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“Donne: il valore della differenza”. Ecco il numero di marzo della rivista di Aifo

marzoE’ uscito il numero di marzo della rivista “Amici di Follereau”, dove viene data un’attenzione particolare al genere. Giancarla Codrignani scrive un articolo sul contributo sociale e politico che le donne danno e potranno dare nella società, la teologa musulmana Shahrzad Housmand viene invece intervistata sui pregiudizi nei confronti del’Islam.
Uno dei progetti Aifo presentati in questo numero riguarda un gruppo di donne mozambicane che sono protagoniste nella promozione del benessere della propria comunità. L’altro progetto riguarda un tema di cui si parla poco, la psichiatria in Cina. Forte della storia culturale e legislativa italiana, Aifo assieme ad altri gruppi sta cambiando in vaste regioni della Cina il modo di considerare la malattia mentale e la sua cura. Tutto questo in un paese in cui si stima vi siano circa 17 milioni di persone con problemi mentali che tradizionalmente vengono curati o con l’internamento in ospedali psichiatrici e con cure farmacologiche. Aifo propone invece una psichiatria su base comunitaria dove si dà grande importanza all’inserimento sociale delle persone con problemi.

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La piccola missionaria di Kerala

In un precedente post avevo raccontato l’incontro con Rosamma, una laica missionaria che lavora da tanti anni in India: ecco il resoconto finale pubblicato sulla rivista di Aifo.

“Ero molto giovane quando ho sentito che volevo vivere con i poveri. Ho parlato con una donna in un lebbrosario e le cose che mi ha detto non le ho più dimenticate. Avevo solo 15 anni e in quel posto lavorava mia zia che era anche suora: è partito tutto da lì”. Inizia così il suo discorso Rosamma Antony Thottukadavil, uno dei testimoni invitati in Italia da Aifo in occasione della 61° Giornata mondiale dei malati di lebbra, e le sue parole sono come un fiume in piena nonostante il suo italiano un po’ incerto.rosamma

Ha molto da raccontare questa minuta missionaria laica indiana di 61 anni che ha attraversato il nostro paese incontrando alunni, studenti, genitori e semplici cittadini. La sua è la testimonianza di una vita passata a lavorare con i poveri, i disabili, i lebbrosi, dall’India all’Africa. Il suo incontro decisivo è stato con quella donna, oramai guarita dalla lebbra ma di cui portava ancora i segni: “Sedeva tranquilla con le gambe incrociate e parlava lenta, raccontava la sua storia dolorosa, di madre che non poteva più tornare a casa dai suoi 4 figli”. Siamo negli anni ’60 e il pregiudizio verso i malati di lebbra è ancora molto forte e se quella donna, benché guarita, fosse tornata a casa, i suoi figli avrebbero fatto fatica a sposarsi, a mettere su famiglia perché i figli di lebbrosi erano visti con sospetto o apertamente evitati. “Se non fosse stata accolta da mia zia suora – continua a ricordare Rosamma – quella donna sarebbe finita sulla strada. Ed io, dopo quell’incontro, avevo ben chiara una cosa: volevo diventare come mia zia!”.

Un dispensario nella baraccopoli
Nata nel sud dell’India da una famiglia cristiana, ha uno zio vescovo e alcune zie suore, una vocazione di famiglia insomma che la porta già a 22 anni a prendere i voti nell’Associazione Missionaria Internazionale con sede a Faenza (www.amiima.net).  Ma è solo 8 anni dopo, nel 1982, che a Cochin nello stato indiano del Kerala conosce l’Aifo e si lega ai suoi progetti. Decide di diventare medico e frequenta l’università prima a Roma, poi a Modena dove porta a termine i tre anni di specializzazione come medico chirurgo. Parte per la Tanzania e poi per l’Eritrea, qua si ferma per buona parte degli anni ’90 assieme ad un’equipe di medici. Siamo proprio nel periodo di guerra con l’Etiopia “La fame che ho visto in quel paese non l’ho più rivista; una volta ho spezzato del pane e ne è caduto un pezzettino, subito dei bambini si sono buttati nella sabbia per cercarlo, un pezzetto di pane”.

Ritorna a Cochin nel ’99 e vi rimane fino al 2007. Lavora in un dispensario, una specie di farmacia dislocata nei quartieri poveri della città. Il suo non è solo il lavoro di un medico ma è qualcosa di ben altro: “Cerco di conoscere i miei pazienti più a fondo; chiedo come va a casa, vado a trovare le loro famiglie per rendermi conto della situazione. A volte vado a conoscere anche i vicini che forse possono dare una mano”. Il dispensario è infatti frequentato anche da volontari, persone agiate, di fede religiosa diversa, che capiscono l’importanza delle attività del dispensario e vogliono dare il loro contributo. Rosamma ricorda la storia di una coppia molto povera che aveva avuto due fi gli ambedue ammalati di distrofi a muscolare; una famiglia che abitava in un’unica stanza dove mangiava e dormiva. I fi gli non camminavano ma si muovevano sul pavimento spostandosi con le mani. Grazie ad un gruppo di studenti di ingegneria, che per tirocinio dovevano fare esperienze sociali durante il loro percorso di studio, sono state costruite delle carrozzine che adesso i due fratelli utilizzano quando vogliono muoversi.

Per quanto riguarda la lebbra, i pregiudizi tendono a diminuire anche se lo stigma c’è ancora: “In ambulatorio nei primi tempi quando vedevano pazienti segnati per via della lebbra , gli altri pazienti se ne andavano via, adesso nessuno va via perché hanno capito dal nostro comportamento e dalla nostra educazione sanitaria che loro non contagiano, perché sono guariti”.

Non c’è tempo per l’amarezza
Nella località dell’Assam, lo stato settentrionale dell’India dove Rosamma lavora adesso, la situazione è molto diversa: “Siamo andati là, perché è una realtà molto arretrata rispetto allo stato del Kerala, là c’è la foresta. Quando siamo arrivati un gran numero di bambini moriva di diarrea, mancava una corretta educazione sanitaria ai genitori”. Del resto i medici disposti a trasferirsi in quelle zone dove manca perfi no l’elettricità sono rari e allora il lavoro di questi dottori missionari è ancora più prezioso. In pochi anni il numero di bambini morti per diarrea è diminuito enormemente. “Rimangono le morti per malnutrizione, e oltre alla cura bisogna fare molta educazione sanitaria ai genitori. Bisogna anche far capire ad una popolazione ancora analfabeta l’importanza dell’istruzione e spesso siamo noi stessi a pagare le rette scolastiche per permettere ai fi gli delle famiglie più povere di andare a scuola”.

Non sempre sono storie a lieto fine, Rosanna ricorda con amarezza la vicenda di una mamma che venne a trovarla con una neonata malnutrita e in pericolo di vita. Passate due settimane dal primo incontro decide di andare a trovarla nelle foresta e dopo due ore di cammino e la traversata di un fiume riesce a ritrovarla. La bimba sta ancora male e allora le lascia delle medicine con la promessa di ritornare dopo due settimane. Cose che fa ma ritrova la bimba nelle stesse condizioni e s’accorge che la mamma invece di darle il cibo le da delle foglie da masticare, una droga locale che la gente del posto usa nei momenti di difficoltà per superare la stanchezza e la fame. Poi Rosamma deve partire dall’Assam e starsene lontano per un po’. “Al mio ritorno però mi veniva in mente sempre questa mamma con la bambina piccola. Avevo una strana sensazione e allora sono ripartita per andarle a trovare. Pensavo che la bambina fosse morta invece era la mamma che se ne era andata, si era suicidata; la bambina era viva e accudita dal nonno. Adesso la bimba è cresciuta e sta bene”.

Sono questi i momenti più difficili per Rosamma; “Qualche volta sento qualcosa dentro quando perdo una paziente, ma non possiamo salvare tutto il mondo, uno può fare solo il suo dovere. C’è sempre tanto da fare e non c’è tempo per essere depressa, triste”.

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I sogni di Tadeus, Iva e Pedro… via skype

Lo so, l’ideale sarebbe stato un altro. Sarebbe stato bello poter essere là, nello stato del Goias in Brasile, nelle casette che ospitano gli ex malati di lebbra dell’ospedale Santa Marta. L’ideale sarebbe stato condividere delle giornate assieme a Tadeus, Iva e Pedro, mangiare con loro, chiacchierare, conoscere i parenti, vederli nella loro quotidianità. Ma la situazione non lo permetteva, ecco allora questo appuntamento via skype.Tadeus
Nel numero di aprile della rivista “Amici di Follereau” dobbiamo raccogliere una serie di testimonianze sul progetto che Aifo sta seguendo in quello Stato del Brasile. E’ un numero speciale della rivista che prevede solo storie di persone ed è la prima volta che le testimonianze vengono realizzate in questo modo. Di solito il materiale arriva direttamente dal paese in cui operiamo ma spesso mancano delle storie soddisfacenti, da un punto di vista giornalistico s’intende, ovvero dettagliate, con particolari che descrivano l’atmosfera e la personalità del testimone.
L’appuntamento è per le 12,30 in Italia, in Goias sono invece le 9,30. I tre testimoni vengono da luoghi diversi ma tutti devono raggiungere l’ufficio di Deolinda, il referente Aifo per il paese. Deolinda ivaè proprio come un italiano immagina un brasiliano: scoppiettante, allegra, disponibile, sarà lei la mia interprete.
Inizio a chiacchierare con Tadeus ed  è un bene perché fra i tre si dimostrerà quello su cui è più facile scrivere qualcosa. Parla della sua malattia, della sua segregazione sociale e del suo riscatto attraverso un lavoro di pittore (di stile impressionista). Poi tocca a Iva, 75 anni, una storia simile ma ancora più terribile alle spalle, una signora semplice ma comunicativa. Riusciamo anche ridere su qualcosa (“Che fine ha fatto il tuo primo marito Iva?”). Il più difficile è Pedro, introverso e timido che, dopo un po’ di insistenza, racconta la sua storia e lascia intravvedere delle ferite non ancora rimarginate.
90 minuti di chiacchierate, una bella esperienza, almeno per me, perché ho conosciuto persone che mi hanno toccato anche se solo attraverso skype.pedro
Il problema il giorno dopo è stato come riportare questi racconti in parole scritte. Alla fine mi sono deciso a farne dei racconti in prima persona, dove i discorsi non erano proprio i loro, ma dove rispettavo il senso e soprattutto la personalità e la cultura del personaggio – Tadeus parla bene ed è molto autocosciente, Iva ha una bassa scolarizzazione ma possiede una grande voglia di comunicare, Pedro è introverso, di poche parole e vorrebbe una vita “normale”, che ancora non sente di avere.
Una scelta giusta? Lo spero, come spero anche che in aprile qualcuno le legga (le riporterò prima anche in questo blog) e mi dica cosa ne pensa.

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“Nicola, reinventiamo la cooperazione internazionale, insieme”

Oggi mi è arrivato questa invito tramite e-mail da Ong 2.0 #cooperazionefutura, un gruppo di persone che lavora nella cooperazione internazionale occupandosi soprattutto dell’uso delle tecnologie digitali, di come cioé internet, i social media, le applicazioni o i dispositivi possono migliorare la qualità del lavoro dei cooperanti.
L’invito è allettante ma mi trova impreparato, non saprei proprio dare una risposta. Un po’ mi preoccupa il lasciarmi trascinare dalle meraviglie della tecnologia, perché da sola risolve poco, non va molto in là, o meglio può andare molto in là ma in luoghi dove proprio non vorrei stare.
Anzi se proprio, prendendo seriamente l’invito, volessi nel mio piccolo reinventare la cooperazione internazionale, mi piacerebbe farlo partendo da alcuni presupposti. Chi lo dice che dobbiamo per sempre vivere in un sistema regolato dal liberismo economico? Perché dobbiamo tendere all’espansione? Perché dobbiamo consumare sempre di più? Perché la gratuità trova così poco posto nelle nostre società?
Mi rendo anche conto che queste domande possano essere insignificanti a chi non ha niente o addirittura possano dare fastidio a chi si sta sviluppando. Ma sono domande da porre a tutti.
Se devo invece dare una risposta in un campo a me consono, ovvero a come deve essere la comunicazione della cooperazione internazionale nel futuro, vorrei che si, usasse tutte le opportunità offerte dal digitale, ma che non rinunciasse ad una sua capacità critica, di analisi del linguaggio che usa. Insomma dietro lo slogan, ci deve essere un discorso articolato, oltre al linguaggio pubblicitario, in cui si scivola spesso, ci deve essere anche altro, oltre all’immagine – che è ben più ingannevole e soggettiva delle parole – ci deve essere un contenuto di qualità.

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Restiamo Vittorio Arrigoni

Una cosa è certa, Vittorio Arrigoni non ha mai scritto un concept note, né ha mai rendicontato un progetto per una ong, eppure c’entra moltissimo con la cooperazione internazionale. Significativo è stato il suo modo di raccontare quello che faceva tramite un blog, Guerrilla Radio, che in poco tempo divenne uno dei più seguiti in Italia. Scriveva, si può dire in diretta, la sua esperienza di testimone internazionale durante i bombardamenti israeliani suIl-viaggio-di-Vittorio Gaza nel dicembre del 2008, ma non solo scriveva, filmava, raccontava a voce utilizzando in modo completo le possibilità offerte dalla rete. La sua voce divenne (ma ancora è) importante non solo per questa attenzione al comunicare, ma perché dietro a questo atto ci stava una persona dal coraggio e dalla determinazione che sconcertano.

La sua storia è stata raccontata da Egidia Beretta Arrigoni, sua mamma, in un libro veramente bello – “Il viaggio di Vittorio” –  che mostra tutto il suo percorso di vita, dalla nascita al 14 aprile 2011, giorno in cui venne ucciso, non dagli israeliani ma da un un gruppo estremista musulmano. Non è un racconto agiografico ma mostra anche le debolezze e le insicurezze del figlio.

L’impresa più bella di Vittorio, assieme ad un gruppo di pacifisti di varie nazionalità, è stata l’attraversata del mare da un’isola greca  fino alle spiagge di Gaza. L’impresa ebbe un successo mediatico enorme e infatti l’esercito israeliano le volte successive non fu così permissivo. Tutta la storia di quel periodo la si può ancora leggere all’interno del blog, dove Vittorio attraverso testi, poesie e foto ricrea bene l’atmosfera del momento.
Internet non dimentica nulla e in questo caso è una fortuna per noi perché possiamo leggere o rileggere tutto quello che ha fatto Vittorio e come lo ha comunicato.

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“Come se mangiassi pietre”: raccontare un dopoguerra

“Al conflitto in Bosnia furono dedicati migliaia di servizi speciali, mostre, libri… E quando finì… i giornalisti misero le telecamere in valigia e partirono in gran fretta per altre guerre”.  Questa frase la troviamo alla fine del capitolo di apertura del libro di Wojciech Tochman intitolato “Come se mangiassi pietre“. Raccontare situazioni di disagio in paesi diversi dal proprio presenta molte difficoltà e porta ai medesimi errori. Per quanto riguarda quest’ultimi troviamo la superficialità, lo schizzogiornalismo, bosnia, guerra paesaggistico che si ferma sulle tinte più forti, l’attenzione che si fissa per un po’ e poi se ne va via. E’ quello che fanno  molti giornalisti inviati dai quotidiani nei paesi in emergenza per via della guerra, della fame, della siccità… Una cronaca immediata che serve a coprire quella notizia, in quel momento importante. Quando i valori notizia cominciano ad esaurirsi allora i giornalisti preparano le valige: è il loro lavoro del resto. Non è così per tutti. Torchmann ritorna in Bosnia alla fine degli anni ’90 e si prende il tempo di raccogliere delle testimonianze per descrivere il dopoguerra. Nel libro, durissimo nelle descrizioni, le testimonianze non sono poi molte ma sono molto complete. Adotta anche una tecnica particolare di montaggio nella scrittura anticipando temi, poi perdendoli, ritrovandoli molto dopo. Il cerchio alla fine però si chiude.

Per chi all’interno delle ong voglia raccontare quello che fa, questi giornalisti sono degli esempi preziosi in termini di raccolta delle testimonianze, tecnica di scrittura, equilibrio nei toni. Nello stesso gruppo di Tochman troviamo anche Anna Politkovskaya, Svetlana Alexievich (che strano quanti slavi).
Il problema non è tanto raccontare un’emergenza ma continuare a seguire quello che succede dopo. Questo vale anche per il lavoro di una ong. Ritornando all’esempio di Operation smile Italia, l’aver fatto un’operazione che ha messo a posto il labbro leporino di un bambino è solo un momento di un processo, dopo ve ne sono altri. Cosa succede a quel bambino? Come avverrà la sua integrazione a scuola? Tutti problemi che i chirurghi non possono più seguire.

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“Invisible children: the disability challenge in Mozambique”

“Invisible children: the disability challenge in Mozambique” di Patrick Zachmann è un bell’esempio di video che tratta di un tema visitato poco e male, quello della disabilità. Parla dei minori disabili in Mozambico in termini corretti, usando immagini sobrie, facendo delle interviste anche ai diretti interessati, il tutto senza cadere nel pietismo ma dando all’ascoltatore informazioni precise, concetti giusti . Anche la musica non è la solita nenia e in alcuni momenti, nell’intervista al gruppo famigliare ad esempio, l’atmosfera è decisamente allegra. Tutto questo senza usare immagini forti, ritmi di montaggio spericolati, luci e atmosfere manipolate.

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La convenzione Onu sui diritti delle persone disabili in un fumetto!

Di fumetto o di graphic novel , volendo usare un termine un po’ più pomposo e che implica una presunta maggiore complessità, ne avevamo già parlato. Si può raccontare un storia di cooperazione con il sud del mondo anche con dei disegni.
Prima di scegliere uno strumento per comunicare bisogna naturalmente fare i conti con chi ci si rivolge. Ad esempio se si vuole fare educazione sanitaria in una zona dove la popolazione ha un alto indice di analfabetismo è meglio evitare una pubblicazione, anche se corta, ma occorre utilizzare una trasmissione radiofonica.
Per il fumetto si è avuta una certa reticenza ad usarlo in alcuni contesti, soprattutto nell’Africa subsahariana: si pensava che il flusso di immagini disegnate rappresentasse un ostacolo per un certo tipo di cultura. Ma in Italia il lavoro culturale di una rivista come Africa e Mediterraneo ha dimostrato che non è più vero.

Non sarei mai arrivato a ragionare in termini di graphic novel se non avessi incontrato Carlo Gubitosa che mi ha fatto conoscere Kanjano.
K. è un bravissimo illustratore e, il penare con lui per via dei tempi che si allungano, è compensato da certi suoi guizzi poetici. Che cosa stiamo facendo assieme? Stiamo raccontando una serie di storie di persone disabili che vivono in Mongolia. Ci rivolgiamo ad un pubblico italiano e lo abbiamo pensato come strumento per l’educazione interculturale.
Il libro ha una gestione lunghetta e non so quando uscirà ma avrà una sua anticipazione nel numero di marzo della rivista dell’Aifo, dove pubblicheremo un inserto dedicato a qualcosa di molto difficile da raccontare con disegni e poche parole, racconteremo la convenzione Onu sui diritti delle persone disabili.
Ve ne anticipo una sola tavola che ha per protagonista Bayaraa che avete incontrato in carne e ossa in un precedente post. Naturalmente se di tavole non ve ne basta una e ne volete delle altre, chiedetelo, vedrò di fare il possibile 😉

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E’ uscito il numero di febbraio della rivista Amici di Follereau, ecco i contenuti

E’ uscito il numero di febbraio di Amici di Follereau, la rivista dell’Aifo che io e l’inarrestabile Luciano Ardesi stiamo cercando di rinnovare portandola ad essere una voce dal suono preciso e distinguibile all’interno del discorso della cooperazione internazionale in Italia.

Questa volta il dossier è dedicato alla governance della salute a livello mondiale e di come fare fronte alla Rivista Aifo di febbraiocrescente privatizzazione dei vari enti che si occupano di salute pubblica.
Nella sezione Primo piano invece Francesca Ortali, responsabile dell’ Ufficio progetti esteri di Aifo, cerca di dare una risposta alla domanda:  in tempo di crisi economica in occidente le buone pratiche sviluppate dalle ong nel sud del mondo ci possono tornare utili?

Parliamo anche di pena di morte, perché questa, assieme alla pace, e all’eliminazione delle armi sono temi che stanno alla base di chi fa cooperazione. Del resto i danni maggiori sono proprio là dove non c’è la pace e ci sono le armi.

Ci sarebbero anche alcune considerazioni da fare sui due progetti che presentiamo all’interno del numero, ma le lascio ad un altro post più approfondito, meno “notturno” di questo. Dico solo che, io e Luciano, le difficoltà maggiori le stiamo incontrando proprio nel come raccontare i progetti; nel bilanciare le testimonianze con gli aspetti più tecnici e di come rendere il tutto più interessante. Beh provate a leggere i due articoli a pagina 15 e 17 e ditemi se suscitano interesse…

A chiusura del numero, quando pensavamo che tutto fosse a posto, ci siamo trovati di fronte a un’immagine di quarta di copertina  – l’ultima pagina della rivista quella dedicata all’appello per un progetto specifico – che ci ha resi perplessi. L’appello aveva per titolo “Cancelliamo la lebbra dal Brasile”, che continua ad essere il secondo paese con il maggior numero di casi, ma l’immagine ritraeva un uomo dalle mani consumate dalla malattia. La foto era bella comunque e gli occhi dell’uomo non erano certo disperati, anzi. Ma non ce la siamo sentiti di pubblicarla ed ecco cosa abbiamo messo alla fine.
appella lebbra