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Se le grandi Ong fanno guerra alle piccole nella ricerca dei fondi

Riporto qua per intero il commento di Marco Sassi perché i commenti su wordpress sono un po’ sacrificati (o almeno io non ho trovato il modo per renderli più visibili). Marco risponde al mio post sulla qualità dell’appello di Amnesty International non parlando di comunicazione ma del difficile rapporto tra grandi e piccole associazioni e della loro competizione nel raccogliere risorse.

“Caro Nicola, seguo con interesse il tuo blog e i tuoi articoli; non entro nel merito di quanto scrivi sulle tecniche comunicative e non so approfondire il tema dell’appeal dei messaggi o delle loro corrette o meno giustificazioni. Quello che sollecita la mia riflessione è la prima frase : <> . A che punto siamo dell’evoluzione del coinvolgimento e della relazione tra cittadino e associazioni? Secondo siamo in un punto topico, di uscita dal mondo di nicchia, ma anche di distacco sempre maggiore. Chi lavora nel campo dell’associazionismo conosce bene il fenomeno di sempre maggior assenza di volontari , che non è stato favorito dalla grande comunicazione di massa, anzi , caso mai rallentato . Ed è nell’esperienza di molti di noi il problema della continua diminuzione ogni anno di contributi diretti o indiretti, ad esempio attraverso il 5 x mille, a vantaggio delle big, le grandissime organizzazioni internazionali, a volte nemmeno con sede in Italia, da Oxfam ad Actionaid, che stanno competendo tra loro per contendersi oltre la metà della raccolta, finanche a superare la decina di milioni di euro raccolti col 5 x mille. E’ chiaro che questa competizione implica grandi spese (la tua busta è stata recapitata solo a te oppure a decine di migliaia di altri cittadini?) , implica grandi risorse di personale e quindi sempre maggiori spese per voci diverse dai progetti cui il cittadino , per lo più ignaro, crede di contribuire. Deve essere anche noto e condiviso un altro aspetto: chi fa un bonifico a una grande associazione con sede a …….. non lo farà anche all’associazione di volontari al 100% che opera sottocasa ; molti esperti additano in circa 50% il numero di associazioni destinate a scomparire nei prossimi 5-10 anni. E con loro tutto il bagaglio di esperienze, ma anche di coinvolgimento capillare e diffuso, dalla sensibilizzazione al lavoro con le comunità dei migranti all’educazione allo sviluppo. Dove mi sta portando questa riflessione? A una divisione conflittuale tra grandi “cattivi” e piccoli “buoni”? No.
Mi piacerebbe una maggior collaborazione a rete, tra, da una parte, il sentire delle piccole associazioni, con grande esperienza di campo e il merito di aver aperto la strada di sensibilizzazione dell’opinione pubblica , e, dall’altra, le capacità di attirare a sé fondi e risorse delle big ten ubiquitarie, onniscienti, onnipresenti, onnifacenti, che poi scontano tuttavia grandi lacune e approssimazioni nel lavoro di campo, sia sul territorio dei Paesi verso cui sono raccolte le oblazioni, sia sul territorio italiano. C’è una grande sfida da giocare , la marginalizzazione dei piccoli non giova neanche ai grandi, la cooperazione deve essere proposta e sviluppata a tutti i livelli “.

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La cura degli appelli di Amnesty International

amnesty iraqLa busta che ho trovato questa mattina nella buca delle lettere presentava su un lato un primo piano di una bella bimba che sorride. I tratti somatici, capelli castano chiari, pelle piuttosto bianca, occhi grigio-azzurri, potrebbero essere quelli di una bambina italiana, qualcuno insomma di vicino a noi. L’elemento che la differenzia da una compagna di banco di una nostra figlia sono i capelli spettinati, attorcigliati (e anche quegli occhi che riflettono troppa luce, l’unica nota che inquieta il nostro sguardo).

Dietro si intravedono delle coperte stese, molto colorate; lei indossa un doppio strato di vestiti, tipico in chi dorme all’aperto. Potrebbe allora somigliare ad una bambina dei nostri campi nomadi. Ma Salvini e i suoi compagni di merenda si troverebbero in difficoltà a fare propaganda in un campo profughi del nord dell’Iraq, perché proprio di questo si tratta, di uno dei tanti bambini che vagano tra quella regione e il sud della Siria intrappolati in una guerra di cui non se ne vede una fine.

“Non lasciarla sola, ogni minuto conta!” recita lo slogan di Amnesty International: un appello diretto senza un “Non devi” di troppo che metterebbe nel lettore già un senso di colpa. Del resto anche il volto della bimba non è drammatico, pur in un contesto di precarietà, ma esprime la sua fiducia in chi la sta guardando.
roveraAsciutto, preciso, con poche sbavature pietistiche è anche il pieghevole che si trova all’interno della busta. La tecnica di racconto adottata si basa sui post di twitter di Donatella Rovera (“Alta consulente per le crisi di Amnesty International in missione in Iraq) che con 120 caratteri e un’immagine illustra in modo rapido ma efficace la situazione dei profughi della regione. Accanto alle immagini, un po’ piccole e sacrificate, dei testi esterni ai post che cercano di contestualizzare e approfondire. In questo ci riescono solo in parte perché tante cose non sono spiegate; qual è la differenza tra sciti e sunniti? Chi sono gli yazidi? E gli assiri cristiani? Forse si poteva trovare un po’ di spazio per fare un’informazione più approfondita nell’altro foglio contenuto nella busta.
Comunque l’appello è in generale costruito bene e belle sono le immagini che aprono e chiudono il pieghevole.

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Geopolitica dell’Ebola, marcia per la pace, il Nobel a Malala… è uscito il numero di dicembre di “Amici di Follerau”

Nel nuovo numero di dicembre il mensile di Aifo presenta un dossier dedicato a Ebola, dove vengono spiegate le ragioni economiche, AdF_dicembrepolitiche e sociali su come sia nato e si sia diffuso il virus. In particolare viene dato un certo spazio agli argomenti del People’s Health Movement, un movimento per il diritto alla salute globale.
Un altro articolo è invece dedicato a Malala Yousafzay, la ragazza pachistana che quest’anno ha ricevuto il premio Nobel per la pace.
Il progetto Aifo presentato in questo numero riguarda invece un progetto di riabilitazione su base comunitaria a Korogocho, una delle maggiori baraccopoli che circonda la città di Nairobi in Kenia.  Qui le persone svantaggiate ricevono una formazione professionale nel campo della sartoria, della fabbricazione delle candele e di saponi affinché abbiano una loro autonomia economica.
La rubrica denominata “Strumenti” presenta una sintetica guida su come realizzare un buon comunicato stampa per promuovere le attività del proprio gruppo, per cercare di approdare sui mass media.
Infine anticipiamo una sorpresa: nel prossimo numero di gennaio la rivista sarà modificata sia nella grafica che nei contenuti con l’inserimento di nuove sezioni di approfondimento. Buona lettura!

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I cittadini del mondo di Martha Nussbaum

1337102479_0In un breve saggio dal titolo “Non per profitto”, l’intellettuale americana Martha C. Nussbaum dedica un capitoletto al tema della formazione dei cittadini che devono diventare sempre più mondiali e non solo cittadini della propria nazione o regione. Secondo la Nussbaum mai come oggi, in un mondo così interdipendente, è importante avere delle conoscenze adeguate per poterlo capire e per muoversi in esso.

E’ il sistema scolastico e universitario che dovrebbe dare queste conoscenze. Quali? Per la Nussbaum ogni studente dovrebbe avere una buona conoscenza della storia, non solo del suo paese e del suo continente ma dell’intero pianeta; dovrebbe avere anche delle nozioni di base di storia dell’economia e dell’economia contemporanea. Dovrebbe conoscere le principali religioni. Ma anche all’interno del paese in cui vive una persona dovrebbe essere sensibilizzata sui gruppi minoritari, sul tema dell’immigrazione, sui temi legati al genere e all’orientamento sessuale.
La tesi di fondo della Nussbaum è che un cittadino informato ha più probabilità di essere anche un buon cittadino che rispetta i diritti degli altri, ha cura della cosa pubblica, ha insomma una visione globale in quanto, appunto, cittadino del mondo.

Accanto al sistema scolastico e universitario che solo in parte in Italia persegue questi obiettivi, esiste un altro settore che dovrebbe avere questa vocazione: il mondo delle ong. Quasi tutte le ong infatti accanto al settore “progetti esteri” ne hanno un altro denominato “attività in Italia”, o “educazione alla mondialità”… che ha come scopo, oltre a quello di rivolgersi ai potenziali donor, quello di raccontare il mondo che c’è là fuori. La valenza informativa delle ong all’interno del proprio paese è di grande importanza, in quanto anche loro, nel loro piccolo, raccontano che “non si vive solo in Italia”, che non si consuma solo in questo modo, che anche le altre religioni oltre a quella cattolica sono rispettabili e di grande importanza, che non esistono razze superiori che, soprattutto, oltre al nostro, vi sono altri punti di vista.

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A Pieve di Cento (Bo) un documentario e un fumetto per parlare di disabilità in Mongolia

aifo-Pagina001Come vive una persona con disabilità in un paese spopolato, con poche infrastrutture e un clima veramente difficile? E soprattutto come raccontarlo ad un pubblico italiano con un’esperienza così distante? Giovedì 27 novembre alle ore 20.30 al Circolo Kino in via Gramsci 71 a Pieve di Cento (BO), verranno presentati un documentario e il fumetto che illustrano le attività che Aifo da più di 20 anni  porta avanti in Mongolia con le persone con disabilità. Due strumenti completamenti diversi ma che concorrono, ognuno con il proprio linguaggio, a raccontare una realtà molto distante dalla nostra ma che ci riguarda ugualmente.

Interverranno Francesca Ortali (responsabile Progetti esteri Aifo), Nicola Rabbi  (autore  delle  interviste  e  della  sceneggiatura),  Salvo  Lucchese  (regista  del documentario), Ebe e Tulgamaa Damdimsuren del programma Aifo “Tegsh Duuren”.

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I diritti delle persone con problemi mentali: il mondo passeggia per il parco San Giovanni

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Fa uno strano effetto camminare su per la collina del parco di San Giovanni a Trieste, la grande area psichiatrica costruita agli inizi del secolo e che dal 1971 al 1975, sotto la direzione di Franco Basaglia, si è trasformata nel più importante esempio italiano di deistituzionalizzazione di un manicomio.

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Tutta l’azione basagliana si può riassumere in pochi principi: 1) i malati sono persone come le altre, con gli stessi diritti 2) la cura normalmente deve essere volontaria 3) la cura avviene nel territorio, dove la persona vive, nel suo ambiente 4) anche la formazione e la cultura dei medici e degli altri operatori sociosanitari deve essere ridiscussa (attraverso un metodo democratico di partecipazione). Queste idee possono sembrare alle persone più giovani delle cose scontate ma invece prima non era così: la persona con problemi di salute mentale era ricoverata a forza, in strutture non curative ma di contenimento, erano persone senza diritti e a cui spesso veniva fatta violenza. Questa rimane la loro situazione in molte parti del mondo.

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In uno degli edifici del parco si è svolto questa settimana il workshop “Mental Health and Rights An International Cooperation  Perspective”, momento finale di un progetto promosso da Aifo durato tre anni e che ha messo a confronto esempi di riabilitazione su base comunitaria applicati al campo della salute mentale provenienti da Cina, Mongolia, Indonesia, Brasile e Liberia.
Ogni paese portava caratteristiche specifiche difficilmente confrontabili (primo fra tutti la Liberia che ha un problema di povertà e di mancato rispetto dei diritti umani di enormi proporzioni).

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Ma al di là delle differenze alcuni punti in comune sono emersi: da un lato l’aumento dei problemi di salute mentale nel mondo, soprattutto nei paesi che si stanno sviluppando velocemente e le cui popolazioni sono sottoposte a cambiamenti di vita veloci. Poi il permanere dei tradizionali ospedali psichiatrici accanto ad esperienze di segno diverso e una cultura medica che fatica a cambiare. Infine la consapevolezza che sono i problemi sociali che creano il disagio psichico e quindi la consapevolezza che le soluzioni sono a livello politico.

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In questo caso, per questo tema, l’Italia è stato realmente un esempio di cambiamento – mai completato, addirittura rimesso in discussione di continuo – ma rimane un esempio e un’esperienza a cui ancora si guarda con ammirazione da ogni parte del mondo.

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Il giusto equilibrio dell’informazione sulla povertà

DevtElement-864x1024Quali sono gli elementi su cui si deve basare una buona infomazione sul problema della povertà del mondo? Che cosa si aspettano i diversi pubblici di riferimento dai nostri messaggi (e soprattutto cosa non vogliono sentire)? Sul web si può leggere un breve manuale “The Development element – Guidelines for the future of communicating about the end of global poverty” curato da Jennifer Lentfer docente alla Georgetown University che cerca di dare una risposta a questi quesiti. E’ un testo tipicamente statunitense che ti dice in un modo molto pragmatico e schematico cosa fare e cosa non fare, ma rimane interessante ugualmente.

Chi comunica questo tema deve cercare di trovare un equilibrio tra elementi che entrano in conflitto tra di loro.  Come ad esempio raccontare in modo appropriato e interessante un tema complesso senza essere noiosi o difficili. Riuscire a coinvolgere il lettore in storie che suscitino empatia senza per questo scadere nel pietismo o nei luoghi comuni (poverty porn). E ancora introdurre un problema senza per forza darne una soluzione, perchè attualmente non esiste e ancora deve essere trovata. Una narrazione questa che va contro alla narrazione completa (cioè che ha un inizio e una fine e non lascia il lettore in sospeso) e che troviamo abitualmente sui media.

Jennifer Lentfer e i suoi studenti indicano anche una serie di consigli che possono aiutare in questo: come produrre informazione a livelli diversi di approfondimento che vada incontro a pubblici diversi (spettatori, lettori, donatori); evitare un linguaggio da addetti ai lavori, raccogliere la voce dei diretti interessati, parlare di tecnologie non in termini unicamente enfatici ma di ciò che realmente può servire, parlare anche dei propri errori e non solo dei propri successi…

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Gavroche e i bambini di Korogocho

Leggete questo.
220px-Victor_hugo_gavroche_a_11_ans“Questo piccolo essere è allegro. Non mangia tutti i giorni…. Non ha camicia, non ha scarpe ai piedi, non ha un tetto sul capo; è come le mosche che non hanno nulla di tutto questo. Ha dai sette ai tredici anni, vive qua e là, in bande dorme all’aria aperta, porta un vecchio paio di calzoni di suo padre, un vecchio cappello di qualche altro padre, una sola bretella gialla; corre. osserva, perde tempo, fuma la pipa, bestemmia come un dannato, frequenta le bettole, conosce i ladri…”.

Potrebbe essere benissimo la descrizione di un bambino di Korogocho, invece siamo nella Parigi del 1832, l’anno dell’insurrezione repubblicana e Gavroche, un personaggio de I miserabili di Victor Hugo, è il bambino soldato che sfida i proiettili della guardia nazionale.
Ci sono delle grandi differenze però. Gavroche combatte di sua spontanea volontà, non viene usato dagli adulti e muore per la repubblica che a quei tempi significava uguaglianza, giustizia sociale, fine della fame. Per i bambini africani del Kenia, della Sierra Leone, della Repubblica Democratica del Congo è molto peggio. Poi per la fine di tutto questo, non possiamo nemmeno più basarci sull’esempio dello sviluppo europeo. Quella storia non si ripeterà di certo.

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“Bisogna aver il senso della notizia” esclamò il caposervizio

zanotelliIeri sera a Bologna Alex Zanotelli, missionario comboniano ed ex direttore di Nigrizia è venuto a Bologna a parlare di Ong e di giustizia sociale, anzi ad essere preciso il titolo della serata era “I volti della solidarietà tra gratuità e giustizia”.  I quotidiani locali nonostante fossero stati avvertiti dai comunicati stampa non ne avevano dato alcuna notizia, in compenso segnalavano tutti le stesse cose, tra cui la presentazione dell’ultimo libro di Daria Bignardi.
I caporedattori e i caposervizio dei giornali sanno cosa interessa al loro pubblico e un tema così arduo, che tratta della qualità della cooperazione internazionale, sicuramente non poteva attrarre più di tanto i loro lettori, l’ultimo libro della Bignardi invece… Invece si sbagliavano, quasi 400 persone erano stipate in quel cinema ad ascoltarlo e a fargli molte domande.

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La call to action abitudinaria funziona sempre?

Riprendo il discorso del post precedente perché ho ricevuto due commenti interessanti.
Marco, potete leggere il suo post integralmente di fianco, mi dice che sottovaluto il lettore che in realtà è piuttosto attento e scafato, s’informa sul web e va prendere le informazioni che gli occorrono. Il problema, continua a dire Marco, è che le informazioni sul web non sono complete, anzi fanno più propaganda che altro.
In parte quello che dice Marco è vero, abbiamo una possibilità di verifica che prima non avevamo ma esiste anche un problema di interpretazione delle informazioni; è difficile verificare l’operato di una ong solo dalle sue stesse parole. Occorre anche sapere usare strumenti diversi e non bisogna nemmeno sopravvalutare gli utenti italiani su internet; il nostro paese soffre di un grande divario digitale e anche tra chi naviga manca spesso la competenza, come la verifica delle fonti ad esempio. Il fatto di stare su internet non si traduce automaticamente anche nell’avere una buona cultura digitale. Poi ci sono tutte quelle persone che sul web non ci sono, forse gli anziani a cui Actionaid si rivolge per i suoi appelli alle adozioni a distanza, trattandoli un po’ come bambini.

img241-01-1L’altro intervento, mi è arrivato in privato da G., una persona che da molto tempo si occupa professionalmente di comunicazione e immagine spaziando dal profit al non profit. G. è d’accordo con me su vari punti, come ad esempio che sul senso di colpa della gente non si dovrebbero fare campagne, anche se, dice, queste campagne continuano a rendere in termini di donazioni. ” La risposta alla call to action continua ad essere figlia di un’abitudine. E le abitudini prosperano sulle sintesi, non certo nella profondità”.
Di fronte ad un’affermazione del genere fatta da una persona del settore non so cosa rispondere; io ho l’impressione che non esistano delle forme di comunicazioni valide, sempre stabili, ma che con il tempo, soprattutto quelle più superficiali o ad effetto abbiano bisogno di un certo ricambio per funzionare, perché le persone tendono a disaffezionarsi. Ma è solo una mia opinione che G. mi smentisce con la sua esperienza diretta.

Quello che invece credo, in maniera più convinta, è che le persone che donano solo i soldi non abbiano lo stesso valore delle persone che partecipano ad un discorso, che vogliono condividere in parte i problemi del nostro mondo, il loro è un peso maggiore che alla fine conta molto di più.

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Dono di più ad un bambino che piange o ad uno che sorride?

Vi ricordate quella scena del film “Ecce bombo” di Nanni Moretti in cui dice a proposito di un invito: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
Questo è anche il dilemma di chi comunica lo sviluppo o meglio il mancato sviluppo del pianeta, non sa bene che registro adottare. Sono finiti i tempi, o meglio, dovrebbero essere finiti i tempi dei messaggi pietistici e delle foto con bambini africani in condizioni di estrema povertà, che hanno come accompagnamento sonoro, se si tratta di video, qualcosa di immancabilmente classico e un tantino funereo. Questa modalità di comunicazione non funziona perché tende a suscitare nel lettore/ascoltatore un senso di colpa più che di responsabilità, un senso di vergogna che non viene scritto nel messaggio e che più o meno risuonerebbe così: “Tu sei fortunato, vivi con tutto il necessario, anzi di più e non fai niente per questo bambino che sta morendo?”.
Il problema di questo modo di comunicare è anche quello di essere poco rispettoso verso le persone che hanno bisogno, rappresentandole come soggetti – anzi oggetti – passivi, da aiutare “Che tanto da soli non ce la farebbero”.

Anche una proposta di segno inverso, dove il bambino sorride, è sano, è in via di guarigione dalla povertà, presenta dei problemi etici di comunicazione e anche di efficacia. Dalla povertà non si guarisce, non è certo una malattia; si è poveri per motivi di carattere politico ed economico. Quindi non è corretto puntare solo su un messaggio di speranza, sottolineando le capacità dell’individuo, che in realtà da solo può fare poco (figuriamoci un bambino). La questione del perdurare della povertà è complessa, difficile da spiegare, da raccontare. Inoltre un lettore/ascoltatore occidentale ha delle coordinate culturali e delle esperienze di vita lontanissime da quel bambino, perchè lo capisca deve andare oltre quel sorriso, per conoscerlo occorrono spiegazioni di natura diversa.
Il problema per un comunicatore allora diventa quello di come raccontare cose così complesse in poche parole. Forse è proprio lo strumento pubblicitario (scritto e video) che per sua natura non ce la può fare, racchiuso com’è in uno slogan, con tempi rapidi, su di un registro che deve per forza stupire.

A volte gli slogan sono dei veri tranelli di senso che portano a pensare altro. Ad esempio, una scritta breve, che accompagna spesso le richieste di sostegno di un’adozione a distanza, suona più o meno così: “Basta un euro per salvargli la vita…”. Non è un vero e proprio slogan ma ad ogni modo si può interpretare questo messaggio anche così: “La vita di questo bambino vale solo 1 euro” il che è molto poco. Lo so, sto stiracchiando il senso, ma quando si comunica sinteticamente si aprono spazi di interpretazione maggiori dato che le spiegazioni non sono esaurienti.

Stamattina mi è arrivata una lettera da Actionaid nella buchetta della posta che conteneva queste immagini:
malawiQui il bambino sorride con il berretto di Babbo Natale in testa; le cartoline sono accompagnate da un testo decisamente dal tono patetico, forse è scritto in questo modo perchè è stato pensato per un certo tipo di pubblico (si parla così con una persona molto anziana).
Ora io non so come scriverei una comunicazione del genere, ma come lettore vorrei essere più coinvolto, sapere di più di questa bimba, Alima, perché è povera, come vive la sua famiglia, vorrei conoscere il suo ambiente e forse sarei più motivato a donare qualcosa.

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Chi c’è la fuori? Qualcuno mi ascolta?

silversurferQuanto vale la comunicazione che facciamo per la nostra Ong? Come possiamo misurarla? E alla fine cosa serve questa conoscenza, come possiamo utilizzarla? Queste domande me le sono fatte dopo aver letto l’articolo di Emanuela Citterio dal titolo “Il bene si può misurare: l’ultima sfida del non profit”, pubblicato sulle pagine on line di Avvenire il 31 ottobre scorso.
Il tema è quello di come misurare le attività di una organizzazione non profit per capire l’efficacia della sua azione in termini di numeri, valori monetari … Discorsi di questo genere spesso sono accolti con diffidenza dalle Ong per paura di andare incontro a nuovi obblighi burocratici, di vedere appiattita la propria azione solo su parametri monetari, oppure, nei peggiori dei casi, di vedere aperti armadi che si vuole tenere accuratamente chiusi (di dover spiegare con precisione come vengono spese le risorse raccolte).

Nel caso di chi comunica, il discorso della rendicontazione non è poi così diverso. Può essere affrontato semplicemente sommando tutte le risorse economiche che gli sono state assegnate e farne un confronto con i risultati. Un risultato può essere ottenuto facendo un calcolo dei mass media in cui è approdato (dove sono stati pubblicati gli articoli, trasmessi gli spot…). Più difficile diventa invece misurare il pubblico, chi ci ha letti e soprattutto chi ci ha ascoltati veramente. Questo tipo di misurazione può essere solo sommaria, perché se un calcolo dei lettori potenziali è sempre possibile farlo (del resto anche nei formulari dei progetti esistono delle voci specifiche), una conta di chi abbiamo “toccato” con il nostro fioretto, beh questo … presenta notevoli problemi. In questo caso la grande interattività che offrono i social media, può essere un buon indicatore, non tanto i “Mi piace”, ma chi ci commenta, chi si prende il disturbo di dialogare con noi. Utilizzare i social media nella nostra comunicazione offre quindi questo valore aggiunto, di tipo qualitativo.

Recentemente ho presentato ad Aifo, un breve resoconto su un anno e mezzo di lavoro di comunicazione della missione in Mongolia. Ho elencato i mass media raggiunti, il tipo di prodotto (foto, scritti, video) pubblicato per capire cosa “rende” di più in termini di facilità di accesso ai media mainstreaming e mi sono accorto anche di un’altra cosa: molto materiale è stato utilizzato per i mezzi di informazione del gruppo e per le proprie iniziative come calendari, presentazioni ai convegni … Quindi nel calcolo del valore della comunicazione va aggiunto anche questo uso interno che poi altro non è che una porta che si apre verso l’esterno.
Infine un altro calcolo non facile: come misurare l’impatto che la propria comunicazione ha all’estero, nei paesi in cui si opera. Se il progetto prevede un’iniziativa del genere allora si ritorna al caso di sopra, ma i progetti di cooperazione che prevedano parti di comunicazione importanti sono rari come la tigre bianca.