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La guerra attira gli aiuti umanitari, la pace no?

di Marco Sassi

Grazie Nicola, con un breve commento ho la possibilità di aggiungere due cose:
1) La prima è che hai terribilmente ragione: dalla mia breve esperienza in Iraq ai tempi di Saddam posso confermarti che la situazione era molto migliore, sono state uccise 120.000 persone e i Curdi soffrono molto più di prima. La guerra aveva altre ragioni, ricordiamocelo sempre, così come chiediamoci sempre che meravigliose relazioni di pace e di cooperazione avremmo potuto sostenere in tutto il sud del mondo coi 7-8 miliardi spesi (costi diretti e indiretti) dall’Italia in quei due buchi neri , pari a 12 volte quello che abbiamo speso per la cooperazione allo sviluppo in tutto il mondo !
2) La seconda questione mi tormenta molto: ci sono situazioni di tensione che conoscono parossismi e sfociano nel conflitto anche perchè le parti sanno benissimo che, successivamente, la comunità internazionale farà a gara per partecipare alla ricostruzione, a volte con convinzione a volte con carità pelosa e malcelante interessi economici. I casi che hai citato dell’Afghanistan e dell’Iraq sono sicuramente emblematici, e a questa stessa riflessione e lettura alla lente di ingrandimento non vorrei sottrarre, per amor di verità, nemmeno il conflitto perennemente riacceso da parte palestinese (per quanta ragione stia dalla loro), ma anche in Ucraina, nella Repubblica Centrafricana ecc .

E ci sono altre situazioni di conflitto, dove invece le parti riescono a trovare conciliazioni, a uscire dalla spirale dell’aggressione, ad abbassare i livelli dello scontro. E ce ne sono tantissimi di casi come questo: ma non “bucano”, non assurgono agli onori nè delle cronache nè degli aiuti ; e scivolano nell’oblio.
La comunità internazionale ha versato negli ultimi 30 anni per un Palestinese circa 150 volte di più rispetto a un Malgascio. Qui hanno trovato forme di pacificazione, dopo la rivoluzione di 7 anni fa hanno fatto la riconciliazione, non ci sono più tensioni…. ma solo centinaia di morti per fame, per sete, per la carestia che colpisce l’intero sud del Paese o per la peste bubbonica che colpisce il nord, dimenticati dal mondo.
Dobbiamo uscire da una spirale: la guerra , i morti pagano, mentre la pace , la conciliazione porta all’oblio.
E’ una trappola velenosa, in cui cadiamo in continuazione, quella di accorrere sulle guerre e di voltare le spalle a chi abbraccia la pace.
A noi Europei arriverà presto il conto salatissimo della stramaledetta guerra tra Ucraina e filorussi, la ricostruzione ci costerà miliardi, ma, visto che ce ne sono sempre meno, saranno tolti a chi poteva fare la guerra ma ha fatto la pace. Ma ora fa la fame. E’ giusto?

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Comunicato Aifo: Libia, si cominci dalla pace, non dalla guerra

libiaSi riparla di guerra in Libia. Quattro anni fa è stata proprio la guerra a produrre il disastro attuale. E non sarà certo un’altra guerra a riportare ordine, anche se sotto l’egida delle Nazioni Unite, una contraddizione perché l’Onu è nata proprio per “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”.

La politica continua a riproporre soluzioni che sono fallite in Somalia, in Afghanistan, in Iraq e da ultimo proprio in Libia. Sono questi errori a rendere oggi così difficile la soluzione dei conflitti accesi da violenze sconsiderate. La scorciatoia della guerra è una pura illusione.
La crisi economica – si dice – è dovuta alla mancanza di investimenti. Il caos e la crisi della sicurezza attuali sono dovuti ai mancati investimenti nella pace.

Settant’anni fa Raoul Follereau proponeva un servizio civile per abolire progressivamente il servizio di leva. Avremmo pronti quei corpi di civili di pace che mancano terribilmente sullo scenario internazionale.
Alla gioventù uscita dalla guerra mondiale indicava un’educazione aperta al mondo, inserendo la storia dell’umanità   nei   programmi   scolastici. Avremmo evitato di far crescere generazioni che non si comprendono perché vivono in culture e religioni diverse, che non sanno nulla le une delle altre o, peggio, si conoscono solo attraversi stereotipi. Non staremmo oggi ad evocare scontri di civiltà.

Si dirà: ma come combattere la follia armata senza armi? È vero, ma chi ha fabbricato, finanziato, venduto quelle armi? Com’è possibile tagliare ancora risorse per gli eserciti di fronte a questa emergenza? Ma quale sicurezza ci hanno dato gli eserciti in Afghanistan e in Iraq? Bilanci militari che hanno fomentato nuove guerre anziché spegnere vecchi conflitti.
Coloro che sono contro le guerre, le persone che anche nelle zone dei conflitti rischiano la vita per battersi
per la pace sono semplicemente “invisibili”, non c’è spazio per loro, come un tempo per i “lebbrosi”.

In questo vuoto,la politica continua ad alimentare mostri di guerre che costruiranno altri mostri.
Da subito in Libia si smetta di commerciare in armi, di pagare il petrolio alle bande armate, di sostenere anche diplomaticamente i finanziatori del terrorismo. Si pongano le Nazioni Unite al servizio della popolazione libica e non degli interessi dei governi “interventisti”, si smetta di considerare i diritti umani un oggetto di lusso solo per pochi privilegiati.

Più tarderemo a realizzare strumenti di pace, più saremo impotenti a fermare la violenza e la spirale che ne segue, come dimostra la storia recente della Libia. Costruita con tanti gesti, anche a cominciare da noi stessi, la pace non sembrerà poi così impossibile.

 a cura della redazione di Aifo – Associazione di cooperazione sanitaria internazionale

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La guerra schiaccia sempre la cooperazione

libia-30-03-2011_650x435Leggendo on line i maggiori quotidiani in questi ultimi giorni mi domando se chi scrive gli articoli e, ancora di più, chi compone le pagine, decide gli ingombri, i titoli e le immagini, si rende conto di quello che sta facendo. Sto parlando di questa sussurrata guerra alla Libia che vedrebbe l’Italia in un ruolo centrale. Sono tante notizie, anche di natura diversa ma che convergono tutte in una sola voce che da sussurro diventa grido.

Così la minaccia dell’Is, questa volta in Libia, si accosta all’ottuso religioso musulmano che dice che la terra non gira attorno al sole, si lega alla notizia, ancora più gravida di conseguenze nefaste, che alcuni membri dell’Is potrebbero arrivare con i barconi dei profughi in Italia. Si crea così un clima di paura che predispone anche alle azioni armate. La propaganda funziona sempre in questo modo; proviamo a leggere i giornali del ’91, del 2001, del 2003… I maggiori quotidiani usando una terminologia comune (allora si parlava di guerra umanitaria, poco dopo di guerra al terrorismo) sussurravano tutti assieme la stessa cosa. E cosa hanno portato queste guerre in Iraq e in Afghanistan? La liberazione degli oppressi, l’eliminazione dei talebani? La liberazione delle donne? Ha portato solo morte, disabilità fisica e mentale, povertà. Gli uomini in guerra mutano, i soldati fanno cose che mai avrebbero immaginato di fare in un contesto normale (provate a leggere Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic per comprendere bene questa mutazione).

La ricerca continua della pace dovrebbe essere un elemento che accomuna tutte le Ong che sanno bene che una settimana di guerra può annullare il lavoro di mesi, forse di anni. E dovrebbero anche comunicare questa voglia di pace con una voce forte.

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Come animare un fumetto (su carta) per parlare di sviluppo

comic_youtubeCome riuscire a presentare in un modo più dinamico un libro, una graphic novel, ad un pubblico giovane e inquieto? Ci abbiamo provato in questo modo, spezzettandolo e montandolo con un programma di montaggio video. E’ un lavoro ancora un po’ grezzo e il fumetto ne soffre. Ma per parlare di sviluppo bisogna sempre cercare strade nuove a seconda del pubblico a cui ti rivolgi. Che ve ne sembra?

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Ritorno in India

Sunil_Bologna_400x400Ecco al testimonianza di Sunil Deepak che dopo 30 anni di attività come responsabile medico-scientifico di Aifo, è tornato in India per un sua ricerca personale (articolo pubblicato sulla rivista di Aifo febbraio/2015).

Avevo iniziato a lavorare nella sede bolognese di Aifo nel 1988, prima come responsabile dell’ufficio progetti e poi come responsabile dell’ufficio medico e scientifico. E’ stata un’esperienza bella e forte che mi ha permesso di conoscere molte realtà difficili in diverse parti del mondo. E’ stata anche un’opportunità di incontrare tante persone di grande umanità nei gruppi Aifo sparsi su tutto il territorio nazionale.

Nel luglio 2014, dopo circa 30 anni di vita in Italia, sono tornato in India con l’intenzione di lavorare con e per i malati di lebbra e le persone disabili.
I miei legami con l’Italia continuano però a essere vivi, innanzitutto per via della mia famiglia che continua a vivere là. Inoltre, a parte i tanti amici ai quali voglio bene, continuo a collaborare con Aifo dall’India per seguire alcuni rapporti internazionali.
Nel 1988, quando ci siamo trasferiti in Italia, nostro figlio Marco non aveva ancora compiuto 4 anni. In quell’epoca, prima di venire in Italia, lavoravo come medico in un piccolo ambulatorio a Nuova Delhi dove mi occupavo di tutto, dai raffreddori ai parti, ai piccoli interventi chirurgici. Se arrivava una persona con il sospetto della malaria, dovevo fare uno striscione di sangue e poi controllarlo con il microscopio. Lavoravo tutti i giorni della settimana compresa la domenica mattina e ogni tanto dovevo alzarmi di notte per rispondere alle emergenze. Era un lavoro molto impegnativo e mi dava una grande soddisfazione, ma spesso mi lasciava con un senso di grande frustrazione quando perdevo qualche malato per delle banalità.

Dopo il trasloco in Italia, durante i primi anni, nonostante la famiglia e la calorosa accoglienza degli amici, mi è sempre mancato il ritmo incessante di lavoro del mio ambulatorio. “Un giorno tornerò a riprendere quel cammino”, mi ero promesso.
Poi con il passare degli anni e anche grazie al grande senso di soddisfazione che avevo trovato nel mio lavoro con Aifo, quel desiderio di tornare si era assopito. Soltanto qualche anno fa, dopo aver perso mia madre, ho iniziato a pensare che forse era arrivato il momento del mio rientro in India. Oramai nostro figlio era cresciuto ed era autosufficiente, mia moglie comprendeva il mio desiderio di ritornare e non vi erano delle questioni familiari particolari che mi trattenevano. Così, nel giugno 2014, quando ho compiuto i 60 anni, sono partito.

Cosa ci faccio in India?

“Come ti trovi in India?”, “Dove sei e che cosa fai?”. Sono le due domande che spesso le persone mi pongono e alle quali non ho delle risposte semplici.
Da una parte, sono convinto di aver fatto la scelta giusta, dall’altra mi manca la famiglia dato che faccio fatica a vivere lontano da loro. Fortunatamente oggi la tecnologia ci aiuta a mantenere i contatti; i telefoni cellulari, internet e i programmi come skype, ci permettono di sentirci ogni tanto e di avere notizie anche nei posti più sperduti.
Voglio continuare a occuparmi di lotta alla lebbra e di programmi di riabilitazione, i due temi dei quali mi sono occupato durante il mio lavoro con Aifo in Italia. Per quanto riguarda il lavoro, ho deciso di lavorare insieme alle altre persone o organizzazioni che si occupano di persone povere ed emarginate. Non vorrei iniziare qualcosa per conto mio, perché penso che alla mia età non sarebbe sostenibile, e tutto si potrebbe fermare il giorno che avrò problemi di salute. Per questo motivo, dopo il mio rientro, sto girando diverse parti dell’India, visitando persone e organizzazioni che si occupano di programmi sanitari nelle aree rurali isolate, per conoscere il loro lavoro e per decidere dove posso fermarmi e dove potrò essere più utile.
Negli ultimi sei mesi ho visitato molti centri e conosciuto molte persone che si dedicano a operare a favore dei gruppi emarginati. Ora mi trovo a Guwahati nell’estremo nord-est dell’India, vicino alla frontiera con la Birmania e con il Bangladesh. Sto collaborando con altri progetti di riabilitazione su base comunitaria. Mi trovo bene qui e il bisogno è grande: forse ho trovato il posto dove potrò fermarmi per un po’!

I cambiamenti negli ultimi 30 anni

“Come è l’India oggi?”, “La trovi molto diversa da come era 30 anni fa?”. Sono le altre due domande che gli amici italiani mi fanno spesso.
Negli anni ‘70, quando ero uno studente di medicina a Nuova Delhi, l’esperienza dell’indipendenza dell’India dal regno coloniale inglese era ancora recente. Anche i ricordi delle esperienze laceranti della partizione dell’India erano vivi. Ricordo quel periodo come il tempo degli ideali e dei sogni. La vita era sicuramente più semplice. Nella stradina dove abitavamo, soltanto una vecchia dottoressa aveva una macchina. La TV era arrivata, ma era ancora in bianco e nero e vi era un canale unico che trasmetteva solo la sera.
All’epoca, per avere una linea telefonica o per comprare una vespa bisognava aspettare qualche anno nelle liste di attesa. Il ritmo della vita era più lento e tranquillo. Conoscevo di nome quasi tutti quelli che abitavano nella nostra stradina. I valori predominanti di quell’epoca erano risparmio, sobrietà, educazione e partecipazione comunitaria. Avere grandi ambizioni o ostentare la ricchezza erano cose da evitare.
Oggi tutto questo è cambiato. Anche le città periferiche come Guwahati dove vivo in questi giorni, hanno dei grandi centri commerciali dove si possono trovare le stesse grandi marche che si trovano in Italia. Inoltre in questi 30 anni, diversi indicatori riguardanti la salute degli indiani, dall’aspettativa media della vita alla mortalità infantile passando per l’accesso all’educazione, sono migliorati. Dall’altra parte però, l’inquinamento ha raggiunto livelli spaventosi e i valori della generazione di oggi sono diversi: consumismo, avere ambizioni, poter comprare le grandi marche e voler diventare ricchi, questi oggi sono i valori dominanti.
A livello comunitario invece vi è un grande fermento e le persone nelle aree rurali spesso si organizzano per chiedere i loro diritti invece di aspettarli in maniera passiva. Nonostante tutti i progressi, le sfide che l’India deve superare sono enormi dato che qualche centinaio di milioni di persone ancora vivono in condizioni di grande disagio e di povertà assoluta.
Queste due situazioni, da una parte lo sviluppo economico e dall’altra l’esclusione, si possono applicare anche alla situazione sanitaria in India. Cosi da una parte vi sono molti nuovi ospedali ultramoderni con tecnologie avanzate e dall’altra vi sono aree fuori dai centri urbani sprovviste di ospedali, di medicine e di personale sanitario. Inoltre sempre più spesso, i servizi sanitari pubblici lasciano spazio ai servizi privati.

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Islam: scontro o incontro? Ecco il nuovo numero di “Amici di Follereau”

s0_475“Ignoriamo tutto dell’Islam, ma abbiamo la pretesa di ‘liberarlo’ insultando chi lo pratica”, con queste parole inizia l’articolo di apertura del numero di febbraio della rivista di Aifo, dedicato appunto ai rapporti tra noi e un Islam di cui conosciamo poco. All’interno del numero è anche presente un’intervista ad Adnane Mokrani, un teologo musulmano e presidente del Centro interconfessionale per la pace.
Il dossier del mese è dedicato ai risultati, presentati in un convegno a Trieste, del progetto di riabilitazione su base comunitaria e salute mentale realizzato in cinque paesi a reddito medio-basso (Mongolia, Cina, Liberia, Brasile, Indonesia).
“Investire sui poveri” è invece il titolo dell’articolo che tratta della lotta alla povertà nel mondo e di come la politica economica debba rivedere le sue scelte, cercando di diminuire le discriminazioni e le disuguaglianze verso gli strati più poveri della popolazione che rimanendo tale non permette la crescita economica in generale.
Lo sapevate che sono circa 200 mila sono le persone di origine rom o sinti nel nostro paese, la maggior parte delle quali con una casa loro e un lavoro? Eppure come si legge nell’articolo “Per non chiamarli nomadi o zingari”, i pregiudizi resistono.

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Joyce danza per la nuova vita

YojceNon solo lotta alla lebbra ma anche all’aids nei progetti che Aifo realizza in Mozambico. Tutto questo in collaborazione con le Ong locali (articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau)

La lebbra è una malattia che spaventa l’uomo da migliaia di anni; a volte viene presentata con il termine di “antica nemica” e, anche se vi sono delle cure che portano alla completa guarigione, in molti paesi dove non vi sono sistemi sanitari adeguati, si ripresenta continuamente e in alcuni casi le persone che ne sono affette non vengono nemmeno individuate. E’ quanto succede in un paese come il Mozambico che, seppur conosce da anni un costante sviluppo – come molti altri paesi africani – parte della popolazione rimane comunque esclusa dai benefici.
Dagli anni ’80 vi è un’altra nemica in Africa, l’Aids, una malattia non antica, ma che spaventa enormemente, perché non è stata trovata una cura definitiva e quelle che esistono, anche se efficaci, sono costose e non sempre alla portata della popolazione povera.
Aifo nel corso degli anni si è così indirizzata a curare non solo la lebbra ma anche altre malattie come l’Aids, basandosi sempre su alcuni capisaldi che caratterizzano la sua azione; ovvero la prevenzione, l’informazione, il coinvolgimento dell’intera comunità attorno al malato e la presa di coscienza dei diritti del malato stesso, in altre parole ha portato avanti la sua azione appoggiandosi al metodo della riabilitazione su base comunitaria.
In Mozambico Aifo ha dei progetti fin dal 1981 e attualmente è presente in due province del centro nord, Manica e Nampula: è in quest’ultima zona situata più a nord e che si affaccia sul mare che abbiamo raccolto la testimonianza di Maria.

Essere donne e con problemi di salute

I problemi di salute sono difficili da affrontare nei paesi poveri e se la persona è donna e in più ha delle responsabilità famigliari, o addirittura aspetta un figlio, allora la situazione diventa ancora più complicata e questo è un riscontro amaro che si può fare in varie parti del mondo.
Maria Sacuate vive nel villaggio di Nhachaca all’interno del distretto di Murrupula che dista circa 120 chilometri dalla capitale Nampula, la terza città del Mozambico e che ha dato il nome anche alla provincia.
Le hanno diagnosticato la lebbra nel 2006 e nonostante le cure appropriate, le conseguenze della malattia si sono presentate sotto la forma di continue ferite difficili da trattare. Il marito non riesce a vivere accanto ad una donna in queste condizioni di salute e nel 2010 la lascia sola assieme ai quattro figli.
La svolta nella vita di Maria comincia grazie al suo inserimento all’interno di un gruppo auto-aiuto – sostenuto da Aifo – che le insegna a trattare le ferite con maggiore efficacia e le procura delle calzature adatte ai suoi piedi piuttosto delicati di ex malata di lebbra. Anche uno dei suoi figli viene coinvolto nel gruppo in aiuto alla madre e i problemi fisici vengono in poco tempo superati tanto che il marito si riunisce alla famiglia un paio di anni dopo. Il gruppo di auto-aiuto costituitosi nel suo villaggio è formato da 18 persone e Maria ne è diventata la responsabile. Come spesso accade in questi casi, il miglioramento delle proprie condizioni esistenziali grazie ad un gruppo, porta a una presa di coscienza e al desiderio di farsi a propria volta promotore e testimone di questa esperienza.

Quando la malattia si chiama aids

Nell’altra provincia in cui Aifo è attiva, a Manica nel distretto di Mossurize, abbiamo invece conosciuto la storia di Joyce Muiambo, una donna di 34 anni che nel febbraio del 2014 ha scoperto di essere malata di Aids.
Joyce ha iniziato a curarsi con i farmaci retro virali ma le condizioni di povertà della sua famiglia non le hanno dato la possibilità di continuare la cura. Questo ha portato a un peggioramento della sua salute fino al punto di rischiare di morire nel giugno dello stesso anno. In questo caso è l’incontro dei suoi famigliari con Kuzvipira, un’organizzazione cristiana di volontariato che le permette di trovare le risorse per riprendere le cure. I volontari di quest’associazione sensibilizzano i malati di Aids sull’importanza nel seguire le cure prescritte e li accompagnano personalmente in ospedale per le visite. Kuzvipira fornisce anche altri servizi, come il rifornimento di cibo alla famiglia, di medicinali al paziente e una serie di visite domiciliari nel corso della settimana.
In questo contesto l’azione di Aifo mira a sostenere e a rinforzare l’azione dell’organizzazione locale secondo un modello che le è usuale. Oltre a Kuzvipira, Aifo collabora con la Chiesa Anglicana, con l’ong Kulima, con Ademo (Associazione Nazionale delle Persone con Disabilità in Mozambico) e con altre realtà associative locali per realizzare un lavoro comune e alla pari.
Oggi le condizioni di Joyce sono migliorate, pur rimanendo malata, riesce ad avere una vita normale e a dare testimonianza della situazione sua e delle persone come lei. Lo scorso primo dicembre, durante la giornata mondiale dedicata alla lotta all’Aids, Joyce ha partecipato, assieme ad un altro centinaio di persone, a una marcia lunga sei chilometri, dove, a volte danzando in gruppo, ha manifestato pubblicamente le sue nuove e migliori condizioni di vita, raggiunte grazie all’iniziativa di Aifo e di Kuzvipira.

Un paese in lento sviluppo

Il Mozambico è un paese grande due volte e mezzo l’Italia con una popolazione di poco superiore ai 25 milioni di abitanti. E’ un’ex colonia portoghese e questa è anche la sua lingua ufficiale. Come in altre nazioni africane però la lingua ufficiale è quella conosciuta solo da una parte della popolazione – circa il 40% – ma ne vengono parlate almeno altre 15.
La nuova costituzione del 1990 ha fatto diventare il paese una democrazia pluripartitica almeno sulla carta dato che la guerra civile degli anni ’80 ancora pesa sugli equilibri politici e sul corretto funzionamento democratico del sistema.
Il Mozambico divenne indipendente nel 1975 dopo una lotta decennale del Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico) contro le forze coloniali. L’allineamento politico con l’Unione Sovietica portò al nascere di un’opposizione (Renamo) finanziata dal Sudafrica e dagli Stati Uniti che porterà a una sanguinosa ed economicamente distruttiva guerra civile che finisce solo nel 1991.
Il Mozambico è un paese molto povero, nella graduatoria dell’Indice di sviluppo umano per il 2011 occupa la 184° posizione su un totale di 187 paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale nel 2009 il 54,7% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà e nel 2012 l’aspettativa di vita media per un mozambicano era di 50 anni.
L’agricoltura è il settore più importante della sua economia mentre l’industria è poco sviluppata. Con uno sviluppo annuo dell’8% però il paese ha di fronte a sé delle prospettive migliori rispetto ai paesi dell’area sub sahariana.

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Quei ragazzi, cittadini del mondo a Pontedera

IMG_2354Vi ricordate i cittadini del mondo di Martha Nussbaum? Bene è con questo spirito educativo che siamo andati in una scuola superiore di Pontedera per fare un po’ di educazione alla mondialità tra i ragazzi. La scuola italiana deve essere rinforzata per quanto riguarda la conoscenza del mondo, del problema dello sviluppo e in generale del fatto che noi non siamo il centro del mondo ma che esistono culture, fedi  e stili di vita diversi ma rispettabili.

Mi sono portato dietro tutto il materiale che avevo scritto o prodotto per i progetti Aifo in Mongolia: il documentario, la rivista e il fumetto. Anzi per l’occasione ho sperimentato una presentazione diversa del fumetto. Ho scelto una delle storie, l’ho spezzettata e caricata su powerpoint e per ogni pagina ho associato un file audio del testo scritto. La voce me l’aveva prestata un mio collega anche attore. Per chi ha superato una certa età, forse si ricorda di “Supergulp, fumetti in TV“, la tecnica è quella, meno elaborata e meno spezzettata, ma comunque quello è lo stile (con il senno di poi avrei fatto meglio ad usare Adobe Premiere per assemblare tutto il materiale e movimentarlo un po’, ma sarà per una prossima volta):

Il mio era un lavoro in coppia con Emma Patroni, un’insegnante e volontaria di Aifo che ha raccontato la storia della ong, la figura di Raoul Follereau a cui si ispira il gruppo e il problema della lebbra e di altre malattie che, come la lebbra, generano lo stigma sociale. Ci eravamo conosciuti solo la sera prima, ma abbiamo lavorato assieme con una buona intesa.

Il problema da risolvere era quello di interessare i ragazzi, riuscire a coinvolgerli in questo genere di discorsi. Emma è un’insegnante scafata che non si lascia intimorire di fronte a 100 adolescenti che sembravano tenuti in una gabbia; anch’io ho una certa esperienza in queste cose ma il problema di come interessarli, di come non annoiarli mi lascia sembra dubbioso alla fine degli incontri. E’ difficile attirare l’attenzione di ragazzi che sono abituati a ritmi di narrazioni velocissimi, ad effetti spettacolari, il tutto condito con sentimenti forti, estremi (e un linguaggio conseguente a tutto questo). Non è nemmeno colpa loro che vivono semplicemente in un ambiente che noi adulti abbiamo costruito o abbiamo lasciato costruire.

Comunque la mia tecnica è sempre quella della chiacchierata, delle domande che rivolgo a loro, di continuo, anche a costo di sembrare fastidioso. E il fumetto, quello, li ha abbastanza coinvolti e alla domanda di quale fosse il momento nella narrazione dove Bayaraa riesce a superare la sua condizione di “handicappato” più di uno ha risposto giusto: “Nell’incendio delle colline” (attorno a UlaanBaatar).
Che cosa poi sia rimasto di tutto questo, non lo so, magari in uno o due ragazzi qualche impronta siamo riusciti a lasciarla. Chissà.