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Nuova grafica e nuovi contenuti per la rivista “Amici di Follereau”

copertinsa della rivista con ragazzina sirianaEcco il nuovo numero di gennaio della rivista “Amici di Follereau” di Aifo.  E le novità sono molte: una nuova veste grafica, più notizie, un uso maggiore delle fotografie.
Il prossimo 31 gennaio è la giornata mondiale dei malati di lebbra e la rivista offre un dossier dedicata interamente al tema. “La sfida – si legge nell’articolo – non è solo curare le persone colpite, ma garantirne l’inclusione sociale e andare oltre il pregiudizio legato alla malattia”.  A queste tematiche è dedicata la “Donazione del mese” che racconta il progetto che Aifo segue da molti anni in Assam, uno Stato nord orientale dell’India.
L’Africa libera dalla poliomielite?” è invece l’argomento trattato nello spazio cultura. In Primo Piano un articolo dedicato alle strategie comunicative dell’Isis nei confronti dell’Occidente, strategie che hanno molti punti in comune con quelle del sistema , spettacolarizzante, hollywoodiano. E ancora una storia di ordinaria fuga di un profugo pachistano e della sua famiglia dagli orrori della violenza e dal terrorismo.

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Sakamma non è un’eroina ma …

sakamma3Nonostante la crescita economica e il prestigio internazionale che l’India sta via via mostrando al mondo, esistono al suo interno delle vaste sacche di povertà che colpiscono soprattutto le minoranze etniche e le popolazioni che vivono in montagna o in campagna. Se a queste situazioni di svantaggio aggiungiamo altre difficoltà che posso capitare nella vita di un individuo, come la vedovanza o la disabilità allora ecco che vivere in maniera dignitosa può sembrare un traguardo irraggiungibile.

Sakamma è una donna indiana che sembra portare sul suo capo tutte le caratteristiche sopradescritte; eppure Sakamma, non è una diseredata, riesce a mantenere da sola una famiglia numerosa ed è un esempio per la sua comunità; è diventata leader nei gruppi di auto aiuto fra donne ed è in prima linea nella rivendicazione dei propri diritti; diritto ad avere un prezzo equo nella vendita dei propri prodotti, diritto ad avere una fermata vicina dell’autobus, diritto ad avere una lavanderia pubblica. Eppure Sakamma non ha studiato, è una semplice contadina povera che vive a Molekoppalu, un villaggio situato nello stato del Karnakata, nell’India meridionale.

L’importanza dell’istruzione

“Le cose sono venute da sé, una dopo l’altra, non so anch’io come, ma è successo così – dice Sakamma – da bambina ho perso il padre e avendo dei fratelli più piccoli, ho dovuto occuparmi di loro lasciando la scuola. E’ stato come un anticipo di quello che mi sarebbe capitato dopo, quando sono rimasta vedova con cinque figli”. Ma non si lascia scoraggiare dalla situazione. Mantiene la sua famiglia come lavoratrice salariata e viene a contatto con un’equipe del “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society”, un’ Ong locale finanziata da Aifo che opera attraverso la riabilitazione su base comunitaria. Due dei suoi cinque figli infatti presentano un ritardo mentale e deve così pensare a un loro futuro in cui possano vivere autonomi. Capisce l’importanza della formazione e li manda a scuola tanto che uno dei due figli (il maschio, la femmina invece è morta di recente) è riuscito  a trovare un lavoro come dipendente in un centro sanitario.sakamma2
Nel frattempo riesce anche ad avere una casa sua, in cui si trasferisce con tutta la famiglia. “E’ stata la preoccupazione di risolvere i tanti problemi che avevo per la mia famiglia, è stato per questo costante lavoro che ho maturato altre idee, una nuova consapevolezza. Quello che stavo facendo per la mia famiglia, lo potevo fare anche per le donne del mio villaggio, per aiutarle a risolvere i problemi economici, di educazione dei figli, di salute. Per questo dico che le cose sono venute da sé, e sono state tante”.
Inizia con la formazione di gruppi di donne del villaggio, con la consapevolezza che i problemi sono comuni e che possono essere risolti meglio assieme. Si dedicano all’allevamento di bestiame e alla vendita del latte e si accorgono che il prezzo cui il latte viene venduto nel loro villaggio è più basso di quello reale. Così il gruppo di donne contesta le attività della latteria locale e Sakamma riesce a farsi leggere nel consiglio di gestione.
“Mi sono accorta di come sia importante essere informati sui diritti e le opportunità che abbiamo, di come sia importante mandare a scuola i propri figli che se sono istruiti possono difendersi meglio”. Gli insegnanti si accorgono di questa madre attivista e ne chiedono la collaborazione nell’attività di lotta analfabetismo del distretto.

Il diritto alla … fermata di un autobus

Ma forse la sua lotta più famosa è quella per ottenere una fermata dell’autobus anche nel suo villaggio. “La fermata più vicina a noi distava quattro chilometri e una donna anziana del nostro villaggio che aveva problemi di salute non poteva certo raggiungerla. Così siamo andati prima all’ufficio dei trasporti locale per protestare, poi visto che non ci ascoltavano, ci siamo ritornati in gruppo e siamo stati di fronte all’ufficio per molto tempo in segno di protesta”. E il risultato arriva, le autorità che si occupano di trasporti pubblici mettono una fermata anche nel villaggio di Molekoppalu.
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Il successivo problema che si pone riguarda il lavaggio dei vestiti che le donne locali sono costrette a fare in un canale pubblico. Si rivolgono all’assemblea locale, raccontano le loro difficoltà quotidiane e chiedono la costruzione di un Dhobi Ghat (una lavanderia pubblica a cielo aperto tipiche dell’India n.d.r.), cosa che poi avviene. Similmente si fa interprete dei pescatori del villaggio e li aiuta nelle loro richieste verso le autorità.
“Se ci penso tutto è iniziato dalle mie difficoltà – ricorda Sakamma – in particolare le persone con disabilità. L’aver avuto questi due figli mi ha fatto capire quanto sia importante organizzarsi, essere informati e rivendicare i propri diritti”. E’ un’attività che ancora fa, organizzando i gruppi di auto aiuto di persone con disabilità assieme alle altre donne del suo villaggio.

Karnakata/India:l’informazione per promuovere l’inclusione sociale

“Promozione dell’inclusione sociale delle persone con disabilità nei Distretti di Mandya e Mysore” è questo il titolo del progetto che Aifo sta portando avanti assieme alla collaborazione dell’Ong locale “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society” gestita dalla congregazione religiosa “Figlie della Chiesa”.
Migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità è questo lo scopo principale del progetto e per arrivare a questo risultato occorre far si che le persone con disabilità siano a conoscenza dei loro diritti e non siano isolate. Possedere le informazioni significa di conseguenza avere più opportunità economiche, significa avere accesso agli ausili ortopedici.
Le persone con disabilità raggiunte che vivono nell’area sono circa 17 mila, 295 sono i gruppi di auto aiuto attivi nel 2013 per un totale di 4.475 membri, di cui circa 80% sono donne.
Le attività svolte consistono principalmente in:

  • Attivazione di Gruppi di Auto Aiuto. I Gruppi, composti da persone con disabilità e membri delle loro famiglie , sono formati nei villaggi rurali per l’avvio di piccole attività economiche. Il finanziamento previsto dal progetto serve per la creazione del fondo iniziale del Gruppo di Aiuto. Ogni mese i componenti del Gruppo versano una piccola quota per permettere l’avvio delle attività di reddito dei singoli membri
  • Visite domiciliari nelle famiglie con persone con disabilità. Il programma delle visite è gestito dai tecnici di Riabilitazione su Base Comunitaria del partner locale: fisioterapia di base, informazione dei membri delle famiglie
  • Incontri di informazione/formazione con i leader dei villaggi rurali
  • Fornitura di ausili ortopedici.
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Sister Leela: prendere a ceffoni i pregiudizi

leelaSuor Leela è stata testimone di solidarietà di Aifo in occasione della 62° Giornata mondiale dei Malati di Lebbra. L’abbiamo incontrata a Bologna nella sede di Aifo per sapere qualcosa di più su di lei e sulle sua attività in India. (pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau”, aprile 2015)

Dicci qualcosa su di te, come sei diventata suora … perché fai questo tipo di lavoro …
Intanto il mio nome per intero è un po’ lungo, mi chiamo Aley Cheenuthuvattukulam, ma tutti mi chiamano suor Leela. Sono della congregazione delle Figlie della Chiesa; sono entrata quando avevo 20 anni nell’istituto Thinadad in India. Per il periodo di noviziato ho vissuto in Italia e ho fatto professione perpetua nel 1981 a Roma. Poi ho studiato come operatrice paramedica nell’Università di Bhopal sempre in India nel 1983. Dal 1989 sono membro della Rural Medical Practitioners Association.

Come hai conosciuto Aifo?
Per otto anni ha lavorato presso il lebbrosario di Sumana Halli a Bangalore ed è stato lì, nel 1982, che ho avuto i primi contatti con Aifo. Questo villaggio della speranza è stato uno dei primi progetti Aifo e durante l’anno ogni tanto venivano dei soci Aifo a farci visita e io li portavo a fare viaggi di conoscenza. Nel 1992 invece ho avuto l’occasione di lavorare a Mandya.

È il luogo dove attualmente sei la responsabile del programma socio-sanitario: di cosa ti occupi?
A Mandya abbiamo avuto la fortuna di avere sia il permesso del Governo che i finanziamenti, due condizioni che raramente arrivano assieme. Così abbiamo cominciato occupandoci di 300 villaggi con una popolazione di 5-6 lakh (500-600 mila persone).  E’ un lavoro impegnativo che mi occupa tutta la giornata, sempre a girare per i vari villaggi a controllare la salute delle persone. Seguiamo le persone malate di lebbra, e capita che durante i nostri giri di riconoscere dei nuovi malati che non vengono “visti” dal servizio sanitario.

Quindi ti occupi essenzialmente di malati di lebbra o anche di altre situazioni di svantaggio?
Di molto altro, per come lavoriamo noi, il giro tende ad allargarsi e a coinvolgere sempre altre persone. Intanto ci sono gli ex malati di lebbra che, anche se guariti, magari hanno delle disabilità che devono essere trattate. Nel nostro territorio ne abbiamo 13 mila. Abbiamo un centro per la cura delle ulcere della malattia della lebbra con 13 letti.
C’è il problema anche del maltrattamento delle donne. Cerchiamo di dare la forza alle donne di reagire di portare di portare avanti la famiglia. Costituiamo dei gruppi di auto aiuto tra donne, attualmente sono 63. Il loro problema deriva dagli uomini che bevono, l’alcolismo è abbastanza diffuso.
Abbiamo altre iniziative come i gruppi di microcredito per avviare delle attività lavorative. Quello che cerchiamo di fare e non fermarci alla cura della malattia ma pensare anche a tutto il resto: il lavoro, l’unità famigliare, l’informazione sulla salute e soprattutto lottiamo contro i pregiudizi.

I lebbrosi in India fanno ancora paura? Esiste il pregiudizio nei loro confronti?
Si ha ancora paura di questa malattia. Noi con il nostro comportamento dimostriamo che non bisogna averne.  Vedendo che stiamo con i malati o gli ex-malati, mangiamo con loro, stringiamo le mani, facciamo vedere che la malattia della lebbra non è così contagiosa come si crede. La malattia non si trasmette a tutti ma solo alcune persone con poche difese immunitarie. Adesso le cose sono un po’ cambiate, ma la paura è ancora tanta.

Raccontaci delle storie per capire come lavori e quali sono le persone che incontri?
Una volta durante i miei viaggi nei villaggi, ho incontrato due donne con un ragazzo. Ho capito subito che erano malate. Son andata a casa loro e ho visto che su 8 componenti di quella famiglia solo il ragazzo era sano, tutti gli altri avevano la lebbra e alcuni avevano già i segni evidenti sul corpo. Abbiamo iniziato a curarli e al ragazzo abbiamo procurato un lavoro. Un giorno abbiamo saputo che il capo del loro villaggio assieme ad altri avevano deciso di eliminare l’intera famiglia perché li consideravano portatori di una maledizione. Volevano affogarli tutti nel fiume. Siamo corsi dal capo villaggio e abbiamo parlato con lui dalla mattina alla sera. Ala fine li abbiamo convinti a non ucciderli. Con il tempo le cose sono migliorate e grazie a un contributo Aifo siamo riusciti a costruire una nuova casa per loro. Il ragazzo ha anche proseguito gli studi.
Un’altra storia che mi ritorna sempre in mento è quella di un uomo grande e grosso, un uomo forte che abbiamo incontrato per caso mentre lavorava nei campi. Abbiamo riconosciuto sul suo corpo i segni della lebbra ma lui negava di fronte all’evidenza di essere malato. Si sentiva forte e ci accusava dicendo che le persone malate eravamo noi. Insomma rifiutò di farsi curare ma nel giro di soli sei mesi le sue condizioni di salute peggiorarono molto e non poté più negare l’evidenza. Adesso era disperato e aveva deciso di uccidersi. Era diventato deforme e la moglie e i figli non lo volevano più a casa. Uno di loro ha addirittura detto che non era più loro padre ma solo un lebbroso e allora mi è scappato un ceffone diritto sulle guance del figlio. Poi la sua salute è migliorata, i rapporti fra i famigliari si sono fatti meno tesi ed è potuto rimanere a casa sua, anzi anche lui in una nuova casa visto che siamo riusciti a comprargliene una.

Vivere sempre con realtà di questi tipo è molto difficile, tu come ti svaghi o per lo meno come ti riposi?
Quando viene la notte ed è il momento di andare a letto, verso le 22, se ci riesco, allora prima faccio un bel bagno che porta via la stanchezza e poi dormo.

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Geografia della fame, la futura cooperazione italiana, Armeni e Liberia … ecco i temi del numero di aprile della rivista di Aifo

Senza titolo-1E’ uscito il numero di aprile della rivista “Amici di Follereau” di Aifo. Questo numero si apre con l’intervista a Attilio Ascani, direttore della FOCSIV, sul futuro della cooperazione italiana. Tra le novità della nuova legge: i privati nella cooperazione e l’Agenzia, ma l’insufficienza di fondi e il ritardo dei decreti attuativi rischiano di rallentare il rinnovamento.
Uno spazio è riservato all’impegno di Aifo in Liberia, dove ha scelto la strada della prevenzione attraverso la sensibilizzazione della popolazione e la fornitura del materiale igienico-sanitario: intanto già ci si sta preprando per il dopo-Ebola.
La monografia è invece dedicata alla geografia della fame del mondo dove vengono presentati dati e si raccontano le contraddizioni di una umanità che ha già le risorse sufficienti pe sfamare tutti ma non lo fa: così il primo obiettivo di sviluppo del millennio si sposta ben oltre il 2015.
Cent’anni fa il genocidio degli Armeni: l’impunità di quella prima pulizia etnica ha dato via al secolo dei genocidi. La Turchia da parte sua ancora non riesce fare i conti con il suo passato.

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Ritorno in India

Sunil_Bologna_400x400Ecco al testimonianza di Sunil Deepak che dopo 30 anni di attività come responsabile medico-scientifico di Aifo, è tornato in India per un sua ricerca personale (articolo pubblicato sulla rivista di Aifo febbraio/2015).

Avevo iniziato a lavorare nella sede bolognese di Aifo nel 1988, prima come responsabile dell’ufficio progetti e poi come responsabile dell’ufficio medico e scientifico. E’ stata un’esperienza bella e forte che mi ha permesso di conoscere molte realtà difficili in diverse parti del mondo. E’ stata anche un’opportunità di incontrare tante persone di grande umanità nei gruppi Aifo sparsi su tutto il territorio nazionale.

Nel luglio 2014, dopo circa 30 anni di vita in Italia, sono tornato in India con l’intenzione di lavorare con e per i malati di lebbra e le persone disabili.
I miei legami con l’Italia continuano però a essere vivi, innanzitutto per via della mia famiglia che continua a vivere là. Inoltre, a parte i tanti amici ai quali voglio bene, continuo a collaborare con Aifo dall’India per seguire alcuni rapporti internazionali.
Nel 1988, quando ci siamo trasferiti in Italia, nostro figlio Marco non aveva ancora compiuto 4 anni. In quell’epoca, prima di venire in Italia, lavoravo come medico in un piccolo ambulatorio a Nuova Delhi dove mi occupavo di tutto, dai raffreddori ai parti, ai piccoli interventi chirurgici. Se arrivava una persona con il sospetto della malaria, dovevo fare uno striscione di sangue e poi controllarlo con il microscopio. Lavoravo tutti i giorni della settimana compresa la domenica mattina e ogni tanto dovevo alzarmi di notte per rispondere alle emergenze. Era un lavoro molto impegnativo e mi dava una grande soddisfazione, ma spesso mi lasciava con un senso di grande frustrazione quando perdevo qualche malato per delle banalità.

Dopo il trasloco in Italia, durante i primi anni, nonostante la famiglia e la calorosa accoglienza degli amici, mi è sempre mancato il ritmo incessante di lavoro del mio ambulatorio. “Un giorno tornerò a riprendere quel cammino”, mi ero promesso.
Poi con il passare degli anni e anche grazie al grande senso di soddisfazione che avevo trovato nel mio lavoro con Aifo, quel desiderio di tornare si era assopito. Soltanto qualche anno fa, dopo aver perso mia madre, ho iniziato a pensare che forse era arrivato il momento del mio rientro in India. Oramai nostro figlio era cresciuto ed era autosufficiente, mia moglie comprendeva il mio desiderio di ritornare e non vi erano delle questioni familiari particolari che mi trattenevano. Così, nel giugno 2014, quando ho compiuto i 60 anni, sono partito.

Cosa ci faccio in India?

“Come ti trovi in India?”, “Dove sei e che cosa fai?”. Sono le due domande che spesso le persone mi pongono e alle quali non ho delle risposte semplici.
Da una parte, sono convinto di aver fatto la scelta giusta, dall’altra mi manca la famiglia dato che faccio fatica a vivere lontano da loro. Fortunatamente oggi la tecnologia ci aiuta a mantenere i contatti; i telefoni cellulari, internet e i programmi come skype, ci permettono di sentirci ogni tanto e di avere notizie anche nei posti più sperduti.
Voglio continuare a occuparmi di lotta alla lebbra e di programmi di riabilitazione, i due temi dei quali mi sono occupato durante il mio lavoro con Aifo in Italia. Per quanto riguarda il lavoro, ho deciso di lavorare insieme alle altre persone o organizzazioni che si occupano di persone povere ed emarginate. Non vorrei iniziare qualcosa per conto mio, perché penso che alla mia età non sarebbe sostenibile, e tutto si potrebbe fermare il giorno che avrò problemi di salute. Per questo motivo, dopo il mio rientro, sto girando diverse parti dell’India, visitando persone e organizzazioni che si occupano di programmi sanitari nelle aree rurali isolate, per conoscere il loro lavoro e per decidere dove posso fermarmi e dove potrò essere più utile.
Negli ultimi sei mesi ho visitato molti centri e conosciuto molte persone che si dedicano a operare a favore dei gruppi emarginati. Ora mi trovo a Guwahati nell’estremo nord-est dell’India, vicino alla frontiera con la Birmania e con il Bangladesh. Sto collaborando con altri progetti di riabilitazione su base comunitaria. Mi trovo bene qui e il bisogno è grande: forse ho trovato il posto dove potrò fermarmi per un po’!

I cambiamenti negli ultimi 30 anni

“Come è l’India oggi?”, “La trovi molto diversa da come era 30 anni fa?”. Sono le altre due domande che gli amici italiani mi fanno spesso.
Negli anni ‘70, quando ero uno studente di medicina a Nuova Delhi, l’esperienza dell’indipendenza dell’India dal regno coloniale inglese era ancora recente. Anche i ricordi delle esperienze laceranti della partizione dell’India erano vivi. Ricordo quel periodo come il tempo degli ideali e dei sogni. La vita era sicuramente più semplice. Nella stradina dove abitavamo, soltanto una vecchia dottoressa aveva una macchina. La TV era arrivata, ma era ancora in bianco e nero e vi era un canale unico che trasmetteva solo la sera.
All’epoca, per avere una linea telefonica o per comprare una vespa bisognava aspettare qualche anno nelle liste di attesa. Il ritmo della vita era più lento e tranquillo. Conoscevo di nome quasi tutti quelli che abitavano nella nostra stradina. I valori predominanti di quell’epoca erano risparmio, sobrietà, educazione e partecipazione comunitaria. Avere grandi ambizioni o ostentare la ricchezza erano cose da evitare.
Oggi tutto questo è cambiato. Anche le città periferiche come Guwahati dove vivo in questi giorni, hanno dei grandi centri commerciali dove si possono trovare le stesse grandi marche che si trovano in Italia. Inoltre in questi 30 anni, diversi indicatori riguardanti la salute degli indiani, dall’aspettativa media della vita alla mortalità infantile passando per l’accesso all’educazione, sono migliorati. Dall’altra parte però, l’inquinamento ha raggiunto livelli spaventosi e i valori della generazione di oggi sono diversi: consumismo, avere ambizioni, poter comprare le grandi marche e voler diventare ricchi, questi oggi sono i valori dominanti.
A livello comunitario invece vi è un grande fermento e le persone nelle aree rurali spesso si organizzano per chiedere i loro diritti invece di aspettarli in maniera passiva. Nonostante tutti i progressi, le sfide che l’India deve superare sono enormi dato che qualche centinaio di milioni di persone ancora vivono in condizioni di grande disagio e di povertà assoluta.
Queste due situazioni, da una parte lo sviluppo economico e dall’altra l’esclusione, si possono applicare anche alla situazione sanitaria in India. Cosi da una parte vi sono molti nuovi ospedali ultramoderni con tecnologie avanzate e dall’altra vi sono aree fuori dai centri urbani sprovviste di ospedali, di medicine e di personale sanitario. Inoltre sempre più spesso, i servizi sanitari pubblici lasciano spazio ai servizi privati.

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Con Sister Aley verso la 62° Giornata mondiale dei malati di lebbra

IMG_4142La prossima domenica, il 25 gennaio, ci sarà la 62° Giornata mondiale dei malati di lebbra che si celebra dal 1954, anno in cui Raoul Follereau, la persona che ha speso la sua vita a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sullo stato di abbandono dei malati di lebbra, propose di istituirla.
Nel mio piccolo voglio accompagnare l’evento con una serie di post brevi che raccontino la storia di alcuni ex malati che abitano in Cina. Anche se la lebbra è un problema maggiore in altri paesi (India e Brasile), queste storie cinesi hanno la loro motivazione nel fatto che gli operatori locali hanno raccolto delle testimonianze, seppur brevi, con qualche elemento in più. dimostrando anche una cura nei dettagli.

Song Zhengyuan: il saluto di mio cugino
Tang Yuchun: con delle buone scarpe vai dove vuoi
Li Youlu: vediamo dove mi portano queste scale

Aifo è l’ong che naturalmente si occupa della giornata mondiale per quanto riguarda l’Italia e la prossima domenica sarà presente in centinaia di piazze italiane con i suoi tavolini dove sarà possibile acquistare il “miele della solidarietà” e altri gadget per finanziare i progetti in giro per il mondo.
Ogni anno Aifo chiama  anche i cosiddetti “testimoni di solidarietà”, persone impegnate a vario titolo nella lotta contro la lebbra ma anche contro i pregiudizi che sempre accompagnano “l’antica nemica”. Sister Aley è uno di questi e l’ho incontrata recentemente in sede.

E’ una suora molto energica che mi ha raccontato il suo lavoro quotidiano con i malati di lebbra e disabili nella città di Mandya nello stato meridionale indiano del Karnakata. La sua storia ve la racconterò in un articolo che sarà pubblicato in futuro sulla rivista di Aifo (e poi anche in questo blog). E’ una vita, la sua, sempre piena di impegni e a contatto con una realtà molto dura in un paese che si sta sviluppando velocemente e che, forse proprio per questo, mostra delle contraddizioni fra chi è povero e malato e chi è oramai borghese e “si costruisce case belle”, ancora più stridenti.
Una delle ultime domande che le ho fatto, forse un po’ scema e alla Marzullo, diceva: “Ma per te quali sono i tuoi momenti di svago?”. Gliela avevo fatta perché ero stupito dei suoi ritmi, bene a questa domanda ha risposto più o meno così: “Quando viene la notte ed è il momento di andare a letto, verso le 22, se ci riesco, allora prima faccio un bel bagno che porta via la stanchezza e poi dormo”.

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Ebola, pace, ong e social media, gioco d’azzardo, ecco i temi del numero di ottobre della rivista “Amici di Follereau”

AdF Aifo Ottobre 2014 LR_Pagina_01Gli articoli di apertura dell’ultimo numero della rivista di Aifo parlano del movimento pacifista italiano in cerca di sé stesso e della crisi che sta investendo la Liberia, paese particolarmente colpito dall’epidemia di Ebola , paese anche in cui Aifo sta lavorando da anni. L’associazione in questo momento sta impegnando il suo personale e le sue strutture presenti sul territorio per arginare l’epidemia attraverso un’opera di informazione e di sensibilizzazione della popolazione.
Altro tema trattato e quello del gioco d’azzardo, un’emergenza sociale in Italia visto il numero di persone che coinvolge e il giro d’affari spesso poco puliti. Il dossier del mese è dedicato invece a due social media media, Facebook e Twitter, sull’uso che ne fanno le ong italiane. Di salute mentale si parla nei due progetti presentati, uno riguardante lo stato del Kerala in India e l’altro riguardante uno studio comparato in cinque paesi  su come vengono trattati le persone con patologie mentali.  Infine, nella sezione “Strumenti”, un articolo che parla del linguaggio delle fotografia e di come, attraverso le foto, si possano raccontare i progetti nel sud del mondo.

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Blog che raccontano il mondo

Conosco tutta una serie di persone, alcuni direttamente – e per me è stata una fortuna – che parlano di sviluppo e di sud del mondo; non sono giornalisti, non sono cooperanti o meglio lo sono, ma in un modo individuale e libero. Per comunicare usano con naturalezza e passione le pagine di un blog. Sono molto liberi nel loro raccontare, non devono assoggettarsi alla scrittura giornalistica, né fare titoli “catturattenzione”; nemmeno devono parlare del proprio gruppo (ong o vuoi che sia) per mostrare come il proprio progetto va avanti, che benefici porta alle persone del luogo, non pensano molto ai propri donors. Perfino l’uso delle tecnologia è funzionale: testi, video, foto vengono pubblicati perché hanno un discorso da fare, ma rimangono comunque lontani dalla”fighetteria” tecnoculturale.

Sono persone che hanno scelto percorsi esistenziali particolari, che abitano nei posti di cui parlano e ci stanno da parecchio tempo. Ecco, il tempo, che ancora una volta ritorna come discriminante, quando si parla di un discorso profondo di comunicazione. I loro blog sono interessanti non solo perché estremamente liberi (dettati dal cuore) ma perché sono frutto di un’esperienza che matura lentamente.
Ve ne presento tre in modo molto sintetico.

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Sunil Deepak è un medico indiano che ha lavorato per 30 anni in Aifo e in questo periodo ha girato ogni angolo del pianeta per verificare scientificamente come funzionava la riabilitazione su basa comunitaria verso i disabili, i malati di lebbra… ad un certo punto della sua vita ha deciso di “seguire solo le ragioni del suo cuore” ed è ritornato in India con l’idea di fare il medico nelle comunità indigene, la fasce di popolazione che vengono poi escluse dal progresso economico. Il suo diario che mescola ricordi personali  e immagini molto belle, racconta questa ricerca di un luogo, non sa ancora quale sarà, dove passerà i suoi prossimi anni, forse la parte finale della sua vita. I suoi reportage sono rari ma molto lunghi e raccontano un’India periferica come i mass media spesso non sanno fare.
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Antonella Sinopoli era una giornalista dell’Adnkronos prima nella redazione di Napoli e poi a Bologna che ha deciso oramai diversi anni fa di cambiare vita e di occuparsi di Africa. Dal 2010 ha cominciato a frequentare il Ghana e da un anno vi è pure andata ad abitare in una località sul mare vicino al confine con il Togo; qui ha allestito uno spartano resort per turisti e ha una vendita di pane. Il suo diario racconta la vita in quel paese dal basso, non dal punto di vista di una bianca che lavora in una struttura come un’ong o un’ambasciata. Molto spesso le sue riflessioni riguardano i pregiudizi, le stereotipie, anche quelle che i neri hanno verso i bianchi perché il suo discorso non è mai a senso unico.

a piedi nudi

Emma Chiolini, invece è una ragazza che ha deciso di partire per il Brasile come laica missionaria comboniana. Laggiù si occupa di carcere, è arrivata nel novembre del 2013 e chissà quanto ci rimarrà. La sua testimonianza racconta una realtà specifica, quella carceraria brasiliana che a dispetto della sua drammaticità e delle sue dimensioni, presenta anche aspetti innovativi che danno dignità al carcerato non visto come persona da punire ma da rieducare. Esempi questi che servirebbero molto anche al nostro paese dove le carceri sono degli inferni e basta.

A volte mi domando dove finiranno tutti queste narrazioni, se la rete ne conserverà sempre una memoria o se in futuro saranno cancellati … non so cosa succederà. So che nella rete si accumula molto materiale prezioso che gli studiosi del domani potranno analizzare e avranno a loro disposizione delle fonti che nessuno aveva mai avuto prima.
Da parte loro i blog sono come un normale libro, hanno un inizio e una fine, e quando finiscono, rimangono come delle piccole isole abbandonate nella rete su cui soffermarsi.

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Essere presenti sul web è un lavoro complicato

Sempre più i gruppi esteri Aifo sono presenti sul web con propri siti. Come sono fatti? Come si relazionano con i social media? Come metterli in rete con quello italiano?

Il sito web di Aifo ha un ruolo centrale nella comunicazione del gruppo ma la presenza sul web non si limita ma si va sempre più arricchendo con nuove pagine digitali: esiste anche un sito web e una pagina Facebook di Aifo India e di Aifo Brasile.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire come si è arrivati a questa varietà di strumenti per informare.

L’importante è comunicare, bene e tutto
Per una struttura complessa come Aifo una comunicazione di buona qualità verso l’interno e verso l’esterno è una necessità. Scambiarsi informazioni fra le varie parti che compongono un gruppo strutturato in varie organizzazioni in Italia e all’estero, non è un’esigenza di secondo livello ma una priorità. Anche l’immagine complessiva verso l’esterno deve essere coerente e rappresentare bene quello che fa l’intera struttura.
In questo caso sono di grande aiuto le tecnologie digitali che permettono una comunicazione, anche in tempo reale, a costi ridottissimi e garantiscono la possibilità di pubblicare (sul web) informazioni scritte, ma anche multimediali, in modo rapido e sempre con spese contenute.
Aifo ha avuto in questi ultimi anni dei profondi cambiamenti organizzativi e si sta avviando sempre di più verso una sua internazionalizzazione, ovvero nei paesi dove Aifo è più strutturata sono nate delle organizzazioni locali con competenze che riguardano non solo la conduzione di un piano o di un progetto ma anche la raccolta fondi e la comunicazione.
In particolare quando si parla di comunicazione si deve fare i conti con le realtà culturali locali che portano con sé caratteri specifici. Il problema diventa allora quello armonizzare le varie parti e di avere un piano di comunicazione complessivo che identifichi l’azione di Aifo anche se viene svolta in paesi completamente differenti.

Non solo .it ma anche .br e .in
Cerchiamo ora di conoscere da vicino come sono fatti questi siti, sia da un punto di vista grafico che analizzando il tipo di informazione che fanno.
“Brasa” acronimo di Brasil saude e acao (Brasile Salute e Azione) è il nome dell’organizzazione e anche del sito che riporta in alto a destra nella home page il motto “Azioni di valore”.brasile_site
Disposto su due colonne, il sito oltre ad avere i classici riferimenti al “Chi siamo” e a “Contatti”, si suddivide in sezioni denominate “Notizie” e “Articoli” – anche se la distinzione tra le due aree non è chiara – che rappresentano la parte dinamica del sito e le sezioni “Progetti” e “Informazioni tecniche” che raccolgono invece la documentazione di progetti e linee guida.
Nella home page figura un banner su cui scorrono le immagini relative ai pezzi pubblicati sul sito che è stato creato nell’agosto del 2013 e su cui sono stati pubblicati 13 post (uno al mese circa).
Al sito viene associata anche una pagina Facebook; una scelta che bisogna sempre fare dato che oramai la gente raramente va su un sito per leggere qualcosa ma viene portata lì da un social media come Facebook. Questo significa che pubblicare del materiale sul proprio sito è solo una prima parte del proprio lavoro di promozione di contenuto, a cui deve seguire la sua condivisione su Facebook, Twitter e altri social network. Questa “gioco” però funziona se viene fatto con una certa continuità e curando il rapporto con i lettori, i fan, o le persone che si seguono e da cui veniamo seguiti su Twitter. Nel caso di Brasa sono stati fatti pochi post sulla pagina Facebook che ha solo 55 “Mi piace” così come su Twitter vi sono solo due post.

Amici di Roul Follereau, Aifo India” si legge nell’intestazione della home page; a sinistra il logo ben evidente dell’ong madre. Poi due menù sopra e sotto una grande immagine che copre quasi tutta la schermata iniziale. In questo modo accattivante si presenta il sito indiano che con pochi elementi – compreso a destra un bottone rosso per le donazioni – dice subito da chi è fatto e di cosa si occupa; a chiarire ogni dubbio la scritta, in caratteri cubitali posta poco sotto l’immagine grande che recita: ”Siamo un’organizzazione no profit che ha lo scopo di eliminare la lebbra in India, assistere le persone disabili e assicurare una buona qualità di vita a donne, bambini e ad ogni altra persona emarginata”. Il concetto viene rimarcato anche da quattro parole chiave (lebbra/disabilità, salute, educazione, mezzi di sussistenza), messe in evidenza graficamente e che linkano ad un’ulteriore spiegazione.india_site
Il menù in alto riprende gli stessi discorsi dando altre informazioni sul “Chi siamo”, “Dove siamo”, descrivendo le reti a cui essi aderiscono, offrendo la possibilità di fare volontariato .
Il materiale anche se ben suddiviso (eccetto la pagina sui progetti che sono contenuti tutti in un unico lunghissimo articolo) non viene aggiornato con delle novità e anche le parti più interessanti (Life stories) sono solo due, inserite probabilmente fin dall’inizio ma lasciate “sole”.
Più completo invece è il modo in cui il sito si collega ai social network. La pagina Facebook è attiva fin dal 2011 e contiene un certo numero di post, molte foto, ma riesce a raccogliere solo 225 “Mi piace”. Esiste anche un profilo su Twitter sui però sono stati postati solo 5 post in un anno e mezzo di attività. Per completare il quadro della presenza di Aifo India sui social media ricordiamo un canale Youtube (5 video caricati con quasi nessuna visualizzazione) e un recente profilo su GooglePlus dove vengono postati soprattutto i propri video.

Oltre la presenza occorre la continuità
Fare un sito ed essere presenti sui social media o, in altre parole, organizzare la propria attività su internet, è diventata una strada obbligata e i gruppi esteri di Aifo la stanno percorrendo. Occorre però essere sempre presenti on line, vivere la rete, altrimenti i mezzi che utilizziamo perdono velocemente di valore.
Un sito web deve avere sempre un certo aggiornamento e i suoi contenuti devono essere portati sui social media. Ma anche i social media devono essere “abitati”. Oltre a postare bisogna creare attorno a se una rete di lettori/fan/follower così come anche a nostra volta dobbiamo essere lettori/fan/following di qualcun altro. Più la rete di relazione si allarga, maggiori sono gli scambi. I grandi numeri non vogliono dire qualità, questo è vero, ma la qualità viene assicurata se chi sta dietro a queste operazioni ha cura dei contenuti che immette, così come delle relazioni che si intrattengono (le risposte, i commenti …).
Un passo ulteriore è quello di mettere in rete i siti Aifo in Italia, in India, in Brasile scambiandosi non solo i link ma proponendo gli uni agli altri degli articoli da pubblicare.

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Spontanei, efficienti o cool: i tanti modi per raccontarsi con i media digitali

Gli strumenti di comunicazione digitali offrono delle enormi opportunità a quei gruppi che non hanno molti soldi da spendere in comunicazione e in genere a tutte quelle organizzazioni sparpagliate in giro per pianeta (come è il caso delle ong). Oggi vi racconto come abbiamo portato la voce (e il volto) di tre cooperanti locali all’assemblea nazionale di Aifo.
Il compito era quello di far parlare, all’interno dell’incontro di due giorni, i responsabili di tre programmi paese (Brasile, Mongolia, India) attraverso un intervento video di pochi minuti, giusto per avere un’idea della loro situazione e anche per dare un po’ di movimento ai lavori attorno a un tavolo. Avevamo poco tempo per recuperare queste testimonianze, solo qualche giorno, e in più le persone da coinvolgere avevano degli impegni personali. Dopo averli avvertiti con un’e-mail, ecco quello che è successo.

Deolinda, la coordinatrice locale in Brasile, doveva partire per una zona del suo paese dove non c’era copertura internet e allora abbiamo realizzato un’intervista video via skype, usando un programma gratuito in rete per registrazione audio video (in questo caso Free Video call Recorder per skype, ma ve ne sono altri). La qualità video è decisamente scarsa, l’improvvisazione ha portato con sé la vocina di una bimba che strilla sullo sfondo e anche il riflesso azzurrognolo dello schermo del computer sugli occhiali di Deolinda, ma in due minuti si riesce ad avere un quadro del lavoro di Aifo in Brasile. Poi un veloce lavoro di montaggio video (con Adobe Premiere), un titolo e il gioco è fatto.

Diverso il discorso con Tuki, la referente Aifo in Mongolia che, confermando la reputazione data ai mongoli di essere i tedeschi asiatici, mi fa arrivare tramite wetransfer tre video girati  in un formato ad alta definizione per un totale di 15 minuti, che mi creano diversi problemi nel montaggio e che assieme alla sottotitolazione in italiano si portano via almeno tre ore di lavoro. L’intervista ricucita in meno di 3 minuti è ricca di informazioni.

Infine Jose, referente per l’India, che non a caso abita nella tecnologica Bangalore, non manda un video, ma fornisce il link ad una presentazione fatta con Adobe Voice (un app per ipad) che assomiglia ad una presentazione in Powerpoint dove, con un ritmo troppo rapido per una platea non anglofona, racconta il loro impegno contro la lebbra e i finanziamenti che hanno ricevuto e che vorrebbero ricevere, il tutto con uno stile decisamente cool, secco e sintetico. Manca però Jose.

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L’antica nemica

Ancient Enemy è un bel documentario prodotto da Al Jazeera all’interno di uno spazio di approfondimento intitolato Lifelines, the quest for global health, dove gli autori intervistano degli operatori sanitari che sono particolarmente impegnati nell’eliminazione di alcune malattie come la malaria, l’aids, la tubercolosi…
L’antica nemica, come alcuni di voi avranno già indovinato, altro non è che la lebbra, l’hanseniasi, un tipo di malattia che s’accompagna al pregiudizio e all’esclusione sociale da secoli.

Il film dura circa 50 minuti e senza inseguire ritmi accelerati o cambi frequenti d’immagini in stile videoclip musicale racconta la storia di coraggiosi operatori sanitari e di alcuni pazienti che a loro volta sono diventati operatori. Le interviste, è vero, durano poco e sono inframmezzate da molte immagini, ma la storia di questa malattia nell’India attuale viene ben raccontata entrando anche nei dettagli. Un esempio di video come questo, non possiamo certo vederlo sulla piattaforma sky nella sezione cultura – lì possiamo vedere per lo più cuochi, animali che si accoppiano e soporiferi reportage di viaggio – e neppure nei canali pubblici poco disposti a spendere soldi per servizi giornalistici così complicati. A dire il vero Al Jazeera produce questa serie perchè gliel’ha finanziata la Fondazione Gates (un po’ mi scoccia fare la pubblicità a Bill Gates, ma è un dato di fatto).
aljazeeraEppure nonostante il tema, il documentario ha un suo ritmo e qualche personaggio (il primo operatore sanitario che s’incontra e la giovane donna ex malata di lebbra) riesce a trasmettere delle forti emozioni a chi li ascolta. C’è anche un pò di docufiction, in quanto i pazienti a cui viene diagnosticata la malattia, non lo apprendono sicuramente in quel momento ma si tratta solo di una ricostruzione rifatta ad hoc per il giornalista. Ma la messa in scena è comunque sobria e accettabile (niente a che vedere con la Storia raccontata da History Channel).

Ma ritorniamo al contenuto del video. L’India ha dichiarato di aver eliminato l’hanseniasi nel 2005, cancellando i fondi ad essa dedicati, ma in realtà ogni anno ha 130 mila casi nuovi.
Anche se i malati di lebbra nel mondo sono passati dai 10 milioni nel 1991 ai 230 mila nel 2013, l’hanseniasi è il tipico esempio di come sia difficile eliminare completamente una malattia ma soprattutto ci insegna che non basta la cura ma occorre provvedere anche al recupero sociale di chi è stato malato. Gli ex lebbrosi si ritrovano ad essere ugualmente esclusi dalla società, a volte dalla loro stessa famiglia, e sono costretti ad abitare in colonie. E’ quasi impressionante vedere le somiglianze fra le testimonianze che ho raccolto – e qui pubblicato – di ex pazienti brasiliani seguiti da Aifo e quanto dicono gli ex pazienti in questo filmato. Ed anche nel video Leprosy in Brazil: uncovering a hidden disease , recensito sempre in questo blog e prodotto da the Guardian, possiamo ritrovare, in Brasile come in India, lo stesso atteggiamento delle autorità pubbliche che hanno un gran voglia di archiviare tutto questo discorso come una cosa che appartiene al passato. Ma non lo possono certo fare!

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La piccola missionaria di Kerala

In un precedente post avevo raccontato l’incontro con Rosamma, una laica missionaria che lavora da tanti anni in India: ecco il resoconto finale pubblicato sulla rivista di Aifo.

“Ero molto giovane quando ho sentito che volevo vivere con i poveri. Ho parlato con una donna in un lebbrosario e le cose che mi ha detto non le ho più dimenticate. Avevo solo 15 anni e in quel posto lavorava mia zia che era anche suora: è partito tutto da lì”. Inizia così il suo discorso Rosamma Antony Thottukadavil, uno dei testimoni invitati in Italia da Aifo in occasione della 61° Giornata mondiale dei malati di lebbra, e le sue parole sono come un fiume in piena nonostante il suo italiano un po’ incerto.rosamma

Ha molto da raccontare questa minuta missionaria laica indiana di 61 anni che ha attraversato il nostro paese incontrando alunni, studenti, genitori e semplici cittadini. La sua è la testimonianza di una vita passata a lavorare con i poveri, i disabili, i lebbrosi, dall’India all’Africa. Il suo incontro decisivo è stato con quella donna, oramai guarita dalla lebbra ma di cui portava ancora i segni: “Sedeva tranquilla con le gambe incrociate e parlava lenta, raccontava la sua storia dolorosa, di madre che non poteva più tornare a casa dai suoi 4 figli”. Siamo negli anni ’60 e il pregiudizio verso i malati di lebbra è ancora molto forte e se quella donna, benché guarita, fosse tornata a casa, i suoi figli avrebbero fatto fatica a sposarsi, a mettere su famiglia perché i figli di lebbrosi erano visti con sospetto o apertamente evitati. “Se non fosse stata accolta da mia zia suora – continua a ricordare Rosamma – quella donna sarebbe finita sulla strada. Ed io, dopo quell’incontro, avevo ben chiara una cosa: volevo diventare come mia zia!”.

Un dispensario nella baraccopoli
Nata nel sud dell’India da una famiglia cristiana, ha uno zio vescovo e alcune zie suore, una vocazione di famiglia insomma che la porta già a 22 anni a prendere i voti nell’Associazione Missionaria Internazionale con sede a Faenza (www.amiima.net).  Ma è solo 8 anni dopo, nel 1982, che a Cochin nello stato indiano del Kerala conosce l’Aifo e si lega ai suoi progetti. Decide di diventare medico e frequenta l’università prima a Roma, poi a Modena dove porta a termine i tre anni di specializzazione come medico chirurgo. Parte per la Tanzania e poi per l’Eritrea, qua si ferma per buona parte degli anni ’90 assieme ad un’equipe di medici. Siamo proprio nel periodo di guerra con l’Etiopia “La fame che ho visto in quel paese non l’ho più rivista; una volta ho spezzato del pane e ne è caduto un pezzettino, subito dei bambini si sono buttati nella sabbia per cercarlo, un pezzetto di pane”.

Ritorna a Cochin nel ’99 e vi rimane fino al 2007. Lavora in un dispensario, una specie di farmacia dislocata nei quartieri poveri della città. Il suo non è solo il lavoro di un medico ma è qualcosa di ben altro: “Cerco di conoscere i miei pazienti più a fondo; chiedo come va a casa, vado a trovare le loro famiglie per rendermi conto della situazione. A volte vado a conoscere anche i vicini che forse possono dare una mano”. Il dispensario è infatti frequentato anche da volontari, persone agiate, di fede religiosa diversa, che capiscono l’importanza delle attività del dispensario e vogliono dare il loro contributo. Rosamma ricorda la storia di una coppia molto povera che aveva avuto due fi gli ambedue ammalati di distrofi a muscolare; una famiglia che abitava in un’unica stanza dove mangiava e dormiva. I fi gli non camminavano ma si muovevano sul pavimento spostandosi con le mani. Grazie ad un gruppo di studenti di ingegneria, che per tirocinio dovevano fare esperienze sociali durante il loro percorso di studio, sono state costruite delle carrozzine che adesso i due fratelli utilizzano quando vogliono muoversi.

Per quanto riguarda la lebbra, i pregiudizi tendono a diminuire anche se lo stigma c’è ancora: “In ambulatorio nei primi tempi quando vedevano pazienti segnati per via della lebbra , gli altri pazienti se ne andavano via, adesso nessuno va via perché hanno capito dal nostro comportamento e dalla nostra educazione sanitaria che loro non contagiano, perché sono guariti”.

Non c’è tempo per l’amarezza
Nella località dell’Assam, lo stato settentrionale dell’India dove Rosamma lavora adesso, la situazione è molto diversa: “Siamo andati là, perché è una realtà molto arretrata rispetto allo stato del Kerala, là c’è la foresta. Quando siamo arrivati un gran numero di bambini moriva di diarrea, mancava una corretta educazione sanitaria ai genitori”. Del resto i medici disposti a trasferirsi in quelle zone dove manca perfi no l’elettricità sono rari e allora il lavoro di questi dottori missionari è ancora più prezioso. In pochi anni il numero di bambini morti per diarrea è diminuito enormemente. “Rimangono le morti per malnutrizione, e oltre alla cura bisogna fare molta educazione sanitaria ai genitori. Bisogna anche far capire ad una popolazione ancora analfabeta l’importanza dell’istruzione e spesso siamo noi stessi a pagare le rette scolastiche per permettere ai fi gli delle famiglie più povere di andare a scuola”.

Non sempre sono storie a lieto fine, Rosanna ricorda con amarezza la vicenda di una mamma che venne a trovarla con una neonata malnutrita e in pericolo di vita. Passate due settimane dal primo incontro decide di andare a trovarla nelle foresta e dopo due ore di cammino e la traversata di un fiume riesce a ritrovarla. La bimba sta ancora male e allora le lascia delle medicine con la promessa di ritornare dopo due settimane. Cose che fa ma ritrova la bimba nelle stesse condizioni e s’accorge che la mamma invece di darle il cibo le da delle foglie da masticare, una droga locale che la gente del posto usa nei momenti di difficoltà per superare la stanchezza e la fame. Poi Rosamma deve partire dall’Assam e starsene lontano per un po’. “Al mio ritorno però mi veniva in mente sempre questa mamma con la bambina piccola. Avevo una strana sensazione e allora sono ripartita per andarle a trovare. Pensavo che la bambina fosse morta invece era la mamma che se ne era andata, si era suicidata; la bambina era viva e accudita dal nonno. Adesso la bimba è cresciuta e sta bene”.

Sono questi i momenti più difficili per Rosamma; “Qualche volta sento qualcosa dentro quando perdo una paziente, ma non possiamo salvare tutto il mondo, uno può fare solo il suo dovere. C’è sempre tanto da fare e non c’è tempo per essere depressa, triste”.

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Ashini vuol giocare a cricket

La riabilitazione chirurgica per ridurre gli effetti della lebbra in Assam

I progetti a sostegno del “Programma Nazionale di Eliminazione della Lebbra – NLEP” sono gestiti in collaborazione con il Governo locale. Si tratta di iniziative, sviluppate in sette stati dell’India che intendono favorire e accompagnare il processo di integrazione del trattamento della lebbra nei servizi di sanità di base. Gli stati in cui opera AIFO sono i seguenti: Andhra Pradesh, Arunachal Pradesh, Assam, Karnataka, Meghalaya, Odisha, West Bengal. In ogni stato un team di AIFO sostiene e promuove le attività di controllo della malattia nei distretti sanitari. Il team è composto in genere da un medico e un infermiere (in alcuni casi, con il coinvolgimento di fisioterapisti e chirurghi per lo sviluppo di azioni di riabilitazione fisica e chirurgica delle persone con disabilità causate dalla malattia).
L’Assam è uno stato particolare in India poiché si trova in un’area remota all’estremo nord est, posto sopra il Bangladesh. La popolazione è prevalentemente tribale e vive in una situazione caratterizzata da arretratezza socio-economica, mancanza di strutture educative e di insegnanti, presenza di unità sanitarie inadeguate e di personale medico o paramedico non qualificato.
In questa zona l’AIFO sta portando avanti un programma di riabilitazione chirurgica per la correzione della disabilità causate dalla lebbra.
Spesso i danni causati dalla malattia possono causare disabilità, soprattutto agli arti superiori, inferiori e all’occhio, che a loro volta sono causa di emarginazione delle persone. Fino a pochi anni fa, in India, sono stati portati avanti programmi verticali, cioè specifici per la lebbra, mentre ora, per favorire un consono sviluppo delle attività, aumentare l’accesso ai centri di salute e diminuire lo stigma, il trattamento della malattia è integrato nei servizi ambulatoriali del Sistema Sanitario Nazionale. Questo ha portato però alla perdita di personale qualificato e specializzato.  In un contesto come questo diventano particolarmente importanti i programmi come il nostro.

Ashini, Anita, Munnu e tutti gli altri
Fin dall’inizio della malattia possono manifestarsi complicazioni che portano a disabilità permanenti, anzi a volte la malattia si diagnostica proprio quando la perdita di funzionalità di un arto è già presente.  Quando sono i giovani a esserne colpiti questo pregiudica la loro vita, soprattutto le relazioni sociali con gli amici, i rapporti nella scuola.
È quanto è capitato a Munnu G., una ragazza di 18 anni che a causa di un problema alla mano destra ha dovuto interrompere gli studi. Ora sta aspettando di essere operata per ricominciare una vita normale. Anita T., 13 anni, è già stata operata alla mano sinistra e adesso riprenderà gli studi che fino ad oggi ha seguito in modo discontinuo a causa della malattia.

Ma forse la storia più esemplare è quella di Ashini Nayak, un ragazzo di 14 anni che nel 2007 vede comparire sulla sua mano destra una macchia. Ashini vive nel distretto di Dibrugarh in Assam e fa parte di una famiglia composta di un padre che fa la guardia giurata, da una madre, infermiera e da una sorella e un fratello più giovane: anche la sua famiglia è normale e felice.  Della macchia cutanea non se ne preoccupano in casa finché non comincia ad avere difficoltà nell’uso della mano. La situazione peggiora ancora: Ashini smette di giocare a cricket (ne è un grande appassionato), va a scuola con la mano sempre bendata finché i genitori non si rivolgono a un centro medico dove è confermata la diagnosi di lebbra. Inizia la cura nel 2010 e la porta a termine, ma rimane la deformità della mano e la perdita di funzionalità. Qui entra in campo l’equipe di AIFO India che organizza il programma di riabilitazione chirurgica proprio nel distretto di Dibrugarh, stato dell’Assam, nell’aprile del 2012. Ashini, dopo avere conosciuto il progetto, decide di sottoporsi all’intervento che fa nel settembre dello stesso anno nell’ospedale di Borgang. L’intervento riesce bene e dopo un breve periodo riesce a recuperare l’uso della mano, addirittura riesce a ricominciare a giocare a cricktet. Durante la degenza diventa amico di altri ragazzi che hanno avuto problemi simili al suo. Questa, in pochi tratti, la storia di Ashini, che ora ha ripreso gli studi che aveva interrotto; li ha ripresi con successo, tanto che ha ben chiara quale sarà la sua professione in futuro, diventare insegnante.

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Rosamma Antony Thottukadavil: il racconto del testimone

Avevamo l’appuntamento nella sede dell’Aifo in una giornata piovosa; l’edificio è in una di quelle zone di Bologna costruite sulle prime pendici delle colline, in una giornata di sole una via veramente bella che s’inerpica.
Ma oggi piove forte e la luce se ne sta già andando nonostante siano le 15,30.

rosammaHo incontrato Rosamma Antony Thottukadavil, uno dei testimoni invitati in Italia dall’Aifo in occasione della 61° Giornata Mondiale dei malati di lebbra. Di cosa è testimone Rosamma? Di una vita intera passata come chirurgo e laica missionaria in varie parti del pianeta, la’ dove povertà, malattia e disabilità si incontrano di continuo.

Piccolina, magra, dalla pelle scura, Rosamma dimostra molto meno dei suoi 62 anni. Sorride di continuo e non faccio in tempo a fare la prima domanda che comincia parlare in un italiano incerto ma con un’abbondanza di parole che faccio fatica a seguire. Anche perché mi racconta la sua storia non seguendo un ordine cronologico ma secondo un suo ordine mentale che non riesco ad afferrare. Salta da un argomento all’altro, da un anno all’altro. Ha molto da raccontare della sua vita e forse è proprio questo impeto che la porta ad esprimersi in un modo che a me appare caotico.

Su di lei devo scrivere un articolo nel prossimo numero della rivista “Amici di Follereau“, riportare la sua testimonianza ed è è per questo che sono costretto a fermarla e porle alcune domande facendola ritornare indietro. A poco a poco riesco a farmi un’idea cronologica della sua vita. Nata nell’India del sud da una famiglia cattolica, fin da bambina s’accorge di questa vocazione di stare con i più poveri. Poi i difficili anni di studio in medicina a Roma e a Modena, l’adesione ad un ordine missionario laico e le tante esperienze in Eritrea, in Tanzania e naturalmente in India.

Mi racconta anche alcune storie dei suoi pazienti (queste e tutto il resto lo potrete leggere nell’articolo non qui :-), storie tragiche e dall’esito non sempre felice eppure durante tutto il racconto Rosamma rimane sempre con quel sorriso sul viso. Mi viene spontanea allora una domanda – si può definire critica? – complice forse la giornata grigia bolognese che porta alla malinconia: “Ma non ti capita mai di essere depressa di fronte a tanto dolore? Non è possibile che tu sia sempre così”. “Qualche volta mi capita di diventare triste – risponde Rosamma – soprattutto quando un mio paziente muore o si toglie la vita, ma poi vedo la sua famiglia che riprende, ricomincia e anch’io ricomincio”.

Il bello è che lei può ricominciare dappertutto, in qualsiasi angolo del pianeta, basta che ci siano dei poveri da curare e assistere (“Non sono solo un medico”).
Infine mi chiede di mandarle l’articolo che scriverò, visto che internet in quella zona dell’Assam non arriva, mi scrive sul quaderno un indirizzo chilometrico precisando: “Dall’Italia in due mesi mi arriva!”.