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A proposito della web serie “Status”

riunione di un gruppo di cooperanti attorno ad un tavoloCiao Nicola,
sono Andrea Tolomelli e al CEFA mi occupo di mediterraneo ed EAS. Ho letto sul blog i tuoi commenti su Status. Ovviamente ciascuno è assolutamente libero di pensarla come vuole, ci mancherebbe altro. Volevo solo raccontarti come sono andate le cose e perché il prodotto è quello che hai visto. Uno dei tre registi, Renato Giugliano, aveva già realizzato due docufilm, “Cooperanti” e “Aller et Retour” che raccontavano progetti con al centro gli stessi operatori umanitari.
Nel caso di Status, che peraltro non abbiamo prodotto noi ma si è autoprodotto vincendo il Milano film festival dedicato al web, i tre registi hanno deciso di fare una fiction che avesse come sottofondo la cooperazione internazionale, ma che non parlasse di cooperazione internazionale. Noi abbiamo dato loro informazioni sul contesto, su come si comportano i cooperanti (il discorso del capoprogetto, i sogni della cooperante, la soluzione agronomica per la vite sono esempi veri), su com’era l’Albania a fine anni 90 (lì c’ero proprio io). Li abbiamo fatti parlare con i nostri partner locali albanesi per avere un quadro chiaro su cui loro, poi, hanno montato un giallo. Onestamente la web serie non aveva scopi didattici, ma di intrattenimento. Nel film ci sono personaggi positivi (la ragazza, i personaggi in sede, la controparte locale), negativi (il sindaco corrotto) ed equivoci (il protagonista), ma essendo un giallo credo ci stia.

P.s. Ho visto Perfect Day e devo dire che il film mi è piaciuto, ma anche lì la figura del cooperante è sempre la stessa, mezzo indiana jones (e io quello non l’ho davvero mai incontrato), attempato e con la bella ingenua e giovane.

 

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Al cinema gli operatori umanitari son tutti giovani e belli

movie-melanie-640921_0x440Quando il cinema si occupa di personaggi che hanno a che fare con il mondo dell’aiuto umanitario, questi personaggi tendono a diventare, nei copioni delle sceneggiature, degli eroi un po’ maledetti, oppure dei sognatori; hanno commesso qualche colpa cui devono rimediare o ne commettono ancora, nonostante l’aiuto che danno al prossimo. Insomma sono tutti personaggi estremi, tesi, mai personaggi normali, come di fatto sono la maggior parte degli operatori umanitari.

La regista danese Susanne Blier ha fatto almeno due film che riguardavano l’aiuto umanitario.  Nel film “Dopo il matrimonio” (2006) il protagonista è un volontario che lavora in un orfanatrofio indiano e ha un passato torbido, di uomo infedele e incostante che si redime diventando volontario. In un film successivo (“In un modo migliore”, 2010) il discorso delle Blier si fa più complesso e interessante. Qui il protagonista è un medico chirurgo impegnato in Africa. Gestisce un ospedale in un campo profughi dove i segni di una violenza inaudita sono il pane quotidiano. Quando torna nella sua famiglia in Danimarca si trova ad affrontare una situazione di sopruso e, cercando di insegnare a suo figlio un metodo civile per rispondere a questa situazione, innesca una serie di atti imprevisti che metterà in crisi anche il suo equilibrio di operatore umanitario, che aiuta tutti in modo indistinto – di fatto permetterà il linciaggio, all’interno del suo ospedale, di un signore della guerra autore di tanti omicidi.

Nel 2014 l’ong Cefa produce una web serie intitolata “Status, tratta dai racconti dei propri volontari che cooperano in Albania; qui il protagonista è un piccolo spacciatore di Bologna che, per riuscire a mantenere il rapporto con la sua ragazza impegnata nell’aiuto umanitario, diventa pure lui cooperatore (da spacciatore a cooperatore!) trovando una sua via di redenzione. Insomma il clichè dell’operatore umanitario dal passato oscuro tende sempre a riemergere nei copioni cinematografici. La mia esperienza personale degli operatori umanitari non è certamente questa.

Un po’ diverso il discorso per quanto riguarda “Perfect Days”, il recente di film del regista spagnolo Fernando Leon de Aranoa che conosce molto bene il mondo della cooperazione, avendo girato un documentario in Africa con “Medici senza Frontiere” e l’Unhcr e un’altro in Bosnia nel 1995. Vengono descritte bene certe situazioni tipiche, come il contrasto tra i militari e gli operatori umanitari che alla fine devono sempre ubbidire perché il potere è comunque nelle mani dei primi. Come ha sottolineato tante volte David Rieff, il mondo umanitario, o meglio  la sua versione più interventista e politicizzata, spesso invoca l’intervento militare, ma questo accoppiamento (militare/umanitario) resta comunque un fatto paradossale, visto che gli interventi militari non possono essere mai anche umanitari e sono guidati dai precisi interessi delle nazioni potenti.

I protagonisti del film, dicevo, sono meno estremi e colgono bene alcune caratteristiche degli operatori umanitari, come la difficoltà ad avere relazioni affettive stabili dato il tipo di vita.  Altra caratteristica è il cinismo che a volte s’insinua di fronte alle tante delusioni e al senso di impotenza che si prova quando il proprio lavoro viene smantellato (provate a pensare cosa abbia provato il personale delle ong operanti a Gaza dopo i bombardamenti dell’estate 2014 che hanno distrutto asili, scuole e centri di riabilitazione faticosamente costruiti nel corso degli anni).

In questo film il punto debole delle sceneggiatura sta nel copione che vuole piacere al pubblico. Come lo fa? Creando situazioni di schermaglia amorosa tra i protagonisti, scrivendo dialoghi che tendono a far sorridere e a piacere anche quando sono di fatto cinici. La compassione non è poi tanto vera in questo film, ma penso che questo sia il prezzo che si paga quando si vuole rendere appetibile ad un vasto pubblico la propria pellicola, a scapito di un racconto più vero, più profondo, semplicemente più poetico.
E poi detto tra noi, voi avete mai incontrato un operatore umanitario con lo sguardo di Benicio Del Toro o le labbra di Melanie Thierry?

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Graphic novel: “La storia di Bayaraa” (english version)

Mercoledì prossimo, 9 settembre alle ore 17 al Teatro Comunale di Castello d’Argile (via Matteotti 150) a Bologna, Aifo organizza un incontro dal titolo “La Convenzione ONU dei Diritti delle Persone con disabilità: il suo valore e la sua applicazione a livello internazionale e locale” a cui parteciperà anche una delegazione proveniente dalla Mongolia. In quell’occasione sarà presentata “La storia di Bajaraa” in versione fumetto e in inglese.
Bayaraa è una persona con disabilità che vive a Ulaan Baatar, che con un grande coraggio affronta la sua vita quotidiana. Ecco il video che, tra gli altri interventi, sarà presentato.

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I sopravvissuti ad Ebola

ebola soccer survivor

Che cosa succede quando finisce una guerra, cosa succede quando l’epidemia di Ebola sembra volgere al termine? Non se ne parla più; vengono spenti i riflettori, gli inviati dei media meanstreaming si spostano altrove, là dove ci sono le nuove guerre o dei nuovi attentati. Non tutti però, per fortuna il New York Times ha prodotto attraverso dei suoi giornalisti questo bel servizio video dove si racconta la storia di Erison che è sopravvissuto alla malattia. Ma un sopravvissuto deve ricominciare a vivere, non riprende più la vita di prima. Erison ha perso molti dei suoi famigliari, in più la società è restia ad accoglierlo (e questo succede anche ai lebbrosi, ai malati di aids o ai bambini soldato), dato che lo teme. Nella cura dei famigliari sopravvissuti assieme a lui e nella fondazione di una squadra di calcio di ex-malati ( I Survivor!!) , Erison troverà di nuovo una certa serenità.

Un bel documentario, secco, contenuto nella spettacolarizzazione, che mostra come anche in Sierra Leone un ragazzo possa reagire alle avversità, organizzandosi, fondando una propria organizzazione, senza nessun aiuto straniero, incontrando gente che ha i suoi stessi problemi per affrontarli assieme.

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A Pieve di Cento (Bo) un documentario e un fumetto per parlare di disabilità in Mongolia

aifo-Pagina001Come vive una persona con disabilità in un paese spopolato, con poche infrastrutture e un clima veramente difficile? E soprattutto come raccontarlo ad un pubblico italiano con un’esperienza così distante? Giovedì 27 novembre alle ore 20.30 al Circolo Kino in via Gramsci 71 a Pieve di Cento (BO), verranno presentati un documentario e il fumetto che illustrano le attività che Aifo da più di 20 anni  porta avanti in Mongolia con le persone con disabilità. Due strumenti completamenti diversi ma che concorrono, ognuno con il proprio linguaggio, a raccontare una realtà molto distante dalla nostra ma che ci riguarda ugualmente.

Interverranno Francesca Ortali (responsabile Progetti esteri Aifo), Nicola Rabbi  (autore  delle  interviste  e  della  sceneggiatura),  Salvo  Lucchese  (regista  del documentario), Ebe e Tulgamaa Damdimsuren del programma Aifo “Tegsh Duuren”.

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Spontanei, efficienti o cool: i tanti modi per raccontarsi con i media digitali

Gli strumenti di comunicazione digitali offrono delle enormi opportunità a quei gruppi che non hanno molti soldi da spendere in comunicazione e in genere a tutte quelle organizzazioni sparpagliate in giro per pianeta (come è il caso delle ong). Oggi vi racconto come abbiamo portato la voce (e il volto) di tre cooperanti locali all’assemblea nazionale di Aifo.
Il compito era quello di far parlare, all’interno dell’incontro di due giorni, i responsabili di tre programmi paese (Brasile, Mongolia, India) attraverso un intervento video di pochi minuti, giusto per avere un’idea della loro situazione e anche per dare un po’ di movimento ai lavori attorno a un tavolo. Avevamo poco tempo per recuperare queste testimonianze, solo qualche giorno, e in più le persone da coinvolgere avevano degli impegni personali. Dopo averli avvertiti con un’e-mail, ecco quello che è successo.

Deolinda, la coordinatrice locale in Brasile, doveva partire per una zona del suo paese dove non c’era copertura internet e allora abbiamo realizzato un’intervista video via skype, usando un programma gratuito in rete per registrazione audio video (in questo caso Free Video call Recorder per skype, ma ve ne sono altri). La qualità video è decisamente scarsa, l’improvvisazione ha portato con sé la vocina di una bimba che strilla sullo sfondo e anche il riflesso azzurrognolo dello schermo del computer sugli occhiali di Deolinda, ma in due minuti si riesce ad avere un quadro del lavoro di Aifo in Brasile. Poi un veloce lavoro di montaggio video (con Adobe Premiere), un titolo e il gioco è fatto.

Diverso il discorso con Tuki, la referente Aifo in Mongolia che, confermando la reputazione data ai mongoli di essere i tedeschi asiatici, mi fa arrivare tramite wetransfer tre video girati  in un formato ad alta definizione per un totale di 15 minuti, che mi creano diversi problemi nel montaggio e che assieme alla sottotitolazione in italiano si portano via almeno tre ore di lavoro. L’intervista ricucita in meno di 3 minuti è ricca di informazioni.

Infine Jose, referente per l’India, che non a caso abita nella tecnologica Bangalore, non manda un video, ma fornisce il link ad una presentazione fatta con Adobe Voice (un app per ipad) che assomiglia ad una presentazione in Powerpoint dove, con un ritmo troppo rapido per una platea non anglofona, racconta il loro impegno contro la lebbra e i finanziamenti che hanno ricevuto e che vorrebbero ricevere, il tutto con uno stile decisamente cool, secco e sintetico. Manca però Jose.

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Demchigsuren, iI dottore che non si limita a tagliare

 

Demchigsuren è un omone non molto alto, la statura media dei maschi mongoli è piuttosta bassa, ma dal fisico poderoso. Occupa un ruolo importante nella sua regione dato che è il capo del Dipartimento alla Salute e in passato è stato anche un rappresentante del parlamento regionale. Lo abbiamo intervistato perché è uno di quei medici che conoscendo la riabilitazione su base comunitaria ha cambiato il suo modo di lavorare.

Come chirurgo e traumatologo il suo compito era quello di “aggiustare” e là dove non si poteva, tagliare la parte del corpo offesa. In Mongolia le strade sono pericolose e gli incidenti, in rapporto al numero di macchine che girano, molto frequenti. D’inverno poi, oltre al freddo complice qualche bicchierino di akhri (vodka) in più, alcune persone perdono gli arti a causa del congelamento.

Il suo incontro con la RBC nel 1996 lo ha portato a riconsiderare il suo ruolo di medico che non si può limitare a curare solo la parte malata del corpo ma deve considerare il paziente nel suo insieme, come persona che, dopo avere perduto un arto, perde anche il suo lavoro. Questa presa di coscienza da parte di un medico è molto importante e porta al cambiamento di molto altro. Demchigsuren è solo un medico ma sente di doversi occupare anche dei pregiudizi che la società mongola ha verso le persone disabili.

Quando mi capita, qualche volta, non sempre è così naturalmente, di incontrare un medico in ospedale e di sentire come parla e vedere come si atteggia nei miei confronti, mi ritorna in mente Demchigsuren, che durante una cena in una gher continuava a bere dal mio bicchierino di akhri e che il mattino del giorno dopo, al momento dell’addio, è arrivato con uno scatolone unto e semiaperto al cui interno c’era un regalo per noi: una mezza capra bollita!

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“Molokai, la isla maldita”… do Brasil

Ricordo ancora oggi, in modo nitido, “Molokai, la isla maldita” di Luis Lucia , un film spagnolo del ’59 che raccontava la storia di padre Damien nel lebbrosario situato in un’isola delle Hawaii. Me lo ricordo perché era stato proiettato nel cinema parrocchiale e tutti i bimbi del catechismo (avevo 7 anni) se lo dovevano guardare in quella saletta buia. Io ero terrorizzato dal dover vedere un film dove giravano uomini sfigurati dalla malattia.
Riporto questa  piccola annotazione personale perché da un lato trovo buffo che io, a distanza di tanti anni, mi occupi di lebbra per lavoro e dall’altro trovo un tantino tragico che l’emozione di quel bambino sia ancora diffusa nelle società dove la lebbra esiste: un’emozione fatta di paura e voglia di cambiare film.

Tutto questo appare molto chiaramente nel video di 7 minuti realizzato da Maria Zuppello, una giornalista italiana trapiantata in Brasile e pubblicato sul sito del quotidiano The Guardian. Con 30 mila casi nuovi all’anno, il Brasile è il secondo paese al mondo per diffusione della malattia. Esistono laggiù ancora 33 colonie, ovvero piccole comunità di ex lebbrosi, che vivono assieme perché di fatto non riescono più a rientrare nella società. Questo problema lo potrete incontrare anche nel numero di aprile della rivista “Amici di Follereau” dove tre ex pazienti raccontano la loro storia.
Il filmato denuncia soprattutto la mancanza di attenzione da parte di politici e del mondo sanitario nell’affrontare questa malattia che di fatto viene negata e rimossa nel rampante Brasile di questi anni.
Le inquadrature sono piuttosto ricercate in questo video, dove le testimonianze di ex pazienti si alternano a quelle degli attivisti.

Leprosy in Brazil, uncovering a hidden disease

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La dolce casa di Udval e Munhbaatar

Era l’ultima intervista della giornata, anzi non sapevamo se farla perché eravamo stanchi e la luce stava già calando. Poi ci siamo decisi e abbiamo raggiunto in 5 minuti, nella periferia bassa di Uliastai (Mongolia), la casa di Udval.
Udval è una giovane mongola con una disabilità fisica alle gambe; l’avevamo incontrata prima nel suo negozietto all’interno del centro commerciale cittadino ma, data la confusione e gli spazi ridotti, avevamo rinunciato alle riprese, e così avevamo deciso di raggiungerla a casa. Inaspettatamente la sua casa non era la tenda circolare ma una casetta di legno dove abitava con due figli (un terzo in attesa) e il marito, Munhbaatar, una persona non udente.
Udval era una donna molto semplice e anche suo marito non doveva essere diverso. Gli interni della casetta, tre stanze in tutto, erano ridottissimi e l’arredamento essenziale; frugalità più che povertà era la parola che più s’addiceva all’ambiente.
Poi c’era quella luce, la luce di fine giornata, ancora forte e luminosa ma irradiata da un sole basso all’orizzonte e stanco. Quella luce entrava dalle finestre e riempiva i locali dal tetto di legno così vicino alle nostre teste. Anche l’intervista procedeva lenta perché Munhbaatar doveva essere tradotto dalla moglie attraverso il linguaggio dei segni. Poi ho fatto una domanda, del tutto fuori luogo come mi sono accorto subito dopo, “Udval se avessi una bacchetta magica, che sogno vorresti realizzare, come cambieresti la tua vita?”. Marito e moglie hanno cominciato a scambiarsi segni, erano perplessi, alla fine la mia traduttrice mi ha detto: “Non vorrebbero cambiare niente, hanno già tutto, cosa possono volere di più?”.
Così ci fermiamo e quella luce morbida torna ad occupare tutto e, mentre stiamo zitti, c’è dappertutto una grande pace e vorremmo fermarci molto di più. E’ per questo che abbiamo chiamato il video “La dolce casa di Udval e Munhbaatar”.

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100 mila visualizzazioni per cambiare il mondo, ma se fossero più utili solo 100?

Oggi mi è successa una spiacevole avventura durante il lavoro, forse chiamarla avventura è un po’ romantico, ma spiacevole lo è stata sicuramente. Non farò riferimenti precisi perché si tratta di una situazione che, a chi fa il mio lavoro può capitare, quindi proverò a idealizzarla e anche un po’ a falsificarla.

Il mio gruppo di comunicazione doveva promuovere un concorso video che aveva come fine ultimo quello di sensibilizzare i giovani verso i temi della solidarietà internazionale. Tutto il lavoro era stato svolto e piuttosto bene visti i tempi limitati e il periodo dell’anno prescelto decisamente poco felice. Eppure nel momento del confronto finale è venuto fuori che erano scontenti dei risultati. Non tanto del numero dei video partecipanti al concorso, molti di più dell’anno prima, ma dal numero delle visualizzazioni dei singoli video.

L’anno prima si erano rivolti a influencer noti su youtube che di solidarietà non ne sapevano assolutamente nulla ma che potevano dare una garanzia: se si fossero ripresi nell’atto di mollare un peto avrebbero avuto almeno 1500 visualizzazioni. Il risultato in termini di visualizzazioni e di peti c’è stato. Meno nel numero di persone che sono state spinte a produrre un video (cosa non banale) che riguardasse la solidarietà internazionale e a metterlo in rete.

Beh forse è il solito problema della quantità e della qualità, di quale sia il giusto equilibrio tra le due.
La rete poi su questo tema è piuttosto ambigua, sfuggente. Da un lato giudica e viene giudicata passando solo per i grandi numeri (di utenti, di visualizzazioni, di mi piace…) dall’altro ha un credo (un dogma insomma come ogni brava religione e non è certo l’unico), crede cioè che alla fine sono proprio i grandi numeri che portano alla selezione, all’individuazione dell’informazione migliore, del prodotto migliore.

Anche se tra un po’ celebro i miei 20 anni di presenza su internet, francamente non mi sono fatto ancora un’idea precisa su questo, forse solo delle domande: siamo sicuri che un video che ha avuto 100 mila preferenze sia migliore di un altro che ne ha avute solo 100? E soprattutto ci saranno più persone tra quei 100 o tra quei 100 mila che decideranno di agire dopo quello che hanno visto, di cambiare qualcosa nella loro vita?

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Bayaraa che disegna sul feltro

Ritorno a parlare dei disabili in Mongolia. Il progetto promosso da Aifo prevedeva la raccolta di storie di persone disabili (ma anche famigliari e tecnici socio-sanitari) che attraverso la pratica della riabilitazione su base comunitaria fossero un esempio positivo di empowerment della persona svantaggiata.

Appena atterrati nell’aeroporto di Ulaanbaatar siamo stati portati attraverso le caotiche periferie della città nel gher discrict. Le tradizionali tende mongole (gher) circondano la capitale come un immenso anello e in una di queste abbiamo incontrato Bayaraa, una persona di circa 50 anni diventata disabile dopo un incidente sul lavoro. Sorridente e comunicativo ha raccontato una storia densa di particolari e di emozioni offrendoci il tradizionale latte e the’ con il sale (una bevanda molto buona che solo da lui abbiamo trovata così imbevibile). Siamo ritornati a trovarlo a fine viaggio, dopo circa 15 giorni. Volevamo conoscere anche la moglie e i figli e in più ci occorrevano delle immagini di copertura dell’intervista che al primo incontro non avevamo potuto raccogliere. Siamo rimasti per il pranzo in quella piccola tenda immersa nella grande città, l’atmosfera era tranquilla e famigliare. Mentre Bayaraa lavorava la superficie del feltro seguendo con il suo bruciatore le linee del disegno, Salvo raccoglieva le immagini. 30 minuti di intervista e un 1 e mezza di immagini.

Il risultato buono alla fine c’è stato, eccolo:

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La timidezza di Munguntsetseg

Quando si raccoglie una testimonianza è un momento molto delicato per un giornalista. Ultimamente uso solamente il registratore incorporato nel mio cellulare e per dare una prima valutazione dell’efficacia dell’intervista guardo da quanto tempo stiamo parlando. Se sono sotto i 20 minuti c’è il rischio che quello che ho registrato non sia sufficiente.

Non sempre vale questa regola basata sul tempo. E’ meglio prendersi più tempo, non avere fretta in questo casi soprattutto se l’occasione deve essere presa al volo e non può essere rifatta facilmente.

Può sembrare strano ma il primo post di Gong! parla proprio di un’intervista non riuscita, di un fallimento. L’occasione era poco ripetibile visto che stavo parlando con un’infermiera nomade mongola che avevamo raggiunto dopo tre giorni di macchina su piste d’erba e di ghiaia.

Munguntsetseg era una persona timida e riservata e in aggiunta parlavamo grazie all’intermediazione di Tulgamaa, la nostra interprete locale. La presenza della videocamera che Salvo aveva approntato dentro la gher era un motivo in più di preoccupazione per lei. Il risultato di questo nostro lavoro lo potete vedere in questo filmato.

La storia di questa infermiera a cavallo, come in genere il racconto della figura della bag felsher, un tipo di personale sanitario che esiste solo in Mongolia, avrebbe potuto essere molto più significativo.
Ma il materiale che avevamo raccolto era quello e dovevamo accontentarci.

Mi sono domandato, una volta tornato n Italia, che cosa avrei dovuto cambiare in quel contesto di lavoro. Mi sarebbe servito solo più tempo. Tempo per stare con Munguntsetseg, magari passare assieme tutto il pomeriggio e poi tornare anche il giorno dopo, forse allora avrebbe raccontato in modo diverso la sua storia.

Ah dimenticavo di dire, che in quella vallata ad oltre 2000 metri d’altezza situata nella regione dello Zavhan, si sentiva solo un rumore, quella del vento, un rumore discreto e pacificante: riuscite a sentirlo nel video?