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Il futuro è longevo

Aumentano gli anziani in tutte società sviluppate, ma la longevità non deve essere vissuta come un peso economico da sostenere bensì come una risorsa per la società stessa

L’Italia invecchia, questo lo sappiamo tutti, ma quello che non sappiamo è che l’invecchiamento progressivo della popolazione è un fenomeno globale che interessa tutti i continenti fatta eccezione, per adesso, dell’Africa. È l’età media che aumenta, e questo a causa dei miglioramenti nelle aspettative di vita (si vive più a lungo) e del conseguente minor tasso di fertilità (si fanno meno figli).

Ci sono alcuni luoghi dove questo fenomeno è già molto avanti come il Giappone, la Germania, l’Italia altri dove arriverà velocemente (come la Cina); un evento così importante che alcuni analisti hanno cominciato a chiamarlo silver tsunami, per evidenziare i problemi che potrà creare nel campo sanitario, pensionistico, economico in generale.

La questione demografica italiana

Oggigiorno un italiano ha una aspettativa di vita di 83,1 anni, davanti a noi c’è solo la Spagna in Europa (83,4). Le donne poi vivono mediamente fino a 85,6 anni; entro il 2065 la speranza di vita potrebbe avvicinarsi a 86 anni per i maschi e 90 per le femmine.
A livello di popolazione complessiva l’Italia, che oggi ha più di 60 milioni di abitanti, nel 2045 ne avrà 58,6 e nel 2065 solo 53,7 milioni. Meno italiani insomma e quelli presenti saranno più vecchi, dato che si stima che nel 2065 l’età media di un italiano sarà di 50 anni mentre oggi si ferma a 44,7 anni. E per fortuna che c’è l’immigrazione che un po’ compensa ma che da sola non può certo bastare.

“Il picchio di invecchiamento si manifesterà fra il 2045 e il 2050 – afferma lo statistico Gianluigi Bovini in un saggio contenuto nel libro promosso da Auser Emilia Romagna ‘2032: idee per la longevità’ – in quel periodo si dovrebbe raggiungere una quota di persone in età superiore a 64 anni vicina al 34%”. In questo momento la percentuale è del 22% di over 64 anni sul totale della popolazione. Nei prossimi 30 anni un italiano su tre potrà definirsi anziano.

Queste prospettive pongono alcune domande delicate: quando il rapporto numerico tra chi lavora e chi sta in pensione sarà sbilanciato, chi pagherà le pensioni e ancora prima chi occuperà i posti di lavoro se mancano le persone? Anche sul piano sanitario più anziani vuol anche una maggior spesa sanitaria e i nostri sistemi sanitari europei, gli unici al mondo che cercano di assicurare la salute a tutti, saranno sostenibili?
È chiaro che non esiste solo una risposta a domande così complesse che per essere affrontate e, speriamo, risolte, devono prendere in considerazione fattori molto diversi come la redistribuzione della ricchezza, la sostenibilità ambientale, gli stili di vita, una politica estera collaborativa e molto altro ancora.

Possiamo però dire che una risposta può venire anche da una nuova immagine della persona anziana, anzi delle persone anziane dato che tra di loro vi sono differenze importanti.

Nuovi modelli culturali

Non si può più considerare anziana una persona over 65; soprattutto nelle società occidentale le persone che arrivano a quella età sono più prestanti, hanno più cultura e anche più soldi. L’asticella si è spostata in avanti e oggi solo quando si superano i 75 – 80 si può essere considerati veramente anziani. Non solo, se una volta si parlava di terza età, oggi il discorso è più complesso, dato che si può parlare di una quarta e di una quinta età, in ognuna delle quali si può vivere bene.

E’ un discorso anche a livello culturale. Se il mondo aziendale ha ben capito l’importanza di questa fascia d’età in termini di consumi (si pensi solo al settore dei viaggi e delle vacanze in genere), gli stereotipi nei confronti della persona avanti con gli anni non sono cambiati più di tanto. Vedere la persona anziana solo come il nonno dalla barba bianca che sorride davanti alla televisione o al vecchietto del bar che gioca a carte è oramai un’immagine riduttiva di quello che sono gli anziani oggi che, anzi, sempre di più vengono chiamati in causa da una società che ha bisogno di loro.

Dopo la crisi economica globale del 2008, i nonni sono diventati una risorsa essenziale per molte giovani famiglie sia in termini di soldi ma soprattutto in termini di tempo che hanno passato ad accudire i nipoti. Per non parlare invece, a livello più pubblico, dell’aiuto che gli anziani stanno dando con il loro volontariato nei musei, nei servizi sociali, negli accompagnamenti, nella tutela dell’ambiente. Si sta delineando una persona anziana sempre più attiva e che ha un ruolo nuovo nella società, ruolo che non coincide più con il significato che tradizionalmente si attribuisce alla parola pensionato.

Un invecchiamento attivo

Parlando di invecchiamento l’OMS denuncia alcuni convinzioni errate che riguardano gli anziani (www.who.int/ageing) da modificare:

  • gli anziani non sono un gruppo omogeneo ma hanno bisogni molto differenti
  • le differenze tra di loro non sono casuali ma dipendono da cultura, reddito, relazioni sociali
  • la buona salute in età anziana non è l’assenza di malattia ma il benessere complessivo della persona (anche quello psicologico e relazionale)
  • la spesa per gli anziani non è un costo ma un investimento per la società nel suo complesso.

La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE) e l’OMS hanno redatto un indice di invecchiamento attivo che serve per misurare la capacità degli Stati di stimolare questo modo di invecchiare. Si basa su quattro aree ovvero la permanenza nel mercato del lavoro, la partecipazione politica e sociale, la vita autonoma, sana e sicura e infine un contesto che assicura l’invecchiamento attivo come una buona aspettativa di vita in buona salute, soddisfacente livello di benessere psicologico, buone relazioni sociali…

Secondo questo indice l’Italia occupa le 17° posizione, inferiore alla media europea e, come al solito, gli Stati che sono più attivi in questo campo sono quelli del nord Europa. È chiaro che nell’agenda politica della nostra società il tema della maggiore longevità deve avere un suo posto fisso e costante.

“La longevità – ha detto Assunta Ingenito, ricercatrice Ires Emilia Romagna – non deve essere vissuta come un peso economico da sostenere ma come una risorsa per la società e quindi occorre una nuova narrazione dell’anziano”. La Ingenito ha pubblicato un testo che raccoglie una cinquantina di esperienze italiane ed europee che affrontano il tema dell’invecchiamento attivo nel campo dell’abitare, della salute, della cultura e nei rapporti tra le generazioni.
Scorrendo le varie esperienze riportate appare evidente come la nuova situazione demografica può essere vissuta come un’opportunità per pensare e realizzare nuovi modi di lavorare, collaborare, vivere insieme. La persona anziana è una persona attiva e importante per la società in cui vive e quando la sua fragilità aumenterà o quando si troverà in una situazione di non autosufficienza, se arriverà a quel punto in un contesto attivo, anche quest’ultima parte della sua vita potrà essere vissuta con maggiore serenità.

Gli organismi internazionali e la persona anziana

L’Onu nel 1982 decide di affrontare per la prima volta il tema dell’invecchiamento della popolazione con il Piano di Vienna che pone l’accento su come valorizzare gli anziani e soddisfare le loro esigenze di assistenza.
Nel 1990 viene fissata al 1 ottobre la Giornata Internazionale delle Persone Anziane, mentre sempre l’ONU nel 1991 adotta i 18 Principi delle Nazioni Unite per le Persone Anziane e l’anno successivo la Dichiarazione sull’Invecchiamento.
Nel 2002 si svolge la Seconda Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento che decide di adottare il Piano di Azione internazionale di Madrid sull’invecchiamento per rispondere alle opportunità e alle sfide dell’invecchiamento della popolazione del 21 secolo. Questi principi sono stati poi integrati nei 17 Obiettivi Globali di Sviluppo Sostenibile.

L’Unione Europea segue attentamente le direttive dell’ONU e realizza ben 4 conferenze sull’invecchiamento organizzate dalla Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, la prossima si svolgerà nel 2022 e farà il punto sui tre obiettivi che gli Stati europei si sono dati:

  • riconoscere il potenziale rappresentato dalle persone anziane
  • incoraggiare il prolungamento della vita professionale e la capacità lavorativa
  • assicurare un processo di invecchiamento dignitoso.

Il primo Festival della Longevità

L’Auser Emilia Romagna e le sue sezioni territoriali hanno organizzato dal 4 novembre al 5 dicembre 2019 il Festival della Longevità, primo esempio in Italia di una serie di eventi con tema centrale quello della longevità, “una rivoluzione – come recita il sottotitolo del Festival – (per ora) silenziosa”.

Tanti i temi trattati durante la rassegna, alcuni anche privati e scomodi, come quello della sessualità. E poi il tema della domiciliarità, a partire dall’abbattimento delle barriere architettoniche e all’importanza di dotare le case con più piani dell’ascensore, fino alle forme di abitare solidale, tra anziani, tra anziani e nuove famiglie…

Gli incontri, tenutosi sotto forma di seminari, hanno riguardato tutti i vari aspetti della condizione dell’anziano e dei suoi rapporti con la società. Si è parlato anche di servizio di volontariato per l’ambiente, di alimentazione, memoria, trasporto sociale, i testamenti.

(articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follerau” marzo-aprile 2020)

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Una scrittura facile da leggere

Nicola Rabbi, Scrivere facile non è difficile, edizioni la meridiana, 2020, p. 101


La società contemporanea richiede delle capacità di lettura e comprensione dei testi superiore rispetto al passato. Ecco allora che numerose persone vuoi per motivi culturali e/o linguistici (stranieri, persone con bassi titoli di studio) vuoi per motivi che riguardano la difficoltà di apprendimento, non riescono a capire quello che leggono.

La scrittura Easy To Read (ETR), la scrittura cioè facile da leggere va incontro a questa categoria di persone. Lo fa usando delle parole più semplici, componendo delle frasi più corte e dando un ordine della narrazione che si basa sull’ordine cronologico e sul principio di causa ed effetto.

Scrivere facile non è difficile è un libro pubblicato dalle Edizioni la meridiana che tratta dell’efficacia della scrittura easy to read; non è un manuale di scrittura ma uno strumento per assicurare al maggior numero di persone, anche chi è svantaggiato (come stranieri, persone con disturbi dell’apprendimento…) il diritto alla cultura e all’informazione accessibile.

Non comprendere un testo, non riuscire a seguire una storia scritta, può essere un motivo di grande frustrazione per una persona.
Anche chi è abituato alla lettura, magari di testi complessi, può provare questa sensazione di impotenza che lo attanaglia, quando si trova in un paese dove si parla un’altra lingua, la cui scrittura non riusciamo a decifrare. Questa sensazione potrebbe durare solo il periodo breve di una vacanza ma per chi, per motivi molto differenti, ha difficoltà a leggere anche nella sua lingua madre, questo provoca una frustrazione che perdura.
La scrittura easy to read permette a queste persone di vivere meglio la loro vita, di partecipare a una comunità e, in fin dei conti, questa risultato è utile a tutti e non solo a pochi, perché dare questa opportunità significa arricchire la propria comunità, il capitale umano del paese in cui si vive.
Porre attenzione a come si scrive, a chi ci si rivolge, è un esercizio impegnativo che richiede preparazione e molta pratica. Scrivere “semplicemente” non significa banalizzare o un abbassare il livello culturale, ma proprio l’opposto, significa essere maggiormente consapevoli di quello che si scrive. Proprio in questi tempi di rapidissima scrittura digitale, la scrittura controllata non viene certo dalla pancia, non si appoggia sui luoghi comuni ed è anzi attenta alle fonti che usa.

Uno strumento utile a molti

Sono tante le persone che la potrebbero usare: i dipendenti pubblici che scrivono per i cittadini, gli insegnanti nelle scuole alle prese con ragazzi sempre più impegnativi, gli operatori culturali di ogni disciplina che vorrebbero avere un pubblico sempre maggiore e non rivolgersi a un élite, gli educatori nei centri per disabili o per anziani, i giornalisti. Una scrittura chiara e comprensibile è infine uno strumento da proporre anche nei progetti di cooperazione di sviluppo che si rivolgono alle persone con disabilità.
I testi fino ad oggi che si sono occupati di scrittura easy to read hanno il limite di circoscrivere la scrittura controllata solo in ambito scolastico per ragazzi con degli svantaggi nell’apprendimento, oppure farne un discorso che riguarda solo la disabilità, in particolare le persone con deficit cognitivo. Ma l’utilità della scrittura ETR è molto più ampia e si rivolge a più persone, dato che non esiste una sola forma di scrittura esplicitata ma ne esistono molte a seconda del pubblico a cui ci si rivolge.

I libri di accaParlante

Il libro recensito è il terzo volume di una nuova collana editoriale, “i libri di accaParlante”, nata dalla collaborazione tra il Centro Documentazione Handicap di Bologna e le Edizioni la meridiana.
Filo conduttore della collana è il tema dell’accessibilità, declinato nei suoi molteplici aspetti: accessibilità non solo fisica, ma anche alla comunicazione, alla conoscenza, alla cultura, alla relazione con la diversità.

“Che poi significa – dichiara Elvira Zaccagnino, direttrice di Edizioni la meridiana – fare in modo che tutti, secondo le proprie possibilità, abbiano gli stessi diritti ed esercitino i loro doveri di cittadinanza che ogni comunità democratica deve garantire ai suoi cittadini”.
“A Capo Nord bisogna andare due volte“ è il volume che ha aperto la collana con una storia di un viaggio accessibile, tra limiti e risorse. L’autrice, Valeria Alpi, giornalista, a Capo Nord è stata due volte, in auto da Bologna, da sola, con la sua disabilità. Il racconto del viaggio è solo il pretesto per riflettere su come si possa preparare un viaggio accessibile alle proprie esigenze e in un contesto di fiducia.

“A scuola è il respiro del mondo“ è invece il secondo volume, dove l’autrice, Giovanna Di Pasquale, pedagogista, racconta come poter costruire una lezione accessibile per valorizzare tutti gli allievi. Il nostro modo di pensare la scuola è il nostro modo di pensare il mondo. La funzione che attribuiamo alla scuola e ai servizi educativi è una cartina di tornasole che evidenzia qual è la nostra idea del rapporto fra gli adulti e i più giovani.

(articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” marzo – aprile 2020)