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Mongolia: con 20 capre la vita migliora

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Damdisuren con la moglie

Damdinsuren abita nel villaggio di Taragt; è un pastore di 50 anni e vive con sua moglie, tre figli e tre nipoti. Ha perso un occhio quando era bambino. La sua situazione economica, con una famiglia così numerosa, non è comunque facile.
Un giorno gli operatori locali di riabilitazione su base comunitaria (Rbc) hanno organizzato un incontro pubblico e così Damdinsuren ha conosciuto il “Progetto del fondo bestiame a rotazione” promosso da Aifo e finanziato da Prosolidar.
Nel 2015 ha avuto in prestito 20 capre e ha ottenuto, a distanza di un anno, 12 capretti e 9 chili di cashmere. Un importante fonte di reddito per la sua famiglia che è cresciuta nel frattempo con l’arrivo di un nuovo nipote.
“Durante l’estate abbiamo avuto yogurt e latte a sufficienza – afferma contento Damdinsuren – anche la lana venduta ha rappresentato un buon reddito. Lo scorso inverno è stato mite e lo abbiamo superato bene”.

Superare l’inverno
Il problema in Mongolia sono gli inverni. Il freddo arriva a toccare punte sotto i 50 gradi e se il freddo è accompagnato dal vento, le condizioni climatiche diventano micidiali. A questo si deve aggiungere che il 20% della popolazione mongola è nomade, sono dei pastori che vivono nelle caratteristiche tende circolari (le ger) e che smontano e rimontano seguendo i loro animali.
“L’inverno da noi è difficile da superare e avere più bestiame ci permetterebbe di affrontarlo meglio” chi parla è Damiran, un altro beneficiario del progetto.
Ha 54 anni e vive con la moglie e tre figli nel somon di Uungobi. Le due figlie sono adulte e hanno oramai la loro famiglia. Quella più vecchia è un’insegnante di matematica mentre l’altra è una casalinga; la figlia più giovane infine sta completando gli studi. Anche se sua moglie lavora come saldatrice hanno dei grandi problemi economici. Damiran non sente in ambedue le orecchie e usa degli ausili. La sua vita è cambiata quando ha avuto 20 capre dal fondo e poi, l’anno successivo, altre 10.  Aveva saputo di quest’opportunità offerta da Aifo da altre famiglie del suo distretto e vedendo come era migliorata la loro vita si era fatto avanti. A fine anno è riuscito a guadagnare 325.000 tugrik (circa 160 euro) dalla vendita del cachemire.

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Damiran con la moglie

“Posso tenerle ancora per un anno?”
“Ogni giorno mi sveglio alle 5 del mattino – spiega Damiran – mungo le capre e le porto al pascolo. Torno alle 10 e mangio la colazione. Poi faccio il formaggio e lo yogurt e torno a casa la sera”. Per lui questo fondo rotativo è di vitale importanza: “ Per le famiglie che hanno un membro disabile e pochi capi di bestiame il prestito è di migliorare la qualità della vita”.  I due pastori sono molti riconoscenti all’opportunità che Aifo ha offerto a loro e alla domande di come poter migliorare ancora di più questa iniziativa rispondono:
” Il progetto è stato importante per la mia famiglia – spiega di Damdinduren – e vorrei che in futuro si desse come fondo delle capre più giovani”.
Afferma invece Damiran: “Sarebbe bello poter disporre del bestiame per due anni invece di uno solo”.

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Damdinsuren con la sua vasta famiglia


Il programma rotativo dei capi di bestiame
Il progetto, finanziato dalla Fondazione Prosolidar, attua il programma prestito degli animali in 10 Somon (Distretti) della Mongolia ogni anno, per un totale di 30 Somon in tre anni, in 21 Aimag (Province). Ogni anno sono acquistate 1.000 capre da donare a 50 famiglie (5 famiglie ogni Somon), per un totale di 3.000 capre.
Il programma prevede che ogni famiglia devolva dopo un anno venti capretti al fondo iniziale (fondo rotativo) in modo da beneficiare altre 50 famiglie nel secondo anno e 50 nel terzo anno. Di conseguenza, grazie al fondo rotativo, alla fine dei tre anni sono beneficiate 300 famiglie.
Ogni anno ogni famiglia è in grado di ottenere almeno 6 kg di cachemire (1 kg garantisce sul mercato un ricavo di circa 20 Euro) e almeno 10 capretti rimarranno alla famiglia dopo la restituzione dei 20 previsti dal fondo rotativo.
Grazie allo sviluppo del progetto le famiglie coinvolte (famiglie che hanno al loro interno almeno un membro con disabilità) sono in grado di vendere la lana delle capre e migliorare la loro situazione economica.
Per la riuscita dell’iniziativa è fondamentale l’apporto di Aifo che attraverso gli operatori di riabilitazione su base comunitaria fa conoscere il progetto e ne fa il monitoraggio.

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Servizio Civile al Focsiv: Comunicare la cooperazione – Raccontare la propria esperienza

Anche quest’anno si è svolta a Bologna la formazione per un gruppo di ragazzi che ha iniziato il servizio civile in Italia e all’estero all’interno delle galassia delle ong di Focsiv.
Ecco la parte dedicata alla comunicazione e a come raccontare la propria esperienza di volontario.

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Pace, lebbra, TTIP … il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

CatturaPace, lebbra, TTIP, persone con disabilità: sono questi i temi trattati principalmente sul numero di settembre di “Amici di Follereau” la rivista di Aifo.

In apertuta si parla della marcia che si terrà domenica 9 ottobre; i pacifisti cammineranno insieme per una nuova edizione della Marcia per la pace Perugia-Assisi, una “classica” per chi è impegnato per un mondo senza guerre e violenze, più giusto e dove la dignità e i diritti siano garantiti a tutti.
La monografia è dedicata alla lotta alla lebbra vista non solo in termini di cura fisica ma anche di inclusione sociale degli ex-malati che in ogni parte del mondo sono vittime ancora di pregiudizi.
Il Primo Piano è invece dedicato al TTIP “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”. Se l’accordo sul libero scambio tra Unione Europea e Usa verrà approvato, il nostro servizio sanitario cambierà in peggio, come sostiene, tra le altre cose, Monica Di Sisto di “Fairwatch”.
Poi un approfondimento, con un intervista a Carlo Lepri, sull’immagini sociali che si hanno nei riguardi delle persone con disabilità, immagini che pregiudicano una loro piena inclusione.
Infine il racconto dell’esperienza di due volontarie che hanno appena finito il periodo di servizio civile ad Aifo.

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Svetlana Aleksievic, il cantore del dolore russo

 

o-ALEKSIEVIC-facebookRaccogliere una testimonianza, saper raccontare le emozioni, addirittura la vita di una persona che ha subito un dramma e ne subisce le conseguenze, non è per niente facile. Noi, nel nostro piccolo, è quello che cerchiamo di fare ogni volta che raccontiamo un progetto Aifo; cerchiamo di raccontare la storia di una persona, darne anche un contesto perché il lettore capisca, s’immedesimi.

C’è chi, di questo tipo di reportage, ne ha fatto un’arte, raggiungendo livelli di perfezione tali da avvicinarsi alla realtà meglio di quanto possa fare un’opera letteraria di finzione.
Stiamo parlando di Svetlana Aleksievic, la scrittrice bielorussa, che è stata premiata quest’anno con il Nobel per la Letteratura, per la sua opera che, citando la motivazione dell’Accademia svedese, è un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.
Nata in Ucraina nel 1948 ma cresciuta in Bielorussia, Svetlana inizia fin da giovane a lavorare come giornalista e cerca una sua strada espressiva per parlare degli argomenti che più le stanno a cuore; la guerra, la condizione della donna, le vite singole schiacciate dall’apparato statale. “Volevo avvicinarmi il più possibile alla realtà – dice – e, di fronte alla complessità dell’uomo e del mondo, la storia di una vita, delle singole vite, mi permetteva di farlo”.

La sua tecnica di scrittura consiste nella paziente raccolta di testimonianze, a volte centinaia di racconti, dove l’autrice rimane leggermente distaccata, non per mancanza di partecipazione, ma per dare spazio alla persona di raccontarsi.
Per il suo genere di scrittura sono stati coniati termini diversi, come “romanzo di testimonianza”, “coro epico”, addirittura un generico “persone che parlano di se stesse”. I suoi libri per essere scritti richiedono centinaia di incontri con le persone, viaggi continui, anni di elaborazione (in media impiega 4-5 anni per scrivere un nuovo libro).

Denunciare la guerra e i falsi miti sovietici e russi

La sua prima opera matura è “La guerra non ha un volto di donna” (1983) dove intervista centinaia di donne che hanno combattuto la seconda guerra mondiale. Ne emerge un ritratto femminile lontano dalla retorica dell’“eroica donna sovietica” e questo le crea problemi enormi; il libro non viene pubblicato, lei stessa viene messa all’indice come autrice dissidente (viene accusata di pacifismo!) e solo con la perestrojka di Gorbaciov il suo testo comincerà a diffondersi e incontrerà il successo.
Segue nel 1989 “Ragazzi di zinco” il racconto dell’invasione sovietica in Afganistan (1979 -1989) attraverso la testimonianza di madri, fidanzate, soldati ritornati vivi – ma snaturati dalla guerra – e non nelle bare di zinco (di qui il titolo del libro).
Del 1993 appare il libro “Incantati dalla morte”, dove la storia del crollo dell’utopia socialista sovietica viene raccontata, in un modo straziante, dai parenti delle persone che si sono suicidate dopo l’evento e da quelli che hanno tentato di farlo.
Ma il suo capolavoro è “Preghiera per Cernobyl” (1997), la storia del disastro nucleare, visto, ancora una volta, non attraverso le fonti ufficiali o documenti segreti, ma attraverso le parole dei parenti delle persone che ne sono rimaste vittime. Il sottotitolo del libro è “Cronaca del futuro”, parole che sottolineano una novità nella storia umana: “Avevo sempre parlato di guerra e lì non avevo dubbi su quali parole usare, di come scriverne, ma per Cernobyl è stato diverso; come si poteva spiegare con le parole ai contadini di buttare via il loro latte, come si poteva spiegare il perché i soldati lavavano la loro legna da ardere o le loro case? Eravamo entrati in uno spazio nuovo”.

Svetlana può essere vista come un cantore del “dolore russo” e i suoi libri di denuncia alla guerra e di distruzione dei miti sono qualcosa di inaccettabile soprattutto oggi, per chi governa la Russia (Putin) e la Bielorussia (Lukashenko).
“Il mio scopo – spiega Svetlana – è capire quanta umanità è contenuta in un uomo e come è possibile proteggere questa umanità … e quando scrivo non mi sento solo scrittrice ma anche reporter, sociologa, psicologa perfino predicatrice”.
Per lei l’arte è impotente a raccontare la vita vera al giorno d’oggi ed è per questo motivo che non vuole inventare storie ma vuole solo “seguire” la vita reale (seguendo in questo le orme di Lev Tolstoj). E questa vita la racconta non attraverso la descrizione di fatti ed eventi ma attraverso “la storia dei sentimenti umani”.

Il suo prossimo libro, non ancora tradotto in italiano, (“The Wonderful Deer of the Eternal Hunt”) segna una svolta nelle sue tematiche: “Ho sempre scritto di come le persone si uccidono l’una con altra, ora voglio scrivere di come si amano”. E saranno gli amanti a prendere la parola nel suo nuovo libro, amanti di varie generazioni che raccontano il loro sogno d’amore, il loro “cervo incantato”, calato però in un paese tormentato e dalla storia dolorosa come quello russo.

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Muri in Europa, tratta e vignette antirazziste nel nuovo numero di “Amici di Follereau”

Numero particolarmente ricco quello di aprileScreenshot 2016-04-04 06.26.17 per la rivista “Amici di Follereau”.  La monografia è dedicata al problema dei “muri” che si stanno costruendo in Europa (Ungheria, Bulgaria, Macedonia e Spagna) per fermare il flusso dei profughi, ma questi tentativi mettono in crisi anche l’identità europea. In un altro articolo, nella sezione in primo piano, si affronta il tema da una prospettiva più ampia, quella che vede in nome dell’emergenza, la messa in discussione delle nostre libertà personali.

L’appello di Aifo del mese è invece dedicato alla storia di Zheng, una donna cinese con problemi di salute mentale che grazie al lavoro d’inclusione sociale portato avanti dall’ong italiana è riuscita a ricominciare una nuova vita.
La storia di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore ucciso nel 2011 viene raccontata direttamente dal fratello nello spazio dedicato alla cultura.

La drammatica emigrazione verso l’Europa di tante persone spinte dalla guerra e dalle violenze viene letta da un altro punto di vista, quello dell’aumento del fenomeno della tratta delle donne nigeriane che una volta arrivate in Italia vengono avviate, giovanissime, nel mercato della prostituzione.
Infine la vignetta satirica con la sua immediatezza può essere uno strumento efficace per parlare di razzismo e migrazioni? Intervista a Mauro Biani, vignettista de “il Manifesto”.

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Misna ha chiuso, Misna si può salvare, Misna deve cambiare

 

logo di misnadi Marco Sassi

Misna (MIssionary Service News Agency) ha chiuso il 31 dicembre; agenzia giornalistica quotidiana specializzata in notizie sul Sud del mondo, fondata nel dicembre del 1997 per volontà del missionario comboniano Giulio Albanese e promossa dalla Federazione Stampa Missionaria Italiana (Fesmi) e dal Sermis (Servizio Missionario Italiano) di Bologna, Misna ha chiuso per le ristrettezze economiche degli istituti missionari che ne portavano i costi, in particolare la Consolata, i Comboniani, i Saveriani e il PIME (Pontificio istituto missioni estere).

Cosa sta chiudendo? Sta chiudendo la Misna, ennesima agenzia di rimbalzo di news tra le decine della galassia missionaria, o sta chiudendo una voce informata e davvero rappresentativa della liaison tra Italia e Sud del Mondo?

Nel primo caso non mi listerei a lutto; la crisi veniva da lontano, dal 2009 e, non avendo entrate dirette con la gratuita messa in rete delle informazioni, era un po’ fisiologico che presto o tardi i nodi sarebbero venuti al pettine.
A stessa sorte, per vie diverse, erano giunte altre riviste missionarie italiane, alla cui sopravvivenza poco aveva potuto fare il FESMI, la Federazione Stampa Missionaria Italiana. E così avevano chiuso “Afriche”, rivista della Società missioni africane, “Missioni Francescane”, “Ad Gentes” , “Popoli”, magazine dei Gesuiti e altre.

Sì, Misna era una voce controcorrente; ma non è affondata per il fastidio che dava, ma per le secche in cui era finita, per il calo di donazioni, l’invecchiamento dei sostenitori “delle missioni”, poco rimpiazzati dai giovani, per il “crollo di energie” .
Non aveva seguito con pari velocità il tourbillon costante dei cambiamenti tecnologici nell’editoria e forse anche quelli del giornalismo del Sud del mondo.

La storia dell’agenzia dei missionari era affascinante e romantica, tipicamente espressione dell’italico modo di affaccio al Sud del Mondo, pieno di buona volontà, con scarse risorse umane, finanziarie e tecnologiche, ma soprattutto polverizzate e tetragone al lavoro di effettiva condivisione a rete appena più ambiziosa dello scambio di informazioni.

L’originalità iniziale dell’agenzia, ovvero la potenzialità dell’antenna costituita da 14.000 missionari italiani di 40 congregazioni, testimoni diretti dei fatti narrati nel Sud del mondo, alla fine si è “smorzata”; poco coinvolgimento, poco aggiornamento, troppo affidamento sulla italica “volontà di collaborare”, mentre sempre più si affermavano altre agenzie in tutta l’Africa, altrettanto radicate nel tessuto civile e sociale, ma meglio in grado di fare trait d’union con le maggiori press agencies internazionali.
Da una parte lo storytelling della volenterosa Suor Antonietta sperduta nella brousse del Madagascar ha perso il suo appeal (e pure la non più rinunciabile tempestività), mentre dall’altra cresceva una selva di giovani giornalisti africani agguerriti e aggiornati sui fatti di casa propria con professionalità giornalistica e tecnologie digitali avanzate.
E dove questi difettavano, per castrazione della libertà di stampa, come in Eritrea, era velleitario che se ne facessero carico sempre più anziani e sempre più rari volenterosi missionari.

A molti di noi è capitato di “partecipare” a situazioni emergenziali del giornalismo del Terzo settore, ricordo a proposito la non lontana crisi di un’altra bellissima testa, “Solidarietà Internazionale” del CIPSI.

La domanda da porci alla fine è una: siamo così scossi dalla chiusura di Misna da essere anche disponibili a “pagare anche di tasca nostra” la sopravvivenza di questa come di altre agenzie di stampe italiane nel sud del Mondo, ad esempio passando dall’informazione “in chiaro” a quella a pagamento on demand o con abbonamenti? E’ da questa domanda che discendono le scelte successive. Se la risposta è no, visto che tutto quello che era prodotto era non più così originale e già comunque reperibile online, anzi forse in modo anche più approfondito rispetto al copia-incolla-lima, allora altro non si può fare che lasciar perire il moribondo, cui peraltro i finanziatori hanno già intonato il de profundis.

Se, viceversa, fossimo disponibili, coerentemente, anche a cercare un salvataggio dell’esperienza, attraverso forme di nostra adesione, come un azionariato popolare, prima descriviamone perimetro, condizioni, risposte.
Ci sarà posto, nei prossimi anni, ancora a lungo per piccole esperienze frammentate, di nicchia e fortemente collegabili all’impronta data loro dai fondatori e iniziali ispiratori ?

Si può invece arrivare a immaginare fusioni e accorpamenti nelle agenzie di stampa e redazioni missionarie, rinunciando ai particolarismi ma guadagnando in allineamento di risorse tecnologiche, economie di scala, organizzazione, professionalità, visibilità ?
Può essere immaginata un’unica agenzia di stampa, in cui far confluire Misna (o quello che ne sortirà) e le varie altre Asianews (agenzia del Pime), Fides (voce delle Missioni cattoliche nel mondo) ma anche riviste, come Nigrizia, punta di diamante dei Comboniani, la dinamica “Africa rivista ” dei Padri Bianchi, “Missione Oggi” dei Saveriani , “Mondo e Missione” , ecc. ?

Se a tutti i costi devono essere salvaguardati i colori di questa o quella congregazione, bene, chapeau! Ma allora non se ne faccia una questione di esigenza collettiva di sopravvivenza del pluralismo giornalistico né di perdita di riferimenti per l’informazione italiana nel Sud del mondo; e, ogni volta che una di queste agenzie o testate andrà (prevedibilmente, ahimè) in crisi, sarà questione di esclusiva pertinenza del relativo editore.

Se invece dalla crisi di Misna dovessero uscire proposte di profonda riorganizzazione delle agenzie di stampa e della comunicazione missionaria, meno ingessata, meno polverizzata, con meno storie di testimonianza religiosa e più storie di Africa “narrante di se stessa” , io sarei il primo a esser d’accordo e condividerei in prima persona anche i costi di una proiezione verso il futuro della voce dei missionari, che provengono sì dal passato ma che devono tenere il passo col futuro.

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Walk & Talk: La Stampa e Oxfam assieme per parlare di profughi

Immagine di migrante su un treno in serbia
E’ un rapporto complicato quello che lega i giornalisti alle ong, ciascuno può “sfruttare” l’altro e non si sa chi poi alla fine riesce nel suo intento; se il giornalista che si procura delle buone notizie o l’ong che ottiene visibilità.

L’esperimento in corso sul quotidiano “La Stampa” però parte bene e riesce a combinare le competenze dei suoi giornalisti con quelle degli operatori umanitari di Oxfam.
” ‘Walk and talk’, ‘Camminiamo e parliamo’. Questo dicono i migranti a chi prova a intervistarli lungo la rotta balcanica” ed è questo che fanno in una pagina dedicata al racconto delle rotte dei profughi e delle loro storie personali. Lo fanno usando modi diversi, come il racconto con foto delle storie di profughi realizzate direttamente da Oxfam, o la produzione di servizi speciali e di mappe curati invece dai giornalisti de La Stampa. Possiamo leggere e vedere anche un webdoc, ovvero un documentario un po’ scritto e un po’ animato grazie alle possibilità multimediali offerte dal web.
Non si capisce bene se sono lavori del quotidiano fatti precedentemente e che poi vengono accorpati nella sezione o è un lavoro tutto nuovo.
C’è anche la voce dell’operatore umanitario, Anna Sambo, che scrive un blog (Diario da Belgrado) in cui racconta il suo lavoro e le sue emozioni (e lo fa anche bene).
Infine c’è anche uno spazio per il gioco, per mettere alla prova il grado di conoscenza del lettore sul tema dei migranti per forza.
Questo speciale de La Stampa non è facilmente raggiungibile dalla home page del quotidiano ma è comunque un buon tentativo per fare un’informazione variegata e che evita toni allarmistici o vittimistici, su un tema che oramai ci riguarda tutti, proprio tutti.

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Tutte le guerre del mondo

conflitti 2014Sempre di più i morti in guerra sono i civili, soprattutto i più deboli. E’ l’insicurezza alimentare assieme alle disuguaglianze e socio-economiche che portano alla guerra e non la diversità etnica o religiosa (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” di dicembre)

“Cibo di guerra” è il quinto rapporto sui conflitti dimenticati realizzato dalla Caritas Italiana in collaborazione con le riviste Famiglia Cristiana e Il Regno. Oltre al naturale riferimento all’evento di Expo a Milano, sono tre i motivi per cui si è scelto di dare questo taglio alla ricerca come dice Paolo Beccegato, vicedirettore della Caritas e curatore del libro: ”Il legame tra la fame del mondo e la guerra è evidente; la guerra comporta la distruzione di raccolti, una minore produzione. Poi c’è un altro aspetto, ovvero l’uso che si fa della fame per distruggere il nemico e la strumentalizzazione degli aiuti umanitari. Infine, anche se molti dicono che la fame non conduce alla guerra, è però vero che la povertà estrema, la recessione economica e le disuguaglianze socio-economiche portano proprio lì”. E quest’ultima affermazione viene confermata anche da un dato che emerge dalla ricerca: il 90% delle guerre che si sono svolte dopo il 1945 ha riguardato paesi poveri.
Ma cibo da guerra sono anche gli stessi uomini in conflitti che sempre più coinvolgono la popolazione civile, conflitti che si “alimentano” di esseri umani per poter proseguire.

Di che guerra parliamo?

Non stiamo certo parlando di guerre di eroi, Achille ed Ettore non si affronteranno mai più, non sono più i guerrieri a morire in guerra ma i bambini, le donne, i vecchi: “L’impatto della guerra sulla popolazione civile è andato via via crescendo – spiega Paolo Beccegato – negli anni ‘50 il rapporto tra morti civili e morti militari era di 0,8 poi è salito a 1,3 negli anni ’60 (13 civili contro 10 militari), negli anni ’70 e ’80 il rapporto era diventato 3,1, negli anni ’90 8,1 per via dei grandi genocidi dei laghi d’Africa e nei Balcani”.
Si parla addirittura di guerra post-eroica e questa definizione la si può comprendere a fondo leggendo libro Esecuzioni a distanza del giornalista statunitense William Langewiesche, dove si racconta la storia di un cecchino e quella di piloti di droni militari. Si tratta di vere e proprie esecuzioni rese possibili da una tecnologia bellica molto avanzata che permette di uccidere come in un video gioco e quindi senza sensi di colpa (apparentemente).

Gli studiosi per poter confrontare le violenze nel corso del tempo si sono dotati di una classificazione che permette di definire meglio le guerre a secondo del loro grado di violenza. La ricerca della Caritas si basa, oltre che per i dati raccolti, anche sulla metodologia dell’Heidelberg Istitute for International Conflict (HIIK), che definisce cinque categorie di conflitto: dispute, crisi non violente, crisi violente (e da questa in poi si comincia a morire), le guerre limitate e le guerre.
“Dato che oggigiorno non ci sono più dichiarazioni di guerra – afferma Beccegato – è stato deciso che una guerra è tale quando raggiunge un certo numero di morti all’anno”. Questo numero è 1000.

Quante sono e dove sono

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino c’è stata l’illusione che le guerre nel mondo sarebbero diminuite, “ E, in effetti, il numero delle guerre del mondo è diminuito dall’ ’89 fino al 2005-2006 – afferma Beccegato – poi la situazione cambia e il numero di guerre riprende a crescere e con esse anche il numero dei morti. Non bisogna però dimenticare che gli anni ’90 furono anni di meno guerre ma con tanti morti tra i civili”.

E oggi com’è la situazione? Il Conflict Barometer dell’HIIK ci dice che nel 2014 ci sono state nel mondo 21 guerre che hanno coinvolto 16 paesi, mentre tutti i conflitti (violenti e non violenti) sono stati 424. Nel 2011, anno in cui c’è stata l’ultima ricerca della Caritas, le guerre erano 20, 14 i paesi coinvolti e i conflitti totali 388. Quindi negli ultimi 4 anni la violenza organizzata è aumentata del 9%, in particolare sono aumentate le crisi violente del 19,6%.
Anche le persone uccise in guerra ogni anno stanno aumentando: “Dal 2003 al 2012 mediamente – precisa Beccegato – c’erano 21 mila morti, nel 2012 sono diventati 38 mila ma dobbiamo escludere dal conteggio la Siria che ha avuto più di 250 mila morti”.
Tutti i conflitti avvengono all’interno dello stesso Stato (eccetto il caso della perdurante crisi tra India e Pakistan); non ci sono più Stati in guerra tra loro.

La metà delle guerre (quelle “vere”) nel mondo sono combattute nel continente africano (Libia, Nigeria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro-Africana e Uganda), a seguire l’Asia (Afghanistan, Iraq, Israele, Pakistan, Siria, Yemen). Infine c’è la guerra in Messico (contro i narcos, la criminalità organizzata) e in Ucraina, la guerra verso cui l’Europa è forse più sensibile.
Viviamo in un mondo dove le relazioni internazionali sono diventate molto più fluide, nel senso che non esistono più due o tre attori principali che decidono l’avvio di uno stato di guerra o una sua soluzione, ma tanti centri di potere. La recente guerra in Siria, forse la più grave crisi umanitaria dal secondo dopoguerra, ne è un esempio. Contro le norme del diritto internazionale la Siria è oggi bombardata da Stati Uniti, Russia, Turchia, Francia, Gran Bretagna, ognuno seguendo i propri interessi politici e di sicurezza.

Fame e guerra

Le capacità tecnologiche dell’uomo permetterebbero ampiamente la produzione di cibo per tutti e anche le carestie dovute a fatti naturali sarebbero gestibili. Quello che non si può gestire è la fame provocata dalla guerra. Del resto basta fare un po’ di memoria storica delle più gravi carestie del secolo scorso per rendersi conto di come dietro a queste ci siano situazioni di violenza.

Tra il 1917 e il 1919 persero la vita 9 milioni di persiani a causa della guerra tra turchi e russi sul loro territorio. Nel periodo dal 1932 al 1933 in Ucraina a causa del sequestro dei raccolti da parte dell’Armata Rossa (una guerra civile dunque) morirono tra le 7 e le 10 milioni di persone. Nel 1967 la Nigeria impose un blocco alimentare alla regione del Biafra che voleva rendersi indipendente (1 milione di persone morte in 4 anni). Nel 1984-1985 la carestia in Etiopia causata dalla guerra civile (1 milione di morti). Infine tra il 1998 e il 2004, durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati poco meno di 4 milioni i morti causati dalla mancanza di cibo.

Ad ogni modo se è assodata la constatazione che la guerra porta alla fame, non si può però affermare l’opposto. Anzi la sottoalimentazione grave, dato che indebolisce l’organismo, porta piuttosto all’inedia della popolazione e alla sua mancanza di reazione (e in questo caso si può parlare della fame come arma). Piuttosto è l’insicurezza alimentare, in aggiunta alla disuguaglianza sociale, che porta alla rivolta, del resto le primavere arabe sono proprio iniziate a causa dell’aumento del prezzo del cibo di base, come il pane.

Gli aiuti umanitari come arma di guerra

Nel 2008 Linda Polman scrisse un bel libro (L’industria della solidarietà), chiaro e documentato, su come gli aiuti umanitari nelle zone di guerra possano diventare una vera e propria arma per i vari contendenti. “Non ci sono regole e accordi sui confini etici – scrive la Polman – e le Ong non decidono dove intervenire in base a considerazioni di carattere etico, ma alla disponibilità di contratti dei donatori”. In questo modo possono crearsi delle situazioni paradossali come quella del campo umanitario a Goma nella Repubblica Democratica del Congo (allora Zaire), dove l’esercito hutu, massacratore di civili, si era ritirato di fronte alla vittoria dell’esercito tutsi e là si era riorganizzato gestendo gli aiuti umanitari per i propri fini.

Uno studio statunitense del 2014 afferma che in un paese dove la guerra dura da molto tempo e così pure gli aiuti umanitari, questi possono peggiorare il conflitto e più precisamente che un aumento del 10% dell’aiuto alimentare provoca un aumento della conflittualità dello 0,7%. Questo naturalmente non può essere un freno per gli aiuti umanitari che devono comunque arrivare. Curiosamente questo dilemma contrapponeva anche due famosi operatori umanitari internazionali, Florence Nightingale e Henri Dunant. Il secondo, fondatore nel 1863 della Croce Rossa Internazionale, era convinto che gli aiuti si dovessero portare ad ogni costo, a differenza della Nightingale per la quale invece gli aiuti servono a poco se come effetto hanno quello di prolungare la guerra.

La spesa per le armi non conosce crisi

Non conosce la parola recessione l’apparato industriale delle armi; sembra strano che riescano a stare assieme gli sforzi internazionali per evitare le guerre e un mercato della vendita di armi sempre più fiorente, eppure questa è la situazione.

Secondo l’ultimo rapporto del Sipri (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma) nel periodo 2010-2014, rispetto ai 5 anni precedenti, la spesa per le armi convenzionali è aumentata del 16%. I maggiori esportatori sono Stati Uniti e Russia (il 58% delle esportazioni globali) e avanza al terzo posto la Cina che così supera Germania, Francia e Regno Unito. Da notare però che le vendite cinesi di armi sono aumentate del 100% nel medesimo periodo.
Chi acquista più armi? L’India ha aumentato le importazioni del 140%, l’Arabia Saudita del 300%; tra il 2005 e il 2014 le importazioni in Africa sono aumentate del 45%.

Nel dicembre del 2014 è entrato in vigore il Trattato Internazionale sul commercio di armi convenzionali che pone delle precise regole secondo cui è possibile vendere le armi solo in quei paesi dove siamo rispettati i diritti umani. Il Trattato è ancora in una fase “intenzionale” visto che paesi decisivi come Stati Uniti e Cina ancora non l’hanno ratificato.
Un altro dato importante è chi fra i paesi già potenti si sta armando di più. Russia e Cina dal 2004 al 2013 hanno raddoppiato. Gli Stati Uniti invece, nel periodo 2008-2013, hanno diminuito di due punti le spese militari, si deve però tenere presente che la spesa militare statunitense rappresenta ben il 36,1% delle spese militari mondiali dandole una supremazia schiacciante.
Chi si arma di meno è l’Europa che nel suo insieme nel 2014 ha speso il 7,7% in meno dei livelli su cui si era impegnata a fare 5 anni prima.

I mass media e la guerra

Chi conosce la decennale guerra dei Karen in Myanmar? Siamo proprio sicuri che sia dovuto a motivi religiosi lo scontro tra miliziani animisti anti-balaka e i musulmani Seleka nella Repubblica Centroafricana? Le nuove generazioni sahrawi riprenderanno le armi contro il re del Marocco?

Chi in Italia è informato su queste situazioni conflittuali? Pochissime persone, dato che i mass media italiani sono tradizionalmente poco interessati alle notizie di carattere estero. Parlano dei conflitti che sono vicini al nostro paese, o che riguardano direttamente la nostra comunità, conflitti che comunque possono colpire il pubblico italiano perché hanno storie forti, immagini impressionanti da mostrare. Comunque l’interesse mediatico italiano rimane molto limitato e se poi una guerra è lunga o è complicata da spiegare – perché non c’è mai in una guerra una parte buona e una cattiva – allora meglio semplificare il racconto e abbandonarlo dopo un po’.

Anche a livello internazionale i media funzionano secondo una precisa logica: se c’è una buona disponibilità d’immagini, se sono presenti alcuni elementi che danno valore alla notizia (alto numero di morti, occidentali coinvolti, storie strazianti …) allora le agenzie stampa internazionali (Ap, Reuter, Tass, Upi, France Press …) mandano i loro giornalisti e la guerra riesce ad arrivare alla conoscenza dell’opinione pubblica, in caso contrario non esiste semplicemente.
In realtà è sempre più importante il posto dato all’informazione da parte dei belligeranti. Si parla da diversi anni di Information war, una sorta di guerra combattuta con informazioni a proprio uso per scoraggiare l’opinione pubblica del nemico o per influenzare positivamente l’opinione pubblica mondiale. Le tecnologie digitali per comunicare rendono ancora più importante questa componente ma anche più difficile da gestire. La propaganda è sempre esistita ma i video pubblicati  (e visibili su Youtube) dall’Isis riescono oggi ad avere un impatto che non ha uguali nel passato.

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Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

am 1I due enormi leoni dorati aprono la bocca e mostrano le fauci: tra i loro denti i turisti si muovono divertiti guardando in avanti la grande statua di Pentesilea, la regina delle Amazzoni. Sono leoni rivestiti di cartapesta e la statua dell’amazzone, armata di lancia e protetta dallo scudo, ha un volto truce e la mammella destra tagliata come era di consuetudine tra queste donne guerriere.

La città di Samsun non rientra nei tipici percorsi turistici turchi, come in generale tutta la costa del mar Nero e allora le autorità municipali stanno facendo, da una decina di anni, degli sforzi colossali per rendere il lungomare della città attraente e bello. In effetti ci stanno riuscendo, hanno realizzato delle passeggiate chilometriche a ridosso del mare e dietro a queste, verso l’entroterra, hanno fatto crescere dei giardini sempre verdi e fioriti visto che siamo in un posto dove non c’è mai una stagione secca ma piove per tutto l’anno.

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Poco distante dal parco delle Amazzoni una teleferica piuttosto antiquata porta su una collina che offre una gran bella vista del parco. Da lì perfino quei leoni hollywoodiani e la regina perennemente incazzata sembrano solenni e maestosi.am3
Ma non è solo finzione, non è solo una trovata di marketing questa idea del monumento alle Amazzoni, in effetti gli storici antichi ci dicono che questo popolo di donne guerriere aveva il suo regno proprio sul mar Nero, più precisamente lungo il fiume Termodonte, in una terra una volta chiamata Paflagonia. Il fiume scorre non lontano da Samsun e qui lo chiamano il fiume verde.
Ma ora il popolo delle Amazzoni non esiste più qui, se non nel ricordo di questo ingenuo parco sul mare; le Amazzoni se ne sono andate, come tanti altri popoli che sono passati in questo difficile ponte tra l’Europa e l’Asia.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio
Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi

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Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi

cris 1L’unica chiesa cattolica (addirittura italiana) a Samsun si chiama “Mater Dolorosa”, è stata costruita nel 1846 – uno dei pochi edifici “antichi” – ed è situata in pieno centro. La chiesa si nota abbastanza, anche in mezzo a quel quartiere caotico e affollato. Girandole attorno non si trova un modo per entrare: chiediamo informazioni ad un anziano turco che sosta, assieme ad altri, seduto ad un tavolino a ridosso del cancello di cinta; lui alza uno sguardo gentile dal bicchierino di çay (il tipico te turco dal sapore forte) e dice: “Kapali!”, chiusa, chiusa da 5 anni; nel cortiletto di fronte alla chiesa una sedia di plastica giace capovolta.

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Il giorno dopo andiamo nella zona ovest di Samsun, a poca distanza dal mare, perché Google Maps ci dice che quello è l’unico punto cristiano attivo in città. Dal sito in turco non è possibile rendersi conto che tipo di gruppo protestante sia, se radicale e moderato ma ci andiamo lo stesso per conoscere quella realtà. “Kilisesi Agape” è una chiesa che raggruppa cristiani protestanti e ortodossi, persone per lo più non turche che sono in città per studio, per lavoro o perché sono profughi.

Ci accoglie Michael, un pastore del Tennesee che da 4 anni abita qua con la moglie e tre bambini. La funzione religiosa viene celebrata in una stanzetta a forma di L e, per un italiano cattolico, la diversità fisica del luogo rispetto ad una chiesa, è comunque minore del modo in cui si svolge la funzione. Preghiere dei fedeli in turco, salmi e canti in turco ma tradotti anche in inglese e in farsi, poi la predica di Michael in turco. Alla fine dell’incontro ci si scambia il segno della pace e Caty, una ragazza americana si avvicina a mia figlia invitandola agli incontri mensili dei giovani universitari cristiani dell’Omü (Ondokuz Mayıs University). Suo marito è l’allenatore della squadra locale di football americano e fa parte delllo sparuto gruppo di persone non turche né musulmane che abita in questa città di 600 mila abitanti.

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Leggendo su internet ho trovato che il pastore turco responsabile della “kilisesi”, chiesa in turco, Orhan Pikaclar, era stato accusato nel 2013 di sfruttamento della prostituzione da parte di una giovane iraniana, accuse da cui è stato poi prosciolto. La comunità però, un centinaio di persone in tutto, è spesso minacciata e il pastore, almeno fino a un anno e mezzo fa, era protetto dalla polizia.
Una sera ho parlato con Engin, la persona che mi ha affittato la casa dove abito, sapevo che di lavoro faceva l’avvocato,ma non che era stato proprio lui a difendere con successo Orhan Pikaclar.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio
Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio

donne 3Non le puoi certo etichettare o dire sono così, perché sono in molti modi. Pelle chiara, raramente scura, capelli neri ma anche castani, rossi, biondi, così gli occhi, per lo più scuri ed espressivi ma poi incroci degli sguardi verdi o azzurri.
Per un occidentale la prima cosa che risalta è l’abbigliamento ma anche qui lo scenario è quanto di più vario ci possa essere. Per le vie del centro, lungo il viale 19 maggio, l’arteria che taglia la città di Samsun verso l’interno, incontri ragazze con i vestiti attillati e gli short, signore mature con vestiti eleganti e i tacchi, le scollature ampie; di fianco loro passano donne con il capo coperto da foulard colorati, anche, più rare, donne vestite di nero, alcune con il volto coperto. Alcune donne con il foulard stretto attorno al visto e gli abiti castigati attirano ancora più lo sguardo di un uomo: hanno il volto curatissimo, le ciglia tagliate, le labbra rosso fiammante e anche i loro vestiti chiusi dicono molto: è un tipo di seduzione molto più sottile.

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Poi ci sono altre donne, di solito vestite di nero, stanno sedute o semi sdraiate per terra, hanno corpi magri e dei bambini sporchi le abbracciano o le girano intorno: sono le donne irachene e afgane portate qui dalla guerra.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi
Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk

ataturk1Poco a poco cominci ad accorgerti di aver già visto quel volto; le statue e i busti di bronzo, i quadri in tutti i musei e negli uffici, perfino nei negozi, dal meccanico al posto del calendario. Cominci a prendere familiarità con quel volto dagli occhi chiari e un po’ sgranati, quella fronte ampia, un volto autoritario.
Chi è quest’uomo, dove l’ho già visto? A Samsun lo vedi dappertutto Kemal Atatürk, padre dei turchi e della repubblica che prende il posto dell’impero ottomano durato 623 anni.

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Ed è proprio da Samsun che Kemal, proveniente da Istanbul via nave, comincia la sua vittoriosa riscossa per ridare autonomia alla Turchia invasa e parzialmente occupata dalle potenze europee che hanno vinto la Grande Guerra. Il 19 maggio 1919 da Samsun inizia la sua marcia e questa data è ancora una festa importante. I due musei principali della città, il Gezi e il Bandirma sono una rievocazione fotografica, di oggetti personali e documenti dell’evento, il tutto supportato da una quantità notevole di statue di cera di Kemal e dei suoi 18 amici. Bandirma è la nave a vapore con cui arrivò e ne è stata fatta una ricostruzione fedele (l’originale era stato demolito!) al cui interno delle statue rievocano l”evento.

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Per un visitatore disincantato sono musei leggermente ridicoli ma per molti turchi evidentemente non lo sono. Kemal è diventato oggetto di una religione civile; l’uomo che ha laicizzato la Turchia, spostato la festa settimanale dal venerdì alla domenica, cambiato la lingua scritta utilizzando i caratteri latini al posto di quelli arabi, gode ancora di una grande autorità. Ma i giovani turchi, soprattutto quelli istruiti, trovano pure loro ridicola questa venerazione, e fra 10 anni forse il meccanico potrà mettere il suo calendario Pirelli al posto di Kemal, sempre che lo spasmo tra Asia e Europa, che fa vibrare questa bella terra turca, non porti ad altre rivoluzioni.

Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park
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Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città

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Samsun è una città lunga, come spesso accade alle città di mare; si srotola lungo la costa del mar Nero con edifici alti e colorati. Percorrendola verso ovest, in direzione di Atakum, l’occhio viene catturato non dal mare ma da una sequela di case nuove, con le ampie vetrate, i balconi abitabili. Sembrano regali appena aperti dalla loro confezione tanto sono nuovi. Ma per chi sono tutte queste case? Chi sono le persone che vi andranno ad abitare? Per adesso poche visto che sembrano semivuote. Stanno diritte sul piano della costa o si inerpicano sulle colline vicine, sembrano anche loro aspettare i loro abitanti che quando arriveranno, svuoteranno altre regioni, forse quelle interne.

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Da bambino ho il ricordo di una città, la mia, in costruzione, tutto un cantiere dove si poteva giocare trovando tubi per le cerbottane e pezzi di ferro. Ma guardando ora la mia città natale, mi rendo conto che quel grande cantiere era solo una briciola rispetto a quello che vedo qua.
Se le case crescono veloci, più lenti sono i lavori nella strade e nei marciapiedi che ancora mancano, ma già si vede l’idea di farli belli, con degli spazi comuni per il gioco o lo svago adulto.

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Poi, quando si volge lo sguardo verso il mare, capisci forse il motivo per cui non ti ha attirato subito: manca l’odore del mare, l’odore di salsedine. I grandi fiumi russi si riversano tutti qui, in questo mare chiuso con un esile sbocco, così l’acqua, se la assaggi, solo un poco è salata.

Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio
Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi
Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Essere testimoni: corso di formazione per i volontari Focsiv

45 ragazze e ragazzi, la maggior parte dei quali faranno il loro servizio civile in giro per il mondo. Ecco le slide del corso di formazione, seguito solo in parte, visto le tante domande e la voglia di partecipare alla discussione, così il tempo se n’è volato via, ma va bene lo stesso … buon viaggio!

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il manifesto io lo guardo ma non lo leggo

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Abbiamo ragionato già altre volte sull’uso delle immagini in questo spazio, tema delicato visto che molta iconografia, quando si parla di cooperazione allo sviluppo, ha spesso una natura drammatica e può essere facilmente usata per dare un pugno nello stomaco o per impietosire al fine di far aprire il portafogli.
Questa è la fotografia, da me ritoccata, apparsa sulla prima pagina de “il manifesto”. L’immagine ha aperto un intenso dibattito pubblico sull’opportunità o meno di pubblicarla. Ma qui il problema non è l’immagine, non è quel povero corpo di bambino di cui giustamente dobbiamo sentirci responsabili, qui il problema sta nelle parole; scrivere NIENTE ASILO sopra quell’immagine è opera di un titolista sciocco, che non si rende conto di quello che scritto. Il giorno prima sulla prima pagina de “il manifesto” c’era scritto “Botte da Orbàn” riferendosi allo xenofobo primo ministro ungherese, un gioco di parole simpatico, nello stile del quotidiano. ma ripetere lo stesso stile su quell’immagine è una leggerezza; professione a volte disgraziata quella dei titolisti, che sono cugini di primo grado dei pubblicitari.
Qui quello che stona non è il vedere, ma il leggere.
Il bambino si chiamava Aylan Kurdi.

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Rifugiati, disabilità e migrazione, salute per tutti nel numero di settembre della rivista “Amici di Follereau”

Senza titolo-1È uscito il numero di settembre della rivista “Amici di Follereau di Aifo”. La monografia è dedicata ai rifugiati nel mondo, “le persone che sono costrette ad abbandonare le proprie case sempre più numerose a causa di nuove guerre e violenze, mentre i nuovi muri di parole, di norme e di indifferenza si moltiplicano”.

In primo piano invece si parla, grazie ad un contributo della FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap), di migranti con disabilità in Italia, persone svantaggiate lontane dalle associazioni e dai servizi e poco informati sui loro diritti.

Nell’articolo “Cooperare per includere spiegato a mia figlia” viene invece raccontato il progetto Aifo per la valutazione del Piano d’azione su disabilità e sviluppo che ha lo scopo di migliorare la qualità dei progetti, e offrire strumenti e occasioni di formazione a chi lavora nella cooperazione.
Infine un’intervista a Chiara Bodini del Centro di salute Internazionale dell’Università di Bologna che ci spiega cosa sia la Carta di Bologna, un manifesto sottoscritto da oltre 20 associazioni, che propone “una salute equa e sostenibile per tutti”.

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Nel mercato degli aiuti umanitari c’è posto per una comunicazione di qualità?

arrighini_mageRecentemente Tarcisio Arrighini, uno dei fondatori della ong bolognese GVC, ha pubblicato il libro Il mercato degli aiuti. Gli ultimi 40 del mondo della cooperazione internazionale”. Il titolo dice subito chiaramente quello di cui si parla nel testo; io vorrei soffermarmi solo su un tema dei molti affrontati, quello che riguarda la comunicazione e la pubblicità.
La tesi di Arrighini è che esiste una sfida tra ong nell’accaparramento delle risorse e che questa guerra si combatte a livello televisivo. In questa situazione le ong vincenti sono quelle più grandi (Emergency, Save the children, Medici senza frontiere …) che tolgono in questo modo l’ossigeno alle ong medio e piccole. Come corollario importante di questa tesi è che il messaggio veicolato in televisione è semplicistico, pietistico, usa tinte forti per impietosire la gente e portarle a donare dei soldi.

Questa tesi è condivisibile: è abbastanza evidente come sia cresciuta l’aggressività della comunicazione tesa a raccogliere fondi da parte delle ong maggiori, che investono anche molti soldi in queste attività che si possono definire tranquillamente di tipo pubblicitario e … ad effetto. Si punta sul bambino sfigurato, sull’emergenza sanitaria (ma lo sviluppo non si fa certo a suon di colpi di emergenze sanitarie).
Del resto anche quando fisicamente, per strada, incontriamo dei ragazzi che fanno promozione per qualche grande ong ci rendiamo conto che dietro a loro c’è un preciso addestramento teso ad agganciare l’interlocutore, addestramento che, a me personalmente, dà molto fastidio, soprattutto quando punta a far generare un senso di colpa. Ma tralasciamo questo discorso, anche se sarebbe interessante approfondirlo con qualche intervista a questi “testimoni di strada”.

Quello che non mi convince in questa tesi riguarda essenzialmente il ruolo da dare alla comunicazione in una ong. Dal libro questo ruolo non emerge mai chiaro. Intanto come mass media si parla solamente di televisione, quando il panorama mediatico contemporaneo è molto più ricco, dato che comprende i social media (twitter, facebook …) e in generale tanti prodotti di comunicazione multimediale che possono “passare” su internet. E’ vero che la televisione continuerà a giocare un ruolo importante, ma non sarà più quella unidirezionale e generalista di oggi, in altre parole molte più persone prenderanno parola e vi saranno tanti canali specializzati su un tema particolare (come sta già accadendo).

Questa mancanza di chiarezza sul ruolo della comunicazione è un difetto tipico nel mondo della cooperazione internazionale italiana.
Intanto bisogna distinguere il tipo di comunicazione che si vuole fare: anche quello di tipo pubblicitario può essere utile, certo non deve seguire in modo pedissequo lo stile pubblicitario profit e non deve puntare sulle immagini shock, anche se rendono in termini di soldi. Esistono anche dei modi per fare pubblicità creativi e “rispettosi” dei soggetti di cui si parla. Non bisogna escludere dei modelli di comunicazione perché considerati non coerenti con il messaggio – solidaristico – che si vuole comunicare: anzi non ne esistono proprio, tutto dipende dall’uso che se ne fa, dipende in sostanza da noi.
Poi esiste la comunicazione che punta a far conoscere temi, progetti, quella che vuole informare i cittadini del nord che sono anche cittadini del mondo e non solo del loro paese e che dal loro comportamento dipendono molte cose. Il problema è come fare questa informazione di livello diverso, come parlare dei progetti in modo interessante, con semplicità senza perdersi in dettagli inutili, senza scadere nel tecnicismo, volendo comunicare a tutti, anche a chi di cooperazione ne sa poco.

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Matite africane

matiteafricaneIl fumetto in Africa arriva con i colonizzatori. Oramai sono parecchi gli autori autoctoni che trattano nelle loro tavole di temi con una chiara impronta sociale. Intervista a Sandra Federici, direttrice di ”Africa e Mediterraneo”, la rivista che per prima ha promosso questo genere in Italia (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” luglio-agosto 2015).

Come è nata l’idea di occuparsi di comics africani?
Esistevano poche iniziative del genere; c’era un’ong francese, “Equilibres & Populations”, che aveva pubblicato nel 2000 il libro “A l’ombre du baobab”, dove una trentina di autori africani di fumetto erano stati chiamati a disegnare delle tavole sulla condizione della donna, i bambini soldato, le mine, tutti temi che servivano a sensibilizzare il pubblico francese.
Anche noi abbiamo presentato, assieme all’ong Cefa, un progetto di educazione allo sviluppo rivolto all’Africa in cui si parlava di questi temi attraverso il fumetto. Il progetto ci ha permesso di pagare dei ricercatori che sono entrati in contatto con i fumettisti di varie aree linguistiche, facendosi mandare delle immagini, a volte acquistando delle tavole ed è così nata la mostra “Matite africane”.
La mostra ha girato molto nelle scuole e nei comuni in quegli anni; in seguito il progetto ha avuto un nuovo sviluppo ed è diventato un premio (“Africa e Mediterraneo”) per il miglior fumetto inedito di autore africano dell’anno.
Il concorso è iniziato nel 2002, Pat Masioni (http://fr.wikipedia.org/wiki/Pat_Masioni) che è stato il vincitore di quell’anno, è poi diventato uno dei fumettisti più famosi lavorando anche in Europa. Ricordiamoci che in quegli anni quel premio era una buona occasione per gli artisti africani di essere notati da qualche editore europeo.

In questi ultimi vent’anni però il panorama economico, sociale e tecnologico è molto cambiato, cos’ è ora il premio?
Il progetto è cambiato dopo l’avvento d’internet in Africa, dato che molti autori hanno aperto un blog e sono visibili su internet dappertutto. Il fatto di “sfondare” nel fumetto europeo si è dimostrata un’illusione che è riuscita solo a pochissimi talenti che hanno magari incontrato il giusto sceneggiatore europeo.
Il premio ha avuto un po’ una battuta d’arresto con l’edizione 2011-2013, per carenza di finanziamenti e forse perché non era più lo strumento giusto. Oggi lo abbiamo ripreso ma bisogna capire come rinnovarlo
sicuramente lo faremo tutto digitale, sull’esempio del premio “Comics for equality”, un premio europeo per fumettista di origine migrante.

Si può parlare di fumetto africano, intendendo con questo uno strumento che ha alcune caratteristiche comuni, un’estetica simile?
Non esiste un’estetica comune africana, il fumetto viene da fuori, con la colonizzazione; ci sono molte influenze dall’esterno, in area francofona l’influenza naturalmente viene dalla Francia e dal Belgio. Negli anni ‘50-‘60, periodo di boom del fumetto in Europa, lo strumento è stato utilizzato sia dai colonizzatori che dai missionari. Dal Belgio è stato importato “Tintin” che ha avuto un grande successo in Congo; si sono diffusi i fumetti petit format (ndr, un formato ridotto ma più grande di un tascabile), anche Tex Willer ha avuto un grande successo e in Africa ed è molto conosciuto.
Dopo la decolonizzazione, il fumetto è stato usato dalla cooperazione dei paesi europei; negli anni ’70 alcuni, pochi, autori africani hanno iniziato a lavorare con la cooperazione, pubblicando con le Edizioni Paoline francesi. In vari paesi francofoni, la cooperazione francese ha diffuso una rivista, un giornalino a fumetti, dove il protagonista era un ragazzino africano di nome Kouakoù; le storie trasmettevano una visione dell’Africa non razzistica o pietistica come lo era in “Tintin” dove, solo per fare un esempio, gli africani hanno tutti i labbroni.
Il fumetto si è diffuso molto negli anni ’70 e ’80 in Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Congo sia quello belga che quello francese (ndr, rispettivamente quello con capitale Kinshasa e quello con capitale Brazzaville) nelle librerie all’aperto, per terra, dove si compravano per due lire i giornalini che venivano poi scambiati. Nell’Africa anglofona, invece, giravano più i fumetti dei supereroi americani.
Dagli anni ’90 l’apertura democratica avvenuta in alcuni paesi ha permesso l’emergere della figura del vignettista da giornali; nasce così il fenomeno della satira politica, fenomeno questo che ha comportato seri problemi però per i disegnatori.

Quali sono i temi maggiormente trattati dal fumetto africano negli ultimi anni?
I temi più comuni sono quelli che si riferiscono allo sviluppo, all’emigrazione, alla critica delle disuguaglianze, alla povertà. Si tratta non tanto la differenza tra il nord e il sud del mondo ma le differenze sociali interne, la corruzione, e soprattutto vengono descritte le persone che in tutto questo caos s’arrangiano; è la lotta dell’uomo africano nella modernità, in situazioni urbane.

Nel panorama dei fumettisti africani sub sahariani chi emerge oggigiorno?
Continuando a parlare della satira, quella africana è abbastanza didascalica, diversa da quella europea, ha un umorismo non sempre brillante, si ricorre spesso alla rappresentazione allegorica, ad esempio l’Europa viene rappresentata come una bella donna che attira; è una satira esplicativa, o che fa la caricatura dei personaggi politici locali, ci sono comunque autori molto bravi come il tanzaniano Gado
(http://en.wikipedia.org/wiki/Gado_%28comics%29) o il gaboniano Pahe (http://pahebd.blogspot.it)
che fa una satira a livello di “Charlie Hebdo”, non ha paura di niente; ha anche un blog, dove pubblica vignette in cui critica il presidente, parla di temi sessuali espliciti, come quelli sui gay che scandalizzano fortemente il pubblico dato che in Africa c’è ancora un forte distacco tra intellettuali e persone comuni.
Altro nome noto è il congolese Barli Baruti (http://en.wikipedia.org/wiki/Barly_Baruti)
che è riuscito a pubblicare in Francia , un fumetto di genere poliziesco, riuscendo così nel sogno di molti disegnatori africani di approdare in Europa. Adesso però le possibilità vere i fumettisti le hanno nel loro paese, lì possono avere un mercato, perché c’è la mancanza di bravi disegnatori e tecnici grafici. Teniamo però presente che Il mercato del libro in Africa, anche se il continente è in crescita economica, è in condizioni critiche perché la classe media non compra libri e fumetti, e nemmeno la lettura viene promossa dallo Stato.
Un caso particolare di autore, è quello di Marguerite Abouet, una scrittrice ivoriana che ha sceneggiato il fumetto di grande successo, “Aya de Yopougon”. Il libro racconta la storia di alcuni ragazzi di un quartiere di Abidjan e ne è stato tratto anche un film e una serie televisiva. Quello dell’Abouet è il maggior caso di successo di un artista africano di fumetti (http://en.wikipedia.org/wiki/Aya_of_Yop_City).

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Raccontare con il video, intervista a Elisa Mereghetti

Tra tutti gli strumenti di comunicazione che possiamo usare, quello audiovisivo sembra essere il più seducente. In una società basata sull’informazione video, dove s’impara sempre di più “vedendo”, utilizzare una videocamera per raccontare quello che si sta facendo o per promuovere le proprie iniziative, sembra essere la scelta più efficace e facile da realizzare.
Sulla facilità d’uso degli strumenti audio video per comunicare però bisogna andare cauti, perché se è vero che sono sempre più perfezionati e facili da usare, è anche vero che occorre avere una formazione di base, per evitare gli errori più comuni cui vanno incontro le persone con meno esperienza.
Come realizzare allora un buon video per la propria associazione, per il proprio gruppo? Ne abbiamo parlato con Elisa Mereghetti, regista e documentarista che ha diretto oltre 40 documentari, con particolare attenzione alle tematiche antropologiche, della condizione femminile e dello sviluppo nel Sud del mondo.

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Cosa ti ha portato a occuparti di sviluppo e di tematiche sociali del sud del mondo?
Dal 1984 al 1989 ha lavorato presso la RAI Corporation di New York come produttrice e assistente alla regia, quando sono tornata in Italia, ho cominciato a lavorare per le Ong e la prima è stata Aifo. Raccontare lo sviluppo attraverso i documentari, documentare i propri progetti con i video non era un’idea diffusa agli inizi degli anni ’90 e posso dire che Aifo è stata un’antesignana in questo settore. In quegli anni abbiamo lavorato molto assieme, oltre agli spot per la Giornata Mondiale dei malati di lebbra e altri video di tipo più istituzionale, abbiamo girato dei documentari sui progetti in Guyana, Brasile e Indonesia, dove abbiamo realizzato un lavoro dal titolo “Il mugnaio il contabile e altre storie”, dove si parlava delle persone con disabilità dell’isola di Sulawesi e delle esperienze di riabilitazione su base comunitaria là realizzate.

Se si vuole realizzare un video di quali strumenti si deve disporre?
Oggigiorno è possibile acquistare videocamere a basso prezzo e di buona qualità, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Poi altre a una macchina per riprendere bisogna dotarsi di un programma per fare il montaggio video al computer. Anche di questi software ve ne sono diversi buoni e a un buon prezzo. Il problema fondamentale da affrontare non è economico ma tecnico: bisogna saperli usare o almeno avere un minimo di competenze tecniche.

Quali sono gli errori cui si va incontro più di frequente e che cosa possiamo fare per evitarli?
Gli errori dipendono dal tipo di video che si vuole realizzare, ma se proprio vogliamo pensare a una serie di errori tipici durante le riprese il primo riguarda la luce. La luce è essenziale, un’immagine buia o dove la luce fa comunque un cattivo servizio, significa rovinare il nostro lavoro. Il problema della mancanza di luce si fa sentire più negli ambienti chiusi, in questo caso potremmo avere bisogno di faretti; adesso si possono acquistare quelli con le lampadine a led di cui puoi variare l’intensità. L’altro errore comune, di cui di solito si sottovaluta l’importanza, è l’audio. Anche se ho delle riprese video buone ma il parlato non si riesce a comprendere, il lavoro finale sarà di scarsa qualità; quindi bisogna avere una grande attenzione a dove si posiziona il microfono o dove si mette la videocamera se ha il microfono incorporato.

Se un volontario o un socio decide di realizzare un video su un evento che ha organizzato che consigli avresti da dargli?
Se immaginiamo di voler filmare un evento come una conferenza, un dibattito o una presentazione bisogna posizionare la videocamera non lontana dai relatori; è meglio avere dei piani più ravvicinati delle persone che parlano. Filmare un evento non è facile, perché è tutto un parlato, si rischia di avere alla fine un video noioso. Occorre allora sintetizzarlo, occorre lavorare sulla sintesi più che sulla documentazione e nel montaggio bisogna utilizzare le riprese fatte nell’ambiente circostante, dei dettagli che possono diventare interessanti o dei personaggi curiosi.
Se invece vogliamo realizzare un’intervista a una persona, o addirittura un personaggio noto, allora dobbiamo riprendere il suo mezzo busto o anche un primo piano. Nel linguaggio delle immagini più si mette in primo piano una persona e più ci si avvicina a un discorso intimo, personale, comunque importante.

Filmare un evento significa anche programmare qualcosa prima o ci si può affidare al caso?
E’ sempre meglio pianificare ogni cosa, andare là un po’ preparati, non dico di scrivere una sceneggiatura ma avere ben chiaro cosa vogliamo comunicare. Il passo successivo è quello di decidere come comunicare il nostro tema. Vogliamo dare al tutto un senso di dinamismo? Allora possiamo raccontare un evento a partire dai soci Aifo che fin dalla mattina cominciano a organizzarsi, escono da casa, s’incontrano e allestiscono la sala. E’ solo un esempio, quello che importa è che come si pianifica l’organizzazione di un evento, così si dovrebbe anche pianificare la sua parte video. Occorre avere fantasia, invece di documentare l’evento, si può prendere spunto da esso per raccontare una storia, inventarsi qualcosa, fare finta di essere un giornalista ad esempio: basandosi su questo modello narrativo si realizzerà un video simile a quelli realizzati nei telegiornali.

E a proposito della durata dei video che tempi ci dobbiamo dare?
Adesso i video passano tutti per il web e lì la gente non è disposta a vedere qualcosa che dura di più di qualche minuto. Noi dobbiamo regolarci di conseguenza, riuscire a rendere la nostra idea con dei filmati che stanno nei tre minuti. Anche questo però non può essere una regola generale, se vale per un video fatto su evento, magari può non valere se si intervista una persona che dice cose molto interessanti.
Penso comunque che i filmati brevi siano più efficaci, dobbiamo riuscire a essere sintetici; si vuole fare della documentazione, è meglio farla con documenti scritti, non con un video.

Ma siamo tutti video maker, come siamo tutti giornalisti grazie alla tecnologia digitale?
Tutti possono fare dei video, ma non da professionisti. In un ambito di volontariato e di associazionismo ci si può comunque organizzare, soprattutto grazie ai più giovani che sanno usare le tecnologie multimediali. Occorre coinvolgere i giovani nella comunicazione. Occorre coinvolgere i figli dei volontari per realizzare dei servizi video.

(articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” nel numero di maggio)

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Ma un addetto alla comunicazione di una ong può fare anche inchiesta sociale?

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Rispondo, con un po’ di ritardo, all’intervento di Marco Sassi come commento al mio post in cui parlavo di come sia difficile scrivere delle storie significative riguardanti persone svantaggiate nel sud del mondo.
Marco introduce un altro tema che tirandolo un po’ per i capelli potrebbe essere espresso più o meno così: non si possono raccontare solo belle storie, storie positive, l’informazione deve riguardare, anzi denunciare il perché della povertà, il perché persiste, e soprattutto nella nostra comunicazione dobbiamo essere consapevoli dei limiti della nostra azione che “lenisce appena appena” in un contesto che vede predominanti le ingiustizie sociali e il mancato rispetto dell’ambiente.

Le sue osservazioni sono giustissime ma vanno inquadrate nel ruolo di chi fa comunicazione per un’ong.
I suoi compiti principali sono quelli di raccontare in modo chiaro l’impatto che l’azione della sua organizzazione produce in un dato paese e questo lo si fa per renderlo manifesto ai soci, ai donor, alle istituzioni… Poi questa azione ha una ricaduta più ampia sulla popolazione, informandola sul “mondo”, dicendole cose che spesso non incontra nei media generalisti e quando le incontra  sono spesso esposte in modo pietistico.
In passato su questo blog abbiamo parlato di come fare una corretta informazione sullo sviluppo (e la povertà) e tra le regole proposte da questo lavoro della Georgetown University, c’era anche quella di non nascondere i propri errori, le proprie mancanze. In effetti nel mio lavoro questa parte non la sto curando e potrebbe essere da spunto per le prossime interviste che farò 🙂
Penso che un’ong debba avere questo tipo di atteggiamento quando fa informazione e che il codice etico imponga anche al proprio ufficio stampa di adottare regole di comunicazione diverse da quelle del mondo profit. La maggior parte dei manuali di comunicazione per un gruppo e di public relation sono scritti invece secondo questa ottica, per cui bisogna ad ogni costo difendere la propria immagine e vendere il proprio prodotto (anche se non tutto il mondo profit la pensa naturalmente così). Anni fa ho scritto per il Centro Servizi del volontariato di Bologna una piccola guida per la comunicazione no profit dove questo discorso viene approfondito.

Esiste però un altro problema che i giornalisti conoscono assai bene con il nome di autocensura. In questo caso però questo meccanismo non riguarda tanto l’ong (almeno nel mio caso non è certo così) ma riguarda i paesi dove si opera.
Mi spiego meglio. Quando scrivo qualcosa, mi pongo anche la domanda dell’effetto che avrà su quel paese. Di solito non ci sono ostacoli e l’informazione che si fa può essere anche utile in loco ma per alcuni paesi i problemi si pongono.
Il tipico esempio è quello della Cina, per cui bisogna avere una certa attenzione alle parole che si usano, in caso contrario potrei provocare dei problemi a chi lavora, e magari anche bene, laggiù. Intendiamoci non si tratta di mentire ma di trovare un giusto equilibrio, per modificare le cose senza però causare delle battute d’arresto in questi processi.

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Se potessi raccontare storie come Nuto Revelli

La_stоria_infinita_(film)Ce le chiedono un po’ tutti e noi ne siamo sempre alla ricerca, ma ogni volta è una strada in salita che lascia alla fine un senso di insoddisfazione.
Le storie di persone, dei benificiari dell’intervento di Aifo in giro per il mondo sono la parte centrale di ogni articolo pubblicato sulla rivista che presenta un progetto, ma sono sempre le storie che i vari donor a loro volta richiedono per i loro mezzi di comunicazione. Sono le storie che riempiono i calendari, che accompagnano le campagne di fundraising, entrano nel bilancio sociale, s’infilano perfino nelle didascalie delle foto…
Eppure sono proprie le storie che mancano, racconti significativi che non si risolvono in poche righe come capita nella maggioranza delle testimonianze che raccogliamo. Non è una situazione solo nostra, sia ben chiaro: è semplicemente difficile riuscire a scrivere delle “belle” storie perchè richiedono molto tempo e cura.

In ambito italiano basta vedere i lavori di Nuto Revelli o Danilo Dolci per capire cosa significhi fermarsi per raccogliere racconti che poco hanno a che vedere con lo strumento giornalistico spicciolo e spesso strumentale che serve a risvegliare attenzione (e appetito) nei lettori, magari colorandolo con un po’ di fiction.
E’ vero che difficilmente si ha il tempo di conversare con 270 persone come ha fatto Revelli con i suoi “vinti” (i contadini e le donne del cuneese) oppure incontrarsi per un anno il giovedì  sera con i protagonisti di “Conversazioni contadine” dove Dolci crea un clima di dialogo profondo e aperto in un gruppo di braccianti, contadini e donne (siamo nel 1965).

Se è difficile creare dei contesti simili per chi lavora nel campo della comunicazione nelle organizzazioni non governative, per lo meno può tentare di guardare a quei modelli, trovare delle situazioni che permettano un lavoro di qualità che porti a dei risultati ben diversi, anche per come rimangono nella memoria delle persone che li leggono e per come incidono sui media generalisti.
Il rischio maggiore è quello, altrimenti, di raccontare un po’ le stesse cose, ripercorrere una struttura narrativa che si ripete: c’è un povero che sta male ed è escluso, poi l’incontro con un’ong cambia la sua vita, prende coscienza del suo stato e diventa lui stesso testimone. E’ quello che accade veramente, ma esistono modi diversi per raccontarlo, di qui la differenza.

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Per una scrittura easy to read

cuneiformeLa scrittura controllata è un tipo di scrittura facilmente leggibile anche da persone con problemi cognitivi, di lingua diversa, da persone con un basso titolo di studio; perché tutti hanno il diritto d’informarsi ed essere cittadini attivi. Se i cittadini non riescono a comprendere quello che leggono, non riescono nemmeno a partecipare. Questo vale per i paesi sviluppati ma anche per quelli poveri nei quali però questo tema non è stato ancora sviluppato e la cui soluzione non passa solo attraverso un’efficiente scuola pubblica. (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Roul Follerau“ , mentre la monografia completa del lavoro la potete leggere sulla rivista Accaparlante del Centro Documentazione Handicap di Bologna)

Gli italiani fanno fatica a capire quello che leggono sui giornali e sui documenti della pubblica amministrazione. Può sembrare un’affermazione esagerata in un paese in cui i dati dicono che l’analfabetismo riguarda solo l’1% della popolazione. Eppure svariate ricerche confermano proprio questo disagio culturale.

La nostra società è complessa, basata sull’informazione e le competenze di comprensione dei testi che richiede ai suoi cittadini sono aumentate rispetto a 30, 40 anni fa, complice anche la digitalizzazione che ci porta sempre più spesso a pagare le nostre tasse, multe, iscrizioni scolastiche, a prenotare controlli medici sul web.
Se per il secondo problema la soluzione è quella di un miglioramento di cultura tecnologica degli italiani (attraverso la scuola e la formazione degli adulti), per il secondo si devono pensare anche a delle tecniche di scrittura particolari, che rendano i testi accessibili al maggior numero di persone. Questa scrittura viene chiamata in differenti modi, scrittura controllata o semplificata, se la si guarda dal lato di chi scrive, scrittura facile da leggere (Easy To Read – ETR) se la si guarda dal lato del lettore.

La cultura degli italiani

Nel 1861 il 77% della popolazione italiana era analfabeta, oggi solo l’1%: ma cosa si nasconde dietro a questa cifra? Tullio de Mauro, il più noto linguista italiano vivente ha affermato che il 71% della popolazione italiana si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Solo il 20% invece possiede le competenze minime “per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana”.
Quindi i dati sull’analfabetismo vanno ripensati visto che non stiamo parlando di individui che non sanno leggere e scrivere ma di individui che sono incapaci di usare correttamente queste abilità. Si parla in questo caso di analfabetismo funzionale.

A chi si rivolge

I motivi per cui una persona ha difficoltà di comprensione dei testi sono diversi ma se li uniamo assieme vediamo che l’esercito delle persone in difficoltà aumenta in maniera imbarazzante. L’esigenza di una scrittura “facile” è sorta in Italia negli anni ’80 nell’ambito degli educatori e dei famigliari di persone con disabilità che assieme a figure di intellettuali come Tullio De Mauro ed Emanuela Piemontese dell’Università La Sapienza di Roma hanno portato alla creazione della rivista “dueparole” (www.dueparole.it) un mensile che faceva un’informazione di tipo generalista ad alta leggibilità.

Ma accanto alle persone che hanno deficit cognitivi se ne possono aggiungere altre, come le persone che sono migrate nel nostro paese e che conoscono poco l’italiano oppure gli anziani che hanno cominciano ad avere deficit cognitivi, le persone colpite da ictus, perfino i giovani che sono usciti precocemente dai circuiti scolastici.
Una società democratica per funzionare bene deve riuscire a includere il maggior numero di cittadini e dialogare con loro in modo incomprensibile significa perderli, non avere più la loro opinione o peggio ancora avere un alto numero di cittadini manipolabili dal populista di turno. Anche dal punto di vista economico è importante, per via dei soldi che lo stato risparmierebbe evitando la continua creazione di uffici informazione, sportelli utenti … In generale si può affermare che una popolazione poco istruita e formata è una delle cause del mancato sviluppo economico di un’intera nazione.

Come si scrive la scrittura controllata

Un testo per essere di facile lettura deve avere un requisito di base: chi legge trova al suo interno tutte le informazioni e non deve inferirle (andarle a cercare) dalle sue conoscenze personali o da altri testi.

Gli studiosi che si sono occupati di questo tema hanno indicato anche una serie di regole che non possono però essere applicate in maniera rigida perché ogni progetto di scrittura controllata può avere un suo pubblico di riferimento diverso. Ad esempio se vogliamo scrivere una rivista di attualità per persone con un medio deficit mentale dovremo usare una scrittura molto semplificata; se invece il nostro lettore di riferimento è un ragazzo italiano uscito presto dal circuito scolastico potremmo diminuire il livello di semplificazione. Quindi è possibile scrivere in modo controllato a livelli diversi a seconda del nostro pubblico.
Un test importante per sapere se quello che scriviamo è davvero comprensibile, è quello di avere un piccolo gruppo di lettori svantaggiati che valutano il nostro lavoro: se lo comprendono, allora vuol dire che siamo riusciti nel nostro intento.
Ritornando ai criteri più comuni per scrivere dei testi semplificati, li possiamo suddividere in quattro categorie.

  • Lessico: occorre usare delle parole che siano di uso comune, brevi, concrete, che provengano dalla lingua italiana. Bisogna invece evitare le espressioni idiomatiche (le frasi fatte), le forme figurate (l’uso delle figure retoriche). Se si devono usare parole difficili, sigle allora bisogna inserire la spiegazione nel testo.
  • Sintassi: le frasi devono essere brevi per essere comprese, massimo 20-25 parole, ma se il pubblico ha maggiori difficoltà, le frasi devono essere ancora più ridotte. La struttura della frase deve prevedere un soggetto, il verbo e il complemento oggetto. Le frasi subordinate devono essere comuni (causali, finali, temporali) e la forma deve sempre essere attiva e non avere la doppia negazione. I tempi verbali più comprensibili sono il presente, il passato prossimo e il futuro.
  • Organizzazione dei contenuti: le idee, le storie devono essere raccontate seguendo un ordine unidirezionale (con un inizio e una fine). Bisogna dare tutte le informazioni che servono e occorre usare dei buoni titoli e sottotitoli.
  • Grafica: per facilitare la lettura bisogna scegliere un font leggibile di una certa dimensione e non esagerare nell’uso del colore che crea confusione. Le immagini che si usano devono chiarire quello a cui si riferiscono.
    L’organizzazione grafica del testo (paragrafi, sottoparagrafi…) deve essere ben definita e non creare confusione.

Abbiamo in realtà molto semplificato il discorso delle regole, ma anche con queste poche indicazioni viene spontanea una domanda. Ma se si scrive così, cosa rimane di “bello” e di avvincente nel testo? Non si rischia di diventare noiosi? La risposta ce la danno i nostri lettori in questo caso; se il lettore è una persona con degli svantaggi, un testo chiaro per lui sarà meglio di un testo pieno di anticipazioni, di colpi di scena, di frasi lunghe ed eleganti di cui però capisce poco o quasi nulla.

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Un anno di Gong!

s0_475Un anno fa, il primo gennaio 2014, nasceva Gong  e, quando ho iniziato questa esperienza, confesso che non mi aspettavo che fosse così impegnativa. Doveva essere semplicemente uno strumento parallelo al mio lavoro ordinario con Aifo e in parte lo è stato, facendo da cassa di risonanza alle varie iniziative, diffondendo articoli, promuovendo la rivista Amici di Follereau. Quello che non mi aspettavo è che i post richiedessero tanta cura, tanta attenzione e responsabilità. Gong! è diventato un lavoro – di tipo volontario – in più, con tutte le fatiche che ne conseguono. So anche che il lavoro gratuito, almeno per me, dà soddisfazioni e una pace che il lavoro “obbligato” non ti riesce a dare: leggere un libro perché è finalizzato ad un lavoro è una cosa, leggerlo liberamente, perché non sai che uso ne farai dopo, dove tutto è possibile, ti dà un senso di libertà e gratuità ben diverso. Così è stata l’esperienza di Gong!.

I numeri di questo blog
Detto questo, vorrei presentarvi un po’ di numeri per dare modo di vedere l’esperienza di questo blog sotto altre angolazioni.
In un anno ho pubblicato 103 post, non sono stati tutti contributi originali, a volte sono state delle segnalazioni di convegni, corsi – circa una decina – ma rimane comunque un numero enorme che mi ha visto aprire la piattaforma editoriale di wordpress almeno 2,5 volte alla settimana.
Le visite sono state circa 6.220, ovvero mediamente 17 al giorno, mentre i lettori singoli sono stati quasi 4 mila e i commenti e le repliche ai post sono stati 30. Questo nel corso dell’anno, ma il secondo semestre è decisamente più frequentato e commentato.
Dal mio punto di vista quindi non si tratta di un luogo di conversazione molto trafficato, ma del resto un blog così specializzato (informazione e sviluppo internazionale, ong e comunicazione) non  è un genere di conversazione così diffuso in rete e per di più in lingua italiana. Una grande soddisfazione sono stati per me i contributi dei lettori, alcuni molto a tema e approfonditi.

Postare costa fatica
Con il passare del tempo ho visto che i miei post sono diventati sempre più lunghi ed elaborati, cosa che non avrei voluto. Ho cercato così di tornare indietro, scrivendo contributi più brevi ed essenziali, ma non è facile riuscire a dire qualcosa di significativo restando brevi e questo è un dilemma che rimane aperto. Forse basterebbe proporre temi, idee più specifiche, limitandosi a queste e non cercare di abbracciarne molte.

Per quanto riguarda gli articoli più letti, ecco, in successione, i primi 7:

In questo caso i lettori hanno fatto una buona scelta perché si tratta di articoli più riusciti di altri, chi legge questo blog quindi ha le idee ben chiare. Ne ripropongo però altri tre  😉 che sono stati un po’ trascurati:

Da dove vengono i lettori e come vengono raggiunti
Quasi il 20% dei lettori risiede all’estero, secondo una graduatoria che vede al primo posto Stati Uniti e a seguire poi Francia, Brasile, Liberia, Mongolia, Regno Unito, Belgio; in tutto gli stati presenti sono ben 94!
I canali che uso che far conoscere i post sono i social media più diffusi ma l’analisi del loro indice di riscontro presenta delle sorprese: se si può ben immaginare che Facebook faccia la parte del leone con più del 60% di contatti, sorprende l’efficacia di Linkedin, mentre delude Twitter come “raccoglitore” di lettori, anche se, in questo caso, può c’entrare anche un suo uso poco professionale da parte del sottoscritto. Al secondo posto, come “generatore” di lettori,  invece si piazza non un social media, ma il motore di ricerca Google.

Vorrei infine ringraziare tutti i lettori che hanno seguito questa esperienza, per la loro attenzione e i loro contributi. Auguro a tutti quanti un 2015 sereno  🙂

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“Dietro l’orda d’oro. Scrivere, fotografare e disegnare la disabilità in Mongolia” sulla rivista Accaparlante

copertina Hp MongoliaDi tutto il materiale che abbiamo riportato dalla Mongolia, siamo riusciti a pubblicare su carta qua e là, delle foto, dei servizi brevi, delle storie, ma il reportage lungo, quello fatto solo di parole, beh quello è merce molto più difficile da pubblicare. Un servizio di 35 mila battute su una rivista cartacea è in effetti quasi improponibile a meno che tu non sia un nome noto – e non è certo il mio caso –  solo la rivista HP-Accaparlante ha voluto farlo, e un po’ ho giocato in casa visto che lavoro anche con loro.
Accaparlante è la rivista storica, esiste da 30 anni, del Centro Documentazione Handicap di Bologna, una rivista culturale che si occupa di disabilità Da quest’anno ha cambiato anche editore, scegliendo di collaborare con Quintadicopertina, una giovane casa editrice genovese, esperta in editoria on line. Siamo in piena campagna abbonamenti e se qualcuno vuol fare un regalo natalizio diverso, ecco una buona occasione per farlo.

Tra un po’ monterò tutto il lungo servizio giornalistico su una piattaforma editoriale sul web, non so ancora quale, non su questo blog comunque, e se qualcuno di voi avrà la pazienza di leggerlo tutto, mi farà felice. 🙂

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War Witch e War Brothers: diversificare il racconto

Rebelle_(2012_film)Recentemente ho visto un film (War Witch) e ho letto un fumetto (War Brothers) che trattano lo stesso tema, quello dei bambini/ragazzi rapiti da ribelli armati che vengono costretti a combattere. Per rimarcare lo spartiacque che delimita la vecchia dalla nuova e orribile vita, i ribelli li costringono spesso a commettere degli omicidi nei confronti dei loro cari, diventando così degli emarginati all’interno della società anche quando riescono a tornare.
Le storie sono abbastanza simili perchè percorrono la tragica epopea di questi bambini soldato, finché un evento permetterà a qualcuno di loro di tornare a vivere una vita normale, dopo un tormentato periodo di reinserimento.
Nel film i protagonisti sono una ragazza (la strega di guerra appunto) e un ragazzo albino, nel fumetto un gruppo di amici, ma in tutte e due i casi sono i sentimenti forti che permettono la resistenza e la fuga; nel primo caso si tratta di un innamoramento, nel secondo di un senso di fratellanza.
Il film è stato prodotto nel Canada francofono ed è stato diretto da un regista ( Kim Nguyen) di origine vietnamita mentre il fumetto è stato disegnato da un fumettista (Daniel Lafrance) che si è basato sul romanzo per ragazzi scritto da Sharon E. 1362851638McKay (ambedue autori sempre provenienti dal Quebec).
Quindi si tratta di prodotti pensati e realizzati fuori dall’Africa anche se sono ambientati nella Repubblica Democratica del Congo (il film) in Uganda (il fumetto).

Pur con questo limite, le due opere sono fatte molto bene e sono per me anche la prova che per far conoscere certe situazioni o promuovere delle idee, occorre usare più strumenti culturali per andare incontro ad un pubblico che è sempre più variegato.
Questa capacità di usare strumenti diversi comporta però capacità professionali specifiche perché i risultati siano davvero buoni. Anche se è diffusa l’idea del giornalista/operatore culturale che grazie ad un portatile e allo smartphone riesce a scrivere resoconti, scattare foto e produrre video, difficilmente questi lavori saranno veramente buoni.
In termini di spesa e tempo però certi strumenti sono molto più semplici da fare: pensate alla complessità che comporta un lavoro video professionale (un regista, un operatore, un giornalista, un fonico…) e quel poco che occorre invece per scrivere un buon reportage o anche realizzare una graphic novel. A volte, nella propria strategia di comunicazione, è meglio puntare su prodotti semplici, soprattutto quando le risorse economiche non sono molte, oppure siamo destinati tutti a fare solo video?

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Cheese… Davanti al dolore degli altri

goyaDavanti al dolore degli altri è un saggio del 2003 scritto da Susan Sontag; è un libro bellissimo che dovrebbe essere letto da chi fa comunicazione e pubblicità perché è una specie di storia della fotografia del dolore, di come nel corso dei decenni si sono poste queste immagini davanti agli spettatori e di come, chi vede, reagisce a queste “visioni”.
Siamo tutti un po’ guardoni e ciò che ci attira di più sono le immagini che rappresentano il sesso e il dolore. Da questi temi siamo attirati.
Dice Susan Sontag con la sua prosa semplice e profonda: “Noi vogliamo che il fotografo sia una spia nella casa dell’amore e della morte e che i suoi soggetti siano inconsapevoli della macchina fotografica”.

L’uso della sofferenza – attraverso le fotografie – per promuovere le proprie cause o per raccogliere risorse economiche è un tema dibattuto in chi fa cooperazione internazionale e le risposte che si danno sono diverse.
Le immagini che ritraggono un’umanità sofferente e impotente tolgono ai soggetti fotografati la propria volontà o capacità di reagire. A questo proposito Susan Sontag riporta nel libro un dibattito che ha riguardato l’opera di Sebastiao Salgado, il fotografo della miseria della condizione umana dove i soggetti sono colti dall’autore nella loro impotenza e nessuno di loro è identificato con un nome. Oggigiorno diverse campagne di comunicazione di Ong assegnano invece un nome e un cognome alla persona ritratta facendo bene attenzione a darle una valenza positiva, di darle una voce e non solo un urlo. E’ anche vero che il discorso però non può ridursi a quella persona, a quel caso, altrimenti si rischia di non comprendere il perché si è creata questa situazione di ingiustizia sociale.

Le immagini forti dovrebbero stimolare in chi le vede all’azione: ma è proprio così? Sontag dice che provare compassione di fronte alle immagini, ci fa sentire bene. Se proviamo questo sentimento, significa che non siamo complici con quello che succede. Ma questo non basta, secondo l’autrice, oltre la commozione bisogna agire e  capire il perché dell’ingiustizia attraverso un percorso che va oltre quell’immagine.
E’ anche vero che nella nostra società il livello dello violenza mostrata si fa sempre più alto e questo porta all’assuefazione e alla richiesta di “colpi” ancora più forti. Il rischio secondo l’autrice è quello di generare indifferenza e apatia e quindi di nuovo impotenza. Curiosamente sia il soggetto rappresentato che chi vede può trovarsi nella stessa condizione, per ragioni diverse, di impotenza.

Ciò che la Sontag non poteva prevedere, anche se a distanza di così pochi anni, è che questo livello di esposizione non è più controllabile dai media; con la networked photography possiamo vedere tutto, siamo sottoposti a tutte le immagini, possiamo subire degli shock da guerra stando sul nostro divano. In questi casi è chiara anche l’impotenza dei mass media quando, per motivi deontologici, non pubblicano, ad esempio, le immagini relative all’esecuzione di ostaggi occidentali da parte di Isis. Un’accortezza che serve a poco, perché chiunque di noi può vederli in un modo o nell’altro in rete.
Se nel 2003 questa spettacolarizzazione di tutto poteva essere vera solo per l’occidente e il Giappone, oggi non è più così, siamo tutti spettatori e la spettacolarizzazione si è globalizzata.

Chi fa comunicazione nel campo della cooperazione internazionale si trova così di fronte ad un pubblico che ha la possibilità di accedere a immagini ben più forti di quelle che si può osare di proporre in una campagna di comunicazione no profit e anche ad un pubblico assuefatto alla violenza, allo shock visivo. Muoversi ed ottenere dei risultati in questi contesti non è facile.
Oppure si potrebbe contare sulla “Cura Ludovico, ve la ricordate? Ad Alex, il disagiato protagonista di Arancia Meccanica, ad un certo punto del film, vengono somministrate delle immagini iperviolente a ripetizione assieme all’ascolto della musica di Ludwig Van Beethoven; tutto questo per guarirlo dal suo comportamento sociale pericoloso. “Le palpebre le possiamo abbassare – dice la Sontag – le orecchie non hanno invece delle porte”, ma Alex era costretto a sentire e a vedere e noi, nella società iperconnessa, cosa possiamo aprire, cosa possiamo chiudere?

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Un comunicato stampa quasi perfetto

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Aifo è una Ong particolare, in quanto è sostenuta da numerosi volontari organizzati in gruppi sparsi per tutta la penisola. Spesso organizzano degli eventi di sensibilizzazione e di ricerca fondi e scrivono dei comunicati per farlo sapere nel loro territorio. Ogni tanto ci chiedono, in qualità di addetti alla comunicazione di Aifo, di avere delle istruzioni su come farli; ecco un sintetico manualetto pubblicato nel numero di gennaio della rivista “Amici di Follereau”  (l’articolo è stato un po’ adattato a questo blog).

 

Abbiamo organizzato una mostra fotografica sugli ex malati di lebbra in sperduti villaggi della Cina meridionale: la sala è stata scelta, così anche i relatori, i volontari hanno già i loro turni. Finito il nostro lavoro? No! Questo è solo il primo passo che ne prevede uno altrettanto importante, comunicare la nostra iniziativa all’esterno in un modo preciso e nei tempi giusti. Sì, perché la comunicazione di quello che si fa è importante quanto l’evento in sé, dato che se nessuno viene ad ascoltarci, se sono poche le persone che ci leggono o ci sentono nei mass media (inclusi quelli social), allora il nostro lavoro rischia di essere poco incisivo. Non serve a raccogliere fondi, a trovare nuovi volontari o semplicemente a sensibilizzare l’opinione pubblica.

A chi ci rivolgiamo

Per fortuna scrivere un comunicato stampa è abbastanza semplice, dato che ha delle regole di scrittura condivise da tutti. Prima di scriverlo però chiediamoci a chi ci stiamo rivolgendo e cosa vogliamo da loro.
Se scriviamo un comunicato stampa diretto a un gruppo chiuso di persone che sappiamo esperte del nostro tema, o che semplicemente condividono il nostro linguaggio potremo porci pochi problemi nella scelta delle parole e nella spiegazione dei temi. Questo capita però raramente visto che si scrive per molte più persone. Ecco allora che diventa importante seguire delle norme di scrittura semplice, chiara, sintetica, non dando mai per scontato sigle (Ong, Mae, Rbc …) e parole (hanseniasi, espatriati, stigma …).

Titolo caldo o titolo freddo?

Un buon comunicato deve essere chiaro fin dal titolo. Molti giornalisti lo scrivono solo alla fine dello scritto e si limitano all’inizio a tracciare un abbozzo che serve per fissare il tema principale. Come per gli articoli di un giornale ci sono due tipi fondamentale di titoli, quelli freddi o descrittivi e quelli caldi o evocativi. I primi informano direttamente sul contenuto, i secondi lo suggeriscono e obbligano il lettore a interpretarli. Si usano i titoli caldi perché attirano più l’attenzione e danno più soddisfazione al lettore che li decifra. La soluzione nel loro impiego sta nell’usarli assieme: se si fa un titolo caldo è bene mettere un sottotitolo freddo e non lasciare il lettore nell’incertezza. Facciamo un esempio. Nel numero di novembre di questa rivista è apparso un articolo intitolato “Paradisi di guerra” che da solo può significare moltissime cose, ma grazie a un buon sottotitolo descrittivo si capisce subito che si parla delle basi militari in Sardegna.

Nell’attacco c’è già tutto

Il lead o attacco sono le prime tre, quattro righe del comunicato; in queste spazio bisogna dare una risposta precisa alle 5 W del giornalismo anglosassone, ovvero bisogna dire quando  c’è l’evento, dove si svolge,  da chi è organizzato, in che cosa consiste, perché infine si fa. Se il perché è molto importante (raccolta fondi per esempio), allora si deve cercare di metterlo fin dall’inizio (Titolo: “Una mostra fotografica per la raccolta di fondi a favore degli ex malati di lebbra in Cina”).
Può sembrare strano ma spesso i punti deboli dei comunicati scritti non da giornalisti riguardano i dettagli pratici del quando e del dove. Queste informazioni devono essere precise e chiare. Anche il che cosa è un elemento delicato che crea facilmente confusione: se nel nostro evento accadono più cose – ad esempio oltre alla mostra fotografica vi è una presentazione e poi un evento di animazione – noi dobbiamo dare di tutti questi elementi una spiegazione chiara, in ordine cronologico e, preferibilmente, scegliere quello più importante per metterlo nel titolo. Non può essere data pari importanza a cose diverse, o perlomeno è difficile e rischia di confondere il lettore.
Una volta che si è scritto un buon inizio, ci si può dedicare al corpo del comunicato, sviluppando meglio i suoi elementi. Qui abbiamo più spazio per spiegare il tema. Possiamo raccontare meglio la condizione degli ex malati di lebbra che vivono nelle zone rurali di montagna in villaggi separati dagli altri, o dare informazioni dettagliate sull’autore delle foto. Dire il perché raccogliamo fondi e come sono impiegati. Qui l’unico problema è quello della lunghezza del testo. Non si può scrivere molto in un comunicato, una pagina può bastare (3-4.000 battute di word spazi inclusi). Quest’accortezza ha a che fare invece con il lavoro giornalistico e con la possibilità che sia pubblicato sui media, stiamo parlando della sua notiziabilità.

Cerchiamo di aumentare i valori-notizia dei nostri comunicati

Noi scriviamo per un giornalista nel caso vogliamo essere pubblicati su un mass media e il nostro comunicato ha più possibilità di passare grazie ai suoi valori notizia. E’ chiaro che un comunicato stampa di un evento organizzato dal Terzo Settore non può avere una gran notiziabilità ma possiamo fare in modo di renderlo più appetibile. Se il comunicato è scritto bene e non presenta ambiguità sarà più facile per un giornalista “trattarlo”, ci dovrà perdere meno tempo a scriverlo e a inserirlo nel giornale.
Importante è anche il rispetto dei tempi. Se mando il comunicato alla sera e l’evento accade subito il giorno dopo, per i tempi di lavorazione di un quotidiano locale, sarà tardi. Lo stesso ragionamento va fatto se ci rivolgiamo ad altri media come radio, telegiornali o periodici. Tutti hanno delle loro tempistiche da tenere presente.
Uno strumento utile per vedere pubblicate le proprie cose sui media, è la creazione di una piccola agenda dove annotare l’e-mail, il telefono del giornalista o della testata che a livello locale fa informazione. Se poi costruiamo una relazione personale con un giornalista sensibile ai nostri temi, il gioco diventa ancora più facile.

La locandina non è un comunicato stampa

Il nostro testo deve terminare sempre con delle informazioni di riferimento, un numero di telefono, un’e-mail … in modo che il lettore possa contattarci per avere informazioni.
A questo punto possiamo inviare il comunicato a un mass media. L’e-mail è lo strumento più comodo e il comunicato deve essere scritto nel corpo dell’e-mail, in modo che il giornalista non debba aprire un allegato. Usate gli allegati soprattutto per le foto che possono essere di aiuto per la pubblicazione e danno una maggiore visibilità.
La grafica del comunicato deve essere sobria, occorre usare lo stesso font, non usare dei colori, variare il corpo delle lettere solo per i titoli e i sottotitoli. Sì, perché un comunicato non è una locandina! La locandina serve per essere mostrata. Non tanto letta, spesso invece si scrivono comunicati stampa che in realtà sono delle locandine, ma questo significa per il giornalista la loro riscrittura completa.

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A Pieve di Cento (Bo) un documentario e un fumetto per parlare di disabilità in Mongolia

aifo-Pagina001Come vive una persona con disabilità in un paese spopolato, con poche infrastrutture e un clima veramente difficile? E soprattutto come raccontarlo ad un pubblico italiano con un’esperienza così distante? Giovedì 27 novembre alle ore 20.30 al Circolo Kino in via Gramsci 71 a Pieve di Cento (BO), verranno presentati un documentario e il fumetto che illustrano le attività che Aifo da più di 20 anni  porta avanti in Mongolia con le persone con disabilità. Due strumenti completamenti diversi ma che concorrono, ognuno con il proprio linguaggio, a raccontare una realtà molto distante dalla nostra ma che ci riguarda ugualmente.

Interverranno Francesca Ortali (responsabile Progetti esteri Aifo), Nicola Rabbi  (autore  delle  interviste  e  della  sceneggiatura),  Salvo  Lucchese  (regista  del documentario), Ebe e Tulgamaa Damdimsuren del programma Aifo “Tegsh Duuren”.

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“Bisogna aver il senso della notizia” esclamò il caposervizio

zanotelliIeri sera a Bologna Alex Zanotelli, missionario comboniano ed ex direttore di Nigrizia è venuto a Bologna a parlare di Ong e di giustizia sociale, anzi ad essere preciso il titolo della serata era “I volti della solidarietà tra gratuità e giustizia”.  I quotidiani locali nonostante fossero stati avvertiti dai comunicati stampa non ne avevano dato alcuna notizia, in compenso segnalavano tutti le stesse cose, tra cui la presentazione dell’ultimo libro di Daria Bignardi.
I caporedattori e i caposervizio dei giornali sanno cosa interessa al loro pubblico e un tema così arduo, che tratta della qualità della cooperazione internazionale, sicuramente non poteva attrarre più di tanto i loro lettori, l’ultimo libro della Bignardi invece… Invece si sbagliavano, quasi 400 persone erano stipate in quel cinema ad ascoltarlo e a fargli molte domande.

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Chi c’è la fuori? Qualcuno mi ascolta?

silversurferQuanto vale la comunicazione che facciamo per la nostra Ong? Come possiamo misurarla? E alla fine cosa serve questa conoscenza, come possiamo utilizzarla? Queste domande me le sono fatte dopo aver letto l’articolo di Emanuela Citterio dal titolo “Il bene si può misurare: l’ultima sfida del non profit”, pubblicato sulle pagine on line di Avvenire il 31 ottobre scorso.
Il tema è quello di come misurare le attività di una organizzazione non profit per capire l’efficacia della sua azione in termini di numeri, valori monetari … Discorsi di questo genere spesso sono accolti con diffidenza dalle Ong per paura di andare incontro a nuovi obblighi burocratici, di vedere appiattita la propria azione solo su parametri monetari, oppure, nei peggiori dei casi, di vedere aperti armadi che si vuole tenere accuratamente chiusi (di dover spiegare con precisione come vengono spese le risorse raccolte).

Nel caso di chi comunica, il discorso della rendicontazione non è poi così diverso. Può essere affrontato semplicemente sommando tutte le risorse economiche che gli sono state assegnate e farne un confronto con i risultati. Un risultato può essere ottenuto facendo un calcolo dei mass media in cui è approdato (dove sono stati pubblicati gli articoli, trasmessi gli spot…). Più difficile diventa invece misurare il pubblico, chi ci ha letti e soprattutto chi ci ha ascoltati veramente. Questo tipo di misurazione può essere solo sommaria, perché se un calcolo dei lettori potenziali è sempre possibile farlo (del resto anche nei formulari dei progetti esistono delle voci specifiche), una conta di chi abbiamo “toccato” con il nostro fioretto, beh questo … presenta notevoli problemi. In questo caso la grande interattività che offrono i social media, può essere un buon indicatore, non tanto i “Mi piace”, ma chi ci commenta, chi si prende il disturbo di dialogare con noi. Utilizzare i social media nella nostra comunicazione offre quindi questo valore aggiunto, di tipo qualitativo.

Recentemente ho presentato ad Aifo, un breve resoconto su un anno e mezzo di lavoro di comunicazione della missione in Mongolia. Ho elencato i mass media raggiunti, il tipo di prodotto (foto, scritti, video) pubblicato per capire cosa “rende” di più in termini di facilità di accesso ai media mainstreaming e mi sono accorto anche di un’altra cosa: molto materiale è stato utilizzato per i mezzi di informazione del gruppo e per le proprie iniziative come calendari, presentazioni ai convegni … Quindi nel calcolo del valore della comunicazione va aggiunto anche questo uso interno che poi altro non è che una porta che si apre verso l’esterno.
Infine un altro calcolo non facile: come misurare l’impatto che la propria comunicazione ha all’estero, nei paesi in cui si opera. Se il progetto prevede un’iniziativa del genere allora si ritorna al caso di sopra, ma i progetti di cooperazione che prevedano parti di comunicazione importanti sono rari come la tigre bianca.

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Le persone disabili a Gaza e sulle orme di Follereau nell’ultimo numero della rivista di Aifo

Senza titolo-1Pochi lo sanno ma è stato proprio in Costa D’Avorio che Raoul Follereau ha incontrato ed ha iniziato la sua battaglia contro la lebbra. Il dossier di questo numero è dedicato a questo paese oggi alle prese con una difficile riconciliazione, tra povertà e nuove emergenze.
Nella sezione della rivista “In primo piano” la condizione delle persone con disabilità che hanno vissuto il periodo di guerra all’interno di Gaza; alcuni sono morti ma soprattutto sono state cancellate strutture e servizi e rese invalide molte altre persone.
Si parla anche di Sardegna, non come paradiso del turista ma come paradiso per le basi militari che hanno causato un disastro ambientale e sanitario di cui ancora non se ne vede la fine.
Infine vengono presentai due progetti di cooperazione uno in Mongolia dove si racconta la storia di Otgontsagaan,  una persona disabile che è diventata un’imprenditrice di successo grazie alla riabilitazione su base comunitaria. L’altro progetto invece riguarda la Cina; qui Li Fukang racconta invece la sua difficile esperienza di figlio con un padre ex-ammalato di lebbra, condizione questa che ancora in alcune regioni periferiche della Cina significa esclusione sociale anche per i parenti.

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La radio per ricordare le malattie dimenticate in Africa

Franziska BadenschierLei si chiama Franziska Badenschier, è una giornalista della Deutschlandradio, l’emittente radiofonica nazionale tedesca e ha realizzato un bel prodotto giornalistico, di development journalism per essere precisi, finanziato dal Journalism European Centre. S’intitola “Beyond WHO’s List of Neglected Tropical Diseases” e si occupa delle malattie tropicali trascurate dall’Oms, che non vengono di conseguenza notiziate dai mass media. L’originalità di questo lavoro però non sta tanto nel tema ma nello strumento, semplice, sicuro, intramontabile: la trasmissione radiofonica.
La Badenschier viaggia per quattro paesi africani e costruisce dei brevi reportage radiofonici di 6-7 minuti in cui racconta le malattie dimenticate o poco conosciute attraverso le interviste dirette ai malati e agli specialisti. Il suono e i rumori hanno uno spazio non secondario nel montaggio delle puntate e sono un elemento in più che cattura l’attenzione dell’ascoltatore. Il racconto viene inoltre arricchito da tanti elementi curiosi che servono però a capire meglio il problema. Ad esempio quando si parla di malattia mentale in Madagascar, il racconto dei tentativi di cura attraverso delle forme di esorcismo, non sono un elemento pittoresco, ma vengono usati per capire una cultura e definire meglio il problema.
La prima puntata, Heilung für alle, dura di più, 27 minuti e fa un quadro generale del problema reso di difficile soluzione dato che la ricerca medica e farmacologica investono nelle malattie più conosciute e che possono avere un riscontro di mercato maggiore.

In un panorama giornalistico sempre teso all’ultima trovata tecnologica per fare un’informazione più “potente”, teso alla multimedialità e al mantra di “innovazione, innovazione”, un’esperienza radiofonica, lineare, chiara, professionale come questa dovrebbe far riflettere. Attraverso la radio, le persone ascoltano e prestano più attenzione a quello che si dice. Se poi i testi sono scritti in modo chiaro, il mezzo radiofonico è un mezzo più inclusivo dato che è compreso anche da chi è poco abituato alla lettura o da chi su internet ci va poco e lo usa con difficoltà.

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Lady Gaga e la notiziabilità di Ebola

images-ebola_doctors_467779331Nel post precedente parlavamo delle crisi umanitarie dimenticate dai media, ma chi non viene dimendicata dai media è sicuramente Ebola. Finché è stata relegata in alcune zone dell’Africa, poteva per lo più incuriosire per via del suo tremendo tasso di mortalità, ma quando ha cominciato ad espandersi e ad arrivare anche in Europa e negli Stati Uniti, ecco allora che la sua notiziabilità è balzata alle stelle. Potrebbe capitare anche a noi e perciò ci interessa, non è più una cosa da “africani” ma bussa alle nostre porte. A dire il vero ci interessava anche prima, perché in un modo così connesso, una sua parte non può essere abbandonata o trascurata perché ne risente l’insieme, tutti noi. Questo tipo di percezione non è diffusa nella popolazione dei paesi ricchi e i governi e i mass media fanno ancora poco per aumentare questa “sensibilità globale”.

_78052696_78052695Ebola ha colpito l’immaginario dei popoli del nord del pianeta, ha portato con sé delle immagini molto forti. Le foto di quegli infermieri e dottori vestiti di bianco e di giallo, con i guanti verdi plastificati, gli occhiali da pilota automobilistico o addirittura la copertura del capo da astronauta ci sono rimaste dentro, quasi come il crollo delle torre gemelle. Del resto sono immagini già viste in alcuni film catastrofici, appartenevano già alla nostra cultura. Non mi meraviglierei se nel prossimo Halloween qualche ragazzo si vestisse così, né se nel suo prossimo video Lady Gaga avesse come ballerini quegli operatori sanitari gialli e verdi.

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Lady Gaga e le crisi umanitarie dimenticate dai media

ecb9a4c93650d99a394f37bae5e4b91e_largeIl terromoto di Haiti, lo tsunami nel sudest asiatico, le guerre in Iraq e in Afganistan… sono tutte crisi umanitarie e sono accumunate dal fatto che sono conosciute, sono eventi popolari. Sono eventi tragici che tutti conosciamo perché i media ne hanno parlato diffusamente, a volte in periodi circoscritti, per finire nel dimenticatoio dopo un po’, ma per lo meno sono arrivati alla ribalta dell’attenzione internazionale.
Vi sono però molte altre crisi umanitarie che non finiscono sotto i riflettori essenziamente per motivi di notiziabilità, di appetibilità informativa da parte dei mass media.

Medici senza frontiere in collaborazione con L’Osservatorio di Pavia effettua dal 2004 un monitoraggio sull’attenzione prestata dai media a queste crisi e ne fa un profilo. L’ultimo rapporto che è stato presentato recentemente, e arriva a coprire  il primo semestre del 2014, dice sostanzialmente che nel corso di questo decennio i media televisivi italiani hanno progressivamente dedicato minore spazio alle notizie riguardanti le crisi umanitarie.
Dato che in Italia otto italiani su dieci s’informano attraverso i telegiornali, l’analisi ha riguardato proprio questi. In effetti dal punto di vista mediatico le notizie non sono più come quelle di una volta, quando c’era una guerra, quella in Iraq, così ghiotta per un giornalista e infarcita di valori notizia.

Osservando quello che più è stato trasmesso nei telegiornali si vede che i principali valori notizia sono questi:
1) eventi circoscritti, eclatanti e spettacolari; lo tsunami, il terremoto di Haiti, le guerre rientrano in questo ambito
2) coinvolgimento di occidentali o comunque vicinanza all’Italia; di Africa se ne parla poco ma se i pirati somali rapiscono degli occidentali la notizia ha subito un’impennata
3) personaggi famosi che entrano in scena; Angelina Jolie che visita un campo profughi in Iraq e George Clooney che si fa arrestare davanti all’ambasciata sudanese.

Sempre leggendo questo rapporto emerge che di fronte all’obiezione di informare poco e male sul mondo la risposta delle redazioni ricade sulla crisi economica e sulle scarse risorse che si possono spendere in questo campo; di qui la scelta di notiziare solo quello che sicuramente (secondo l’opinione dei direttori delle testate televisive) troverà l’interesse dei telespettatori.
I telegiornali europei però non sono come i nostri, dato che quelli francesi dedicano il doppio del tempo mentre quelli tedeschi il quadruplo.

Se seguiamo questa logica informativa è chiaro che tutti gli eventi che sono più un processo che non un momento lady-gaga-600circoscritto, che hanno una maggiore complessità e che rimangono comunque opachi (non tutto ha una spiegazione, non tutto ha una conclusione) avranno poche possibilità di emergere; guarda il caso sono proprio queste il genere di notizie che riguarda la maggior parte delle ong, almeno quelle che non si occupano di emergenze. Cercare di ridurre le morti per la malaria o la lotta alla TBC – per fare degli esempi in campo sanitario – raramente hanno i requisiti per finire sui telegiornali perché sono delle “storie” di lunga durata, senza particolari eventi. Si potrebbero trovare delle idee seguendo la logica dei mass media molto imparentata con quella pubblicitaria; alcuni creativi potrebbero convincere Lady Gaga ad abitare per un po’ in un villaggio dell’Africa centrale e farsi pungere da qualche zanzara: vivendo in prima persona la malaria potrebbe sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale e rifarsi un’immagine.
Ma lasciando perdere queste fantasie, le ong per raccontare quello che fanno si possono affidare a delle belle storie di persone, senza fare sensazionalismo, ma anzi dando un contesto, delle ragioni economiche, storiche, sociali. E’ un lavoro più lento, meno eclatante, un’informazione omeopatica che a lungo andare però porta i suoi frutti.
L’importante è scegliere le storie giuste e non fare (esempio citato nel rapporto di Medici senza frontiere), come i telegiornali  Mediaset che in occasione delle piogge in Guatemala causa di decine di vittime, si sono soffermati molto su un racconto, quello di Laki, la cagnolina dal musetto sporco di fango.

Per altre informazioni
I conflitti dimenticati

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Blog che raccontano il mondo

Conosco tutta una serie di persone, alcuni direttamente – e per me è stata una fortuna – che parlano di sviluppo e di sud del mondo; non sono giornalisti, non sono cooperanti o meglio lo sono, ma in un modo individuale e libero. Per comunicare usano con naturalezza e passione le pagine di un blog. Sono molto liberi nel loro raccontare, non devono assoggettarsi alla scrittura giornalistica, né fare titoli “catturattenzione”; nemmeno devono parlare del proprio gruppo (ong o vuoi che sia) per mostrare come il proprio progetto va avanti, che benefici porta alle persone del luogo, non pensano molto ai propri donors. Perfino l’uso delle tecnologia è funzionale: testi, video, foto vengono pubblicati perché hanno un discorso da fare, ma rimangono comunque lontani dalla”fighetteria” tecnoculturale.

Sono persone che hanno scelto percorsi esistenziali particolari, che abitano nei posti di cui parlano e ci stanno da parecchio tempo. Ecco, il tempo, che ancora una volta ritorna come discriminante, quando si parla di un discorso profondo di comunicazione. I loro blog sono interessanti non solo perché estremamente liberi (dettati dal cuore) ma perché sono frutto di un’esperienza che matura lentamente.
Ve ne presento tre in modo molto sintetico.

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Sunil Deepak è un medico indiano che ha lavorato per 30 anni in Aifo e in questo periodo ha girato ogni angolo del pianeta per verificare scientificamente come funzionava la riabilitazione su basa comunitaria verso i disabili, i malati di lebbra… ad un certo punto della sua vita ha deciso di “seguire solo le ragioni del suo cuore” ed è ritornato in India con l’idea di fare il medico nelle comunità indigene, la fasce di popolazione che vengono poi escluse dal progresso economico. Il suo diario che mescola ricordi personali  e immagini molto belle, racconta questa ricerca di un luogo, non sa ancora quale sarà, dove passerà i suoi prossimi anni, forse la parte finale della sua vita. I suoi reportage sono rari ma molto lunghi e raccontano un’India periferica come i mass media spesso non sanno fare.
ghanaway

Antonella Sinopoli era una giornalista dell’Adnkronos prima nella redazione di Napoli e poi a Bologna che ha deciso oramai diversi anni fa di cambiare vita e di occuparsi di Africa. Dal 2010 ha cominciato a frequentare il Ghana e da un anno vi è pure andata ad abitare in una località sul mare vicino al confine con il Togo; qui ha allestito uno spartano resort per turisti e ha una vendita di pane. Il suo diario racconta la vita in quel paese dal basso, non dal punto di vista di una bianca che lavora in una struttura come un’ong o un’ambasciata. Molto spesso le sue riflessioni riguardano i pregiudizi, le stereotipie, anche quelle che i neri hanno verso i bianchi perché il suo discorso non è mai a senso unico.

a piedi nudi

Emma Chiolini, invece è una ragazza che ha deciso di partire per il Brasile come laica missionaria comboniana. Laggiù si occupa di carcere, è arrivata nel novembre del 2013 e chissà quanto ci rimarrà. La sua testimonianza racconta una realtà specifica, quella carceraria brasiliana che a dispetto della sua drammaticità e delle sue dimensioni, presenta anche aspetti innovativi che danno dignità al carcerato non visto come persona da punire ma da rieducare. Esempi questi che servirebbero molto anche al nostro paese dove le carceri sono degli inferni e basta.

A volte mi domando dove finiranno tutti queste narrazioni, se la rete ne conserverà sempre una memoria o se in futuro saranno cancellati … non so cosa succederà. So che nella rete si accumula molto materiale prezioso che gli studiosi del domani potranno analizzare e avranno a loro disposizione delle fonti che nessuno aveva mai avuto prima.
Da parte loro i blog sono come un normale libro, hanno un inizio e una fine, e quando finiscono, rimangono come delle piccole isole abbandonate nella rete su cui soffermarsi.

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Tiziano Terzani, un giornalista di cui si sente la mancanza

Una cosa si poteva dire di Tiziano Terzani, non era un giornalista paracadutato in qualche paese remoto per raccontare un po’ di esteri ma era un giornalista anomalo che aveva speso tutta la sua carriera professionale per raccontare un continente che lui amava: l’Asia.
Tiziano TerzaniDa poco ho letto un suo libro scritto nel 1992, Buonanotte signor Lenin, dove l’autore racconta il disfacimento dell’impero sovietico viaggiando attraverso le sue repubbliche asiatiche che di li a poco si sarebbero rese indipendenti. Con una scrittura che non ha mai toni esagerati, che non vuole fare rumore, riesce a fare un quadro bellissimo di quello che stava succedendo. Le sue fonti, solo raramente sono i potenti, molto spesso le sue interviste sono rivolte a semplici cittadini oppure non sono domande rivolte ad esseri umani ma a paesaggi, spesso a costruzioni, musei e monumenti da cui trae molte conclusioni. Questo a lui riesce perché ha una profonda conoscenza di tutto ciò che è orientale, conosce la storia, i poeti, gli eroi dei vari paesi che attraversa. E’ questa preparazione culturale, assieme alla conoscenza di almeno 4-5 lingue differenti, che gli permettono di scrivere un libro di queste spessore e che il tempo ha tolto poco.
Dicevamo in un recente post che i volontari della cooperazione internazionale possono essere delle fonti preziose per i giornalisti, ma capita anche l’opposto: vi sono giornalisti, ed è stato il caso di Terzani, che possono dare coordinate culturali indispensabili ad un volontario.

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Le ong come fonte giornalistica

“È auspicabile un intensificarsi del lavoro di reportage ad opera delle ONG nei vari paesi del Sud del mondo. Siamo in un momento in cui si parla sempre meno degli esteri e a spot, cioè in maniera decontestualizzata. Le ONG hanno le potenzialità per contribuire ad invertire una tendenza preoccupante”, ecco quanto dice Luciano Scalettari, giornalista di Famiglia Cristiana, in questa interessante intervista (risale al 2009 ma il contenuto è ancora valido) pubblicata sul blog di Coopi.coopii

In effetti le ong possono essere delle importanti fonti giornalistiche per i mass media dato che i loro volontari passano mesi, addirittura anni in paesi dove invece un giornalista normalmente per fare un servizio ci sta una o due settimane (parachute journalism). Quindi il loro sapere non dovrebbe essere superficiale. Del resto una delle più importanti agenzie di informazione su temi esteri in lingua italiana è Misna, nata nel 1997 ad opera di alcuni missionari con vocazione giornalistica e che potevano contare su una rete fittissima di altri missionari che vivono da anni in tutti i paesi del sud del mondo.
E’ anche vero, come si dice nell’intervista sopracitata, che gli italiani, pur essendo dei buoni donatori, sono poco informati su ciò che succede al di fuori dall’Italia. I criteri di notiziabilità nostrani (adottati dai nostri direttori di giornali e testate)  infatti, da sempre, puntano sui temi di politica interna e sulla cronaca. Queste scelte sono giustificate dal fatto che il pubblico italiano non è interessato al development journalism e alle notizie estere in generale. Ma sarà poi vero? Come giustificare allora il successo continuo di una rivista come Internazionale che presenta settimanalmente la traduzione di articoli presi da media stranieri. In generale ogni storia può essere interessante, dipende da come la si racconta e dal tempo che le si dedica. Ad esempio il racconto  delle attività di Coopi tramite il blog era vario e interessante, peccato che sia fermo all’aprile del 2013!

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Pace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre della rivista Amici di Follereau

settembrePace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre di Amici di Follereau, la rivista di Aifo.
“Non ci deve consolare il fatto che la corruzione sia una manifestazione antica – dice Luciano Ardesi nell’articolo di apertura -. Come un fenomeno carsico si riaffaccia continuamente nel corso della storia, anche recente. Un po’ per abitudine, un po’
per convenienza, sembra che le coscienze si addormentino di fronte al ripetersi degli episodi”.
Come parlare di non violenza in contesti di guerra? E’ quello che l’ong Operazione Colomba sta facendo in Albania, Libano, Colombia e in Israele/Palestina. I suoi volontari si interpongono nelle situazioni di conflitto cercando di trovare delle soluzioni basate sulla nonviolenza.
Di tortura invece si parla in occasione di “Stop alla tortura” la campagna di Amnesty International contro una pratica diffusa in tutto il mondo e spesso accettata in nome della lotta al terrorismo.
Il dossier della rivista – scritto da Enrico Populin – è dedicato ad un approfondimento di cosa sia e come operi la Rbc, la riabilitazione su base comunitaria.
L’appello del mese invece riguarda la scuola di formazione professionale “Familia Agricola”, un progetto sostenuto da Aifo nel Tocantis, uno stato posto nel centro del Brasile,
Per finire un articolo che esamina da vicino come i gruppi Aifo, che operano all’estero, usano i social media e il web in generale per fare informazione e comunicare le proprie attività. Buona lettura!

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Bereket non esiste ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Sta raccontando la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.

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Il gioco dovrebbe essere chiaro dato che anche nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni –  “…di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.
L’idea è stata lanciata in occasione della presentazione del rapporto, intitolato “L’ultima spiaggia. Dalla Siria all’Europa, in fuga dalla guerra” come si precisa in un articolo dell’Huffington Post (Italia).
Ma leggendo i commenti e le reazioni dei lettori, qualcosa non sta funzionando.
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Il primo post risale al 22 marzo di quest’anno e si riesce a leggere tutto lo storytelling in pochi minuti. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Il racconto è corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante…
Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna.
I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.

Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun’altro invece non riesce ad inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Oltretutto le persone sono abituate a leggere storie come queste sui romanzi (lì il patto con il lettore è chiaro), oppure su un fumetto, un film, ma non si è abituati a trattare le pagine Facebook come dei racconti inventati. Dalle pagine Facebook ci si aspetta, almeno fino ad oggi, delle cose vere, come la pubblicizzazione di un gruppo, di un’iniziativa, di un personaggio pubblico (non certo di un personaggio inventato).
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento (fare dei tentativi nuovi è pur sempre un atto di coraggio), no, quello che per me è deludente, è lo stile della narrazione, che tende al patetico, ma immedesimarsi non porta necessariamente a questo.

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Come raccontare un progetto?

MunguntsetsegOgni mese lo stesso problema. Quando si tratta di raccontare sulla rivista un progetto seguito da Aifo in qualche parte del mondo ritornano sempre gli stessi dubbi. All’inizio abbiamo pensato ad un articolo (Ashini vuol giocare a cricket) dove accanto alla descrizione del progetto ci fossero delle testimonianze, ma poi si poneva sempre il problema delle “storie”, ovvero della parte dove si racconta la vita della persona svantaggiata coinvolta nel progetto. In genere le storie hanno tutte lo stesso problema, mancano di profondità, di dettagli e così finiscono, in un modo imbarazzante, per assomigliarsi l”una all’altra e in questo modo si fa un cattivo servizio (dal punto di vista giornalistico, ma non solo).
Con Luciano Ardesi, il mio compagno di viaggio in questa avventura editoriale, abbiamo cominciato a raccogliere testi e altre informazioni direttamente dai cooperanti italiani espatriati o dal personale locale per avere delle testimonianze più pregnanti e un panorama culturale (ma anche politico, sociale, economico) in cui situare le storie. I nostri racconti sono diventati così un po’ più incisivi (Salute mentale in Cina: apriamo la grande muraglia).
Accanto al testo abbiamo lavorato in parallelo anche nella ricerca di fotografie adeguate che facessero parte dell’articolo in un modo integrante e non come semplice orpello, fotografie espressive e non in “posa”.
Infine, sempre per rendere più interessante il lavoro, abbiamo cominciato anche a suddividerlo in parti diverse (sulla rivista cartacea appaiono come box su sfondo colorato), tra cui anche una breve sezione dedicata ad una particolarità storica o sociale o economica del paesi di cui parlavamo (Se la voce di Nenlay Doe si diffonde per radio), questo con lo scopo di informare il lettore ma anche di rendere più interessanti temi di non facile lettura.
Non sempre, naturalmente, riusciamo ad avere tutti gli elementi presenti assieme, a volte mancano delle testimonianze efficaci, altre volte delle foto, ma la tensione è di avere comunque il massimo possibile per ogni aspetto soprattutto cercando di avere un contatto diretto con la realtà che raccontiamo.
Una sola volta abbiamo raccolto le testimonianze “in viva voce” usando skype e, nonostante, la mediazione digitale, penso che il risultato sia stato tra i più riusciti in termini di vivacità del racconto e di presa sul lettore (Pedro: una casa tutta mia per cancellare lo stigma): voi che ne dite? Che altre strade si possono tentare?

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“In piedi costruttori di Pace!” Ecco il numero di giugno della rivista di Aifo

“In piedi costruttori di Pace”! Questa la scritta che appare sulla copertina del nuovo numero di giugno della rivista di Aifo. L’articolo iniziale è infatti dedicato all’Arena di Pace e Disarmo di Verona, la grande manifestazione che si è svolta lo scorso 25 aprile e che ha visto la partecipazione di 13 mila persone. Di nonviolenza e di rifiuto totale della guerra se ne parla sempre poco e chi lavora nella cooperazione internazionale e ha visto e vissuto esperienze dirette, sa bene che è questo il nodo fondamentale da sciogliere. La distruzione di vite umane, beni e risorse che porta ogni guerra, ogni violenza è veramente senza senso perché conduce sempre ad un circolo vizioso (dalla violenza non si esce di certo con dell’altra violenza).aifo_giugno
Nella rivista si parla anche del problema dell’invecchiamento della popolazione, fenomeno che avviene non solo nelle nazioni sviluppate ma oramai anche in Cina, in Mongolia… creando situazioni del tutto inedite a cui si dovrà dare una risposta pena il declino economico.
Il dossier è invece dedicato al tema della responsabilità sociale d’impresa e di come il profit possa impegnarsi nel sociale soprattutto per quanto riguarda la situazione delle persone con disabilità.
Oltre al tema del crowdfunding sul web, vengono presentati anche due progetti, in Liberia e in India, che Aifo sta realizzando e che riguardano l’autonomia e il rafforzamento del ruolo sociale delle persone disabili.

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L’antica nemica

Ancient Enemy è un bel documentario prodotto da Al Jazeera all’interno di uno spazio di approfondimento intitolato Lifelines, the quest for global health, dove gli autori intervistano degli operatori sanitari che sono particolarmente impegnati nell’eliminazione di alcune malattie come la malaria, l’aids, la tubercolosi…
L’antica nemica, come alcuni di voi avranno già indovinato, altro non è che la lebbra, l’hanseniasi, un tipo di malattia che s’accompagna al pregiudizio e all’esclusione sociale da secoli.

Il film dura circa 50 minuti e senza inseguire ritmi accelerati o cambi frequenti d’immagini in stile videoclip musicale racconta la storia di coraggiosi operatori sanitari e di alcuni pazienti che a loro volta sono diventati operatori. Le interviste, è vero, durano poco e sono inframmezzate da molte immagini, ma la storia di questa malattia nell’India attuale viene ben raccontata entrando anche nei dettagli. Un esempio di video come questo, non possiamo certo vederlo sulla piattaforma sky nella sezione cultura – lì possiamo vedere per lo più cuochi, animali che si accoppiano e soporiferi reportage di viaggio – e neppure nei canali pubblici poco disposti a spendere soldi per servizi giornalistici così complicati. A dire il vero Al Jazeera produce questa serie perchè gliel’ha finanziata la Fondazione Gates (un po’ mi scoccia fare la pubblicità a Bill Gates, ma è un dato di fatto).
aljazeeraEppure nonostante il tema, il documentario ha un suo ritmo e qualche personaggio (il primo operatore sanitario che s’incontra e la giovane donna ex malata di lebbra) riesce a trasmettere delle forti emozioni a chi li ascolta. C’è anche un pò di docufiction, in quanto i pazienti a cui viene diagnosticata la malattia, non lo apprendono sicuramente in quel momento ma si tratta solo di una ricostruzione rifatta ad hoc per il giornalista. Ma la messa in scena è comunque sobria e accettabile (niente a che vedere con la Storia raccontata da History Channel).

Ma ritorniamo al contenuto del video. L’India ha dichiarato di aver eliminato l’hanseniasi nel 2005, cancellando i fondi ad essa dedicati, ma in realtà ogni anno ha 130 mila casi nuovi.
Anche se i malati di lebbra nel mondo sono passati dai 10 milioni nel 1991 ai 230 mila nel 2013, l’hanseniasi è il tipico esempio di come sia difficile eliminare completamente una malattia ma soprattutto ci insegna che non basta la cura ma occorre provvedere anche al recupero sociale di chi è stato malato. Gli ex lebbrosi si ritrovano ad essere ugualmente esclusi dalla società, a volte dalla loro stessa famiglia, e sono costretti ad abitare in colonie. E’ quasi impressionante vedere le somiglianze fra le testimonianze che ho raccolto – e qui pubblicato – di ex pazienti brasiliani seguiti da Aifo e quanto dicono gli ex pazienti in questo filmato. Ed anche nel video Leprosy in Brazil: uncovering a hidden disease , recensito sempre in questo blog e prodotto da the Guardian, possiamo ritrovare, in Brasile come in India, lo stesso atteggiamento delle autorità pubbliche che hanno un gran voglia di archiviare tutto questo discorso come una cosa che appartiene al passato. Ma non lo possono certo fare!

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Il ruolo della comunicazione nei progetti delle Ong

L’intervista non è recente, l’ho realizzata nel 2011, ma parecchie osservazioni fatte da Massimo Ghirelli, consulente per la comunicazione dell’Unità tecnica Cooperazione del Ministero degli affari Esteri, sono valide e da sottoscrivere. L’articolo fa parte di una monografia pubblicata sulla rivista Hp-Accaparlante intitolata “Make development inclusive – Quando la cooperazione allo sviluppo si occupa di disabilità nei paesi poveri”.

Che ruolo ha o dovrebbe avere la comunicazione per le Ong e per tutti coloro che fanno interventi nei paesi in via di sviluppo?
Più che una questione d’importanza è una questione di necessità. Sono migliaia purtroppo gli esempi di cooperazione, anche buona, che non raggiungono i loro scopi perché non viene tenuto conto in maniera giusta e completa l’aspetto comunicativo. Ti faccio l’esempio di un intervento che facemmo in Niger con i Tuareg che riguardava la costruzione di un ospedale. Non avevamo pensato che in Africa le donne non vanno in ospedale e che quindi, se non si faceva un lavoro d’informazione e di comunicazione, spiegando per quale motivo ne valeva la pena (per ragioni di infezione, igieniche…), tutto sarebbe rimasto lì come una cattedrale nel deserto.
Ma fuori dell’edificio c’era un grande parcheggio che era stato trasformato dai famigliari dei pazienti in un villaggio di capanne. Tutto questo era ovvio e naturale: non avevamo pensato al fatto che mai in Africa una donna sarebbe stata lasciata da sola in ospedale e che quindi, attorno a quella persona, ci sarebbero state intorno tante altre persone diverse che, venendo da lontano, avrebbero poi dovuto fermarsi a dormire lì. In quei casi perciò o fai una stanza comune o, come è stato fatto, adibisci a dormitorio il parcheggio. Questo è stato un caso lampante di mancanza di comunicazione adeguata.

Nell’ambito della cooperazione la comunicazione è sempre stata vista e molto spesso ancora oggi viene trattata come un argomento di secondo livello e quindi considerato un di più, una cosa marginale e perciò, ancora peggio,qualcosa che si fa nel momento in cui il progetto è fatto e finito, a volte confondendolo con una parolaccia come “visibilità”, che di per sé non sarebbe una parola sbagliata, nel senso che bisognerebbe far vedere quello che si fa ma che in realtà viene intesa solo come buona immagine di quello che si fa nella cooperazione italiana. La visibilità spesso non ha nulla a che fare con il buon progetto, la visibilità non è comunicazione. Fino a non molto tempo fa questa parte era considerata molto marginale dalle Ong.
È anche vero che le Ong, stando più vicine al territorio ed essendo espressione di parti della società civile dovrebbero avere ancora più ragioni per capire e per utilizzare una buona comunicazione, per informare prima di tutto i donatori del territorio e le persone che vi partecipano. Le Ong, inoltre, avendo per controparte società civili o piccoli villaggi, comunque non solo istituzioni, dovrebbero fare in modo che questi interlocutori capiscano bene e che soprattutto siano loro a comunicare qualcosa su quello che si aspettano, su come vedono il progetto e su come lo vogliono gestire.

Nel mio lavoro spesso mi sono trovato a mettere delle pezze a progetti in cui c’era una piccola quota riservata alla comunicazione e a convincere gli altri che costituiva invece una parte integrante del progetto. Questo è un elemento raramente compreso, le Ong un pochino ci sono arrivate ma non tutte e soprattutto non ci è arrivata l’istituzione.
La nostra Direzione si è dotata di Linee Guida per la comunicazione; una volta consistevano in un manuale su come si fa la targa, su cosa deve esservi scritto, l’adesivo e tutto il resto; un po’ abbiamo superato questa ipotesi ma anche le Linee Guida attuali, sono solo un punto di partenza per cominciare a parlare di altri aspetti. La comunicazione, per cominciare, deve essere fatta in entrambi i luoghi da parte di vari partner, in patria, e da parte del cosiddetto beneficiario, beneficiario che deve essere partner anche della comunicazione e quindi avere gli strumenti per comunicare. I progetti devono avere non soltanto la partecipazione ma anche il consenso sociale senza il quale il progetto non ha senso.
I progetti stessi in molti casi dovrebbero essere intesi come progetti di comunicazione e non come la comunicazione rispetto ai progetti, sono due cose diverse: i progetti di questo tipo ancora abbastanza rari. Si potrebbe cambiare in questo modo l’intero sistema delle comunicazioni dei paesi in cui si attua il progetto, dalla formazione dei giornalisti alla legge sulla stampa e così via.

Al momento sono in atto progetti di questo tipo? Voi ne curate qualcuno?
Ce ne sono ma si contano sulle dita di una mano. Ho seguito un centro di documentazione per un sindacato di comunicazione in Sud Africa ai tempi della fine dell’apartheid e più recentemente la ristrutturazione di un’agenzia palestinese, la Wafa, un’agenzia stampa che all’epoca era una specie di servizio stampa di Arafat che aveva sede a Gaza e ora ha sede a Ramla. Abbiamo fatto anche un media center, in collaborazione con le Ong e con l’Arci a Belgrado, in una situazione complicata come i Balcani. Negli ultimi anni questi progetti vengono appoggiati anche dai direttori delle UTL (Unità Tecniche locali). In alcune UTL, ho scritto dei progetti come “Comunicare la comunicazione”, quindi intesi proprio per far questo, come riuscire a comunicare bene e chiedersi: “Che strumenti ha l’UTL per farlo?”. Di qui la necessità di dotarsi di un sito, mettere insieme i donatori, le Ong e gli altri partecipanti in rete, in discussione, per comunicare quello che si fa e per farli partecipare e anche organizzare mostre, eventi sulla cooperazione.
Adesso in Palestina si sta lavorando, dopo tre anni di attività, alla terza fase del progetto “Comunicare la comunicazione” e a Gerusalemme, finalmente, si faranno dei corsi di aggiornamento per giornalisti. In un paese particolare come quello di Israele, si tratta di operare per dare degli strumenti soprattutto per lottare, per avere una legge sulla stampa più aperta, considerando il fatto che i giornali possono essere chiusi in qualsiasi momento.
In generale c’è ancora pochissimo attenzione sulle possibilità di stampa e televisione indipendenti. Lo stesso vale per l’Iraq, dove non c’è un UTL ma c’è la Task Force Iraq, organizzazione, il nome lo fa capire, che prima era militare-civile mentre adesso, da qualche anno, è completamente nelle mani della nostra Direzione Generale alla Cooperazione allo Sviluppo. La Task Force, soprattutto in questa fase, in cui si sta piano piano pensando di lasciare il paese, deve raccontare quello che sta facendo e ha fatto. Si tratta comunque di progetti di grande interesse in una situazione difficile come quella della guerra. Progetti di capacity building,di comunicazione interna, progetti che vanno a formare le istituzioni locali, progetti di patrimonio culturale, ambientali, tutta una serie di progetti in cui la comunicazione ha un ruolo centrale. Anche lì, se non c’è consenso, partecipazione e conoscenza dei fatti nulla può funzionare.

Per quanto riguarda il privato sociale, le Ong, ci sono casi di progetti di comunicazione analoghi a quelli che hai elencato?
Ci sono ma sono abbastanza rari. Alcune Ong hanno un buon impianto comunicativo, come il Cesvi di Bergamo, che nasce proprio con una grande vocazione alla comunicazione. Fanno un lavoro sulla comunicazione notevole sia di comunicazione rispetto ai progetti, sia nel modo di presentarli. Un altro che si occupa molto di comunicazione sia in Italia che all’estero è invece il Cospe di Firenze che è diventato un punto di riferimento nazionale per ciò che riguarda media e intercultura, media e immigrazione.

Se tu dovessi realizzare un piano di comunicazione in occasione di un progetto in un paese in via di sviluppo che riguarda, mettiamo, l’inclusione di bambini disabili all’interno di una scuola, come ti muoveresti?
Intanto la prima cosa che farei è inserire la comunicazione nel progetto, cercando di farla entrare a ogni livello, come parte consistente e sostanziale e che sia economicamente supportata. E’ necessario poi che ci siano le competenze necessarie per portarla avanti, quindi le risorse umane e che non si riduca l’attività alla semplice dicitura “attività promozionali”.
Occorrono poi delle azioni preventive, come quelle di allertare la società di cui si fa parte e i partner più importanti che sono nel nostro paese e nel nostro ambito, non soltanto per avere più fondi ma soprattutto per avere quel consenso di cui si parlava. E poi ci sono una serie di input importanti non soltanto economici che poi ricadranno sul progetto e che ci serviranno per preparare le basi di quello che sarà il ritorno di visibilità.
Un esempio di questo tipo è rappresentato dal Magis, un’Ong dei gesuiti italiani, che ha lavorato in Albania con i non udenti anche attraverso il teatro. Gran parte del successo di questo progetto è stato quello di portare in Italia lo spettacolo di questi ragazzi. Ecco questo è un esempio di comunicazione nel senso più normale del termine. Solo che a queste cose ci si pensa dopo, a progetto finito, raccontando solo i risultati e questo non basta. Sia perché sono finiti i fondi, sia perché ti accorgi che non avevi fatto la giusta documentazione, che non avevi fatto le riprese video, scattato le foto. Bisogna quindi inserire la comunicazione in tutte le fasi del progetto e fare il modo di garantire la sua sostenibilità.
La sostenibilità di un progetto, poi, in quanta parte è sostenuta dalla comunicazione? In larghissima parte! I materiali di quel progetto se non vengono curati sono semplicemente i distillati di una relazione che nessuno si legge, che non leggono nemmeno le ONG.
La comunicazione invece va inserita all’interno del progetto, è uno degli elementi fondanti, a tutti i livelli, pensando prima di tutto all’ownership, alla partecipazione democratica di tutti, dei donatori che capiscono effettivamente che cosa stanno donando, senza tuttavia proporre argomentazioni patetiche.
Questo lavoro di comunicazione va fatto prima, durante e dopo il progetto, per costruire un ambiente prima di tutto non ostile, poi consenziente; per poter ricevere un aiuto da parte di tutte le agenzie possibili, di tutte le istituzioni e anche della società civile che è possibile coinvolgere.

Faccio un altro esempio. Ho un amico che ha delle belle idee e mi ha chiesto una mano per scrivere un progetto sulla conservazione della musica africana finanziato dall’Istituto sonoro nazionale. Quando ho letto il suo progetto, mi sono accorto che non aveva messo niente su che cosa si sarebbe fatto con tutto il materiale raccolto. Invece quello che poteva venirne fuori era una cosa bellissima; una mediateca di musica tradizionale africana, fatta attraverso una ricerca nei paesi, a contatto con la gente, frutto di registrazioni, quindi anche un lavoro antropologico importante. Il prodotto finale poteva diventare così una mediateca in Italia e nel paese d’origine.
Dobbiamo far vivere quello che abbiamo e pensare anche a come può vivere dal punto di vista della comunicazione questo progetto, che materiali ne emergono, chi ne è coinvolto.
Da qui si parte. Dopo bisogna fare una scelta e capire come in quel paese si comunica. Tutto questo deve essere studiato prima per capire quali possono essere gli strumenti giusti da utilizzare e naturalmente capire il linguaggio con cui devi parlare alla gente. Comunicazione vuol dire anche questo: farsi capire. Per questo è importante conoscere non solo gli strumenti altrui ma anche i loro codici e lavorare molto su quello.

C’è un bellissimo progetto che ha molto a che fare con quello di cui stiamo parlando; è un progetto che è stato sostanzialmente seguito da un ragazzo, Guido Geminiani, che è stato per un certo periodo un cooperante in Uganda in cui c’è uno dei più grandi ospedali dell’Africa, fatto da una coppia di medici occidentali, al confine con tre – quattro paesi. Questo ospedale è diventato importantissimo e ha una storia molto bella e drammatica perché lì ci furono le febbri emorragiche; prima la moglie e poi il marito morirono proprio perché si erano infettati curando i malati.
Qui quello che sono riusciti a fare, è stato di africanizzare completamente l’ospedale; dai medici all’ultimo degli infermieri sono tutti africani e oggi questo ospedale ospita qualcosa come cinquecentomila persone all’anno. Accoglie anche, in un apposito settore, bambini non accompagnati, anche lì centinaia, migliaia e qui si parlano moltissime lingue. Il ragazzo di cui ti parlavo è stato uno dei primi a lavorarci e ha inventato, in collaborazione con i dirigenti dell’ospedale, un modo per comunicare nonostante la diversità delle lingue. Devi pensare che lì spesso la gente rimane e ci vive, è così l’ospedale è diventato una città. Con quale lingua allora comunicare? E soprattutto come fai l’informazione? Hanno fatto così uno studio sulla segnaletica e sul codice per cercare di trovarne uno comune, basandosi sulle storie, i costumi, le mentalità diverse, la concezione diversa di comunicazione e di spazio, il tutto per arrivare a fare una segnaletica “esperantica”, capace di arrivare a tutti quanti.

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Due esempi di development journalism

Proviamo ad esaminare due progetti di development journalism finanziati dal bando dell’European Journalism Centre, di cui abbiamo parlato in un precedente post, per conoscerli più a fondo.

Essere virtuali in un campo profughi
Melkadida, explore daily life in a refugee camp” è il reportage fotografico e scritto (non ancora completato) che Jürgen Schrader, giornalista del settimanale tedesco “Der Spiegel”, ha dedicato ai campi per profughi somali che si trovano in Etiopia, campi che hanno la caratteristica di essere permanenti, per cui i rifugiati si trovano a vivere in condizioni provvisorie per un periodo molto lungo.

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Dato che nel bando si sottolinea l’importanza dell’uso delle tecnologie per fare informazione, in molti progetti troviamo questa componente proposta in una forma originale. Qui l’autore vuole cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica del nord attraverso dei servizi  giornalistici approfonditi che vengono resi più realistici attraverso l’uso di immagini a 360°. In questo modo, sempre secondo le parole dell’autore, il lettore, pur restando a casa sua, verrebbe a contatto con queste realtà che altrimenti gli sarebbero escluse. Le domande da porsi a questo punto sono: il lettore fino a che punto rimane spettatore? ci sarà una foto che lo farà agire? Alla fine degli ’90 si usavano spesso i termini virtuale e reale per indicare i due stati differenti in cui si trovava un utente (?) dei mezzi digitali di informazione. Si diceva anche che le persone erano più portate a empatizzare e stringere relazioni con chi non era vicino perché del vicino puoi sentire anche l’odore del sudore, la sua puzza insomma. Non vuole essere un giudizio questo ma solo una considerazione sul fatto che comunque la realtà mediata dalla tecnologia rimane sempre distante da noi – che siamo al sicuro? – e basta un rapido colpo di mouse per interromperla. In un futuro probabilmente vicino saranno coinvolti anche gli altri nostri sensi in queste esplorazioni ma rimarranno comunque queste domande: che cos’è la vicinanza, quando siamo vicini a qualcuno, che cosa significa aiutare?

Il data journalism accompagnato dalle storie
Emanuele Bompan è il giornalista de La Stampa che ha coordinato “Follow the money” un progetto che ha raccolto i dati relativi ai soldi spesi dall’Italia per gli aiuti allo sviluppo e li ha resi graficamente in modo tale da poter essere letti facilmente con un colpo d’occhio. I finanziamenti sono classificati per l’anno di erogazione, il followthemoney-1-460x295paese di destinazione, i settori d’intervento. In questo mondo attraverso delle cartine sensibili e dei grafici un cittadino italiano può farsi un’idea di quello che l’Italia fa in giro per il mondo in termini di aiuti allo sviluppo. Questo è un esempio tipico di data journalism, il giornalismo di precisione che lavora utilizzando soprattutto una grande quantità di dati. In realtà il progetto in questione è più complesso dato che un gruppetto di giornalisti e fotografi hanno anche lavorato su specifici problemi in quattro paesi (India, Sudafrica, Libano, Vanuatu), dando così anche un po’ di “carne” a dei numeri che da soli rischiano di essere troppo schematici. Il gruppo di lavoro prevedeva sia giornalisti che fotografi ed è stata una scelta giusta perché un giornalista da solo, anche se bravo e multimediale, è difficile che riesca a scrivere, fotografare e filmare bene; la divisione dei compiti è importante per avere dei buoni prodotti informativi. Anche in questo progetto sono compresenti l’utilizzo della tecnologia e la possibilità di avere già in partenza un media mainstreaming sui cui pubblicare il tutto. Che siano questi i due requisiti per essere finanziati dall’Ejc?

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Comunicare lo sviluppo, un genere di giornalismo

Il Centro Europeo di Giornalismo (European Journalism Centre, EJC) finanzia dei progetti di giornalismo riguardanti lo sviluppo e la cooperazione internazionale, c’è tempo fino al 23 luglio per proporre un progetto on line. Il progetto deve riguardare uno degli otto obiettivi del millennio previsti dalle Nazioni Unite. Ma come mai un’istituzione come l’EJC – grazie al finanziamento della fondazione Bill e Melinda Gates – dovrebbe promuovere questo genere di giornalismo?

logolongIn inglese viene definito come development journalism, ed è un termine coniato negli anni ’60 per indicare come i media trattavano le notizie di cui erano fonti le agenzie umanitarie. Sui media l’informazione sullo sviluppo è scarsamente trattata, di solito il la viene dato da qualche fatto particolare per cui se, facciamo un esempio, Save the children presenta un rapporto sulla condizione delle madri nel mondo (quinto obiettivo del millennio), allora i media ne parlano, ma raramente lo fanno di loro spontanea volontà producendo addirittura delle inchieste approfondite (il che significa anche spendere molti soldi).
Eppure un giornalismo di questo tipo potrebbe essere importante sotto molti punti di vista. Ogni paese occidentale investe una certa quantità di denaro pubblico e i giornalisti possono essere lo strumento che verifica come sono stati spesi questi
soldi, i risultati ottenuti e le contraddizioni di queste azioni. Servirebbe anche a cambiare certe idee ricorrenti nell’opinione 
pubblica. Come osserva Lawrence Haddad, il racconto dello sviluppo, complice anche l’azione dei media, è inquinato da una serie di idee ricorrenti come “si spende troppo per gli aiuti in cooperazione”, “sono soldi mal spesi”, “non sono ‘utili’ ai paesi donatori”. Tutte idee che possono essere verificate (facilmente nel primo caso) per dare un’informazione corretta alla cittadinanza. Il racconto dello sviluppo, continua Haddad, dovrebbe essere teso a far capire che siamo tutti connessi, che non esiste uno sviluppo del primo, del secondo e del terzo mondo, ma un unico sviluppo del pianeta e che ogni decisione e azione si ripercuote oramai a livello globale.

Secondo la giornalista Libby Powell, il development journalism è quello che racconta le storie, forse più silenziose, dopo che la guerra è finita, dopo che l’evento eccezionale si è consumato, quando i giornalisti se ne ritornano a casa per raggiungerelibbypowell una nuova scena mediatica spettacolare.
Un giornalista che non viene paracadutato sull’evento bellico con una scarsa preparazione, che scrive qualche diretta e poi se ne va, ma un giornalista che impiega tempo a documentarsi (che impiega semplicemente del tempo), ecco quello che occorre per fare questo tipo di giornalismo, se poi c’è una fondazione che lo finanza ben venga allora.
Leggendo i progetti finanziati nei bandi precedenti dall’ EJC (ma li vedremo da vicino in un altro post) mi sembra che siano diretti, più che a giornalisti che lavorano nelle Ong, a giornalisti che già scrivono per testate di una certa diffusione, ma l’occasione è così attraente che quasi quasi mi ci butto anch’io, se trovo il coraggio 😉

 

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Le notizie estere non interessano agli italiani?

“I 200 lavoratori morti per un incidente in India non valgono sui giornali quanto cinque morti in Europa o un morto nella tua città”: quando alla fine degli anni ’80, da autodidatta,mi stavo formando sulle tecniche del giornalismo questo era un discorso che ritornava, a volte con numeri e paesi presi ad esempio diversi, nei discorsi dei vari saggisti e giornalisti. Era un discorso condiviso sia da chi non metteva mai in dubbio i criteri di notiziabilità e la logica dei media (“E’ quella e che altro si può fare?”) sia da chi invece proponeva meno conformismo professionale (tutto è modificabile, solo la morte non lo è).

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Accanto a questo discorso c’era quello relativo al potere delle grandi agenzie stampa internazionali che avevano la possibilità di decidere cosa doveva approdare sulle pagine dei giornali o dei telegiornali e cosa no; naturalmente i criteri di selezione erano rigorosamente filo-occidentali o comunque sensibili alle notizie provenienti dei paesi sviluppati. In questi ultimi 25 anni le carte in tavola, sul tavolo mediatico, sono cambiate per via dei nuovi equilibri mondiali e dell’avvento delle tecnologie digitali.
Quello che però rimane, nonostante le fonti informative, di base e istituzionali, si siano moltiplicate in ogni angolo del pianeta, è la scarsa attenzione in Italia, nei media istituzionali italiani, per tutto ciò che è fuori dall’Italia (e dell’Europa) e il privilegiare i fatti italiani soprattutto quelli riguardanti la politica e la cronaca spicciola.
Chi lavora nel campo dell’informazione e la cooperazione internazionale ne è ben consapevole perché molte delle cose che vorrebbe far veicolare sui media mainstreaming solo raramente (molto raramente) approdano e vengono pubblicati. Oltre allo spazio ridotto che offrono i media tradizionali sui temi della cooperazione, un altro motivo di questa difficoltà ad accedere dipende anche da altri valori notizia quali l’attualità e la presenza di un evento concreto o per lo meno di una storia con un inizio e una fine. Ma per chi scrive e racconta di cooperazione l’attualità non è un valore assoluto; anche gli eventi hanno una loro importanza, certo, ma non sono sempre definibili, per lo meno in uno spazio temporale breve; molto spesso in cooperazione si parla di processi e il problema allora è: come raccontarli? e come farli diventare appetibili anche per i media mainstreaming?
Uno può porsi, giustamente, la domanda se l’approdo ai media generalisti sia così importante oggi (ma questo è un altro discorso).
Ma torniamo alle notizie estere, e parliamo, purtroppo, di morti e rapimenti. La tragedia del ferry boat affondato vicino alle coste della Corea del Sud è stato raccontato nei minimi dettagli dai media di tutto il mondo mentre una tragedia come quella del rapimento di 200 ragazzine catturate dal gruppo terrorista Boko Haram in Nigeria non è stato trattato in modo adeguato. La Corea del sud ha relazioni più strette con l’occidente, è una potenza economica e lei stessa ha potuto coprire con i suoi mezzi d’informazione la tragedia. Non è così per la Nigeria che, come osserva l’articolista del  The Guardian, Anne Perkins, è un paese di cui conosciamo poco, “… e le giovani studentesse sono svanite nel buio di un mondo pericoloso”. Eppure la reazione dei famigliari c’è stata, potente e disperata, ma pochi giornalisti se ne sono accorti.

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Africa ‘s misconception

In quella vera e propria miniera di informazione che è la sezione Global development del quotidiano inglese The Guardian è stato pubblicato questo mese un podcast che riporta un’interessante dibattito tra esperti di “cose” africane e che ha per tema la falsa percezione che si ha dell’Africa. Durante i 39 minuti di Debunking myths about Africa – questo il titolo della trasmissione – si trattano alcune parole chiave come corruzione, povertà, diritti umani, integrazione fra etnie diverse nello stesso stato.
Dai discorsi emerge intanto che è azzardato fare delle generalizzazioni su un intero continente che è grande quanto la Cina, l’India e l’Europa messe assieme, un continente che ha delle diversità enormi al suo interno. Un altro elemento che torna  è quello del retaggio coloniale e sul fatto che si parla di nazioni disegnate a tavolino, al cui interno si sono venute a trovare popolazioni diverse come lingua, razza, religione.
Di questo me ne accorgo quando scriviamo di paesi che Aifo segue con dei progetti di riabilitazione su base comunitaria; se prendiamo, ad esempio, nazioni anche piccole territorialmente come la Guinea Bissau, che sulla carta è un paese di lingua portoghese, in realtà al suo interno di lingue se ne parlano molto di più, dato che è abitata da popolazioni diverse tra di loro (la stessa cosa per essere detta per la Liberia).
Global development podcastPer quanto riguarda la povertà, nonostante il continente abbia avuto una crescita economica costante, e si sia formato un ceto medio, non c’è stata una sua riduzione complessiva: ecco questa non è una falsa percezione.
E’ più ambiguo invece parlare di mancanza di diritti civili, in particolare quelli delle persone omosessuali di cui i media se ne stanno occupando molto in questo ultimo anno. Anche qui vale il discorso della diversità del paese di cui si parla e dell’impossibilità di fare generalizzazioni. L’Africa come ogni altra parte del mondo si sta globalizzando e questo significa che anche la sua società civile è in forte trasformazione e di fronte a queste ci dobbiamo aspettare delle spinte in un senso (conservatore) e nell’altro (progressista).