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Se la voce di Nenlay Doe si diffonde per radio

Ed ecco il frutto della collaborazione con Luther Mendin, L’articolo lo trovate anche sul nuovo numero della rivista di Aifo

Monger

Foto di Luther Mendin

In Liberia un nuovo ruolo per le persone disabili nella società del dopoguerra
Vi sono molte persone disabili in Liberia, più che altrove, e questo è dovuto non solo a cause naturali o a incidenti ma al fatto che in questo paese si sia combattuta una sanguinosa guerra civile che ha portato alla morte di oltre 200 mila persone e ne ha rese invalide molte altre.
Per una persona disabile vivere in questo paese non è facile perché mancano i servizi sanitari, assistenziali e riabilitativi di base, soprattutto nelle aree rurali, e anche perché l’atteggiamento verso di loro è in alcuni casi decisamente discriminatorio: i disabili vengono abbandonati, esclusi dalla comunità e i loro diritti non vengono rispettati.

La storia di Monger Kahn, un ex malato di lebbra che abita nella contea di Nimba all’interno del paese, è piuttosto esemplare in questo senso. “Aifo mi ha pagato una visita al Centro di Riabilitazione Ganta e poco dopo hanno cominciato a coinvolgermi in un programma di riabilitazione su base comunitaria: è stata questa cosa che ha cambiato il corso della mia vita”. Prima di allora Monger, sposato e con dei figli, aveva vissuto una vita ai margini della società, escluso e maltrattato. Da quel momento comincia a frequentare un corso di alfabetizzazione e un altro per la fabbricazione di saponi. S’impegna e si dimostra così bravo tanto da diventare lui stesso responsabile di quei corsi e conduttore di gruppi di auto-aiuto. Questa sua nuova attività gli viene anche stipendiata da Aifo. Intanto decolla la sua attività di fabbricante di sapone, dove coinvolge la moglie, con il risultato di vedere notevolmente migliorata la sua situazione economica. “Adesso – racconta Monger – sono insegnante in una scuola cittadina a Wuo e anche responsabile del gruppo di auto-aiuto. Da noi c’è un detto che dice, ‘se qualcuno ti lava la schiena, tu lavati la faccia’, questo per dire che in futuro vogliamo coinvolgere molte altre persone disabili e ampliare le nostre attività”.

Doe

Foto di Luther Mendin

Nenlay Doe è invece una signora con una disabilità fisica alle gambe, anche lei abitante nella contea di Nimba al confine con la Costa D’Avorio. “Prima di venire coinvolta nelle attività di Aifo non avevo nessun peso nella mia comunità; nessuno mi chiedeva mai di partecipare alle riunioni se si doveva decidere qualcosa, ma adesso tutto è cambiato”. Il programma su riabilitazione su base comunitaria l’ha resa consapevole dei suoi diritti e del fatto che anche lei ha qualcosa da dire a livello locale. “Adesso sono diventata la rappresentante di tutte le persone disabili della mia contea e la mia opinione ha un peso. Parlo alla radio dei diritti delle persone disabili e di come questi, a volte, non siano rispettati”. Nenlay e gli altri attivisti del suo gruppo recentemente hanno ottenuto un grande risultato di cui vanni fieri, sono riusciti ad avere dal governo locale un finanziamento per i disabili delle contea.

Esther

Foto di Luther Mendin

Esther Dehmie, disabile fisica, abita nella contea di Margibi e l’incontro con Aifo ha rappresentato per lei un profondo cambiamento sotto punti di vista diversi. “Attraverso il gruppo di aiuto-aiuto e il corso di formazione, ho cominciato ad allevare dei polli che adesso vendo. Sono diventata anche sarta e ottengo un buon reddito cucendo le divise per gli alunni della scuola locale”. L a caratteristica della riabilitazione su base comunitaria è anche quella di operare su più livelli interessando tutto ciò che ruota attorno alla persona disabile migliorando la sua condizione esistenziale complessivamente. Così degli aiuti di Aifo ne ha beneficiato il figlio che è stato operato alla cataratta in un occhio. Anche a livello di ausili la situazione è decisamente cambiata: “Fino a due anni fa, non avevo una carrozzina per spostarmi e questo mi limitava molto. Adesso ne ho una mia e ho imparato ad aggiustarla; questo mi permette di essere di aiuto alle altre persone disabili che possono avere problemi con le loro carrozzine”.

Il progetto “Oltre le barriere”
“Oltre le barriere. Sviluppo Inclusivo Comunitario per le persone con disabilità in Liberia” è il titolo di questo progetto che vuole contribuire allo sviluppo di un Programma nazionale di riabilitazione su base comunitaria in sei Contee del paese (in tutto ve ne sono 15). Aifo, che è presente in Liberia dal 1997, lavora in due direzioni: da un lato sostenendo direttamente le persone disabili e dall’altro promuovendo l’inclusione della disabilità nelle politiche nazionali di sviluppo.
Obiettivo prioritario del progetto è far sì che la Commissione Nazionale per le Disabilità , partner locale, sia in grado di assumersi la piena responsabilità del Programma alla fine del progetto. Per questo motivo si punta molto sulla formazione e l’aggiornamento del personale tecnico del Programma attraverso incontri e visite di supervisione. Il progetto raggiungerà oltre 1.200 persone con disabilità, supportandole in tutti gli aspetti della loro vita: salute, educazione, lavoro, partecipazione sociale e empowerment. Particolare attenzione sarà posta ai Gruppi di Auto Aiuto, come luogo privilegiato per la promozione dei diritti.
Le attività riguarderanno l’assistenza medica e gli interventi chirurgici riabilitativi, le visite a domicilio, le borse di studio e altro materiale per le scuole, i corsi di alfabetizzazione per adulti, l’avvio di attività generatrici di reddito e le campagne di sensibilizzazione e informazione.

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Foto di Simona Venturoli – Aifo

Liberia: il paese degli afro-americani
La Liberia è uno stato situato nell’Africa occidentale e confinante con Sierra Leone, Guinea e Costa D’Avorio; ha una storia molto particolare che lo differenzia dagli altri stati africani; è stato fondato nel 1822 da un gruppo di coloni afro-americani che ritornavano “liberi” dagli Stati Uniti e volevano creare una nuova nazione, cosa che poi avvenne nel 1847. La stessa bandiera liberiana è identica a quella degli Stati Uniti ma di stelle dorate ne ha solo una. La sua però non è certo la storia di uno stato democratico “felice” dato che le guerre civili (1989-2003) ne hanno distrutto l’economia e ucciso centinaia di migliaia di persone.
Il paese è grande poco più di un terzo dell’Italia ed è abitato solamente da circa 4 milioni di abitanti, di cui 1 milione abitano nella capitale Monrovia. Anche se la lingua ufficiale è quella inglese, nel paese vivono 16 gruppi etnici differenti e si parlano numerose altre lingue. La Liberia rimane uno dei paesi più poveri dell’Africa Sub-sahariana: la speranza di vita alla nascita è di 57 anni, il tasso di mortalità infantile è di 72 morti ogni mille nati e si contano 2 medici ogni 100.000 abitanti. Il tasso di analfabetismo raggiunge il 69,5%.
La struttura economica del paese è di tipo neocoloniale: lo sviluppo delle piantagioni di caucciù e dell’industria mineraria, controllate da capitale straniero, non ha innescato il decollo economico del paese che è ancora in larga parte caratterizzato da un’economia di sussistenza o dal sostegno dei donatori internazionali.

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“In piedi costruttori di Pace!” Ecco il numero di giugno della rivista di Aifo

“In piedi costruttori di Pace”! Questa la scritta che appare sulla copertina del nuovo numero di giugno della rivista di Aifo. L’articolo iniziale è infatti dedicato all’Arena di Pace e Disarmo di Verona, la grande manifestazione che si è svolta lo scorso 25 aprile e che ha visto la partecipazione di 13 mila persone. Di nonviolenza e di rifiuto totale della guerra se ne parla sempre poco e chi lavora nella cooperazione internazionale e ha visto e vissuto esperienze dirette, sa bene che è questo il nodo fondamentale da sciogliere. La distruzione di vite umane, beni e risorse che porta ogni guerra, ogni violenza è veramente senza senso perché conduce sempre ad un circolo vizioso (dalla violenza non si esce di certo con dell’altra violenza).aifo_giugno
Nella rivista si parla anche del problema dell’invecchiamento della popolazione, fenomeno che avviene non solo nelle nazioni sviluppate ma oramai anche in Cina, in Mongolia… creando situazioni del tutto inedite a cui si dovrà dare una risposta pena il declino economico.
Il dossier è invece dedicato al tema della responsabilità sociale d’impresa e di come il profit possa impegnarsi nel sociale soprattutto per quanto riguarda la situazione delle persone con disabilità.
Oltre al tema del crowdfunding sul web, vengono presentati anche due progetti, in Liberia e in India, che Aifo sta realizzando e che riguardano l’autonomia e il rafforzamento del ruolo sociale delle persone disabili.

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L’antica nemica

Ancient Enemy è un bel documentario prodotto da Al Jazeera all’interno di uno spazio di approfondimento intitolato Lifelines, the quest for global health, dove gli autori intervistano degli operatori sanitari che sono particolarmente impegnati nell’eliminazione di alcune malattie come la malaria, l’aids, la tubercolosi…
L’antica nemica, come alcuni di voi avranno già indovinato, altro non è che la lebbra, l’hanseniasi, un tipo di malattia che s’accompagna al pregiudizio e all’esclusione sociale da secoli.

Il film dura circa 50 minuti e senza inseguire ritmi accelerati o cambi frequenti d’immagini in stile videoclip musicale racconta la storia di coraggiosi operatori sanitari e di alcuni pazienti che a loro volta sono diventati operatori. Le interviste, è vero, durano poco e sono inframmezzate da molte immagini, ma la storia di questa malattia nell’India attuale viene ben raccontata entrando anche nei dettagli. Un esempio di video come questo, non possiamo certo vederlo sulla piattaforma sky nella sezione cultura – lì possiamo vedere per lo più cuochi, animali che si accoppiano e soporiferi reportage di viaggio – e neppure nei canali pubblici poco disposti a spendere soldi per servizi giornalistici così complicati. A dire il vero Al Jazeera produce questa serie perchè gliel’ha finanziata la Fondazione Gates (un po’ mi scoccia fare la pubblicità a Bill Gates, ma è un dato di fatto).
aljazeeraEppure nonostante il tema, il documentario ha un suo ritmo e qualche personaggio (il primo operatore sanitario che s’incontra e la giovane donna ex malata di lebbra) riesce a trasmettere delle forti emozioni a chi li ascolta. C’è anche un pò di docufiction, in quanto i pazienti a cui viene diagnosticata la malattia, non lo apprendono sicuramente in quel momento ma si tratta solo di una ricostruzione rifatta ad hoc per il giornalista. Ma la messa in scena è comunque sobria e accettabile (niente a che vedere con la Storia raccontata da History Channel).

Ma ritorniamo al contenuto del video. L’India ha dichiarato di aver eliminato l’hanseniasi nel 2005, cancellando i fondi ad essa dedicati, ma in realtà ogni anno ha 130 mila casi nuovi.
Anche se i malati di lebbra nel mondo sono passati dai 10 milioni nel 1991 ai 230 mila nel 2013, l’hanseniasi è il tipico esempio di come sia difficile eliminare completamente una malattia ma soprattutto ci insegna che non basta la cura ma occorre provvedere anche al recupero sociale di chi è stato malato. Gli ex lebbrosi si ritrovano ad essere ugualmente esclusi dalla società, a volte dalla loro stessa famiglia, e sono costretti ad abitare in colonie. E’ quasi impressionante vedere le somiglianze fra le testimonianze che ho raccolto – e qui pubblicato – di ex pazienti brasiliani seguiti da Aifo e quanto dicono gli ex pazienti in questo filmato. Ed anche nel video Leprosy in Brazil: uncovering a hidden disease , recensito sempre in questo blog e prodotto da the Guardian, possiamo ritrovare, in Brasile come in India, lo stesso atteggiamento delle autorità pubbliche che hanno un gran voglia di archiviare tutto questo discorso come una cosa che appartiene al passato. Ma non lo possono certo fare!

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Il ruolo della comunicazione nei progetti delle Ong

L’intervista non è recente, l’ho realizzata nel 2011, ma parecchie osservazioni fatte da Massimo Ghirelli, consulente per la comunicazione dell’Unità tecnica Cooperazione del Ministero degli affari Esteri, sono valide e da sottoscrivere. L’articolo fa parte di una monografia pubblicata sulla rivista Hp-Accaparlante intitolata “Make development inclusive – Quando la cooperazione allo sviluppo si occupa di disabilità nei paesi poveri”.

Che ruolo ha o dovrebbe avere la comunicazione per le Ong e per tutti coloro che fanno interventi nei paesi in via di sviluppo?
Più che una questione d’importanza è una questione di necessità. Sono migliaia purtroppo gli esempi di cooperazione, anche buona, che non raggiungono i loro scopi perché non viene tenuto conto in maniera giusta e completa l’aspetto comunicativo. Ti faccio l’esempio di un intervento che facemmo in Niger con i Tuareg che riguardava la costruzione di un ospedale. Non avevamo pensato che in Africa le donne non vanno in ospedale e che quindi, se non si faceva un lavoro d’informazione e di comunicazione, spiegando per quale motivo ne valeva la pena (per ragioni di infezione, igieniche…), tutto sarebbe rimasto lì come una cattedrale nel deserto.
Ma fuori dell’edificio c’era un grande parcheggio che era stato trasformato dai famigliari dei pazienti in un villaggio di capanne. Tutto questo era ovvio e naturale: non avevamo pensato al fatto che mai in Africa una donna sarebbe stata lasciata da sola in ospedale e che quindi, attorno a quella persona, ci sarebbero state intorno tante altre persone diverse che, venendo da lontano, avrebbero poi dovuto fermarsi a dormire lì. In quei casi perciò o fai una stanza comune o, come è stato fatto, adibisci a dormitorio il parcheggio. Questo è stato un caso lampante di mancanza di comunicazione adeguata.

Nell’ambito della cooperazione la comunicazione è sempre stata vista e molto spesso ancora oggi viene trattata come un argomento di secondo livello e quindi considerato un di più, una cosa marginale e perciò, ancora peggio,qualcosa che si fa nel momento in cui il progetto è fatto e finito, a volte confondendolo con una parolaccia come “visibilità”, che di per sé non sarebbe una parola sbagliata, nel senso che bisognerebbe far vedere quello che si fa ma che in realtà viene intesa solo come buona immagine di quello che si fa nella cooperazione italiana. La visibilità spesso non ha nulla a che fare con il buon progetto, la visibilità non è comunicazione. Fino a non molto tempo fa questa parte era considerata molto marginale dalle Ong.
È anche vero che le Ong, stando più vicine al territorio ed essendo espressione di parti della società civile dovrebbero avere ancora più ragioni per capire e per utilizzare una buona comunicazione, per informare prima di tutto i donatori del territorio e le persone che vi partecipano. Le Ong, inoltre, avendo per controparte società civili o piccoli villaggi, comunque non solo istituzioni, dovrebbero fare in modo che questi interlocutori capiscano bene e che soprattutto siano loro a comunicare qualcosa su quello che si aspettano, su come vedono il progetto e su come lo vogliono gestire.

Nel mio lavoro spesso mi sono trovato a mettere delle pezze a progetti in cui c’era una piccola quota riservata alla comunicazione e a convincere gli altri che costituiva invece una parte integrante del progetto. Questo è un elemento raramente compreso, le Ong un pochino ci sono arrivate ma non tutte e soprattutto non ci è arrivata l’istituzione.
La nostra Direzione si è dotata di Linee Guida per la comunicazione; una volta consistevano in un manuale su come si fa la targa, su cosa deve esservi scritto, l’adesivo e tutto il resto; un po’ abbiamo superato questa ipotesi ma anche le Linee Guida attuali, sono solo un punto di partenza per cominciare a parlare di altri aspetti. La comunicazione, per cominciare, deve essere fatta in entrambi i luoghi da parte di vari partner, in patria, e da parte del cosiddetto beneficiario, beneficiario che deve essere partner anche della comunicazione e quindi avere gli strumenti per comunicare. I progetti devono avere non soltanto la partecipazione ma anche il consenso sociale senza il quale il progetto non ha senso.
I progetti stessi in molti casi dovrebbero essere intesi come progetti di comunicazione e non come la comunicazione rispetto ai progetti, sono due cose diverse: i progetti di questo tipo ancora abbastanza rari. Si potrebbe cambiare in questo modo l’intero sistema delle comunicazioni dei paesi in cui si attua il progetto, dalla formazione dei giornalisti alla legge sulla stampa e così via.

Al momento sono in atto progetti di questo tipo? Voi ne curate qualcuno?
Ce ne sono ma si contano sulle dita di una mano. Ho seguito un centro di documentazione per un sindacato di comunicazione in Sud Africa ai tempi della fine dell’apartheid e più recentemente la ristrutturazione di un’agenzia palestinese, la Wafa, un’agenzia stampa che all’epoca era una specie di servizio stampa di Arafat che aveva sede a Gaza e ora ha sede a Ramla. Abbiamo fatto anche un media center, in collaborazione con le Ong e con l’Arci a Belgrado, in una situazione complicata come i Balcani. Negli ultimi anni questi progetti vengono appoggiati anche dai direttori delle UTL (Unità Tecniche locali). In alcune UTL, ho scritto dei progetti come “Comunicare la comunicazione”, quindi intesi proprio per far questo, come riuscire a comunicare bene e chiedersi: “Che strumenti ha l’UTL per farlo?”. Di qui la necessità di dotarsi di un sito, mettere insieme i donatori, le Ong e gli altri partecipanti in rete, in discussione, per comunicare quello che si fa e per farli partecipare e anche organizzare mostre, eventi sulla cooperazione.
Adesso in Palestina si sta lavorando, dopo tre anni di attività, alla terza fase del progetto “Comunicare la comunicazione” e a Gerusalemme, finalmente, si faranno dei corsi di aggiornamento per giornalisti. In un paese particolare come quello di Israele, si tratta di operare per dare degli strumenti soprattutto per lottare, per avere una legge sulla stampa più aperta, considerando il fatto che i giornali possono essere chiusi in qualsiasi momento.
In generale c’è ancora pochissimo attenzione sulle possibilità di stampa e televisione indipendenti. Lo stesso vale per l’Iraq, dove non c’è un UTL ma c’è la Task Force Iraq, organizzazione, il nome lo fa capire, che prima era militare-civile mentre adesso, da qualche anno, è completamente nelle mani della nostra Direzione Generale alla Cooperazione allo Sviluppo. La Task Force, soprattutto in questa fase, in cui si sta piano piano pensando di lasciare il paese, deve raccontare quello che sta facendo e ha fatto. Si tratta comunque di progetti di grande interesse in una situazione difficile come quella della guerra. Progetti di capacity building,di comunicazione interna, progetti che vanno a formare le istituzioni locali, progetti di patrimonio culturale, ambientali, tutta una serie di progetti in cui la comunicazione ha un ruolo centrale. Anche lì, se non c’è consenso, partecipazione e conoscenza dei fatti nulla può funzionare.

Per quanto riguarda il privato sociale, le Ong, ci sono casi di progetti di comunicazione analoghi a quelli che hai elencato?
Ci sono ma sono abbastanza rari. Alcune Ong hanno un buon impianto comunicativo, come il Cesvi di Bergamo, che nasce proprio con una grande vocazione alla comunicazione. Fanno un lavoro sulla comunicazione notevole sia di comunicazione rispetto ai progetti, sia nel modo di presentarli. Un altro che si occupa molto di comunicazione sia in Italia che all’estero è invece il Cospe di Firenze che è diventato un punto di riferimento nazionale per ciò che riguarda media e intercultura, media e immigrazione.

Se tu dovessi realizzare un piano di comunicazione in occasione di un progetto in un paese in via di sviluppo che riguarda, mettiamo, l’inclusione di bambini disabili all’interno di una scuola, come ti muoveresti?
Intanto la prima cosa che farei è inserire la comunicazione nel progetto, cercando di farla entrare a ogni livello, come parte consistente e sostanziale e che sia economicamente supportata. E’ necessario poi che ci siano le competenze necessarie per portarla avanti, quindi le risorse umane e che non si riduca l’attività alla semplice dicitura “attività promozionali”.
Occorrono poi delle azioni preventive, come quelle di allertare la società di cui si fa parte e i partner più importanti che sono nel nostro paese e nel nostro ambito, non soltanto per avere più fondi ma soprattutto per avere quel consenso di cui si parlava. E poi ci sono una serie di input importanti non soltanto economici che poi ricadranno sul progetto e che ci serviranno per preparare le basi di quello che sarà il ritorno di visibilità.
Un esempio di questo tipo è rappresentato dal Magis, un’Ong dei gesuiti italiani, che ha lavorato in Albania con i non udenti anche attraverso il teatro. Gran parte del successo di questo progetto è stato quello di portare in Italia lo spettacolo di questi ragazzi. Ecco questo è un esempio di comunicazione nel senso più normale del termine. Solo che a queste cose ci si pensa dopo, a progetto finito, raccontando solo i risultati e questo non basta. Sia perché sono finiti i fondi, sia perché ti accorgi che non avevi fatto la giusta documentazione, che non avevi fatto le riprese video, scattato le foto. Bisogna quindi inserire la comunicazione in tutte le fasi del progetto e fare il modo di garantire la sua sostenibilità.
La sostenibilità di un progetto, poi, in quanta parte è sostenuta dalla comunicazione? In larghissima parte! I materiali di quel progetto se non vengono curati sono semplicemente i distillati di una relazione che nessuno si legge, che non leggono nemmeno le ONG.
La comunicazione invece va inserita all’interno del progetto, è uno degli elementi fondanti, a tutti i livelli, pensando prima di tutto all’ownership, alla partecipazione democratica di tutti, dei donatori che capiscono effettivamente che cosa stanno donando, senza tuttavia proporre argomentazioni patetiche.
Questo lavoro di comunicazione va fatto prima, durante e dopo il progetto, per costruire un ambiente prima di tutto non ostile, poi consenziente; per poter ricevere un aiuto da parte di tutte le agenzie possibili, di tutte le istituzioni e anche della società civile che è possibile coinvolgere.

Faccio un altro esempio. Ho un amico che ha delle belle idee e mi ha chiesto una mano per scrivere un progetto sulla conservazione della musica africana finanziato dall’Istituto sonoro nazionale. Quando ho letto il suo progetto, mi sono accorto che non aveva messo niente su che cosa si sarebbe fatto con tutto il materiale raccolto. Invece quello che poteva venirne fuori era una cosa bellissima; una mediateca di musica tradizionale africana, fatta attraverso una ricerca nei paesi, a contatto con la gente, frutto di registrazioni, quindi anche un lavoro antropologico importante. Il prodotto finale poteva diventare così una mediateca in Italia e nel paese d’origine.
Dobbiamo far vivere quello che abbiamo e pensare anche a come può vivere dal punto di vista della comunicazione questo progetto, che materiali ne emergono, chi ne è coinvolto.
Da qui si parte. Dopo bisogna fare una scelta e capire come in quel paese si comunica. Tutto questo deve essere studiato prima per capire quali possono essere gli strumenti giusti da utilizzare e naturalmente capire il linguaggio con cui devi parlare alla gente. Comunicazione vuol dire anche questo: farsi capire. Per questo è importante conoscere non solo gli strumenti altrui ma anche i loro codici e lavorare molto su quello.

C’è un bellissimo progetto che ha molto a che fare con quello di cui stiamo parlando; è un progetto che è stato sostanzialmente seguito da un ragazzo, Guido Geminiani, che è stato per un certo periodo un cooperante in Uganda in cui c’è uno dei più grandi ospedali dell’Africa, fatto da una coppia di medici occidentali, al confine con tre – quattro paesi. Questo ospedale è diventato importantissimo e ha una storia molto bella e drammatica perché lì ci furono le febbri emorragiche; prima la moglie e poi il marito morirono proprio perché si erano infettati curando i malati.
Qui quello che sono riusciti a fare, è stato di africanizzare completamente l’ospedale; dai medici all’ultimo degli infermieri sono tutti africani e oggi questo ospedale ospita qualcosa come cinquecentomila persone all’anno. Accoglie anche, in un apposito settore, bambini non accompagnati, anche lì centinaia, migliaia e qui si parlano moltissime lingue. Il ragazzo di cui ti parlavo è stato uno dei primi a lavorarci e ha inventato, in collaborazione con i dirigenti dell’ospedale, un modo per comunicare nonostante la diversità delle lingue. Devi pensare che lì spesso la gente rimane e ci vive, è così l’ospedale è diventato una città. Con quale lingua allora comunicare? E soprattutto come fai l’informazione? Hanno fatto così uno studio sulla segnaletica e sul codice per cercare di trovarne uno comune, basandosi sulle storie, i costumi, le mentalità diverse, la concezione diversa di comunicazione e di spazio, il tutto per arrivare a fare una segnaletica “esperantica”, capace di arrivare a tutti quanti.

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A Torino “ Comunicare la cooperazione internazionale attraverso il video”

Dev Reporter Network - Comunicare in rete per lo sviluppo

Parte il 21 maggio al Campus Luigi Einaudi  dell’Università di Torino, un cineforum intitolato “Comunicare la cooperazione internazionale attraverso il video”, che presenterà una selezione di film e documentari dal Millenium Film Festival di Bruxelles dedicato agli Obiettivi del Millennio e allo sviluppo sostenibile. Partecipate numerosi !

Scarica il programma in PDF 

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Due esempi di development journalism

Proviamo ad esaminare due progetti di development journalism finanziati dal bando dell’European Journalism Centre, di cui abbiamo parlato in un precedente post, per conoscerli più a fondo.

Essere virtuali in un campo profughi
Melkadida, explore daily life in a refugee camp” è il reportage fotografico e scritto (non ancora completato) che Jürgen Schrader, giornalista del settimanale tedesco “Der Spiegel”, ha dedicato ai campi per profughi somali che si trovano in Etiopia, campi che hanno la caratteristica di essere permanenti, per cui i rifugiati si trovano a vivere in condizioni provvisorie per un periodo molto lungo.

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Dato che nel bando si sottolinea l’importanza dell’uso delle tecnologie per fare informazione, in molti progetti troviamo questa componente proposta in una forma originale. Qui l’autore vuole cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica del nord attraverso dei servizi  giornalistici approfonditi che vengono resi più realistici attraverso l’uso di immagini a 360°. In questo modo, sempre secondo le parole dell’autore, il lettore, pur restando a casa sua, verrebbe a contatto con queste realtà che altrimenti gli sarebbero escluse. Le domande da porsi a questo punto sono: il lettore fino a che punto rimane spettatore? ci sarà una foto che lo farà agire? Alla fine degli ’90 si usavano spesso i termini virtuale e reale per indicare i due stati differenti in cui si trovava un utente (?) dei mezzi digitali di informazione. Si diceva anche che le persone erano più portate a empatizzare e stringere relazioni con chi non era vicino perché del vicino puoi sentire anche l’odore del sudore, la sua puzza insomma. Non vuole essere un giudizio questo ma solo una considerazione sul fatto che comunque la realtà mediata dalla tecnologia rimane sempre distante da noi – che siamo al sicuro? – e basta un rapido colpo di mouse per interromperla. In un futuro probabilmente vicino saranno coinvolti anche gli altri nostri sensi in queste esplorazioni ma rimarranno comunque queste domande: che cos’è la vicinanza, quando siamo vicini a qualcuno, che cosa significa aiutare?

Il data journalism accompagnato dalle storie
Emanuele Bompan è il giornalista de La Stampa che ha coordinato “Follow the money” un progetto che ha raccolto i dati relativi ai soldi spesi dall’Italia per gli aiuti allo sviluppo e li ha resi graficamente in modo tale da poter essere letti facilmente con un colpo d’occhio. I finanziamenti sono classificati per l’anno di erogazione, il followthemoney-1-460x295paese di destinazione, i settori d’intervento. In questo mondo attraverso delle cartine sensibili e dei grafici un cittadino italiano può farsi un’idea di quello che l’Italia fa in giro per il mondo in termini di aiuti allo sviluppo. Questo è un esempio tipico di data journalism, il giornalismo di precisione che lavora utilizzando soprattutto una grande quantità di dati. In realtà il progetto in questione è più complesso dato che un gruppetto di giornalisti e fotografi hanno anche lavorato su specifici problemi in quattro paesi (India, Sudafrica, Libano, Vanuatu), dando così anche un po’ di “carne” a dei numeri che da soli rischiano di essere troppo schematici. Il gruppo di lavoro prevedeva sia giornalisti che fotografi ed è stata una scelta giusta perché un giornalista da solo, anche se bravo e multimediale, è difficile che riesca a scrivere, fotografare e filmare bene; la divisione dei compiti è importante per avere dei buoni prodotti informativi. Anche in questo progetto sono compresenti l’utilizzo della tecnologia e la possibilità di avere già in partenza un media mainstreaming sui cui pubblicare il tutto. Che siano questi i due requisiti per essere finanziati dall’Ejc?

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Pedro: una casa tutta mia per cancellare lo stigma

di Pedro Dias Dos Santos
Adesso che ci ripenso c’è stato un prima e un dopo nella mia vita, forse capita così ad altri; nel mio caso il dopo ha coinciso con i miei 18 anni, età in cui mi hanno diagnosticato la malattia.
Faccio fatica a ricordare quel periodo, anzi di alcuni anni praticamente non ho più un ricordo, so solo quello che gli altri hanno raccontato di me.
Ricordo bene mia madre che mi ha accompagnato al lebbrosario e poi se n’è tornata a casa. In quegli anni chi si ammalava veniva separato dal resto del mondo e a me è capitato proprio questo. All’improvviso non ho avuto più una famiglia e degli amici ma solo l’ospedale. Poi le gambe hanno iniziato a paralizzarsi e non riuscivo più a camminare e anche la mia testa ha cominciato a non funzionare più.

pedroAncora oggi che ho 47 anni, posso basarmi solo sulle parole degli altri per raccontare tutta la storia; mi hanno detto che ho avuto un crollo psichico e che non sapevo più chi ero e dove mi trovavo, che non riuscivo a ricordare nulla.
Questo periodo è durato per un bel po’ di tempo ma non per sempre. Gli psichiatri e gli psicologi mi hanno aiutato a guarire e dopo 5-6 anni sono tornato alla normalità. Anche il problema che avevo alle gambe a poco a poco si è risolto e dopo tre operazioni ho ripreso a camminare, e così dopo 10 anni passati in ospedale, quasi sempre in carrozzina, alla fine sono guarito.

Per un ex malato di lebbra, guarire, è solo il primo passo verso la normalità, ne occorrono altri, difficili da percorrere per ritornare a vivere come gli altri.
Io sono rientrato nel progetto sostenuto dall‘Aifo “Casa Viva” dove i pazienti dell’ex lebbrosario di Santa Marta vengono assistiti da psicologi e terapisti occupazionali e dove hanno l’opportunità di sviluppare attività che stimolano le loro capacità mentali, creative, sociali e conviviali. E’ stato ed è un luogo molto importante per me, perché lì ho cominciato a lavorare come pittore, professione con cui mi mantengo Sono soprattutto un pittore che fa paesaggi, paesaggi amazzonici.

A “Casa Viva” ho conosciuto la persona che è diventata mia moglie, era lì perché anche suo padre era un ex ospite dell’ospedale Santa Marta. Assieme abbiamo avuto  una figlia e abitiamo in un appartamento che il governo ci ha assegnato nelle vicinanze. Il nostro desiderio è però diverso. Per vivere come gli altri vorremmo avere una casa nostra, comprarcela e tra le mie entrate come pittore e le sue come impiegata pubblica, un giorno ce la faremo, solo allora questa impronta, che ho ancora addosso, sarà cancellata.

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Comunicare lo sviluppo, un genere di giornalismo

Il Centro Europeo di Giornalismo (European Journalism Centre, EJC) finanzia dei progetti di giornalismo riguardanti lo sviluppo e la cooperazione internazionale, c’è tempo fino al 23 luglio per proporre un progetto on line. Il progetto deve riguardare uno degli otto obiettivi del millennio previsti dalle Nazioni Unite. Ma come mai un’istituzione come l’EJC – grazie al finanziamento della fondazione Bill e Melinda Gates – dovrebbe promuovere questo genere di giornalismo?

logolongIn inglese viene definito come development journalism, ed è un termine coniato negli anni ’60 per indicare come i media trattavano le notizie di cui erano fonti le agenzie umanitarie. Sui media l’informazione sullo sviluppo è scarsamente trattata, di solito il la viene dato da qualche fatto particolare per cui se, facciamo un esempio, Save the children presenta un rapporto sulla condizione delle madri nel mondo (quinto obiettivo del millennio), allora i media ne parlano, ma raramente lo fanno di loro spontanea volontà producendo addirittura delle inchieste approfondite (il che significa anche spendere molti soldi).
Eppure un giornalismo di questo tipo potrebbe essere importante sotto molti punti di vista. Ogni paese occidentale investe una certa quantità di denaro pubblico e i giornalisti possono essere lo strumento che verifica come sono stati spesi questi
soldi, i risultati ottenuti e le contraddizioni di queste azioni. Servirebbe anche a cambiare certe idee ricorrenti nell’opinione 
pubblica. Come osserva Lawrence Haddad, il racconto dello sviluppo, complice anche l’azione dei media, è inquinato da una serie di idee ricorrenti come “si spende troppo per gli aiuti in cooperazione”, “sono soldi mal spesi”, “non sono ‘utili’ ai paesi donatori”. Tutte idee che possono essere verificate (facilmente nel primo caso) per dare un’informazione corretta alla cittadinanza. Il racconto dello sviluppo, continua Haddad, dovrebbe essere teso a far capire che siamo tutti connessi, che non esiste uno sviluppo del primo, del secondo e del terzo mondo, ma un unico sviluppo del pianeta e che ogni decisione e azione si ripercuote oramai a livello globale.

Secondo la giornalista Libby Powell, il development journalism è quello che racconta le storie, forse più silenziose, dopo che la guerra è finita, dopo che l’evento eccezionale si è consumato, quando i giornalisti se ne ritornano a casa per raggiungerelibbypowell una nuova scena mediatica spettacolare.
Un giornalista che non viene paracadutato sull’evento bellico con una scarsa preparazione, che scrive qualche diretta e poi se ne va, ma un giornalista che impiega tempo a documentarsi (che impiega semplicemente del tempo), ecco quello che occorre per fare questo tipo di giornalismo, se poi c’è una fondazione che lo finanza ben venga allora.
Leggendo i progetti finanziati nei bandi precedenti dall’ EJC (ma li vedremo da vicino in un altro post) mi sembra che siano diretti, più che a giornalisti che lavorano nelle Ong, a giornalisti che già scrivono per testate di una certa diffusione, ma l’occasione è così attraente che quasi quasi mi ci butto anch’io, se trovo il coraggio 😉

 

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Le notizie estere non interessano agli italiani?

“I 200 lavoratori morti per un incidente in India non valgono sui giornali quanto cinque morti in Europa o un morto nella tua città”: quando alla fine degli anni ’80, da autodidatta,mi stavo formando sulle tecniche del giornalismo questo era un discorso che ritornava, a volte con numeri e paesi presi ad esempio diversi, nei discorsi dei vari saggisti e giornalisti. Era un discorso condiviso sia da chi non metteva mai in dubbio i criteri di notiziabilità e la logica dei media (“E’ quella e che altro si può fare?”) sia da chi invece proponeva meno conformismo professionale (tutto è modificabile, solo la morte non lo è).

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Accanto a questo discorso c’era quello relativo al potere delle grandi agenzie stampa internazionali che avevano la possibilità di decidere cosa doveva approdare sulle pagine dei giornali o dei telegiornali e cosa no; naturalmente i criteri di selezione erano rigorosamente filo-occidentali o comunque sensibili alle notizie provenienti dei paesi sviluppati. In questi ultimi 25 anni le carte in tavola, sul tavolo mediatico, sono cambiate per via dei nuovi equilibri mondiali e dell’avvento delle tecnologie digitali.
Quello che però rimane, nonostante le fonti informative, di base e istituzionali, si siano moltiplicate in ogni angolo del pianeta, è la scarsa attenzione in Italia, nei media istituzionali italiani, per tutto ciò che è fuori dall’Italia (e dell’Europa) e il privilegiare i fatti italiani soprattutto quelli riguardanti la politica e la cronaca spicciola.
Chi lavora nel campo dell’informazione e la cooperazione internazionale ne è ben consapevole perché molte delle cose che vorrebbe far veicolare sui media mainstreaming solo raramente (molto raramente) approdano e vengono pubblicati. Oltre allo spazio ridotto che offrono i media tradizionali sui temi della cooperazione, un altro motivo di questa difficoltà ad accedere dipende anche da altri valori notizia quali l’attualità e la presenza di un evento concreto o per lo meno di una storia con un inizio e una fine. Ma per chi scrive e racconta di cooperazione l’attualità non è un valore assoluto; anche gli eventi hanno una loro importanza, certo, ma non sono sempre definibili, per lo meno in uno spazio temporale breve; molto spesso in cooperazione si parla di processi e il problema allora è: come raccontarli? e come farli diventare appetibili anche per i media mainstreaming?
Uno può porsi, giustamente, la domanda se l’approdo ai media generalisti sia così importante oggi (ma questo è un altro discorso).
Ma torniamo alle notizie estere, e parliamo, purtroppo, di morti e rapimenti. La tragedia del ferry boat affondato vicino alle coste della Corea del Sud è stato raccontato nei minimi dettagli dai media di tutto il mondo mentre una tragedia come quella del rapimento di 200 ragazzine catturate dal gruppo terrorista Boko Haram in Nigeria non è stato trattato in modo adeguato. La Corea del sud ha relazioni più strette con l’occidente, è una potenza economica e lei stessa ha potuto coprire con i suoi mezzi d’informazione la tragedia. Non è così per la Nigeria che, come osserva l’articolista del  The Guardian, Anne Perkins, è un paese di cui conosciamo poco, “… e le giovani studentesse sono svanite nel buio di un mondo pericoloso”. Eppure la reazione dei famigliari c’è stata, potente e disperata, ma pochi giornalisti se ne sono accorti.

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Africa ‘s misconception

In quella vera e propria miniera di informazione che è la sezione Global development del quotidiano inglese The Guardian è stato pubblicato questo mese un podcast che riporta un’interessante dibattito tra esperti di “cose” africane e che ha per tema la falsa percezione che si ha dell’Africa. Durante i 39 minuti di Debunking myths about Africa – questo il titolo della trasmissione – si trattano alcune parole chiave come corruzione, povertà, diritti umani, integrazione fra etnie diverse nello stesso stato.
Dai discorsi emerge intanto che è azzardato fare delle generalizzazioni su un intero continente che è grande quanto la Cina, l’India e l’Europa messe assieme, un continente che ha delle diversità enormi al suo interno. Un altro elemento che torna  è quello del retaggio coloniale e sul fatto che si parla di nazioni disegnate a tavolino, al cui interno si sono venute a trovare popolazioni diverse come lingua, razza, religione.
Di questo me ne accorgo quando scriviamo di paesi che Aifo segue con dei progetti di riabilitazione su base comunitaria; se prendiamo, ad esempio, nazioni anche piccole territorialmente come la Guinea Bissau, che sulla carta è un paese di lingua portoghese, in realtà al suo interno di lingue se ne parlano molto di più, dato che è abitata da popolazioni diverse tra di loro (la stessa cosa per essere detta per la Liberia).
Global development podcastPer quanto riguarda la povertà, nonostante il continente abbia avuto una crescita economica costante, e si sia formato un ceto medio, non c’è stata una sua riduzione complessiva: ecco questa non è una falsa percezione.
E’ più ambiguo invece parlare di mancanza di diritti civili, in particolare quelli delle persone omosessuali di cui i media se ne stanno occupando molto in questo ultimo anno. Anche qui vale il discorso della diversità del paese di cui si parla e dell’impossibilità di fare generalizzazioni. L’Africa come ogni altra parte del mondo si sta globalizzando e questo significa che anche la sua società civile è in forte trasformazione e di fronte a queste ci dobbiamo aspettare delle spinte in un senso (conservatore) e nell’altro (progressista).

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Il virus Ebola alle porte della Liberia

Ebola è un virus che ha fatto la sua comparsa per la prima volta nel 1976 nella repubblica democratica del Congo e in Sudan. E’ una febbre emoraggica fatale nel 90% dei casi e non si è ancora riusciti a trovare un vaccino. Sembra una malattia inventata per un film catastrofico o un film di fantascienza data una certa facilità di trasmissione e la violenza con cui si manifesta, ma purtroppo esiste e dato che è localizzata, nelle sue forme più gravi, solo nell’Africa subsahariana contribuisce a rendere ancora più tragica l’immagine che abbiamo dell’Africa. ebolaForse l’opinione pubblica però è poco informata su questa malattia, almeno questo è quello che ho risposto a Luther quando mi ha chiesto cosa ne pensavano in ltalia del virus Ebola. Lui invece ne è direttamente coinvolto visto che per la prima volta il virus è comparso anche in Guinea e in Liberia, paese dove lui vive. Si sono avuti solo 10 decessi in tutto il paese ma l’opinione pubblica è spaventata e gli stessi medici locali non hanno mai affrontato il problema. “In questo momento abbiamo degli aiuti da organizzazioni sanitarie americane e francesi – dice Luther – e anche come Aifo diamo una mano diffondendo le indicazioni che ci vengono dal governo”.
Ebola viene trasmesso attraverso il contatto diretto con il sangue e altri fluidi corporei di esseri umani ammalati. L’uomo a sua volta però lo può prendere da certi animali della foresta, soprattutto un tipo di pipistrello ma anche dalle scimmie… (anche dalla frutta se è stata contaminata dai pipistrelli).
Visto che non esiste una cura, l’unica cosa che si può fare è la prevenzione,soprattutto da parte di coloro che vengono a contatto con i malati. “Nella nostra rete di relazioni raccomandiamo sempre di lavarsi le mani – spiega Luther – di evitare il consumo di certe carni, del cosiddetto bush barbecue, dove vengono arrostiti animali della foresta tra cui anche i pipistrelli”.
Anche se Ebola può suscitare in occidente strane paure e fantasie di morte – è un virus che può spostarsi in ogni parte del pianeta – in realtà sono ben altre le malattie che falcidiano le popolazioni africane come l’aids, la malaria, il morbillo… e il numero di morti causate da ebola sono,se paragonate a queste, insignificanti.