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Il ruolo della fotografia nell’informazione

Azimut; corso di fotogiornalismo e rappresentazione dei profughi all’interno di un progetto del Tavolo della Pace di Piacenza, con la collaborazione delle scuole Romagnosi (maggio 2015).

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Raccontare con il video, intervista a Elisa Mereghetti

Tra tutti gli strumenti di comunicazione che possiamo usare, quello audiovisivo sembra essere il più seducente. In una società basata sull’informazione video, dove s’impara sempre di più “vedendo”, utilizzare una videocamera per raccontare quello che si sta facendo o per promuovere le proprie iniziative, sembra essere la scelta più efficace e facile da realizzare.
Sulla facilità d’uso degli strumenti audio video per comunicare però bisogna andare cauti, perché se è vero che sono sempre più perfezionati e facili da usare, è anche vero che occorre avere una formazione di base, per evitare gli errori più comuni cui vanno incontro le persone con meno esperienza.
Come realizzare allora un buon video per la propria associazione, per il proprio gruppo? Ne abbiamo parlato con Elisa Mereghetti, regista e documentarista che ha diretto oltre 40 documentari, con particolare attenzione alle tematiche antropologiche, della condizione femminile e dello sviluppo nel Sud del mondo.

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Cosa ti ha portato a occuparti di sviluppo e di tematiche sociali del sud del mondo?
Dal 1984 al 1989 ha lavorato presso la RAI Corporation di New York come produttrice e assistente alla regia, quando sono tornata in Italia, ho cominciato a lavorare per le Ong e la prima è stata Aifo. Raccontare lo sviluppo attraverso i documentari, documentare i propri progetti con i video non era un’idea diffusa agli inizi degli anni ’90 e posso dire che Aifo è stata un’antesignana in questo settore. In quegli anni abbiamo lavorato molto assieme, oltre agli spot per la Giornata Mondiale dei malati di lebbra e altri video di tipo più istituzionale, abbiamo girato dei documentari sui progetti in Guyana, Brasile e Indonesia, dove abbiamo realizzato un lavoro dal titolo “Il mugnaio il contabile e altre storie”, dove si parlava delle persone con disabilità dell’isola di Sulawesi e delle esperienze di riabilitazione su base comunitaria là realizzate.

Se si vuole realizzare un video di quali strumenti si deve disporre?
Oggigiorno è possibile acquistare videocamere a basso prezzo e di buona qualità, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Poi altre a una macchina per riprendere bisogna dotarsi di un programma per fare il montaggio video al computer. Anche di questi software ve ne sono diversi buoni e a un buon prezzo. Il problema fondamentale da affrontare non è economico ma tecnico: bisogna saperli usare o almeno avere un minimo di competenze tecniche.

Quali sono gli errori cui si va incontro più di frequente e che cosa possiamo fare per evitarli?
Gli errori dipendono dal tipo di video che si vuole realizzare, ma se proprio vogliamo pensare a una serie di errori tipici durante le riprese il primo riguarda la luce. La luce è essenziale, un’immagine buia o dove la luce fa comunque un cattivo servizio, significa rovinare il nostro lavoro. Il problema della mancanza di luce si fa sentire più negli ambienti chiusi, in questo caso potremmo avere bisogno di faretti; adesso si possono acquistare quelli con le lampadine a led di cui puoi variare l’intensità. L’altro errore comune, di cui di solito si sottovaluta l’importanza, è l’audio. Anche se ho delle riprese video buone ma il parlato non si riesce a comprendere, il lavoro finale sarà di scarsa qualità; quindi bisogna avere una grande attenzione a dove si posiziona il microfono o dove si mette la videocamera se ha il microfono incorporato.

Se un volontario o un socio decide di realizzare un video su un evento che ha organizzato che consigli avresti da dargli?
Se immaginiamo di voler filmare un evento come una conferenza, un dibattito o una presentazione bisogna posizionare la videocamera non lontana dai relatori; è meglio avere dei piani più ravvicinati delle persone che parlano. Filmare un evento non è facile, perché è tutto un parlato, si rischia di avere alla fine un video noioso. Occorre allora sintetizzarlo, occorre lavorare sulla sintesi più che sulla documentazione e nel montaggio bisogna utilizzare le riprese fatte nell’ambiente circostante, dei dettagli che possono diventare interessanti o dei personaggi curiosi.
Se invece vogliamo realizzare un’intervista a una persona, o addirittura un personaggio noto, allora dobbiamo riprendere il suo mezzo busto o anche un primo piano. Nel linguaggio delle immagini più si mette in primo piano una persona e più ci si avvicina a un discorso intimo, personale, comunque importante.

Filmare un evento significa anche programmare qualcosa prima o ci si può affidare al caso?
E’ sempre meglio pianificare ogni cosa, andare là un po’ preparati, non dico di scrivere una sceneggiatura ma avere ben chiaro cosa vogliamo comunicare. Il passo successivo è quello di decidere come comunicare il nostro tema. Vogliamo dare al tutto un senso di dinamismo? Allora possiamo raccontare un evento a partire dai soci Aifo che fin dalla mattina cominciano a organizzarsi, escono da casa, s’incontrano e allestiscono la sala. E’ solo un esempio, quello che importa è che come si pianifica l’organizzazione di un evento, così si dovrebbe anche pianificare la sua parte video. Occorre avere fantasia, invece di documentare l’evento, si può prendere spunto da esso per raccontare una storia, inventarsi qualcosa, fare finta di essere un giornalista ad esempio: basandosi su questo modello narrativo si realizzerà un video simile a quelli realizzati nei telegiornali.

E a proposito della durata dei video che tempi ci dobbiamo dare?
Adesso i video passano tutti per il web e lì la gente non è disposta a vedere qualcosa che dura di più di qualche minuto. Noi dobbiamo regolarci di conseguenza, riuscire a rendere la nostra idea con dei filmati che stanno nei tre minuti. Anche questo però non può essere una regola generale, se vale per un video fatto su evento, magari può non valere se si intervista una persona che dice cose molto interessanti.
Penso comunque che i filmati brevi siano più efficaci, dobbiamo riuscire a essere sintetici; si vuole fare della documentazione, è meglio farla con documenti scritti, non con un video.

Ma siamo tutti video maker, come siamo tutti giornalisti grazie alla tecnologia digitale?
Tutti possono fare dei video, ma non da professionisti. In un ambito di volontariato e di associazionismo ci si può comunque organizzare, soprattutto grazie ai più giovani che sanno usare le tecnologie multimediali. Occorre coinvolgere i giovani nella comunicazione. Occorre coinvolgere i figli dei volontari per realizzare dei servizi video.

(articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” nel numero di maggio)

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Sopravvivere allo zud bianco

baby on the way of Arkhangai

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Mi chiamo Narantsetseg (Fiore del sole) e sono una pastora. Abito con mio marito e tre figli nella zona tra la provincia dello Zavhan e dell’Uvs, nel nord ovest della Mongolia. Per raccontare la mia storia devo ritornare indietro con la memoria, devo ricordare l’inverno del 2010.
Quella mattina quando sono uscita dalla mia gher, non riuscivo ad aprire la porta di legno: aveva nevicato tutta la notte e la neve si era accumulata lì davanti. Non era stata una semplice nevicata, ma una tormenta durata giorni: noi la chiamiamo zud. Ce ne sono di tipi diversi di zud, quello del freddo, quello del ghiaccio, il nostro è stato uno zud della neve, ma anche le temperature sono rimaste per giorni a 40 gradi sotto lo zero. Quando finalmente sono uscita dalla gher e mi sono guardata attorno, ho capito che i nostri animali non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere e, se loro non ce la facevano, anche noi non avremmo avuto da mangiare.
Alcune capre erano già morte per il freddo e le altre non avevano più un prato dove brucare l’erba; per via della neve non potevano più mangiare. Non siamo stati i soli della zona ad aver avuto questo problema, senza animali una famiglia di pastori non può sopravvivere.

Io ho avuto la fortuna di essere in contatto con una feldsher (un’infermiera nomade che si sposta con il cavallo n.d.r.) che lavora assieme a tante altre persone che a loro volta si occupano di salute. Dei miei tre figli uno non ha mai camminato, nemmeno adesso che ha 15 anni e per via di questo figlio faccio parte anch’io di questo gruppo dove si parla dei problemi dei figli con disabilità, di salute, alimentazione e lavoro. Lì ho saputo che ai figli non bisogna dare solo carne e latte ma anche delle cose diverse che sono importanti per farli crescere bene, come le verdure e la frutta, prodotti che da noi sono rari per via del clima. Ma adesso il nostro problema era più grave, non si trattava di scegliere cosa mangiare, non avevamo nemmeno più la carne. Sempre lì ho saputo che era possibile avere in prestito degli animali, farli riprodurre, vendere latte e lana e poi ridarli indietro tenendoci i capi in più. E’ quello che abbiamo fatto io e mio marito e siamo stati bravi nel farlo; ora abbiamo di nuovo le nostre capre, adesso posso anche pensare di dare della verdura ai miei figli.

Il problema della fame in Mongolia e l’azione di Aifo
In questo grande e poco popoloso paese centroasiatico l’eliminazione del problema della fame sta facendo dei progressi; se nel 1996 ogni abitante poteva disporre di 2.039 calorie, nel 2012 queste calorie erano diventate 2.463. Se andiamo a vedere la percentuale della popolazione che soffre di sottoalimentazione, se nel 1999 era il 38% del totale, nel 2012 era diminuita al 24%, cioè vale a dire quasi un quarto dei 2.900.000 mongoli ha fame, un percentuale che rimane comunque preoccupante.

Il problema della fame in Mongolia non è dovuto solo alla povertà ma anche a un clima poco clemente. Le temperature sono sotto lo zero per nove mesi l’anno e hanno delle punte in cui si superano i 50 gradi sotto lo zero. In particolare il paese è soggetto alle tormente di neve o ghiaccio (gli zud) che possono uccidere gli animali dei pastori nomadi che rappresentano ancora il 25% della popolazione. Sono stati letali gli zud del 2000, del 2001 e del 2010. Di fronte a queste calamità le autorità mongole non sono ancora attrezzate. Un altro problema di malnutrizione è rappresentato anche dalla particolare dieta mongola basata per lo più sulla carne che priva i bambini dei micronutrienti (sali minerali e vitamine) essenziali per il loro sviluppo fisico e mentale.

Aifo è presente in Mongolia da 24 anni ed è stata la prima Ong italiana ad arrivare là dopo la fine del comunismo. “Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del Settore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea. Questo progetto aiuta economicamente le famiglie di pastori grazie ad un prestito di bestiame che viene ridato indietro dopo un certo periodo. Le famiglie vengono anche inserite in una rete di riabilitazione su base comunitaria, dove si promuovono anche le buone prassi per una corretta alimentazione.