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Refugees Welcome… in famiglia

Contro le politiche restrittive del governo verso i migranti la società civile reagisce

(articolo pubblicato sulla rivista Amici di Raoul Follereau settembre-ottobre 2019)       

“Prendeteli a casa vostra allora!”, terminano spesso così le discussioni in Italia tra chi chiede maggiore attenzione e protezione verso i migranti e chi invece in nome della sicurezza e del realismo nazionalista (“prima gli italiani”) pensa di risolvere questa situazione con leggi più rigide in materia di sicurezza e di riconoscimento di protezione del migrante. E sono sempre quest’ultimi che pronunciano la fatidica frase con la convinzione di far tacere l’avversario: ma l’avversario non tace, ribatte anzi dicendo: ”Babukar in effetti abita con noi da tre mesi”.
        Sono sempre di più, infatti, le famiglie in Italia che decidono di fare qualcosa per la situazione che si è creata dopo l’approvazione a fine del 2018 del cosiddetto Decreto sicurezza voluto fortemente dal ministro degli Interni  Matteo Salvini e che ha reso difficile la vita a decine di migliaia di migranti con un permesso per motivi umanitari – abolito dalla nuova normativa – che prima potevano sperare in un percorso di inserimento sociale e che ora devono trovare altre strade, non ultima quella dell’irregolarità.

Se la società civile si organizza
Non sono famiglie che da sole decidono di accogliere, ma dietro c’è un’organizzazione, come è il caso di Refugees Welcome Italia, un’associazione costituitasi nel 2015 e che fa parte di un network europeo, il cui primo nodo fu fondato a Berlino nel 2014 e che oggi coinvolge 15 paesi diversi.

        In Italia il gruppo direttivo, che ha sede centrale a Roma, è composto da professionisti che già si occupavano di politiche dell’accoglienza e di inclusione sociale. Il loro modello di intervento vede al centro la famiglia all’interno della quale un migrante può arrivare a comprendere meglio la società in cui è arrivato, in termini culturali, sociali e costruire delle vere relazioni. È all’interno di una famiglia che il ragazzo o la ragazza possono intraprendere un percorso che li porterà all’inclusione e all’autonomia. I migranti di cui stiamo parlando sono quelli che hanno già ricevuto lo status di rifugiato o una qualche forma di protezione e che stanno lasciando il sistema di accoglienza. Fuori il percorso può diventare difficile soprattutto se il sistema di accoglienza non ha fornito dei ponti o, nel migliore dei casi, è servito più come bolla di sapone che ha avvolto il migrante.
        L’associazione non opera solo a Roma ma ha una ventina di gruppi territoriali in varie regioni italiane e recentemente anche AIFO è entrata in questo circuito.
        La piattaforma digitale utilizzata dall’associazione è il primo strumento con cui si può entrare in contatto con l’organizzazione e ci mostra come la collaborazione può assumere aspetti diversi. Se da una parte lo stesso migrante può iscriversi al network per la ricerca di una casa, dall’altra il volontario può proporsi non solo come famiglia che ospita in casa propria un migrante ma anche come attivista che aiuta a formare gruppi locali e/o organizza eventi, la stessa cosa la può fare anche un gruppo organizzato o un ente locale.
        Nei primi sei mesi del 2019 sono state 600 le famiglie che hanno dato la loro disponibilità a ospitare, ben 100 al mese. Ma chi sono queste famiglie? Sono soprattutto coppie con figli (30%), a seguire persone singole (28%), coppie senza figli (23%) e infine coppie con figli adulti fuori casa (11%).

Dalla parte di chi apre le porte
       
Dal 2016 esiste a Bologna il Progetto Vesta – prende il nome dalla dea romana del focolare domestico – che raccoglie la disponibilità delle famiglie a ospitare i richiedenti asilo. Il progetto è gestito dalla cooperativa sociale Cidas e anche in questo caso il sito è un importante momento dove raccogliere le adesioni. Chiunque può candidarsi per l’accoglienza – single, coppie, famiglie con figli – le disponibilità vengono poi prese in carico dagli operatori del Cidas che forniranno anche un corso di formazione. Alle famiglie vengono dati 350 euro al mese e di solito l’accoglienza dura dai sei ai nove mesi.

        Le forme di volontariato possono essere diverse; c’è chi può proporsi come tutore per rappresentare legalmente un minore straniero non accompagnato, oppure fare del volontariato di affiancamento alla famiglia ospitante; è possibile anche diventare affidatario di un minore.
        Il progetto Vesta, che si rivolge ai ragazzi che escono dal circuito di accoglienza degli Sprar, sta avendo un buon successo e sono già decine le famiglie che accolgono migranti a Bologna, a Ferrara e anche altrove visto che la sua copertura territoriale si sta espandendo.

Famiglie con storie diverse
        Non amano definirsi eroi, anzi, di solito tengono un profilo molto basso le famiglie che si aprono all’accoglienza dei migranti ma hanno tutti una forte consapevolezza di quello che fanno: “L’atto privato di accogliere è un atto politico” dice Laura; “Quello che ci ha portati a ospitare è stata la reazione che hanno avuto gli abitanti del nostro quartiere all’apertura di un centro di accoglienza” affermano Ludovica e Alessandro; “Sentivo di dover fare qualcosa contro un clima di cattiveria che si sta diffondendo in Italia… e questo nel mio piccolo” dice Norberto.

        Gli esiti di questi incontri sono imprevedibili e chi aiuta a volte non si trova più nella sua posizione di partenza. Dice Chiara: “Ospito una donna somala della mia stessa età ed è diventata la mia coinquilina con cui alla sera, a fine giornata, ci raccontiamo le cose che ci sono successe ed è un continuo aiutarci a vicenda”. Così una coppia di coniugi anziani con i figli grandi fuori casa che affermano: “Oramai è lui che aiuta noi durante la giornata”.

        Non mancano le difficoltà quando persone appartenenti a culture così distanti vanno ad abitare assieme.“Durante i primi giorni di convivenza – ricordano sorridendo Andrea e Bruna – i nostri due giovani ospiti afgani si sono alzati all’alba per mangiare perché dopo non avrebbero più potuto farlo fino al tramonto per via del Ramadan. Ci tenevano svegli, poi ci siamo capiti su come non disturbarci l’uno con l’altro”.
        “Vivian con i suoi bambini hanno portato molta allegria a casa nostra – affermano due anziane signore che abitano in campagna – ma abbiamo dovuto fare i conti con dei ritmi giornalieri molto diversi, una concezione del tempo e degli orari diversi”.
        Nando invece è preoccupato del legame che si sta instaurando: “Noi siamo solo un momento di passaggio per Ibrahim, non vorrei che lui si affezionasse troppo a noi, perché la nostra disponibilità è limitata e il nostro scopo è quello di aiutarlo nel suo inserimento sociale. A volte temo che pensi di aver trovato la famiglia che non aveva avuto nel suo paese, ma purtroppo non è così”.

        Le famiglie accoglienti non possono essere l’unica risposta a un tema così complesso e globale che può essere trattato solo a livello nazionale e internazionale, ma sono un esempio di come a livello famigliare ci si possa opporre a delle politiche umanamente ingiuste seguendo dei principi diversi. Ricorda Nicodemo, membro di una famiglia ospitante: “La prima volta che ho visto Abimbola era in mensa e quando gli ho chiesto come va, lui mi ha detto: ‘Io sto aspettando qualcuno che mi aiuti’, così io l’ho aiutato”.

Le malefatte del decreto sicurezza
        Il decreto (Legge n. 132 /2018) si occupa di vari temi che riguardano la sicurezza, come i beni sequestrati alla mafia, i maltrattamenti in famiglia, l’uso del taser… ma a noi interessa quell’ampia parte che riguarda l’immigrazione e che ha portato molti cambiamenti purtroppo negativi.

        È stato abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari che durava due anni e permetteva l’accesso al lavoro, alla casa, al sistema sanitario. Al suo posto sono stati introdotti dei permessi speciali che durano un anno, più difficili da ottenere (permesso per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine).
        Il soggiorno per motivi umanitari riguardava quasi la metà dei richiedenti, ma questo una volta scaduto verrà rinnovato per lo più sotto forma di permesso di soggiorno per motivi di lavoro, un tipo di permesso più difficile da ottenere. Questa situazione avrà come effetto immediato la produzione di un enorme numero di migranti irregolari sul nostro territorio che non avranno nessuna garanzia in termini di salute, casa e lavoro, anzi potranno essere più soggetti allo sfruttamento e alla devianza sociale. Secondo le stime il numero degli irregolari che si creerà entro il 2020 sarà di circa 60 mila persone, una piccola città.
        Un’altra norma del decreto aumenta il periodo obbligatorio di permanenza dei migranti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) dove vengono identificati, portandolo da 90 a 180 giorni.
        Infine viene ridisegnata la rete Sprar, l’accoglienza detta di secondo livello e gestita anche dagli Enti Locali, che garantiva dei corsi di lingua e di formazione professionale: chi potrà accedere a questo tipo struttura saranno solo i minorenni e i titolari di protezione internazionale.

#Io accolgo
Forse vi sarà capitato di vedere nella vostra città un folto gruppo di persone sedute su una scalinata, imbacuccate in coperte termiche dorate (quelle in cui vediamo avvolti i tanti migranti salvati nel Mediterraneo), oppure di vedere quelle stesse coperte luccicare da finestre e da balconi.
        Quelle persone aderiscono alla campagna nazionale #Ioaccolgo e le coperte dorate ne sono il simbolo; stanno manifestando per sensibilizzare i mass media e la popolazione locale contro le politiche restrittive dell’attuale governo nei confronti dei richiedenti asilo e dei migranti, politiche che confliggono con i nostri principi costituzionali.
        La campagna è promossa da 46 organizzazioni sociali e si propone di dare la visibilità che meritano a tutte le esperienze diffuse di solidarietà e di accoglienza esistenti in Italia.