma non ho nemmeno freddo.
Non so da quante ore sto vagando, l’isola è immensa; è meglio che ritorni verso la costa, sul mare, all’interno non c’è nulla.
Non cala nemmeno la sera, allora non sto camminando da così tanto tempo. Anzi il sole è ancora alto. Devo dormire, forse sono esausto e non me ne accorgo. Ecco, mi metto là su quella roccia, vicino alla spiaggia. Da qui ho un’ampia veduta sul mare. Ora mi corico e chiudo gli occhi. Gli uccelli sono sempre là, disegnati nel cielo.

Non ho bisogno di dormire! Non ne avrò più bisogno. Che strano pensiero questo. Eppure è così.
Il mare è fermo, grigio perla, quasi biancastro come il cielo. Posso perfino guardare il sole alto con gli occhi spalancati. Niente mi può ferire. Non ho nemmeno fretta, non so più cosa sia l’impazienza anche se ora so che rimarrà tutto uguale.
Le barche sono centinaia; alcune arenate, altre affondate e cingono l’isola come una corona, hanno tutte una sola cosa che le accomuna: nessuna è mai arrivata , né mai potrà arrivare. Io devo solo aspettare e tra un po’ gli altri arriveranno. Verranno dal mare e saranno tanti, ma qui lo spazio non manca. Ora so che verranno, io li ho solo preceduti. Devo solo aspettare. I loro corpi sbucheranno asciutti dalla superficie del mare e continueranno a camminare per la spiaggia, per l’isola. Ci saranno sicuramente i miei compagni di barca, quei ragazzi magri e anche quella ragazza scura con il bambino che non può più piangere.

Pubblicato sulla mitica rivista di satira, fumetto e giornalismo ” Mamma!” 

L'isola di Medusa - racconto

L’isola di Medusa – racconto

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Appello del Cuamm per il Sud Sudan

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Dopo il tentativo di colpo di stato di metà dicembre, sta degenerando la situazione in Sud Sudan che vede contrapposte l’etnia Dinka (maggioritaria nel paese) e quella Kiir. I medici con l’Africa (Cuamm) hanno lanciato un appello per denunciare  la difficile situazione in cui si è venuta a trovare la popolazione civile esposta alle violenze degli eserciti delle fazioni opposte. Il pericolo di una guerra civile nonostante i negoziati di pace porta la gente ad abbandonare le proprie case e perfino a fuggire dagli ospedali dove è ricoverata.