0

Quale social media per le ong, quale storytelling

social-media-icons(pubblicato sull’ultimo numero della rivista di Aifo “Amici di Follereau”)

Dieci anni fa non esisteva come tema e nemmeno come problema che un’ong doveva porsi: stiamo parlando dei social media ovvero quell’insieme di tecnologie e prassi che porta sempre più gente a consumare e a produrre informazione sul web. Stiamo parlando, per restringere di un poco il campo, dei social network come Facebook, Twitter, Youtube e di tante altre piattaforme che ci permettono di fare operazioni sempre più diversificate, anche se alla base rimangono una serie di elementi che le accomuna.

Le persone e la tecnologia fanno la differenza

Ma cosa è successo in questi ultimi dieci anni? In sostanza sono avvenuti due fenomeni che, viaggiando in parallelo, hanno cambiato radicalmente le abitudini degli utenti della rete e quindi anche delle organizzazioni, istituzionali e no, profit e no profit.
Da un lato c’è stata l’offerta di una tecnologia sempre più facile da usare per cui, per pubblicare sul web, non occorre avere particolari conoscenze informatiche ma basta saper usare un normale editor di testo. Anche per i dati multimediali come le foto o i video c’è stata una diffusione di massa di dispositivi facili (tablet, smartphone …) che permettono di riprendere, fotografare e poi di pubblicare il tutto on line con poche e intuitive operazioni.
Dall’altro lato c’è stato un cambiamento culturale delle persone che via via si sono abituate alla tecnologia digitale e hanno sviluppato delle precise pratiche. Questa maggiore maturità in termini di alfabetizzazione telematica non è certo merito, almeno in Italia, del nostro sistema educativo, tanto è vero che qui da noi ci sono forti differenziazioni (digital divide) tra nord e sud dell’Italia, tra giovani e anziani, tra ricchi e poveri.

In cosa consistano poi questa nuove pratiche è presto detto: partecipazione e condivisione. Del resto sono proprio i dati forniti dagli utenti che decretano il successo di un social network; il mezzo è poca cosa, quello che conta è quanto viene usato dalle persone. Un sistema così aperto e collaborativo, inoltre, dovrebbe portare anche a una visione più complessiva dei vari temi, proprio perché il tema non è trattato da un autore, ma da moltissime persone le cui capacità, sommate assieme, sono sempre maggiori di quelle del singolo individuo. E’ questa la teoria dell’intelligenza collettiva, che poi questa teoria sia vera, ovvero che la collaborazione della massa in rete porti alla verità, è difficile dimostrarlo, almeno per adesso. Quello che invece è sicuro, è che i social media, scavalcando il tradizionale ruolo dei mass media (di mediazione appunto tra noi e il mondo esterno, tra noi e gli altri), permettono il raggiungimento di un vasto pubblico, in poco tempo e con nessuna spesa. Anche in questo caso c’è il risvolto della medaglia: se tutti fanno informazione (è un diritto del resto), vuol dire che l’informazione che circola in rete diventa enorme e ingestibile e allora per essere letti bisogna proprio essere interessanti e in un’ipotesi peggiore, bisogna essere scandalistici e “pepati”.

Uno, nessuno, 100 mila social network

I social network sono numerosi e differenziati ma hanno alcuni elementi in comune; innanzitutto occorre iscriversi per utilizzare i servizi offerti da quella piattaforma e, una volta che si è creato il proprio profilo, occorre saperlo gestire. Visto che il presente articolo è rivolto alle ong, ragioniamo prendendo come modello un’organizzazione, non tanto un singolo individuo.
Il personale di un’ong, che vuole lavorare suoi social media, deve rendersi conto che i problemi tecnici sono irrilevanti e che l’unico problema vero è quello del tempo, di quanto se ne può dedicare a quel particolare social media. Lavorare in questi ambienti significa infatti conversare, il che presuppone un continuo ascolto dell’altro, la cura nei rapporti in rete. Un’attività di questo tipo è efficace se si hanno tanti amici o fan su Facebook, se si hanno dei following e dei follower su twitter e così via. Che poi i numeri, i grandi numeri siano un segno del valore dell’iniziativa, questo è un altro discorso.

I social network si dividono tra loro a secondo del tipo di contenuti, del grado di relazione tra gli utenti, del tema generale. Abbiamo così social network specializzati nei contenuti fotografici come Flickr, Pinterest, Instagram, altri nei video come Youtube, Vimeo, altri forniscono principalmente contenuti scritti di poche righe come Twitter. Ve ne sono anche di generalisti (ovvero sono ambienti dove si può fare un po’ di tutto) come Facebook e le piattaforme blog come WordPress e Tumblr .
Alcuni social network offrono delle relazioni tra gli utenti molto intense e in tempo reale, altri invece danno meno peso a quest’aspetto. Vi sono infine social media specializzati su un tema, come è il caso di Linkedin che ha per oggetto il lavoro e lo scambio di profili professionali.
Più del 60% delle ong italiane utilizzano Facebook (FB), mentre circa il 40% usano Twitter. E’ per questo che ora esamineremo da vicino solo questi due social network.

Il web è infinito ma oggi ha una sola porta: Facebook

Con 26 milioni di presenze su FB, l’Italia, proporzionalmente, è il paese dove questo social network è più diffuso nel mondo. FB offre due diversi “approcci”, o come profilo, e in questo caso ci si può scambiare l’amicizia, o come pagina e in questo modo si possono avere solo dei fan. E’ consigliabile che un gruppo sia presente su FB con una pagina piuttosto che con un profilo per tanti motivi: innanzitutto non esiste il limite dei 5.000 amici, ma i fan possono essere infiniti, poi la pagina può essere gestita da più persone e con ruoli diversi, infine il rapporto meno biunivoco che si può avere con i fan rispetto che con gli amici, facilita la gestione di una pagina.

In una pagina si possono postare testi, immagini, video ed è bene farlo con una certa continuità e facendo attenzione alla qualità di quello che si posta: la pagina FB è una sorta, ma sto un po’ esagerando, di creatura vivente, una pianta insomma da innaffiare e da seguire. In particolare bisogna avere cura delle relazioni esterne, ovvero di tutti quei lettori/fan che vi fanno domande o che commentano e che si aspettano giustamente una risposta. Da una pagina FB potete creare un evento anche se come pagina non potete poi invitare dei fan; si possono invitare solo degli amici, cosa possibile solo se si ha un profilo personale. Su FB esistono anche i gruppi tematici dove le persone interessate allo stesso argomento s’iscrivono. Postando o condividendo all’interno di questi gruppi (che possono essere aperti o chiusi, se sono chiusi basta chiedere di entrare) si può avere una visibilità maggiore dato che si raggiungono molte altre persone di cui non siamo amici. Attualmente i due gruppi – che riguardano il nostro tema – più frequentati sono “Cooperanti ☮ Italiani” e “Cooperanti si diventa(qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Il problema dello storytelling, di come raccontare le nostre cose – con che stile, tono e strumenti – non è possibile codificarlo ma dipende dalla nostra sensibilità, dall’oggetto e dal fine. Termineremo comunque quest’articolo proprio con un’analisi critica di una forma di storytelling realizzata da Save the children attraverso una pagina FB.

Twitter che ti passa

Twitter serve per informarsi e per fare informazione, ed è per questo che è un social media molto amato dai giornalisti (almeno da quelli più giovani). Anche in questo caso occorre creare un profilo del proprio gruppo e da quello si parte per cercare altri profili che ci possono interessare e che diventeranno i nostri following (ovvero quando questi faranno informazione noi la riceveremo subito sul nostro profilo). I follower sono invece quei profili che seguono noi: quindi più follower si hanno e più le nostre informazioni girano. La particolarità di questo social media è che i twitter (i cinguettii) che si scrivono non devono superare i 140 caratteri e quindi occorre scegliere dei titoli e dei link ben fatti e comprensibili (è anche possibile postare delle foto).
L’hashtag (#) è invece il simbolo del cancelletto che anteposto (senza alcuno spazio) alla parola, è come se la sottolineasse e ciò la rende visibile nelle ricerche che vengono appunto effettuate tramite hashtag. In altre parole se mettete il simbolo # davanti alla parola ong, tutti coloro che su twitter sono interessati alle informazioni che riguardano il mondo della cooperazione troveranno il vostro post, anche se non sono vostri follower. Personalmente uso sempre questi hashtag nei miei messaggi su twitter: #ong, #ngo, #cooperazione. (qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Twitter è particolarmente indicato per promuovere delle campagne di sensibilizzazione o delle raccolte fondi e in più dispone di alcuni strumenti in rete che contano quante persone sono state raggiunte con il proprio messaggio. Anche con una pagina di FB si possono fare appelli, campagne e azioni di fundraising (è possibile anche pagare per avere una maggiore visibilità). Quello che è importante, al di là del social media, è il lavoro continuo di chi sta dietro, il redattore, l’animatore insomma.

Bereket non esiste, ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Ha raccontato la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.
Il gioco dovrebbe essere chiaro, dato che nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni – “… di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.

Ma leggendo i commenti dei lettori, qualcosa non sta funzionando. Il primo post risale al 22 marzo, l’ultimo al 27 luglio. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Poi, dopo molte traversie, l’arrivo ad Amburgo. Questo il racconto, corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante …

Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna. I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.
Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun altro invece non riesce a inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento, qui il problema è lo stile della narrazione tendente al patetico.

Annunci
0

Tiziano Terzani, un giornalista di cui si sente la mancanza

Una cosa si poteva dire di Tiziano Terzani, non era un giornalista paracadutato in qualche paese remoto per raccontare un po’ di esteri ma era un giornalista anomalo che aveva speso tutta la sua carriera professionale per raccontare un continente che lui amava: l’Asia.
Tiziano TerzaniDa poco ho letto un suo libro scritto nel 1992, Buonanotte signor Lenin, dove l’autore racconta il disfacimento dell’impero sovietico viaggiando attraverso le sue repubbliche asiatiche che di li a poco si sarebbero rese indipendenti. Con una scrittura che non ha mai toni esagerati, che non vuole fare rumore, riesce a fare un quadro bellissimo di quello che stava succedendo. Le sue fonti, solo raramente sono i potenti, molto spesso le sue interviste sono rivolte a semplici cittadini oppure non sono domande rivolte ad esseri umani ma a paesaggi, spesso a costruzioni, musei e monumenti da cui trae molte conclusioni. Questo a lui riesce perché ha una profonda conoscenza di tutto ciò che è orientale, conosce la storia, i poeti, gli eroi dei vari paesi che attraversa. E’ questa preparazione culturale, assieme alla conoscenza di almeno 4-5 lingue differenti, che gli permettono di scrivere un libro di queste spessore e che il tempo ha tolto poco.
Dicevamo in un recente post che i volontari della cooperazione internazionale possono essere delle fonti preziose per i giornalisti, ma capita anche l’opposto: vi sono giornalisti, ed è stato il caso di Terzani, che possono dare coordinate culturali indispensabili ad un volontario.

0

Le ong come fonte giornalistica

“È auspicabile un intensificarsi del lavoro di reportage ad opera delle ONG nei vari paesi del Sud del mondo. Siamo in un momento in cui si parla sempre meno degli esteri e a spot, cioè in maniera decontestualizzata. Le ONG hanno le potenzialità per contribuire ad invertire una tendenza preoccupante”, ecco quanto dice Luciano Scalettari, giornalista di Famiglia Cristiana, in questa interessante intervista (risale al 2009 ma il contenuto è ancora valido) pubblicata sul blog di Coopi.coopii

In effetti le ong possono essere delle importanti fonti giornalistiche per i mass media dato che i loro volontari passano mesi, addirittura anni in paesi dove invece un giornalista normalmente per fare un servizio ci sta una o due settimane (parachute journalism). Quindi il loro sapere non dovrebbe essere superficiale. Del resto una delle più importanti agenzie di informazione su temi esteri in lingua italiana è Misna, nata nel 1997 ad opera di alcuni missionari con vocazione giornalistica e che potevano contare su una rete fittissima di altri missionari che vivono da anni in tutti i paesi del sud del mondo.
E’ anche vero, come si dice nell’intervista sopracitata, che gli italiani, pur essendo dei buoni donatori, sono poco informati su ciò che succede al di fuori dall’Italia. I criteri di notiziabilità nostrani (adottati dai nostri direttori di giornali e testate)  infatti, da sempre, puntano sui temi di politica interna e sulla cronaca. Queste scelte sono giustificate dal fatto che il pubblico italiano non è interessato al development journalism e alle notizie estere in generale. Ma sarà poi vero? Come giustificare allora il successo continuo di una rivista come Internazionale che presenta settimanalmente la traduzione di articoli presi da media stranieri. In generale ogni storia può essere interessante, dipende da come la si racconta e dal tempo che le si dedica. Ad esempio il racconto  delle attività di Coopi tramite il blog era vario e interessante, peccato che sia fermo all’aprile del 2013!

0

Essere presenti sul web è un lavoro complicato

Sempre più i gruppi esteri Aifo sono presenti sul web con propri siti. Come sono fatti? Come si relazionano con i social media? Come metterli in rete con quello italiano?

Il sito web di Aifo ha un ruolo centrale nella comunicazione del gruppo ma la presenza sul web non si limita ma si va sempre più arricchendo con nuove pagine digitali: esiste anche un sito web e una pagina Facebook di Aifo India e di Aifo Brasile.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire come si è arrivati a questa varietà di strumenti per informare.

L’importante è comunicare, bene e tutto
Per una struttura complessa come Aifo una comunicazione di buona qualità verso l’interno e verso l’esterno è una necessità. Scambiarsi informazioni fra le varie parti che compongono un gruppo strutturato in varie organizzazioni in Italia e all’estero, non è un’esigenza di secondo livello ma una priorità. Anche l’immagine complessiva verso l’esterno deve essere coerente e rappresentare bene quello che fa l’intera struttura.
In questo caso sono di grande aiuto le tecnologie digitali che permettono una comunicazione, anche in tempo reale, a costi ridottissimi e garantiscono la possibilità di pubblicare (sul web) informazioni scritte, ma anche multimediali, in modo rapido e sempre con spese contenute.
Aifo ha avuto in questi ultimi anni dei profondi cambiamenti organizzativi e si sta avviando sempre di più verso una sua internazionalizzazione, ovvero nei paesi dove Aifo è più strutturata sono nate delle organizzazioni locali con competenze che riguardano non solo la conduzione di un piano o di un progetto ma anche la raccolta fondi e la comunicazione.
In particolare quando si parla di comunicazione si deve fare i conti con le realtà culturali locali che portano con sé caratteri specifici. Il problema diventa allora quello armonizzare le varie parti e di avere un piano di comunicazione complessivo che identifichi l’azione di Aifo anche se viene svolta in paesi completamente differenti.

Non solo .it ma anche .br e .in
Cerchiamo ora di conoscere da vicino come sono fatti questi siti, sia da un punto di vista grafico che analizzando il tipo di informazione che fanno.
“Brasa” acronimo di Brasil saude e acao (Brasile Salute e Azione) è il nome dell’organizzazione e anche del sito che riporta in alto a destra nella home page il motto “Azioni di valore”.brasile_site
Disposto su due colonne, il sito oltre ad avere i classici riferimenti al “Chi siamo” e a “Contatti”, si suddivide in sezioni denominate “Notizie” e “Articoli” – anche se la distinzione tra le due aree non è chiara – che rappresentano la parte dinamica del sito e le sezioni “Progetti” e “Informazioni tecniche” che raccolgono invece la documentazione di progetti e linee guida.
Nella home page figura un banner su cui scorrono le immagini relative ai pezzi pubblicati sul sito che è stato creato nell’agosto del 2013 e su cui sono stati pubblicati 13 post (uno al mese circa).
Al sito viene associata anche una pagina Facebook; una scelta che bisogna sempre fare dato che oramai la gente raramente va su un sito per leggere qualcosa ma viene portata lì da un social media come Facebook. Questo significa che pubblicare del materiale sul proprio sito è solo una prima parte del proprio lavoro di promozione di contenuto, a cui deve seguire la sua condivisione su Facebook, Twitter e altri social network. Questa “gioco” però funziona se viene fatto con una certa continuità e curando il rapporto con i lettori, i fan, o le persone che si seguono e da cui veniamo seguiti su Twitter. Nel caso di Brasa sono stati fatti pochi post sulla pagina Facebook che ha solo 55 “Mi piace” così come su Twitter vi sono solo due post.

Amici di Roul Follereau, Aifo India” si legge nell’intestazione della home page; a sinistra il logo ben evidente dell’ong madre. Poi due menù sopra e sotto una grande immagine che copre quasi tutta la schermata iniziale. In questo modo accattivante si presenta il sito indiano che con pochi elementi – compreso a destra un bottone rosso per le donazioni – dice subito da chi è fatto e di cosa si occupa; a chiarire ogni dubbio la scritta, in caratteri cubitali posta poco sotto l’immagine grande che recita: ”Siamo un’organizzazione no profit che ha lo scopo di eliminare la lebbra in India, assistere le persone disabili e assicurare una buona qualità di vita a donne, bambini e ad ogni altra persona emarginata”. Il concetto viene rimarcato anche da quattro parole chiave (lebbra/disabilità, salute, educazione, mezzi di sussistenza), messe in evidenza graficamente e che linkano ad un’ulteriore spiegazione.india_site
Il menù in alto riprende gli stessi discorsi dando altre informazioni sul “Chi siamo”, “Dove siamo”, descrivendo le reti a cui essi aderiscono, offrendo la possibilità di fare volontariato .
Il materiale anche se ben suddiviso (eccetto la pagina sui progetti che sono contenuti tutti in un unico lunghissimo articolo) non viene aggiornato con delle novità e anche le parti più interessanti (Life stories) sono solo due, inserite probabilmente fin dall’inizio ma lasciate “sole”.
Più completo invece è il modo in cui il sito si collega ai social network. La pagina Facebook è attiva fin dal 2011 e contiene un certo numero di post, molte foto, ma riesce a raccogliere solo 225 “Mi piace”. Esiste anche un profilo su Twitter sui però sono stati postati solo 5 post in un anno e mezzo di attività. Per completare il quadro della presenza di Aifo India sui social media ricordiamo un canale Youtube (5 video caricati con quasi nessuna visualizzazione) e un recente profilo su GooglePlus dove vengono postati soprattutto i propri video.

Oltre la presenza occorre la continuità
Fare un sito ed essere presenti sui social media o, in altre parole, organizzare la propria attività su internet, è diventata una strada obbligata e i gruppi esteri di Aifo la stanno percorrendo. Occorre però essere sempre presenti on line, vivere la rete, altrimenti i mezzi che utilizziamo perdono velocemente di valore.
Un sito web deve avere sempre un certo aggiornamento e i suoi contenuti devono essere portati sui social media. Ma anche i social media devono essere “abitati”. Oltre a postare bisogna creare attorno a se una rete di lettori/fan/follower così come anche a nostra volta dobbiamo essere lettori/fan/following di qualcun altro. Più la rete di relazione si allarga, maggiori sono gli scambi. I grandi numeri non vogliono dire qualità, questo è vero, ma la qualità viene assicurata se chi sta dietro a queste operazioni ha cura dei contenuti che immette, così come delle relazioni che si intrattengono (le risposte, i commenti …).
Un passo ulteriore è quello di mettere in rete i siti Aifo in Italia, in India, in Brasile scambiandosi non solo i link ma proponendo gli uni agli altri degli articoli da pubblicare.

0

In viaggio verso lo Zavhan

E’ uscita in formato cartaceo la graphic novel che racconta la vita di alcuni disabili della Mongolia attraverso l’uso del fumetto; un modo per raccontare cose difficili con strumenti espressivi facili. Chi è interessato lo può leggere anche on line.
Di seguito invece potete leggere l’introduzione.

zavhan

Tre giri intorno all’ovoo

La prima volta che incontrammo un ovoo fu al confine tra l’Arkhangai e lo Zavhan, due regioni nordoccidentali della Mongolia. Era stato costruito proprio a cavallo di un passo di montagna. Cominciava a imbrunire e il cielo era grigio. Nonostante fosse luglio la temperatura era di poco sopra lo zero. Ebe, il nostro autista, si fermò, scese dall’auto e si avviò verso un cumulo di pietre decorato con le tipiche sciarpe azzurre buddiste e da oggetti colorati non distinguibili in quella luce incerta. Unì le mani nella posizione della preghiera buddista e poi fece tre giri in senso orario intorno al cumulo, fermandosi ogni tanto per raccogliere delle piccole pietre che gettava sulla montagnola. Noi lo imitammo, più per cortesia che per convinzione, eppure, per quanto mi riguarda, quello fu il mio vero ingresso in Mongolia.

L’impegno ventennale di Aifo
Le storie che leggerete in questo libro, storie raccontate attraverso il fumetto, sono il risultato della collaborazione tra Aifo e il Centro Documentazione Handicap di Bologna. Le due organizzazioni nel corso degli anni hanno scritto l’una per l’altra nelle reciproche riviste, hanno partecipato a eventi comuni, appoggiato campagne di sensibilizzazione sulla disabilità. Questa collaborazione ha portato anche alla realizzazione di un corso di formazione alla comunicazione che il sottoscritto ha condotto nell’autunno del 2011 ai responsabili di settore di Aifo.
Uno dei temi fondamentali del corso era proprio quello di come raccontare in modo adeguato ciò che Aifo fa nei paesi del sud puntando su strumenti di comunicazione diversi (articoli, servizi fotografici, video…) e sulla qualità e la cura del prodotto informativo. Avevamo trattato anche della fase successiva a come, cioè, il prodotto informativo poteva essere utilizzato tra i soci dell’associazione e promosso in generale verso le istituzioni, i donors, i semplici cittadini.

Fu così una logica conseguenza l’idea di realizzare ciò di cui avevamo discusso nel corso di formazione, pensando al racconto di un progetto da scegliere nei paesi in cui era presente Aifo. La scelta del paese ricadde sulla Mongolia, un luogo dove l’ong lavora dal 1991 e dove è riuscita a fare riabilitazione su base comunitaria su tutto il territorio nazionale coinvolgendo solo nel 2012 oltre 26 mila persone disabili.
Ma come raccontare nel modo più completo questa situazione? Decidemmo di partire in due persone – e questo fu possibile soprattutto grazie a Francesca Ortali, responsabile progetti esteri di Aifo – io come giornalista e Salvo Lucchese come operatore, in modo da poter raccogliere le storie non solo attraverso delle parole ma anche attraverso delle immagini. Il frutto del nostro lavoro lo potete trovare nei brevi documentari caricati nel canale Vimeo (http://vimeo.com/aifo/videos) e nelle gallerie fotografiche su flickr (http://bit.ly/1fIDVRI); mentre il servizio giornalistico lo potete leggere nel numero 4 della rivista Accaparlante. Per ultimo abbiamo realizzato, grazie a Giuliano Cangiano, in arte solo Kanjano, questo fumetto che si basa sulle storie che abbiamo raccontato sia nei video che nei resoconti scritti, ma che, come abbiamo visto strada facendo, ha via via preso una sua fisionomia tutta originale visto che si tratta di un mezzo espressivo del tutto diverso rispetto ai precedenti.

Il libro inizia con un capitolo dedicato a un sintetico quadro storico, politico e sociale della Mongolia che è in assoluto uno dei paesi più originali del nostro pianeta. In successione trovate le storie di una persona disabile abitante a Ulaanbaatar, di un gruppo di mamme di bambini disabili della regione dello Zavhan e di una bag feldsher, una particolarissima infermiera che presta servizio a cavallo o su un cammello aiutando la popolazione nomade.
In appendice troverete invece due sezioni che hanno una funzione più didattica; nella prima parliamo della Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone disabili e nella seconda spieghiamo in cosa consista la riabilitazione su base comunitaria (RBC).

In viaggio con Ebe e Tuki
Dei 13 giorni, aeroporti esclusi, che abbiamo passato in Mongolia, sei ne abbiamo passati a bordo di un fuoristrada Toyota, questo perché da Ulaanbaatar a Uliastaj, la capitale dello Zavhan dove eravamo diretti, i 1200 chilometri da percorrere solo in minima parte erano su strada asfaltata, ma spesso si trasformavano in strade di ghiaia e altre volte in semplici piste sull’erba. Avevamo però un autista d’eccezione, Ebe, che oltre ad essere uno dei coordinatori delle attività di Aifo, ha dimostrato una conoscenza dei luoghi veramente speciale.
La prima volta che siamo saliti in macchina con lui, eravamo da poco atterrati all’aeroporto di Ulaanbataar, ci ha portato a casa di Bayaraa, il primo dei personaggi che troverete in questo libro. Bayaraa abita nella periferia della capitale che è circondata da una corona di gher, le tipiche tende mongole. In questa città che cresce di anno in anno ad un ritmo molto elevato, i nuovi arrivati si stabiliscono ai margini della capitale e, dato che la terra non costa niente – lo spazio libero qui e come l’aria, senza fine – basta una semplice registrazione per avere diritto ad una certa metratura di terreno al cui interno gli immigrati erigono la loro tenda o a volte una casetta di legno. Bayaraa ci aveva accolto in un modo molto cordiale e fin dalle prime battute avevamo capito che era una persona con cui sarebbe stato facile costruire una buona intervista. Abbiamo conosciuto quel giorno solo un figlio, mentre nel secondo incontro, avvenuto dieci giorni dopo, abbiamo potuto conoscere la famiglia quasi per intero. Una famiglia molto unita.
Il giorno dopo siamo partiti alla volta dello Zavhan e abbiamo viaggiato per quasi tre giorni di seguito. Uliastaj con il suo isolamento estremo ci è parso un luogo quasi incantato. Qui abbiamo incontrato prima Demchigsuren, un chirurgo e dirigente sanitario locale che ha sposato la causa della riabilitazione su base comunitaria e poi un gruppo di mamme che da una settimana viveva assieme a due specialiste di RBC per parlare dei loro figli disabili. Questa storia la conoscerete bene attraverso le tavole del fumetto che troverete nel libro; uno cosa però non poteva rientrare nei disegni direttamente e allora la riporto con delle parole. Anche se eravamo in Mongolia, anche se le madri erano delle nomadi con una cultura e uno stile di vita quanto di più lontano da una madre occidentale e italiana, ho rivisto in loro lo stesso atteggiamento di cura, di partecipazione, di testardaggine e di resistenza (ma potrei continuare ancora a lungo con le precisazioni) che ho incontrato tante volte nelle mamme italiane che ho conosciuto lavorando con i disabili: erano le stesse persone ed erano trasportate dallo stesso amore verso i loro figli.

In quei giorni abbiamo intervistato anche persone disabili adulte (non le troverete in questa pubblicazione, ma nei video e nel reportage) e abbiamo conosciuto la loro determinazione e la loro voglia di vivere come gli altri, di avere le stesse opportunità. In tutti questi incontri è stata fondamentale come interprete Tuki – anche lei responsabile delle attività di Aifo nel paese – ma anche come organizzatrice.
Nel libro è presente invece un personaggio molto particolare, una bag feldsher, un’infermiera a cavallo che abita in un’alta valle di montagna a qualche decina di chilometri da Uliastaj; in quel luogo regna il silenzio più assoluto, fatto eccezione per il sibilo del vento. Questo è stato un incontro difficile per il tipo di persona che ci siamo trovati di fronte, una donna molto competente e motivata ma anche riservata e taciturna; paradossalmente, se l’intervista è riuscita solo in parte (e lo potete constatare anche nel video), le emozioni che abbiamo provato in quella tenda con Munguntsetseg e la sorella (una signora anziana con problemi mentali), sono state molto intense e forse tramite il fumetto, abbiamo potuto dire qualcosa di più su questa persona veramente particolare (chissà se mai le arriverà tra le mani questo libro).

A nord di Uliastaj si sale per una collina su cui sorge uno stupa, il monumento spirituale che rappresenta il corpo del Buddha. Si percorre un sentiero ripido che simbolizza a sua volta il percorso verso l’illuminazione e la liberazione. Ma io e Salvo abbiamo risalito la collina al tramonto e il sole stava calando rapido sulla valle immensa che si apriva davanti a noi. Alle nostre spalle le divinità, racchiuse nelle loro costruzioni bianche e azzurre, guardavano anche loro, con occhi ardenti, la valle. Stava facendo sera e il nostro lavoro era ormai finito: potevamo tornarcene a casa.

0

Escola Familia Agricola dona un futuro migliore ai giovani contadini del Tocantins

Carlo e Grethel sono due volontari che hanno deciso di passare alcuni mesi in Brasile per conoscere direttamente il lavoro di Aifo nel grande paese sudamericano. Ecco come raccontano un’importante esperienza di formazione professionale

009

Foto di Carlo Cerini e Grethel Gianotti

di Carlo Cerini e Grethel Gianotti
Percorrendo l’estesa area rurale del municipio di Porto Nacional risulta incomprensibile come lo sviluppo di uno stato di nuova creazione come il Tocantins, fondato nel 1988 dalla separazione dello stato del Goiàs, si sia dedicato quasi esclusivamente alla moderna capitale Palmas, dimenticandosi di una superficie di 4.500 km² di cerrado amazzonico (la savana brasiliana). Oggi ci vivono oltre 50 mila persone, molte delle quali concentrate a Porto Nacional, tralasciando progressivamente quello che tutt’ora rappresenta il cuore dell’economia dello stato: la coltivazione della terra.

E’ qui che Comsaude nel 1993, con il sostegno di Aifo, trasformò una piccola associazione nata per la formazione di giovani agricoltori in un punto di riferimento educativo per questo e i municipi adiacenti: la Escola Familia Agricola di Porto Nacional (EFA). La motivazione iniziale fu proprio la necessità di fornire una formazione scolastica adeguata ai figli dei contadini, al fine di contrastare il loro esodo verso la città. Ma nel tempo EFA si affermò come una vera e propria isola felice all’interno di un’area rurale mai del tutto sviluppata, diventando nel 2004 la prima Scuola Agricola del Brasile ad essere inserita nel sistema scolastico pubblico.

016

Foto di Carlo Cerini e Grethel Gianotti

Professionalità, solidarietà e vita comunitaria
Arriviamo alle ore 7:30 di una piovosa mattina di marzo e le prime lezioni sono già in corso. Fin da subito comprendiamo come siano rimasti inalterati i principi cardine su cui Comsaude si propose di investire vent’anni fa: partecipazione e vita comunitaria, realizzata attraverso la permanenza degli alunni giorno e notte nella struttura; motivazione personale, espressa dalla volontà dei ragazzi di migliorare la propria condizione di svantaggio sociale; apprendimento professionalizzante, con materie tecniche come zootecnia e agronomia in aggiunta alle tradizionali materie di base. Il tutto cementato da un forte sentimento solidale e realizzato in un’area di 38 ettari completamente immersa nella natura.
EFA provvede tramite due autobus privati al trasporto dei 240 alunni che provengono da diversi municipi, alcuni lontani fino a 350 km. I ragazzi, quasi tutti figli di agricoltori e divisi equamente nelle classi di istruzione primaria e media, si alternano trascorrendo una settimana nella struttura e la successiva a casa con le proprie famiglie.

032

Foto di Carlo Cerini e Grethel Gianotti

La scuola mantiene un legame costante con le famiglie, mettendo al loro servizio le innovazioni tecniche sviluppate nel percorso didattico, in un’ottica di reale crescita della comunità.
Una zona dedicata alla suinocoltura, due stalle per bovini, serre artigianali e un piccolo allevamento di pollame garantiscono esercitazioni pratiche e autosostenibilità alimentare. Un grande refettorio, una biblioteca e un laboratorio informatico completano il quadro.
Oggi è venerdì, il giorno in cui le lezioni si concludono con un incontro aperto tra professori e studenti. Questo spazio ha lo scopo di offrire momenti di riflessione comune, compilare questionari di autovalutazione sulla qualità dell’offerta formativa, far emergere eventuali problematiche sorte durante la settimana.

Garantire a tutti gli studenti un apprendimento paritario
Incontriamo il direttore, che ci spiega quali siano gli intenti della scuola: “Il personale è composto da 36 elementi e tutti sono considerati professori, in quanto ognuno, dal sottoscritto agli inservienti della cucina si assume un compito educativo costante nei confronti dei nostri ragazzi”. Una vera rivoluzione culturale che non manca però di fare i conti con una realtà difficile. Prima di tutto dal punto di vista economico. Comsaude non cessa di dare il proprio supporto nonostante le difficoltà attuali, ma l’altro principale finanziatore della scuola, il governo del Tocantins, spesso non garantisce la costante retribuzione mensile del personale.
Un altro problema è rappresentato dal fatto, come sostiene lo stesso direttore, che una filosofia educativa basata sul principio di solidarietà si scontra inevitabilmente con la necessità di garantire un apprendimento paritario per tutti gli studenti. Gli studenti infatti vivono in zone dove non esistono scuole preparatorie per la prima infanzia, né trasporti pubblici o privati per raggiungere quelle esistenti. Spesso gli ambienti familiari problematici che questi ragazzi devono affrontare, contribuiscono a ritardare l’inizio del percorso scolastico.

029

Foto di Carlo Cerini e Grethel Gianotti

E’ a causa di questo contesto che EFA non ha esame d’ingresso, proprio per garantire la possibilità di una formazione anche a coloro che provengono da situazioni più svantaggiate. Il risultato è che la scuola è formata da classi con fasce di età variabili dai 6 ai 35 anni e livelli di preparazione assai disparati che devono essere riequilibrati.
Basta parlare con gli studenti per capire come EFA offra molto di più di un semplice percorso scolastico. “Mio padre e i miei fratelli frequentarono questa scuola, e ciò mi ha motivata a intraprendere lo stesso percorso per proseguire il loro lavoro – dice una ragazza di una classe media – EFA ci dà la possibilità di smentire il pregiudizio che gli studenti delle scuole cittadine abbiano un insegnamento migliore”.
Alcuni hanno anche frequentato diverse scuole pubbliche e private prima di iniziare l’EFA, evidenziandone le differenze. “Qui tutto il personale si mostra realmente coinvolto e interessato alla vita degli studenti e alla loro motivazione personale”. Diversi studenti mostrano di aver pienamente compreso il senso stesso per cui fu creata la scuola (“Il mio sogno è quello di poter mettere il mio lavoro al servizio della comunità”).
Ripercorriamo il cerrado e torniamo verso la città, convinti di aver compreso uno dei valori fondamentali da cui la costruzione della nuova società brasiliana non può assolutamente prescindere: garantire pari opportunità.

Comsaude: un aiuto concreto ai poveri di Porto Nacional
Il progetto di Aifo mira a migliorare le condizioni socio-sanitarie della popolazione del Municipio di Porto National attraverso potenziamento delle capacità di gestione e miglioramento dell’impatto dei programmi di sviluppo sociosanitario  promossi dall’ong locale “Comunidade de Saúde, Desenvolvimento e Educação” (Comsaude). Questa associazione opera nei quartieri più poveri di Porto Nacional per affrontare la difficile situazione socio-sanitaria di numerose famiglie. Le attività sviluppate si dividono in tre aree d’intervento: sanitaria, sociale ed educativa. Le attività sociali ed educative riguardano innanzitutto la formazione professionale della popolazione, soprattutto attraverso il sostegno della scuola Famiglia Agricola.