0

Servizio Civile al Focsiv: Comunicare la cooperazione – Raccontare la propria esperienza

Anche quest’anno si è svolta a Bologna la formazione per un gruppo di ragazzi che ha iniziato il servizio civile in Italia e all’estero all’interno delle galassia delle ong di Focsiv.
Ecco la parte dedicata alla comunicazione e a come raccontare la propria esperienza di volontario.

cattura

0

Essere testimoni: corso di formazione per i volontari Focsiv

45 ragazze e ragazzi, la maggior parte dei quali faranno il loro servizio civile in giro per il mondo. Ecco le slide del corso di formazione, seguito solo in parte, visto le tante domande e la voglia di partecipare alla discussione, così il tempo se n’è volato via, ma va bene lo stesso … buon viaggio!

0

il manifesto io lo guardo ma non lo leggo

manifesto

Abbiamo ragionato già altre volte sull’uso delle immagini in questo spazio, tema delicato visto che molta iconografia, quando si parla di cooperazione allo sviluppo, ha spesso una natura drammatica e può essere facilmente usata per dare un pugno nello stomaco o per impietosire al fine di far aprire il portafogli.
Questa è la fotografia, da me ritoccata, apparsa sulla prima pagina de “il manifesto”. L’immagine ha aperto un intenso dibattito pubblico sull’opportunità o meno di pubblicarla. Ma qui il problema non è l’immagine, non è quel povero corpo di bambino di cui giustamente dobbiamo sentirci responsabili, qui il problema sta nelle parole; scrivere NIENTE ASILO sopra quell’immagine è opera di un titolista sciocco, che non si rende conto di quello che scritto. Il giorno prima sulla prima pagina de “il manifesto” c’era scritto “Botte da Orbàn” riferendosi allo xenofobo primo ministro ungherese, un gioco di parole simpatico, nello stile del quotidiano. ma ripetere lo stesso stile su quell’immagine è una leggerezza; professione a volte disgraziata quella dei titolisti, che sono cugini di primo grado dei pubblicitari.
Qui quello che stona non è il vedere, ma il leggere.
Il bambino si chiamava Aylan Kurdi.

0

Hudea non gioca alla guerra

Hudea

La piccola Hudea alza le braccia in alto, i pugni chiusi, e si morde le labbra; ci guarda dritto negli occhi e i suoi, occhioni grandi e tondi, ci trasmettono un’infinita tristezza. Vediamo solo lei in questa immagine, tutto il resto è sfumato, il campo di ulivi, dei contenitori che forse sono baracche; un’unica figura umana, forse, è racchiusa tra la sommità del suo capo e i pugni chiusi congiunti, ma tutto rimane lontano e Hudea sembra che debba cascarci addosso. Ci colpisce. Magari potesse saltare tra le nostre braccia, la consoleremmo, ci consoleremmo.
Susan Sontag diceva che le narrazioni ci fanno comprendere le cose mentre le immagini ci ossessionano. Questa immagine ci segue o almeno mi ha seguito.
Mi ha ricordato un’altra immagine che per anni ho visto in un posto dove lavoravo. Erano dei bambini tedeschi seduti su un muretto, probabilmente a Berlino, durante la seconda guerra mondiale. Uno, il più piccolo, volgeva la testa di lato, il capo reclinato verso il basso, le gambe penzolavano nel vuoto e dava l’impressione di essere totalmente indifeso e alla mercé di chiunque. Certe immagini ci seguono.

Di fronte alle fotografie il mio primo impulso è quello di controllarle, vedere se dietro si nasconde una bufala, perché le immagini sono più ingannevoli e fuorvianti del testo. Invece Hudea esiste, è stata fotografata da un fotografo turco, Osman Sagırlı, nel dicembre del 2014 nel campo profughi di Atmeh tra la Siria e la Turchia. Lui stesso intervistato dalla BBC dice:” Stavo usando un macchina fotografica con un lungo obiettivo, probabilmente l’avrà scambiata per un’arma”.

0

“Dietro l’orda d’oro. Scrivere, fotografare e disegnare la disabilità in Mongolia” sulla rivista Accaparlante

copertina Hp MongoliaDi tutto il materiale che abbiamo riportato dalla Mongolia, siamo riusciti a pubblicare su carta qua e là, delle foto, dei servizi brevi, delle storie, ma il reportage lungo, quello fatto solo di parole, beh quello è merce molto più difficile da pubblicare. Un servizio di 35 mila battute su una rivista cartacea è in effetti quasi improponibile a meno che tu non sia un nome noto – e non è certo il mio caso –  solo la rivista HP-Accaparlante ha voluto farlo, e un po’ ho giocato in casa visto che lavoro anche con loro.
Accaparlante è la rivista storica, esiste da 30 anni, del Centro Documentazione Handicap di Bologna, una rivista culturale che si occupa di disabilità Da quest’anno ha cambiato anche editore, scegliendo di collaborare con Quintadicopertina, una giovane casa editrice genovese, esperta in editoria on line. Siamo in piena campagna abbonamenti e se qualcuno vuol fare un regalo natalizio diverso, ecco una buona occasione per farlo.

Tra un po’ monterò tutto il lungo servizio giornalistico su una piattaforma editoriale sul web, non so ancora quale, non su questo blog comunque, e se qualcuno di voi avrà la pazienza di leggerlo tutto, mi farà felice. 🙂

0

Cheese… Davanti al dolore degli altri

goyaDavanti al dolore degli altri è un saggio del 2003 scritto da Susan Sontag; è un libro bellissimo che dovrebbe essere letto da chi fa comunicazione e pubblicità perché è una specie di storia della fotografia del dolore, di come nel corso dei decenni si sono poste queste immagini davanti agli spettatori e di come, chi vede, reagisce a queste “visioni”.
Siamo tutti un po’ guardoni e ciò che ci attira di più sono le immagini che rappresentano il sesso e il dolore. Da questi temi siamo attirati.
Dice Susan Sontag con la sua prosa semplice e profonda: “Noi vogliamo che il fotografo sia una spia nella casa dell’amore e della morte e che i suoi soggetti siano inconsapevoli della macchina fotografica”.

L’uso della sofferenza – attraverso le fotografie – per promuovere le proprie cause o per raccogliere risorse economiche è un tema dibattuto in chi fa cooperazione internazionale e le risposte che si danno sono diverse.
Le immagini che ritraggono un’umanità sofferente e impotente tolgono ai soggetti fotografati la propria volontà o capacità di reagire. A questo proposito Susan Sontag riporta nel libro un dibattito che ha riguardato l’opera di Sebastiao Salgado, il fotografo della miseria della condizione umana dove i soggetti sono colti dall’autore nella loro impotenza e nessuno di loro è identificato con un nome. Oggigiorno diverse campagne di comunicazione di Ong assegnano invece un nome e un cognome alla persona ritratta facendo bene attenzione a darle una valenza positiva, di darle una voce e non solo un urlo. E’ anche vero che il discorso però non può ridursi a quella persona, a quel caso, altrimenti si rischia di non comprendere il perché si è creata questa situazione di ingiustizia sociale.

Le immagini forti dovrebbero stimolare in chi le vede all’azione: ma è proprio così? Sontag dice che provare compassione di fronte alle immagini, ci fa sentire bene. Se proviamo questo sentimento, significa che non siamo complici con quello che succede. Ma questo non basta, secondo l’autrice, oltre la commozione bisogna agire e  capire il perché dell’ingiustizia attraverso un percorso che va oltre quell’immagine.
E’ anche vero che nella nostra società il livello dello violenza mostrata si fa sempre più alto e questo porta all’assuefazione e alla richiesta di “colpi” ancora più forti. Il rischio secondo l’autrice è quello di generare indifferenza e apatia e quindi di nuovo impotenza. Curiosamente sia il soggetto rappresentato che chi vede può trovarsi nella stessa condizione, per ragioni diverse, di impotenza.

Ciò che la Sontag non poteva prevedere, anche se a distanza di così pochi anni, è che questo livello di esposizione non è più controllabile dai media; con la networked photography possiamo vedere tutto, siamo sottoposti a tutte le immagini, possiamo subire degli shock da guerra stando sul nostro divano. In questi casi è chiara anche l’impotenza dei mass media quando, per motivi deontologici, non pubblicano, ad esempio, le immagini relative all’esecuzione di ostaggi occidentali da parte di Isis. Un’accortezza che serve a poco, perché chiunque di noi può vederli in un modo o nell’altro in rete.
Se nel 2003 questa spettacolarizzazione di tutto poteva essere vera solo per l’occidente e il Giappone, oggi non è più così, siamo tutti spettatori e la spettacolarizzazione si è globalizzata.

Chi fa comunicazione nel campo della cooperazione internazionale si trova così di fronte ad un pubblico che ha la possibilità di accedere a immagini ben più forti di quelle che si può osare di proporre in una campagna di comunicazione no profit e anche ad un pubblico assuefatto alla violenza, allo shock visivo. Muoversi ed ottenere dei risultati in questi contesti non è facile.
Oppure si potrebbe contare sulla “Cura Ludovico, ve la ricordate? Ad Alex, il disagiato protagonista di Arancia Meccanica, ad un certo punto del film, vengono somministrate delle immagini iperviolente a ripetizione assieme all’ascolto della musica di Ludwig Van Beethoven; tutto questo per guarirlo dal suo comportamento sociale pericoloso. “Le palpebre le possiamo abbassare – dice la Sontag – le orecchie non hanno invece delle porte”, ma Alex era costretto a sentire e a vedere e noi, nella società iperconnessa, cosa possiamo aprire, cosa possiamo chiudere?

0

Cheese… Tutto il mondo si fotografa

Dove sono in questa foto?

Dove sono in questa foto?

Ogni due minuti vengono scattate più foto di tutte quelle che l’uomo ha fatto nel ‘900. Vi sembra impossibile? Invece è proprio così.
Ogni giorno invece vengono caricate sui social network qualcosa come 500 milioni di fotografie, ma fra un anno saranno molte di più. Sono dati che non devono stupire visto che oltre un miliardo e mezzo di persone hanno un cellulare connesso alla rete, più di quanti abbiamo un accesso facile alla toilette.
Il fotografare, anche nelle versione selfie, diventa un modo di esserci, di provare che si esiste e si fa. Scattando una foto e condividendola, ci si sente meno soli e la nostra esperienza sembra diventare più piena.

Con networked photography o social photography si intende proprio questo documentare collettivo della realtà. Se nel passato capitava ogni tanto che un fotografo o un cittadino qualsiasi scattasse la foto in un momento particolare, sensazionale, ora questa probabilità e diventata quasi scontata. Le primavere arabe, i disastri naturali (pensate allo tsunami o al terremoto in Emilia) sono raccontati in diretta da testimoni che comunque ci sono e che hanno quasi sempre uno smartphone sotto mano. Che tutto questo porti ad una maggiore trasparenza del mondo, ad una comprensione migliore della realtà, è da dimostrare.

Non è di questo che volevo parlare, ma del fatto che questa abbondanza non si traduce immediatamente in qualità e alta disponibilità di buone immagini per chi voglia far vedere il lavoro nella cooperazione.
Tradizionalmente le Ong incaricano un fotografo professionista che gira per i vari progetti portando a casa alla fine una buona collezione di foto da usare nei calendari, sulle magliette o per farne una mostra.
Oggi la disponibilità di smartphone anche nei paesi più svantaggiati, porta a discorsi diversi. Le Ong chiedono agli stessi cooperanti locali o ai diretti interessati di documentare o fotografare il proprio ambiente. Il problema della qualità delle immagini però rimane. Certe foto perfette possono essere anche fatte da una persona senza una formazione adeguata – i momenti magici esistono per tutti – ma spesso si hanno tra le mani foto che non si possono usare. Foto di gruppi in posa, persone in posa comunque, foto in controluce, oggetti estranei al soggetto, soggetti troppo piccoli o tagliati…

Io non sono un esperto in questa materia, ma con il tempo a forza di dover guardare tante foto per lavoro, ho cominciato un po’ a vederle, a leggerle. La fotografia, a differenza della parola, è molto più infida, sembra oggettiva ma in realtà non lo è. Susan Sontag parlava della singola fotografia come di un ritaglio della realtà; un ritaglio appunto, ma cosa rimane fuori da quello che si è scelto di far vedere? Per non parlare delle foto che sono invece delle composizioni e quindi un po’ anche delle falsificazioni, o delle immagini passate per il fotoritocco. La scrittura tendenzialmente è più sincera.

Ma la fotografia è un mezzo di comunicazione potente; diceva sempre Susan Sontag “Una narrazione può farci capire. Le fotografie invece ci ossessionano”. Cerchiamo di usare bene questo mezzo allora, cercando di vedere prima di scattare e di leggere quello che si vede.