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Comunicare per la propria Ong – esercizi di scrittura

E’ molto probabile che nell’anno di servizio civile che svolgerete dovrete occuparvi di comunicazione. Questi esercizi di scrittura sono pensati proprio per aiutarvi nello svolgere questi compiti.
I testi che riscriverete trattano il sociale e non la tematica strettamente di cooperazione internazionale, ma gli esempi sono validi lo stesso.

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Focsiv: comunicare l’esperienza del servizio civile in Italia e all’estero

Questo sabato per conto di Aifo, come da un po’ di anni a questa parte, mi sono trovato di fronte a una quarantina di ragazzi che iniziavano il servizio civile, chi in Italia, chi in giro per il mondo (Albania, Palestina, Equador, Tanzania…).
Il mio compito era abbastanza semplice: renderli consapevoli che al di là di quello che avrebbero fatto, sarebbe stato importante anche comunicarlo con efficacia e in un modo asciutto, senza pietismo o toni troppo carichi.

Quest’anno sentivo però un’urgenza, l’urgenza di dire che loro sarebbero stati dei testimoni preziosi in tempi come quelli che stiamo vivendo, tempi che si stanno caricando di odio e pregiudizi, sentimenti e attitudini che non portano mai a un maggior benessere o alla sicurezza, ma proprio al loro opposto.
Se qualcuno di questi ragazzi riuscirà a portare questo tipo di testimonianza, se riuscirà a modificare la mentalità di qualche persona, allora potrò dire di essere stato un po’ utile anch’io.servizio-civile-in-italia-e-allestero-comunicare-le-propria-esperienza-1-638

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Intervista a Mario Giro, profughi in Europa, orti urbani ecco il nuono numero di “Amici di Follereau”

CatturaLa lunga transizione della nuova legge sulla cooperazione e le nuove sfide dell’Europa, sono questi i temi sui quali abbiamo intervistato Mario Giro, viceministro degli Esteri con delega alla cooperazione allo sviluppo nel numero di giugno della rivista di Aifo. E a proposito dei nuovi bandi afferma: “Lo spirito della nuova legge è allargare la partecipazione. Per questo il bando della cooperazione premierà i soggetti che si presentano insieme: Ong, Terzo settore, comunità di stranieri”.
La monografia del mese è invece dedicata agli orti urbani che si stanno diffondendo sempre di più nelle nostre città. Ma perché la gente li coltiva? “I motivi sono diversi, quello economico, dato che permette di avere, soprattutto in questi tempi di crisi, degli ortaggi a un prezzo ridotto, ma anche per motivi di salute ed ecologici, poiché questo tipo di coltivazione è attento alla qualità del cibo e al consumo energetico. Poi coltivare la terra é bello e rilassante, e diventa un modo intelligente per occupare il proprio tempo libero; infine anche per un motivo terapeutico, per le persone che per un motivo o per un altro sono in difficoltà”.
Undrahbayar è invece il testimone del progetto Aifo in Mongolia, un ragazzo paraplegico che ha aperto il primo centro per la vita indipendente per le persone con disabilità nel suo paese grazie anche alla stretta collaborazione con la nostra ong.
E ancora, un’intervista a Massimo Macchiavelli della “Fraternal Compagnia” di Bologna che ha coinvolto per due mesi su proposta della Caritas di Forlì e dell’associazione Papa Giovanni XXIII, alcuni ragazzi profughi dal Pakistan e dall’Africa.
Infine la preziosa testimonianza di Mussiè Zerai sacerdote eritreo e presidente dell’Agenzia Habeshi, sulla necessità che l’Europa cambi la sua politica nei confronti dell’emergenza delle migrazioni.

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Vignette Antirazziste

La vignetta satirica con la sua immediatezza è uno strumento molto efficace per parlare di razzismo e migrazioni, intervista a Mauro Biani, vignettista de “Il manifesto”
mediterraneo migranti tritacarne
 

Come sei arrivato a fare questo mestiere?
Sono un educatore professionale, lavoro con persone disabili; questo è stato il mio lavoro principale per lungo tempo e lo faccio ancora adesso part time. Sono diventato vignettista poco alla volta; ho cominciato a mettere sui fogli delle idee, dei disegni che prendevano spunto da fatti di attualità. Scrivevo un diario per me stesso, poi nel 2003 questo diario è diventato un blog; sono stato tra i primi vignettisti a usare questo mezzo. Pubblicavo una vignetta al giorno e così con il passaparola – all’epoca i blog avevano la stessa funzione dei social media adesso – sono stato scoperto. Ho iniziato a collaborare con il giornale d’informazione sociale “Vita” e poi ho disegnato per gli inserti satirici dei quotidiani “Liberazione” e “l’Unità”. Ho collaborato anche con il “Pizzino” un giornale satirico siciliano, che aveva un linguaggio molto originale. Oggi sono il vignettista de “Il Manifesto”, una collaborazione che mi piace molto ma anche impegnativa dato che ogni giorno devo disegnare una vignetta per la prima pagina.

Il disegno, la vignetta per parlare di problemi sociali non è riduttivo rispetto al testo scritto o al video?
Sono strumenti complementari; la vignetta è una battuta, uno sguardo, è sicuramente limitata, ma vuole solo fornire uno spunto ed è complementare ad altri strumenti che sono più adatti all’approfondimento.

Chi sono gli autori che tu conosci e che raccontano meglio i temi sociali del mondo e i problemi dello sviluppo?
Mi sono ispirato come vignettista allo stile dell’inserto dell’Unità “Cuore” e avevo studiato con passione anche il giornale satirico degli ’70 “Il Male”.
Diciamo che la mia fonte d’ispirazione sono i disegnatori satirici classici italiani come Altan, Bucchi, Elle Kappa. La mia particolarità è però legata alla mia professione, sono un educatore e certe tematiche sociali, soprattutto quelle relative alla disabilità, le conosco bene.

E’ appena uscito un tuo libro “Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista”, pubblicato dall’associazione Altrinformazione, com’è nata l’idea?
Ho fatto una selezione di oltre 600 vignette che ho disegnato dal 2004 e ne ho scelte 135. Rileggerle tutte in fila è stata un’esperienza emotiva forte e mi ha rimandato a una visione complessiva, di quello che è stato ed è il fenomeno della migrazione frenato da muri e dal mare, dal filo spinato e dall’ignoranza. Queste vignette sono anche una ricostruzione storica dell’impatto dell’immigrazione sulla politica italiana.
Accanto ai miei disegni abbiamo pubblicato anche una serie d’infografiche tratte dal “Dossier Statistico Immigrazione” dell’Idos che denunciano con dei dati precisi le false informazioni che circolano sul tema. Il libro è stato finanziato attraverso il crowdfunding in sole due settimane. “Il Manifesto”, convinto dal progetto, ha voluto farne un’altra edizione in 20 mila copie distribuite in edicola e oramai esaurite. E’ la prova che c’è un pubblico interessato al giornalismo fatto con vignette satiriche e con l’infografica.

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A proposito della web serie “Status”

riunione di un gruppo di cooperanti attorno ad un tavoloCiao Nicola,
sono Andrea Tolomelli e al CEFA mi occupo di mediterraneo ed EAS. Ho letto sul blog i tuoi commenti su Status. Ovviamente ciascuno è assolutamente libero di pensarla come vuole, ci mancherebbe altro. Volevo solo raccontarti come sono andate le cose e perché il prodotto è quello che hai visto. Uno dei tre registi, Renato Giugliano, aveva già realizzato due docufilm, “Cooperanti” e “Aller et Retour” che raccontavano progetti con al centro gli stessi operatori umanitari.
Nel caso di Status, che peraltro non abbiamo prodotto noi ma si è autoprodotto vincendo il Milano film festival dedicato al web, i tre registi hanno deciso di fare una fiction che avesse come sottofondo la cooperazione internazionale, ma che non parlasse di cooperazione internazionale. Noi abbiamo dato loro informazioni sul contesto, su come si comportano i cooperanti (il discorso del capoprogetto, i sogni della cooperante, la soluzione agronomica per la vite sono esempi veri), su com’era l’Albania a fine anni 90 (lì c’ero proprio io). Li abbiamo fatti parlare con i nostri partner locali albanesi per avere un quadro chiaro su cui loro, poi, hanno montato un giallo. Onestamente la web serie non aveva scopi didattici, ma di intrattenimento. Nel film ci sono personaggi positivi (la ragazza, i personaggi in sede, la controparte locale), negativi (il sindaco corrotto) ed equivoci (il protagonista), ma essendo un giallo credo ci stia.

P.s. Ho visto Perfect Day e devo dire che il film mi è piaciuto, ma anche lì la figura del cooperante è sempre la stessa, mezzo indiana jones (e io quello non l’ho davvero mai incontrato), attempato e con la bella ingenua e giovane.

 

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Misna ha chiuso, Misna si può salvare, Misna deve cambiare

 

logo di misnadi Marco Sassi

Misna (MIssionary Service News Agency) ha chiuso il 31 dicembre; agenzia giornalistica quotidiana specializzata in notizie sul Sud del mondo, fondata nel dicembre del 1997 per volontà del missionario comboniano Giulio Albanese e promossa dalla Federazione Stampa Missionaria Italiana (Fesmi) e dal Sermis (Servizio Missionario Italiano) di Bologna, Misna ha chiuso per le ristrettezze economiche degli istituti missionari che ne portavano i costi, in particolare la Consolata, i Comboniani, i Saveriani e il PIME (Pontificio istituto missioni estere).

Cosa sta chiudendo? Sta chiudendo la Misna, ennesima agenzia di rimbalzo di news tra le decine della galassia missionaria, o sta chiudendo una voce informata e davvero rappresentativa della liaison tra Italia e Sud del Mondo?

Nel primo caso non mi listerei a lutto; la crisi veniva da lontano, dal 2009 e, non avendo entrate dirette con la gratuita messa in rete delle informazioni, era un po’ fisiologico che presto o tardi i nodi sarebbero venuti al pettine.
A stessa sorte, per vie diverse, erano giunte altre riviste missionarie italiane, alla cui sopravvivenza poco aveva potuto fare il FESMI, la Federazione Stampa Missionaria Italiana. E così avevano chiuso “Afriche”, rivista della Società missioni africane, “Missioni Francescane”, “Ad Gentes” , “Popoli”, magazine dei Gesuiti e altre.

Sì, Misna era una voce controcorrente; ma non è affondata per il fastidio che dava, ma per le secche in cui era finita, per il calo di donazioni, l’invecchiamento dei sostenitori “delle missioni”, poco rimpiazzati dai giovani, per il “crollo di energie” .
Non aveva seguito con pari velocità il tourbillon costante dei cambiamenti tecnologici nell’editoria e forse anche quelli del giornalismo del Sud del mondo.

La storia dell’agenzia dei missionari era affascinante e romantica, tipicamente espressione dell’italico modo di affaccio al Sud del Mondo, pieno di buona volontà, con scarse risorse umane, finanziarie e tecnologiche, ma soprattutto polverizzate e tetragone al lavoro di effettiva condivisione a rete appena più ambiziosa dello scambio di informazioni.

L’originalità iniziale dell’agenzia, ovvero la potenzialità dell’antenna costituita da 14.000 missionari italiani di 40 congregazioni, testimoni diretti dei fatti narrati nel Sud del mondo, alla fine si è “smorzata”; poco coinvolgimento, poco aggiornamento, troppo affidamento sulla italica “volontà di collaborare”, mentre sempre più si affermavano altre agenzie in tutta l’Africa, altrettanto radicate nel tessuto civile e sociale, ma meglio in grado di fare trait d’union con le maggiori press agencies internazionali.
Da una parte lo storytelling della volenterosa Suor Antonietta sperduta nella brousse del Madagascar ha perso il suo appeal (e pure la non più rinunciabile tempestività), mentre dall’altra cresceva una selva di giovani giornalisti africani agguerriti e aggiornati sui fatti di casa propria con professionalità giornalistica e tecnologie digitali avanzate.
E dove questi difettavano, per castrazione della libertà di stampa, come in Eritrea, era velleitario che se ne facessero carico sempre più anziani e sempre più rari volenterosi missionari.

A molti di noi è capitato di “partecipare” a situazioni emergenziali del giornalismo del Terzo settore, ricordo a proposito la non lontana crisi di un’altra bellissima testa, “Solidarietà Internazionale” del CIPSI.

La domanda da porci alla fine è una: siamo così scossi dalla chiusura di Misna da essere anche disponibili a “pagare anche di tasca nostra” la sopravvivenza di questa come di altre agenzie di stampe italiane nel sud del Mondo, ad esempio passando dall’informazione “in chiaro” a quella a pagamento on demand o con abbonamenti? E’ da questa domanda che discendono le scelte successive. Se la risposta è no, visto che tutto quello che era prodotto era non più così originale e già comunque reperibile online, anzi forse in modo anche più approfondito rispetto al copia-incolla-lima, allora altro non si può fare che lasciar perire il moribondo, cui peraltro i finanziatori hanno già intonato il de profundis.

Se, viceversa, fossimo disponibili, coerentemente, anche a cercare un salvataggio dell’esperienza, attraverso forme di nostra adesione, come un azionariato popolare, prima descriviamone perimetro, condizioni, risposte.
Ci sarà posto, nei prossimi anni, ancora a lungo per piccole esperienze frammentate, di nicchia e fortemente collegabili all’impronta data loro dai fondatori e iniziali ispiratori ?

Si può invece arrivare a immaginare fusioni e accorpamenti nelle agenzie di stampa e redazioni missionarie, rinunciando ai particolarismi ma guadagnando in allineamento di risorse tecnologiche, economie di scala, organizzazione, professionalità, visibilità ?
Può essere immaginata un’unica agenzia di stampa, in cui far confluire Misna (o quello che ne sortirà) e le varie altre Asianews (agenzia del Pime), Fides (voce delle Missioni cattoliche nel mondo) ma anche riviste, come Nigrizia, punta di diamante dei Comboniani, la dinamica “Africa rivista ” dei Padri Bianchi, “Missione Oggi” dei Saveriani , “Mondo e Missione” , ecc. ?

Se a tutti i costi devono essere salvaguardati i colori di questa o quella congregazione, bene, chapeau! Ma allora non se ne faccia una questione di esigenza collettiva di sopravvivenza del pluralismo giornalistico né di perdita di riferimenti per l’informazione italiana nel Sud del mondo; e, ogni volta che una di queste agenzie o testate andrà (prevedibilmente, ahimè) in crisi, sarà questione di esclusiva pertinenza del relativo editore.

Se invece dalla crisi di Misna dovessero uscire proposte di profonda riorganizzazione delle agenzie di stampa e della comunicazione missionaria, meno ingessata, meno polverizzata, con meno storie di testimonianza religiosa e più storie di Africa “narrante di se stessa” , io sarei il primo a esser d’accordo e condividerei in prima persona anche i costi di una proiezione verso il futuro della voce dei missionari, che provengono sì dal passato ma che devono tenere il passo col futuro.

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Che ci faccio qui?

IMG_4883Quali sono le motivazioni di un’ong? E ancora, quali sono i motivi che spingono i volontari e i cooperanti a impegnarsi e a passare periodi all’estero in posti difficili? Le motivazioni per le ong si ritrovano, di solito, nello statuto, quelle dei volontari … beh, quelle sono un po’ più difficili da individuare.

Perché parlare di motivazioni? Perché per ogni strategia di comunicazione, da quelle che riguardano l’intero gruppo a quelle che riguardano la singola azione, devono essere chiari i motivi, lo spirito con cui si affrontano le cose. Garantire questa chiarezza, significa avere un rapporto di maggior fiducia con i propri sostenitori, privati o istituzionali che siano.
Ma anche per se stessi questa chiarezza è essenziale: significa lavorare con maggiore consapevolezza.
Mi rendo conto che a questo livello il discorso è molto astratto ma si fa presto a calarlo in situazioni concrete, basta porsi alcune domande delicate (il problema, forse, è se c’è una risposta o si ha il coraggio di dare una risposta a queste domande).
Ad esempio un’ong potrebbe porsi la domanda sulla portata effettiva di quello che fa, se la sua azione incide realmente o oppure no; se si occupa solo dei sintomi e non delle cause. In un paese in guerra è utile mettere su degli ospedali, ma la guerra da cosa è causata? E come ong o come volontario come mi pongo di fronte ai motivi strutturali del sottosviluppo?
Per gli espatriati poi ci sono altre domande che riguardano il loro rapporto con i locali, con le persone: fino a che punto condivido questa situazione? Dove sta la differenza tra me e loro? Sono tutte domande che sono parenti strette delle motivazioni.

Tutto questo discorso sulle motivazioni mi è venuto in mente leggendo un libro, “Via dello stupore – dieci anni nella Turchia dell’Est” scritto da Roberto Ugolini,  Roberto e la sua famiglia (moglie e figlia) vivono da molto tempo in una zona poverissima della Turchia, vicino a Van, al confine con l’Iran e l’Iraq, e non sono una famiglia di cooperanti, dietro a loro non c’è un’ong, nemmeno una semplice associazione. La loro iniziativa è più simile a quella dei missionari anche se se ne distaccano per un elemento fondamentale: pur essendo profondamente cristiani non fanno assolutamente attività di evangelizzazione fra i locali, ma si limitano a condividere la loro condizione di povertà. Il libro è la raccolta di lettere che scrivono agli amici italiani e sono un buon esempio di educazione alla mondialità, di conoscenza della vita reale di tanti poveri del nostro pianeta. Leggendolo vengono spontanee delle domande:  “Ma cosa fate là … che lavoro, come passate le giornate…”, poi, poco a poco, si capisce che tutto parte dalla semplice condivisione di una condizione e da lì viene il resto, la raccolta del cibo per una famiglia profuga iraniana, la protesi per la mano di una bambina afgana, lo stare assieme mangiando …  E’ anche questa un’attività di cooperazione internazionale magari con il quadro logico lasciato nel cassetto. Con questo non si vuole dare dei giudizi ma semplicemente far vedere la varietà di modi in cui si può cooperare e di come siano importanti le motivazioni, anzi è da li che bisogna ogni volta ripartire.

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Se potessi raccontare storie come Nuto Revelli

La_stоria_infinita_(film)Ce le chiedono un po’ tutti e noi ne siamo sempre alla ricerca, ma ogni volta è una strada in salita che lascia alla fine un senso di insoddisfazione.
Le storie di persone, dei benificiari dell’intervento di Aifo in giro per il mondo sono la parte centrale di ogni articolo pubblicato sulla rivista che presenta un progetto, ma sono sempre le storie che i vari donor a loro volta richiedono per i loro mezzi di comunicazione. Sono le storie che riempiono i calendari, che accompagnano le campagne di fundraising, entrano nel bilancio sociale, s’infilano perfino nelle didascalie delle foto…
Eppure sono proprie le storie che mancano, racconti significativi che non si risolvono in poche righe come capita nella maggioranza delle testimonianze che raccogliamo. Non è una situazione solo nostra, sia ben chiaro: è semplicemente difficile riuscire a scrivere delle “belle” storie perchè richiedono molto tempo e cura.

In ambito italiano basta vedere i lavori di Nuto Revelli o Danilo Dolci per capire cosa significhi fermarsi per raccogliere racconti che poco hanno a che vedere con lo strumento giornalistico spicciolo e spesso strumentale che serve a risvegliare attenzione (e appetito) nei lettori, magari colorandolo con un po’ di fiction.
E’ vero che difficilmente si ha il tempo di conversare con 270 persone come ha fatto Revelli con i suoi “vinti” (i contadini e le donne del cuneese) oppure incontrarsi per un anno il giovedì  sera con i protagonisti di “Conversazioni contadine” dove Dolci crea un clima di dialogo profondo e aperto in un gruppo di braccianti, contadini e donne (siamo nel 1965).

Se è difficile creare dei contesti simili per chi lavora nel campo della comunicazione nelle organizzazioni non governative, per lo meno può tentare di guardare a quei modelli, trovare delle situazioni che permettano un lavoro di qualità che porti a dei risultati ben diversi, anche per come rimangono nella memoria delle persone che li leggono e per come incidono sui media generalisti.
Il rischio maggiore è quello, altrimenti, di raccontare un po’ le stesse cose, ripercorrere una struttura narrativa che si ripete: c’è un povero che sta male ed è escluso, poi l’incontro con un’ong cambia la sua vita, prende coscienza del suo stato e diventa lui stesso testimone. E’ quello che accade veramente, ma esistono modi diversi per raccontarlo, di qui la differenza.

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Un comunicato stampa quasi perfetto

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Aifo è una Ong particolare, in quanto è sostenuta da numerosi volontari organizzati in gruppi sparsi per tutta la penisola. Spesso organizzano degli eventi di sensibilizzazione e di ricerca fondi e scrivono dei comunicati per farlo sapere nel loro territorio. Ogni tanto ci chiedono, in qualità di addetti alla comunicazione di Aifo, di avere delle istruzioni su come farli; ecco un sintetico manualetto pubblicato nel numero di gennaio della rivista “Amici di Follereau”  (l’articolo è stato un po’ adattato a questo blog).

 

Abbiamo organizzato una mostra fotografica sugli ex malati di lebbra in sperduti villaggi della Cina meridionale: la sala è stata scelta, così anche i relatori, i volontari hanno già i loro turni. Finito il nostro lavoro? No! Questo è solo il primo passo che ne prevede uno altrettanto importante, comunicare la nostra iniziativa all’esterno in un modo preciso e nei tempi giusti. Sì, perché la comunicazione di quello che si fa è importante quanto l’evento in sé, dato che se nessuno viene ad ascoltarci, se sono poche le persone che ci leggono o ci sentono nei mass media (inclusi quelli social), allora il nostro lavoro rischia di essere poco incisivo. Non serve a raccogliere fondi, a trovare nuovi volontari o semplicemente a sensibilizzare l’opinione pubblica.

A chi ci rivolgiamo

Per fortuna scrivere un comunicato stampa è abbastanza semplice, dato che ha delle regole di scrittura condivise da tutti. Prima di scriverlo però chiediamoci a chi ci stiamo rivolgendo e cosa vogliamo da loro.
Se scriviamo un comunicato stampa diretto a un gruppo chiuso di persone che sappiamo esperte del nostro tema, o che semplicemente condividono il nostro linguaggio potremo porci pochi problemi nella scelta delle parole e nella spiegazione dei temi. Questo capita però raramente visto che si scrive per molte più persone. Ecco allora che diventa importante seguire delle norme di scrittura semplice, chiara, sintetica, non dando mai per scontato sigle (Ong, Mae, Rbc …) e parole (hanseniasi, espatriati, stigma …).

Titolo caldo o titolo freddo?

Un buon comunicato deve essere chiaro fin dal titolo. Molti giornalisti lo scrivono solo alla fine dello scritto e si limitano all’inizio a tracciare un abbozzo che serve per fissare il tema principale. Come per gli articoli di un giornale ci sono due tipi fondamentale di titoli, quelli freddi o descrittivi e quelli caldi o evocativi. I primi informano direttamente sul contenuto, i secondi lo suggeriscono e obbligano il lettore a interpretarli. Si usano i titoli caldi perché attirano più l’attenzione e danno più soddisfazione al lettore che li decifra. La soluzione nel loro impiego sta nell’usarli assieme: se si fa un titolo caldo è bene mettere un sottotitolo freddo e non lasciare il lettore nell’incertezza. Facciamo un esempio. Nel numero di novembre di questa rivista è apparso un articolo intitolato “Paradisi di guerra” che da solo può significare moltissime cose, ma grazie a un buon sottotitolo descrittivo si capisce subito che si parla delle basi militari in Sardegna.

Nell’attacco c’è già tutto

Il lead o attacco sono le prime tre, quattro righe del comunicato; in queste spazio bisogna dare una risposta precisa alle 5 W del giornalismo anglosassone, ovvero bisogna dire quando  c’è l’evento, dove si svolge,  da chi è organizzato, in che cosa consiste, perché infine si fa. Se il perché è molto importante (raccolta fondi per esempio), allora si deve cercare di metterlo fin dall’inizio (Titolo: “Una mostra fotografica per la raccolta di fondi a favore degli ex malati di lebbra in Cina”).
Può sembrare strano ma spesso i punti deboli dei comunicati scritti non da giornalisti riguardano i dettagli pratici del quando e del dove. Queste informazioni devono essere precise e chiare. Anche il che cosa è un elemento delicato che crea facilmente confusione: se nel nostro evento accadono più cose – ad esempio oltre alla mostra fotografica vi è una presentazione e poi un evento di animazione – noi dobbiamo dare di tutti questi elementi una spiegazione chiara, in ordine cronologico e, preferibilmente, scegliere quello più importante per metterlo nel titolo. Non può essere data pari importanza a cose diverse, o perlomeno è difficile e rischia di confondere il lettore.
Una volta che si è scritto un buon inizio, ci si può dedicare al corpo del comunicato, sviluppando meglio i suoi elementi. Qui abbiamo più spazio per spiegare il tema. Possiamo raccontare meglio la condizione degli ex malati di lebbra che vivono nelle zone rurali di montagna in villaggi separati dagli altri, o dare informazioni dettagliate sull’autore delle foto. Dire il perché raccogliamo fondi e come sono impiegati. Qui l’unico problema è quello della lunghezza del testo. Non si può scrivere molto in un comunicato, una pagina può bastare (3-4.000 battute di word spazi inclusi). Quest’accortezza ha a che fare invece con il lavoro giornalistico e con la possibilità che sia pubblicato sui media, stiamo parlando della sua notiziabilità.

Cerchiamo di aumentare i valori-notizia dei nostri comunicati

Noi scriviamo per un giornalista nel caso vogliamo essere pubblicati su un mass media e il nostro comunicato ha più possibilità di passare grazie ai suoi valori notizia. E’ chiaro che un comunicato stampa di un evento organizzato dal Terzo Settore non può avere una gran notiziabilità ma possiamo fare in modo di renderlo più appetibile. Se il comunicato è scritto bene e non presenta ambiguità sarà più facile per un giornalista “trattarlo”, ci dovrà perdere meno tempo a scriverlo e a inserirlo nel giornale.
Importante è anche il rispetto dei tempi. Se mando il comunicato alla sera e l’evento accade subito il giorno dopo, per i tempi di lavorazione di un quotidiano locale, sarà tardi. Lo stesso ragionamento va fatto se ci rivolgiamo ad altri media come radio, telegiornali o periodici. Tutti hanno delle loro tempistiche da tenere presente.
Uno strumento utile per vedere pubblicate le proprie cose sui media, è la creazione di una piccola agenda dove annotare l’e-mail, il telefono del giornalista o della testata che a livello locale fa informazione. Se poi costruiamo una relazione personale con un giornalista sensibile ai nostri temi, il gioco diventa ancora più facile.

La locandina non è un comunicato stampa

Il nostro testo deve terminare sempre con delle informazioni di riferimento, un numero di telefono, un’e-mail … in modo che il lettore possa contattarci per avere informazioni.
A questo punto possiamo inviare il comunicato a un mass media. L’e-mail è lo strumento più comodo e il comunicato deve essere scritto nel corpo dell’e-mail, in modo che il giornalista non debba aprire un allegato. Usate gli allegati soprattutto per le foto che possono essere di aiuto per la pubblicazione e danno una maggiore visibilità.
La grafica del comunicato deve essere sobria, occorre usare lo stesso font, non usare dei colori, variare il corpo delle lettere solo per i titoli e i sottotitoli. Sì, perché un comunicato non è una locandina! La locandina serve per essere mostrata. Non tanto letta, spesso invece si scrivono comunicati stampa che in realtà sono delle locandine, ma questo significa per il giornalista la loro riscrittura completa.

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Se le grandi Ong fanno guerra alle piccole nella ricerca dei fondi

Riporto qua per intero il commento di Marco Sassi perché i commenti su wordpress sono un po’ sacrificati (o almeno io non ho trovato il modo per renderli più visibili). Marco risponde al mio post sulla qualità dell’appello di Amnesty International non parlando di comunicazione ma del difficile rapporto tra grandi e piccole associazioni e della loro competizione nel raccogliere risorse.

“Caro Nicola, seguo con interesse il tuo blog e i tuoi articoli; non entro nel merito di quanto scrivi sulle tecniche comunicative e non so approfondire il tema dell’appeal dei messaggi o delle loro corrette o meno giustificazioni. Quello che sollecita la mia riflessione è la prima frase : <> . A che punto siamo dell’evoluzione del coinvolgimento e della relazione tra cittadino e associazioni? Secondo siamo in un punto topico, di uscita dal mondo di nicchia, ma anche di distacco sempre maggiore. Chi lavora nel campo dell’associazionismo conosce bene il fenomeno di sempre maggior assenza di volontari , che non è stato favorito dalla grande comunicazione di massa, anzi , caso mai rallentato . Ed è nell’esperienza di molti di noi il problema della continua diminuzione ogni anno di contributi diretti o indiretti, ad esempio attraverso il 5 x mille, a vantaggio delle big, le grandissime organizzazioni internazionali, a volte nemmeno con sede in Italia, da Oxfam ad Actionaid, che stanno competendo tra loro per contendersi oltre la metà della raccolta, finanche a superare la decina di milioni di euro raccolti col 5 x mille. E’ chiaro che questa competizione implica grandi spese (la tua busta è stata recapitata solo a te oppure a decine di migliaia di altri cittadini?) , implica grandi risorse di personale e quindi sempre maggiori spese per voci diverse dai progetti cui il cittadino , per lo più ignaro, crede di contribuire. Deve essere anche noto e condiviso un altro aspetto: chi fa un bonifico a una grande associazione con sede a …….. non lo farà anche all’associazione di volontari al 100% che opera sottocasa ; molti esperti additano in circa 50% il numero di associazioni destinate a scomparire nei prossimi 5-10 anni. E con loro tutto il bagaglio di esperienze, ma anche di coinvolgimento capillare e diffuso, dalla sensibilizzazione al lavoro con le comunità dei migranti all’educazione allo sviluppo. Dove mi sta portando questa riflessione? A una divisione conflittuale tra grandi “cattivi” e piccoli “buoni”? No.
Mi piacerebbe una maggior collaborazione a rete, tra, da una parte, il sentire delle piccole associazioni, con grande esperienza di campo e il merito di aver aperto la strada di sensibilizzazione dell’opinione pubblica , e, dall’altra, le capacità di attirare a sé fondi e risorse delle big ten ubiquitarie, onniscienti, onnipresenti, onnifacenti, che poi scontano tuttavia grandi lacune e approssimazioni nel lavoro di campo, sia sul territorio dei Paesi verso cui sono raccolte le oblazioni, sia sul territorio italiano. C’è una grande sfida da giocare , la marginalizzazione dei piccoli non giova neanche ai grandi, la cooperazione deve essere proposta e sviluppata a tutti i livelli “.

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Il giusto equilibrio dell’informazione sulla povertà

DevtElement-864x1024Quali sono gli elementi su cui si deve basare una buona infomazione sul problema della povertà del mondo? Che cosa si aspettano i diversi pubblici di riferimento dai nostri messaggi (e soprattutto cosa non vogliono sentire)? Sul web si può leggere un breve manuale “The Development element – Guidelines for the future of communicating about the end of global poverty” curato da Jennifer Lentfer docente alla Georgetown University che cerca di dare una risposta a questi quesiti. E’ un testo tipicamente statunitense che ti dice in un modo molto pragmatico e schematico cosa fare e cosa non fare, ma rimane interessante ugualmente.

Chi comunica questo tema deve cercare di trovare un equilibrio tra elementi che entrano in conflitto tra di loro.  Come ad esempio raccontare in modo appropriato e interessante un tema complesso senza essere noiosi o difficili. Riuscire a coinvolgere il lettore in storie che suscitino empatia senza per questo scadere nel pietismo o nei luoghi comuni (poverty porn). E ancora introdurre un problema senza per forza darne una soluzione, perchè attualmente non esiste e ancora deve essere trovata. Una narrazione questa che va contro alla narrazione completa (cioè che ha un inizio e una fine e non lascia il lettore in sospeso) e che troviamo abitualmente sui media.

Jennifer Lentfer e i suoi studenti indicano anche una serie di consigli che possono aiutare in questo: come produrre informazione a livelli diversi di approfondimento che vada incontro a pubblici diversi (spettatori, lettori, donatori); evitare un linguaggio da addetti ai lavori, raccogliere la voce dei diretti interessati, parlare di tecnologie non in termini unicamente enfatici ma di ciò che realmente può servire, parlare anche dei propri errori e non solo dei propri successi…

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Dono di più ad un bambino che piange o ad uno che sorride?

Vi ricordate quella scena del film “Ecce bombo” di Nanni Moretti in cui dice a proposito di un invito: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
Questo è anche il dilemma di chi comunica lo sviluppo o meglio il mancato sviluppo del pianeta, non sa bene che registro adottare. Sono finiti i tempi, o meglio, dovrebbero essere finiti i tempi dei messaggi pietistici e delle foto con bambini africani in condizioni di estrema povertà, che hanno come accompagnamento sonoro, se si tratta di video, qualcosa di immancabilmente classico e un tantino funereo. Questa modalità di comunicazione non funziona perché tende a suscitare nel lettore/ascoltatore un senso di colpa più che di responsabilità, un senso di vergogna che non viene scritto nel messaggio e che più o meno risuonerebbe così: “Tu sei fortunato, vivi con tutto il necessario, anzi di più e non fai niente per questo bambino che sta morendo?”.
Il problema di questo modo di comunicare è anche quello di essere poco rispettoso verso le persone che hanno bisogno, rappresentandole come soggetti – anzi oggetti – passivi, da aiutare “Che tanto da soli non ce la farebbero”.

Anche una proposta di segno inverso, dove il bambino sorride, è sano, è in via di guarigione dalla povertà, presenta dei problemi etici di comunicazione e anche di efficacia. Dalla povertà non si guarisce, non è certo una malattia; si è poveri per motivi di carattere politico ed economico. Quindi non è corretto puntare solo su un messaggio di speranza, sottolineando le capacità dell’individuo, che in realtà da solo può fare poco (figuriamoci un bambino). La questione del perdurare della povertà è complessa, difficile da spiegare, da raccontare. Inoltre un lettore/ascoltatore occidentale ha delle coordinate culturali e delle esperienze di vita lontanissime da quel bambino, perchè lo capisca deve andare oltre quel sorriso, per conoscerlo occorrono spiegazioni di natura diversa.
Il problema per un comunicatore allora diventa quello di come raccontare cose così complesse in poche parole. Forse è proprio lo strumento pubblicitario (scritto e video) che per sua natura non ce la può fare, racchiuso com’è in uno slogan, con tempi rapidi, su di un registro che deve per forza stupire.

A volte gli slogan sono dei veri tranelli di senso che portano a pensare altro. Ad esempio, una scritta breve, che accompagna spesso le richieste di sostegno di un’adozione a distanza, suona più o meno così: “Basta un euro per salvargli la vita…”. Non è un vero e proprio slogan ma ad ogni modo si può interpretare questo messaggio anche così: “La vita di questo bambino vale solo 1 euro” il che è molto poco. Lo so, sto stiracchiando il senso, ma quando si comunica sinteticamente si aprono spazi di interpretazione maggiori dato che le spiegazioni non sono esaurienti.

Stamattina mi è arrivata una lettera da Actionaid nella buchetta della posta che conteneva queste immagini:
malawiQui il bambino sorride con il berretto di Babbo Natale in testa; le cartoline sono accompagnate da un testo decisamente dal tono patetico, forse è scritto in questo modo perchè è stato pensato per un certo tipo di pubblico (si parla così con una persona molto anziana).
Ora io non so come scriverei una comunicazione del genere, ma come lettore vorrei essere più coinvolto, sapere di più di questa bimba, Alima, perché è povera, come vive la sua famiglia, vorrei conoscere il suo ambiente e forse sarei più motivato a donare qualcosa.

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Chi c’è la fuori? Qualcuno mi ascolta?

silversurferQuanto vale la comunicazione che facciamo per la nostra Ong? Come possiamo misurarla? E alla fine cosa serve questa conoscenza, come possiamo utilizzarla? Queste domande me le sono fatte dopo aver letto l’articolo di Emanuela Citterio dal titolo “Il bene si può misurare: l’ultima sfida del non profit”, pubblicato sulle pagine on line di Avvenire il 31 ottobre scorso.
Il tema è quello di come misurare le attività di una organizzazione non profit per capire l’efficacia della sua azione in termini di numeri, valori monetari … Discorsi di questo genere spesso sono accolti con diffidenza dalle Ong per paura di andare incontro a nuovi obblighi burocratici, di vedere appiattita la propria azione solo su parametri monetari, oppure, nei peggiori dei casi, di vedere aperti armadi che si vuole tenere accuratamente chiusi (di dover spiegare con precisione come vengono spese le risorse raccolte).

Nel caso di chi comunica, il discorso della rendicontazione non è poi così diverso. Può essere affrontato semplicemente sommando tutte le risorse economiche che gli sono state assegnate e farne un confronto con i risultati. Un risultato può essere ottenuto facendo un calcolo dei mass media in cui è approdato (dove sono stati pubblicati gli articoli, trasmessi gli spot…). Più difficile diventa invece misurare il pubblico, chi ci ha letti e soprattutto chi ci ha ascoltati veramente. Questo tipo di misurazione può essere solo sommaria, perché se un calcolo dei lettori potenziali è sempre possibile farlo (del resto anche nei formulari dei progetti esistono delle voci specifiche), una conta di chi abbiamo “toccato” con il nostro fioretto, beh questo … presenta notevoli problemi. In questo caso la grande interattività che offrono i social media, può essere un buon indicatore, non tanto i “Mi piace”, ma chi ci commenta, chi si prende il disturbo di dialogare con noi. Utilizzare i social media nella nostra comunicazione offre quindi questo valore aggiunto, di tipo qualitativo.

Recentemente ho presentato ad Aifo, un breve resoconto su un anno e mezzo di lavoro di comunicazione della missione in Mongolia. Ho elencato i mass media raggiunti, il tipo di prodotto (foto, scritti, video) pubblicato per capire cosa “rende” di più in termini di facilità di accesso ai media mainstreaming e mi sono accorto anche di un’altra cosa: molto materiale è stato utilizzato per i mezzi di informazione del gruppo e per le proprie iniziative come calendari, presentazioni ai convegni … Quindi nel calcolo del valore della comunicazione va aggiunto anche questo uso interno che poi altro non è che una porta che si apre verso l’esterno.
Infine un altro calcolo non facile: come misurare l’impatto che la propria comunicazione ha all’estero, nei paesi in cui si opera. Se il progetto prevede un’iniziativa del genere allora si ritorna al caso di sopra, ma i progetti di cooperazione che prevedano parti di comunicazione importanti sono rari come la tigre bianca.

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Blog che raccontano il mondo

Conosco tutta una serie di persone, alcuni direttamente – e per me è stata una fortuna – che parlano di sviluppo e di sud del mondo; non sono giornalisti, non sono cooperanti o meglio lo sono, ma in un modo individuale e libero. Per comunicare usano con naturalezza e passione le pagine di un blog. Sono molto liberi nel loro raccontare, non devono assoggettarsi alla scrittura giornalistica, né fare titoli “catturattenzione”; nemmeno devono parlare del proprio gruppo (ong o vuoi che sia) per mostrare come il proprio progetto va avanti, che benefici porta alle persone del luogo, non pensano molto ai propri donors. Perfino l’uso delle tecnologia è funzionale: testi, video, foto vengono pubblicati perché hanno un discorso da fare, ma rimangono comunque lontani dalla”fighetteria” tecnoculturale.

Sono persone che hanno scelto percorsi esistenziali particolari, che abitano nei posti di cui parlano e ci stanno da parecchio tempo. Ecco, il tempo, che ancora una volta ritorna come discriminante, quando si parla di un discorso profondo di comunicazione. I loro blog sono interessanti non solo perché estremamente liberi (dettati dal cuore) ma perché sono frutto di un’esperienza che matura lentamente.
Ve ne presento tre in modo molto sintetico.

awaragi

Sunil Deepak è un medico indiano che ha lavorato per 30 anni in Aifo e in questo periodo ha girato ogni angolo del pianeta per verificare scientificamente come funzionava la riabilitazione su basa comunitaria verso i disabili, i malati di lebbra… ad un certo punto della sua vita ha deciso di “seguire solo le ragioni del suo cuore” ed è ritornato in India con l’idea di fare il medico nelle comunità indigene, la fasce di popolazione che vengono poi escluse dal progresso economico. Il suo diario che mescola ricordi personali  e immagini molto belle, racconta questa ricerca di un luogo, non sa ancora quale sarà, dove passerà i suoi prossimi anni, forse la parte finale della sua vita. I suoi reportage sono rari ma molto lunghi e raccontano un’India periferica come i mass media spesso non sanno fare.
ghanaway

Antonella Sinopoli era una giornalista dell’Adnkronos prima nella redazione di Napoli e poi a Bologna che ha deciso oramai diversi anni fa di cambiare vita e di occuparsi di Africa. Dal 2010 ha cominciato a frequentare il Ghana e da un anno vi è pure andata ad abitare in una località sul mare vicino al confine con il Togo; qui ha allestito uno spartano resort per turisti e ha una vendita di pane. Il suo diario racconta la vita in quel paese dal basso, non dal punto di vista di una bianca che lavora in una struttura come un’ong o un’ambasciata. Molto spesso le sue riflessioni riguardano i pregiudizi, le stereotipie, anche quelle che i neri hanno verso i bianchi perché il suo discorso non è mai a senso unico.

a piedi nudi

Emma Chiolini, invece è una ragazza che ha deciso di partire per il Brasile come laica missionaria comboniana. Laggiù si occupa di carcere, è arrivata nel novembre del 2013 e chissà quanto ci rimarrà. La sua testimonianza racconta una realtà specifica, quella carceraria brasiliana che a dispetto della sua drammaticità e delle sue dimensioni, presenta anche aspetti innovativi che danno dignità al carcerato non visto come persona da punire ma da rieducare. Esempi questi che servirebbero molto anche al nostro paese dove le carceri sono degli inferni e basta.

A volte mi domando dove finiranno tutti queste narrazioni, se la rete ne conserverà sempre una memoria o se in futuro saranno cancellati … non so cosa succederà. So che nella rete si accumula molto materiale prezioso che gli studiosi del domani potranno analizzare e avranno a loro disposizione delle fonti che nessuno aveva mai avuto prima.
Da parte loro i blog sono come un normale libro, hanno un inizio e una fine, e quando finiscono, rimangono come delle piccole isole abbandonate nella rete su cui soffermarsi.

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Essere presenti sul web è un lavoro complicato

Sempre più i gruppi esteri Aifo sono presenti sul web con propri siti. Come sono fatti? Come si relazionano con i social media? Come metterli in rete con quello italiano?

Il sito web di Aifo ha un ruolo centrale nella comunicazione del gruppo ma la presenza sul web non si limita ma si va sempre più arricchendo con nuove pagine digitali: esiste anche un sito web e una pagina Facebook di Aifo India e di Aifo Brasile.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire come si è arrivati a questa varietà di strumenti per informare.

L’importante è comunicare, bene e tutto
Per una struttura complessa come Aifo una comunicazione di buona qualità verso l’interno e verso l’esterno è una necessità. Scambiarsi informazioni fra le varie parti che compongono un gruppo strutturato in varie organizzazioni in Italia e all’estero, non è un’esigenza di secondo livello ma una priorità. Anche l’immagine complessiva verso l’esterno deve essere coerente e rappresentare bene quello che fa l’intera struttura.
In questo caso sono di grande aiuto le tecnologie digitali che permettono una comunicazione, anche in tempo reale, a costi ridottissimi e garantiscono la possibilità di pubblicare (sul web) informazioni scritte, ma anche multimediali, in modo rapido e sempre con spese contenute.
Aifo ha avuto in questi ultimi anni dei profondi cambiamenti organizzativi e si sta avviando sempre di più verso una sua internazionalizzazione, ovvero nei paesi dove Aifo è più strutturata sono nate delle organizzazioni locali con competenze che riguardano non solo la conduzione di un piano o di un progetto ma anche la raccolta fondi e la comunicazione.
In particolare quando si parla di comunicazione si deve fare i conti con le realtà culturali locali che portano con sé caratteri specifici. Il problema diventa allora quello armonizzare le varie parti e di avere un piano di comunicazione complessivo che identifichi l’azione di Aifo anche se viene svolta in paesi completamente differenti.

Non solo .it ma anche .br e .in
Cerchiamo ora di conoscere da vicino come sono fatti questi siti, sia da un punto di vista grafico che analizzando il tipo di informazione che fanno.
“Brasa” acronimo di Brasil saude e acao (Brasile Salute e Azione) è il nome dell’organizzazione e anche del sito che riporta in alto a destra nella home page il motto “Azioni di valore”.brasile_site
Disposto su due colonne, il sito oltre ad avere i classici riferimenti al “Chi siamo” e a “Contatti”, si suddivide in sezioni denominate “Notizie” e “Articoli” – anche se la distinzione tra le due aree non è chiara – che rappresentano la parte dinamica del sito e le sezioni “Progetti” e “Informazioni tecniche” che raccolgono invece la documentazione di progetti e linee guida.
Nella home page figura un banner su cui scorrono le immagini relative ai pezzi pubblicati sul sito che è stato creato nell’agosto del 2013 e su cui sono stati pubblicati 13 post (uno al mese circa).
Al sito viene associata anche una pagina Facebook; una scelta che bisogna sempre fare dato che oramai la gente raramente va su un sito per leggere qualcosa ma viene portata lì da un social media come Facebook. Questo significa che pubblicare del materiale sul proprio sito è solo una prima parte del proprio lavoro di promozione di contenuto, a cui deve seguire la sua condivisione su Facebook, Twitter e altri social network. Questa “gioco” però funziona se viene fatto con una certa continuità e curando il rapporto con i lettori, i fan, o le persone che si seguono e da cui veniamo seguiti su Twitter. Nel caso di Brasa sono stati fatti pochi post sulla pagina Facebook che ha solo 55 “Mi piace” così come su Twitter vi sono solo due post.

Amici di Roul Follereau, Aifo India” si legge nell’intestazione della home page; a sinistra il logo ben evidente dell’ong madre. Poi due menù sopra e sotto una grande immagine che copre quasi tutta la schermata iniziale. In questo modo accattivante si presenta il sito indiano che con pochi elementi – compreso a destra un bottone rosso per le donazioni – dice subito da chi è fatto e di cosa si occupa; a chiarire ogni dubbio la scritta, in caratteri cubitali posta poco sotto l’immagine grande che recita: ”Siamo un’organizzazione no profit che ha lo scopo di eliminare la lebbra in India, assistere le persone disabili e assicurare una buona qualità di vita a donne, bambini e ad ogni altra persona emarginata”. Il concetto viene rimarcato anche da quattro parole chiave (lebbra/disabilità, salute, educazione, mezzi di sussistenza), messe in evidenza graficamente e che linkano ad un’ulteriore spiegazione.india_site
Il menù in alto riprende gli stessi discorsi dando altre informazioni sul “Chi siamo”, “Dove siamo”, descrivendo le reti a cui essi aderiscono, offrendo la possibilità di fare volontariato .
Il materiale anche se ben suddiviso (eccetto la pagina sui progetti che sono contenuti tutti in un unico lunghissimo articolo) non viene aggiornato con delle novità e anche le parti più interessanti (Life stories) sono solo due, inserite probabilmente fin dall’inizio ma lasciate “sole”.
Più completo invece è il modo in cui il sito si collega ai social network. La pagina Facebook è attiva fin dal 2011 e contiene un certo numero di post, molte foto, ma riesce a raccogliere solo 225 “Mi piace”. Esiste anche un profilo su Twitter sui però sono stati postati solo 5 post in un anno e mezzo di attività. Per completare il quadro della presenza di Aifo India sui social media ricordiamo un canale Youtube (5 video caricati con quasi nessuna visualizzazione) e un recente profilo su GooglePlus dove vengono postati soprattutto i propri video.

Oltre la presenza occorre la continuità
Fare un sito ed essere presenti sui social media o, in altre parole, organizzare la propria attività su internet, è diventata una strada obbligata e i gruppi esteri di Aifo la stanno percorrendo. Occorre però essere sempre presenti on line, vivere la rete, altrimenti i mezzi che utilizziamo perdono velocemente di valore.
Un sito web deve avere sempre un certo aggiornamento e i suoi contenuti devono essere portati sui social media. Ma anche i social media devono essere “abitati”. Oltre a postare bisogna creare attorno a se una rete di lettori/fan/follower così come anche a nostra volta dobbiamo essere lettori/fan/following di qualcun altro. Più la rete di relazione si allarga, maggiori sono gli scambi. I grandi numeri non vogliono dire qualità, questo è vero, ma la qualità viene assicurata se chi sta dietro a queste operazioni ha cura dei contenuti che immette, così come delle relazioni che si intrattengono (le risposte, i commenti …).
Un passo ulteriore è quello di mettere in rete i siti Aifo in Italia, in India, in Brasile scambiandosi non solo i link ma proponendo gli uni agli altri degli articoli da pubblicare.

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Pace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre della rivista Amici di Follereau

settembrePace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre di Amici di Follereau, la rivista di Aifo.
“Non ci deve consolare il fatto che la corruzione sia una manifestazione antica – dice Luciano Ardesi nell’articolo di apertura -. Come un fenomeno carsico si riaffaccia continuamente nel corso della storia, anche recente. Un po’ per abitudine, un po’
per convenienza, sembra che le coscienze si addormentino di fronte al ripetersi degli episodi”.
Come parlare di non violenza in contesti di guerra? E’ quello che l’ong Operazione Colomba sta facendo in Albania, Libano, Colombia e in Israele/Palestina. I suoi volontari si interpongono nelle situazioni di conflitto cercando di trovare delle soluzioni basate sulla nonviolenza.
Di tortura invece si parla in occasione di “Stop alla tortura” la campagna di Amnesty International contro una pratica diffusa in tutto il mondo e spesso accettata in nome della lotta al terrorismo.
Il dossier della rivista – scritto da Enrico Populin – è dedicato ad un approfondimento di cosa sia e come operi la Rbc, la riabilitazione su base comunitaria.
L’appello del mese invece riguarda la scuola di formazione professionale “Familia Agricola”, un progetto sostenuto da Aifo nel Tocantis, uno stato posto nel centro del Brasile,
Per finire un articolo che esamina da vicino come i gruppi Aifo, che operano all’estero, usano i social media e il web in generale per fare informazione e comunicare le proprie attività. Buona lettura!

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Bereket non esiste ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Sta raccontando la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.

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Il gioco dovrebbe essere chiaro dato che anche nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni –  “…di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.
L’idea è stata lanciata in occasione della presentazione del rapporto, intitolato “L’ultima spiaggia. Dalla Siria all’Europa, in fuga dalla guerra” come si precisa in un articolo dell’Huffington Post (Italia).
Ma leggendo i commenti e le reazioni dei lettori, qualcosa non sta funzionando.
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Il primo post risale al 22 marzo di quest’anno e si riesce a leggere tutto lo storytelling in pochi minuti. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Il racconto è corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante…
Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna.
I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.

Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun’altro invece non riesce ad inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Oltretutto le persone sono abituate a leggere storie come queste sui romanzi (lì il patto con il lettore è chiaro), oppure su un fumetto, un film, ma non si è abituati a trattare le pagine Facebook come dei racconti inventati. Dalle pagine Facebook ci si aspetta, almeno fino ad oggi, delle cose vere, come la pubblicizzazione di un gruppo, di un’iniziativa, di un personaggio pubblico (non certo di un personaggio inventato).
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento (fare dei tentativi nuovi è pur sempre un atto di coraggio), no, quello che per me è deludente, è lo stile della narrazione, che tende al patetico, ma immedesimarsi non porta necessariamente a questo.

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Spontanei, efficienti o cool: i tanti modi per raccontarsi con i media digitali

Gli strumenti di comunicazione digitali offrono delle enormi opportunità a quei gruppi che non hanno molti soldi da spendere in comunicazione e in genere a tutte quelle organizzazioni sparpagliate in giro per pianeta (come è il caso delle ong). Oggi vi racconto come abbiamo portato la voce (e il volto) di tre cooperanti locali all’assemblea nazionale di Aifo.
Il compito era quello di far parlare, all’interno dell’incontro di due giorni, i responsabili di tre programmi paese (Brasile, Mongolia, India) attraverso un intervento video di pochi minuti, giusto per avere un’idea della loro situazione e anche per dare un po’ di movimento ai lavori attorno a un tavolo. Avevamo poco tempo per recuperare queste testimonianze, solo qualche giorno, e in più le persone da coinvolgere avevano degli impegni personali. Dopo averli avvertiti con un’e-mail, ecco quello che è successo.

Deolinda, la coordinatrice locale in Brasile, doveva partire per una zona del suo paese dove non c’era copertura internet e allora abbiamo realizzato un’intervista video via skype, usando un programma gratuito in rete per registrazione audio video (in questo caso Free Video call Recorder per skype, ma ve ne sono altri). La qualità video è decisamente scarsa, l’improvvisazione ha portato con sé la vocina di una bimba che strilla sullo sfondo e anche il riflesso azzurrognolo dello schermo del computer sugli occhiali di Deolinda, ma in due minuti si riesce ad avere un quadro del lavoro di Aifo in Brasile. Poi un veloce lavoro di montaggio video (con Adobe Premiere), un titolo e il gioco è fatto.

Diverso il discorso con Tuki, la referente Aifo in Mongolia che, confermando la reputazione data ai mongoli di essere i tedeschi asiatici, mi fa arrivare tramite wetransfer tre video girati  in un formato ad alta definizione per un totale di 15 minuti, che mi creano diversi problemi nel montaggio e che assieme alla sottotitolazione in italiano si portano via almeno tre ore di lavoro. L’intervista ricucita in meno di 3 minuti è ricca di informazioni.

Infine Jose, referente per l’India, che non a caso abita nella tecnologica Bangalore, non manda un video, ma fornisce il link ad una presentazione fatta con Adobe Voice (un app per ipad) che assomiglia ad una presentazione in Powerpoint dove, con un ritmo troppo rapido per una platea non anglofona, racconta il loro impegno contro la lebbra e i finanziamenti che hanno ricevuto e che vorrebbero ricevere, il tutto con uno stile decisamente cool, secco e sintetico. Manca però Jose.

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Il ruolo della comunicazione nei progetti delle Ong

L’intervista non è recente, l’ho realizzata nel 2011, ma parecchie osservazioni fatte da Massimo Ghirelli, consulente per la comunicazione dell’Unità tecnica Cooperazione del Ministero degli affari Esteri, sono valide e da sottoscrivere. L’articolo fa parte di una monografia pubblicata sulla rivista Hp-Accaparlante intitolata “Make development inclusive – Quando la cooperazione allo sviluppo si occupa di disabilità nei paesi poveri”.

Che ruolo ha o dovrebbe avere la comunicazione per le Ong e per tutti coloro che fanno interventi nei paesi in via di sviluppo?
Più che una questione d’importanza è una questione di necessità. Sono migliaia purtroppo gli esempi di cooperazione, anche buona, che non raggiungono i loro scopi perché non viene tenuto conto in maniera giusta e completa l’aspetto comunicativo. Ti faccio l’esempio di un intervento che facemmo in Niger con i Tuareg che riguardava la costruzione di un ospedale. Non avevamo pensato che in Africa le donne non vanno in ospedale e che quindi, se non si faceva un lavoro d’informazione e di comunicazione, spiegando per quale motivo ne valeva la pena (per ragioni di infezione, igieniche…), tutto sarebbe rimasto lì come una cattedrale nel deserto.
Ma fuori dell’edificio c’era un grande parcheggio che era stato trasformato dai famigliari dei pazienti in un villaggio di capanne. Tutto questo era ovvio e naturale: non avevamo pensato al fatto che mai in Africa una donna sarebbe stata lasciata da sola in ospedale e che quindi, attorno a quella persona, ci sarebbero state intorno tante altre persone diverse che, venendo da lontano, avrebbero poi dovuto fermarsi a dormire lì. In quei casi perciò o fai una stanza comune o, come è stato fatto, adibisci a dormitorio il parcheggio. Questo è stato un caso lampante di mancanza di comunicazione adeguata.

Nell’ambito della cooperazione la comunicazione è sempre stata vista e molto spesso ancora oggi viene trattata come un argomento di secondo livello e quindi considerato un di più, una cosa marginale e perciò, ancora peggio,qualcosa che si fa nel momento in cui il progetto è fatto e finito, a volte confondendolo con una parolaccia come “visibilità”, che di per sé non sarebbe una parola sbagliata, nel senso che bisognerebbe far vedere quello che si fa ma che in realtà viene intesa solo come buona immagine di quello che si fa nella cooperazione italiana. La visibilità spesso non ha nulla a che fare con il buon progetto, la visibilità non è comunicazione. Fino a non molto tempo fa questa parte era considerata molto marginale dalle Ong.
È anche vero che le Ong, stando più vicine al territorio ed essendo espressione di parti della società civile dovrebbero avere ancora più ragioni per capire e per utilizzare una buona comunicazione, per informare prima di tutto i donatori del territorio e le persone che vi partecipano. Le Ong, inoltre, avendo per controparte società civili o piccoli villaggi, comunque non solo istituzioni, dovrebbero fare in modo che questi interlocutori capiscano bene e che soprattutto siano loro a comunicare qualcosa su quello che si aspettano, su come vedono il progetto e su come lo vogliono gestire.

Nel mio lavoro spesso mi sono trovato a mettere delle pezze a progetti in cui c’era una piccola quota riservata alla comunicazione e a convincere gli altri che costituiva invece una parte integrante del progetto. Questo è un elemento raramente compreso, le Ong un pochino ci sono arrivate ma non tutte e soprattutto non ci è arrivata l’istituzione.
La nostra Direzione si è dotata di Linee Guida per la comunicazione; una volta consistevano in un manuale su come si fa la targa, su cosa deve esservi scritto, l’adesivo e tutto il resto; un po’ abbiamo superato questa ipotesi ma anche le Linee Guida attuali, sono solo un punto di partenza per cominciare a parlare di altri aspetti. La comunicazione, per cominciare, deve essere fatta in entrambi i luoghi da parte di vari partner, in patria, e da parte del cosiddetto beneficiario, beneficiario che deve essere partner anche della comunicazione e quindi avere gli strumenti per comunicare. I progetti devono avere non soltanto la partecipazione ma anche il consenso sociale senza il quale il progetto non ha senso.
I progetti stessi in molti casi dovrebbero essere intesi come progetti di comunicazione e non come la comunicazione rispetto ai progetti, sono due cose diverse: i progetti di questo tipo ancora abbastanza rari. Si potrebbe cambiare in questo modo l’intero sistema delle comunicazioni dei paesi in cui si attua il progetto, dalla formazione dei giornalisti alla legge sulla stampa e così via.

Al momento sono in atto progetti di questo tipo? Voi ne curate qualcuno?
Ce ne sono ma si contano sulle dita di una mano. Ho seguito un centro di documentazione per un sindacato di comunicazione in Sud Africa ai tempi della fine dell’apartheid e più recentemente la ristrutturazione di un’agenzia palestinese, la Wafa, un’agenzia stampa che all’epoca era una specie di servizio stampa di Arafat che aveva sede a Gaza e ora ha sede a Ramla. Abbiamo fatto anche un media center, in collaborazione con le Ong e con l’Arci a Belgrado, in una situazione complicata come i Balcani. Negli ultimi anni questi progetti vengono appoggiati anche dai direttori delle UTL (Unità Tecniche locali). In alcune UTL, ho scritto dei progetti come “Comunicare la comunicazione”, quindi intesi proprio per far questo, come riuscire a comunicare bene e chiedersi: “Che strumenti ha l’UTL per farlo?”. Di qui la necessità di dotarsi di un sito, mettere insieme i donatori, le Ong e gli altri partecipanti in rete, in discussione, per comunicare quello che si fa e per farli partecipare e anche organizzare mostre, eventi sulla cooperazione.
Adesso in Palestina si sta lavorando, dopo tre anni di attività, alla terza fase del progetto “Comunicare la comunicazione” e a Gerusalemme, finalmente, si faranno dei corsi di aggiornamento per giornalisti. In un paese particolare come quello di Israele, si tratta di operare per dare degli strumenti soprattutto per lottare, per avere una legge sulla stampa più aperta, considerando il fatto che i giornali possono essere chiusi in qualsiasi momento.
In generale c’è ancora pochissimo attenzione sulle possibilità di stampa e televisione indipendenti. Lo stesso vale per l’Iraq, dove non c’è un UTL ma c’è la Task Force Iraq, organizzazione, il nome lo fa capire, che prima era militare-civile mentre adesso, da qualche anno, è completamente nelle mani della nostra Direzione Generale alla Cooperazione allo Sviluppo. La Task Force, soprattutto in questa fase, in cui si sta piano piano pensando di lasciare il paese, deve raccontare quello che sta facendo e ha fatto. Si tratta comunque di progetti di grande interesse in una situazione difficile come quella della guerra. Progetti di capacity building,di comunicazione interna, progetti che vanno a formare le istituzioni locali, progetti di patrimonio culturale, ambientali, tutta una serie di progetti in cui la comunicazione ha un ruolo centrale. Anche lì, se non c’è consenso, partecipazione e conoscenza dei fatti nulla può funzionare.

Per quanto riguarda il privato sociale, le Ong, ci sono casi di progetti di comunicazione analoghi a quelli che hai elencato?
Ci sono ma sono abbastanza rari. Alcune Ong hanno un buon impianto comunicativo, come il Cesvi di Bergamo, che nasce proprio con una grande vocazione alla comunicazione. Fanno un lavoro sulla comunicazione notevole sia di comunicazione rispetto ai progetti, sia nel modo di presentarli. Un altro che si occupa molto di comunicazione sia in Italia che all’estero è invece il Cospe di Firenze che è diventato un punto di riferimento nazionale per ciò che riguarda media e intercultura, media e immigrazione.

Se tu dovessi realizzare un piano di comunicazione in occasione di un progetto in un paese in via di sviluppo che riguarda, mettiamo, l’inclusione di bambini disabili all’interno di una scuola, come ti muoveresti?
Intanto la prima cosa che farei è inserire la comunicazione nel progetto, cercando di farla entrare a ogni livello, come parte consistente e sostanziale e che sia economicamente supportata. E’ necessario poi che ci siano le competenze necessarie per portarla avanti, quindi le risorse umane e che non si riduca l’attività alla semplice dicitura “attività promozionali”.
Occorrono poi delle azioni preventive, come quelle di allertare la società di cui si fa parte e i partner più importanti che sono nel nostro paese e nel nostro ambito, non soltanto per avere più fondi ma soprattutto per avere quel consenso di cui si parlava. E poi ci sono una serie di input importanti non soltanto economici che poi ricadranno sul progetto e che ci serviranno per preparare le basi di quello che sarà il ritorno di visibilità.
Un esempio di questo tipo è rappresentato dal Magis, un’Ong dei gesuiti italiani, che ha lavorato in Albania con i non udenti anche attraverso il teatro. Gran parte del successo di questo progetto è stato quello di portare in Italia lo spettacolo di questi ragazzi. Ecco questo è un esempio di comunicazione nel senso più normale del termine. Solo che a queste cose ci si pensa dopo, a progetto finito, raccontando solo i risultati e questo non basta. Sia perché sono finiti i fondi, sia perché ti accorgi che non avevi fatto la giusta documentazione, che non avevi fatto le riprese video, scattato le foto. Bisogna quindi inserire la comunicazione in tutte le fasi del progetto e fare il modo di garantire la sua sostenibilità.
La sostenibilità di un progetto, poi, in quanta parte è sostenuta dalla comunicazione? In larghissima parte! I materiali di quel progetto se non vengono curati sono semplicemente i distillati di una relazione che nessuno si legge, che non leggono nemmeno le ONG.
La comunicazione invece va inserita all’interno del progetto, è uno degli elementi fondanti, a tutti i livelli, pensando prima di tutto all’ownership, alla partecipazione democratica di tutti, dei donatori che capiscono effettivamente che cosa stanno donando, senza tuttavia proporre argomentazioni patetiche.
Questo lavoro di comunicazione va fatto prima, durante e dopo il progetto, per costruire un ambiente prima di tutto non ostile, poi consenziente; per poter ricevere un aiuto da parte di tutte le agenzie possibili, di tutte le istituzioni e anche della società civile che è possibile coinvolgere.

Faccio un altro esempio. Ho un amico che ha delle belle idee e mi ha chiesto una mano per scrivere un progetto sulla conservazione della musica africana finanziato dall’Istituto sonoro nazionale. Quando ho letto il suo progetto, mi sono accorto che non aveva messo niente su che cosa si sarebbe fatto con tutto il materiale raccolto. Invece quello che poteva venirne fuori era una cosa bellissima; una mediateca di musica tradizionale africana, fatta attraverso una ricerca nei paesi, a contatto con la gente, frutto di registrazioni, quindi anche un lavoro antropologico importante. Il prodotto finale poteva diventare così una mediateca in Italia e nel paese d’origine.
Dobbiamo far vivere quello che abbiamo e pensare anche a come può vivere dal punto di vista della comunicazione questo progetto, che materiali ne emergono, chi ne è coinvolto.
Da qui si parte. Dopo bisogna fare una scelta e capire come in quel paese si comunica. Tutto questo deve essere studiato prima per capire quali possono essere gli strumenti giusti da utilizzare e naturalmente capire il linguaggio con cui devi parlare alla gente. Comunicazione vuol dire anche questo: farsi capire. Per questo è importante conoscere non solo gli strumenti altrui ma anche i loro codici e lavorare molto su quello.

C’è un bellissimo progetto che ha molto a che fare con quello di cui stiamo parlando; è un progetto che è stato sostanzialmente seguito da un ragazzo, Guido Geminiani, che è stato per un certo periodo un cooperante in Uganda in cui c’è uno dei più grandi ospedali dell’Africa, fatto da una coppia di medici occidentali, al confine con tre – quattro paesi. Questo ospedale è diventato importantissimo e ha una storia molto bella e drammatica perché lì ci furono le febbri emorragiche; prima la moglie e poi il marito morirono proprio perché si erano infettati curando i malati.
Qui quello che sono riusciti a fare, è stato di africanizzare completamente l’ospedale; dai medici all’ultimo degli infermieri sono tutti africani e oggi questo ospedale ospita qualcosa come cinquecentomila persone all’anno. Accoglie anche, in un apposito settore, bambini non accompagnati, anche lì centinaia, migliaia e qui si parlano moltissime lingue. Il ragazzo di cui ti parlavo è stato uno dei primi a lavorarci e ha inventato, in collaborazione con i dirigenti dell’ospedale, un modo per comunicare nonostante la diversità delle lingue. Devi pensare che lì spesso la gente rimane e ci vive, è così l’ospedale è diventato una città. Con quale lingua allora comunicare? E soprattutto come fai l’informazione? Hanno fatto così uno studio sulla segnaletica e sul codice per cercare di trovarne uno comune, basandosi sulle storie, i costumi, le mentalità diverse, la concezione diversa di comunicazione e di spazio, il tutto per arrivare a fare una segnaletica “esperantica”, capace di arrivare a tutti quanti.

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Quanto è difficile “Comunicare la cooperazione e la solidarietà internazionale”

La comunicazione all’interno di gran parte delle ong nostrane non è tenuta molto in considerazione e i motivi sono vari; le organizzazioni non governative culturalmente hanno affinità con altri gruppi che operano nel sociale come le associazioni, le cooperative… gruppi che culturalmente sono portati a tenere più in considerazione la cultura “del fare” e, all’interno di questa, per molti non rientra la comunicazione. Le risorse economiche di solito vengono collocate solo in minima parte sotto questa voce. A tutto questo aggiungiamo anche il fatto che il rapporto tra i mass media e le ong è un rapporto ancora in costruzione: da una parte c’è una devreportercerta diffidenza su come i giornalisti trattano questi temi, dall’altra una scarsa conoscenza del settore che porta ad una sua svalutazione sui media. Ma tutto questo, ripeto, è perfettamente in linea con quel che succede  in generale nel terzo settore in termini di attenzione alla comunicazione e di rapporti con i mass media.
Ben venga allora questo corso di formazione “Comunicare la cooperazione e la solidarietà internazionale” che si svolgerà dal 23 al 26 giugno a Pisa alla Scuola Superiore Sant’Anna. Il corso, fatto  in collaborazione con Volontari per lo Sviluppo, Oxfam Italia, Medici Senza Frontiere Italia e Terre des Hommes Italia, si rivolge a cooperanti e giornalisti e affronta temi come l’importanza della comunicazione per le ong, la costruzione di campagne di sensibilizzazione, l’uso delle tecniche giornalistiche e dei social media per assicurarsi una buona comunicazione.
Silvia Pochettino, direttrice di Ong 2.0 – Volontari allo sviluppo, è una dei docenti del corso e, durante un’intervista via skype, mi ha confermato che “La comunicazione ha un ruolo di cenerentola tra le ong e anche i mass media a volte trattano questo settore con scarsa competenza”. Silvia coordina anche, per il Consorzio Ong Piemontesi, il progetto europeo “Comunicare in rete per lo sviluppo” che ha recentemente svolto due ricerche per analizzare come i mass media piemontesi si occupano di cooperazione internazionale e come questa faccia informazione. “Solo il 57% delle ong piemontesi scrivono comunicati stampa, ovvero si rivolgono ai mass media, gli altri non lo ritengono importante. Eppure potrebbe essere un settore d’informazione appetibile per i giornalisti dato che solo nella nostra regione vi sono più di 800 enti – tra ong, enti locali, associazioni di categoria…-  che operano nella cooperazione internazionale, un tessuto sociale estremamente vivace, questo per dire che il giro di potenziali lettori potrebbe essere molto vasto”.
Nel linguaggio giornalistico si indica con notiziabilità la possibilità che ha una data notizia di essere presa in considerazione e pubblicata; la notiziabilità dipende da tutta una serie di valori notizie e uno di quelli più ovvi è quello della vicinanza: una notizia interessa se è vicina a noi, alla nostra comunità, se ci riguarda. La domanda da porsi a questo punto è: le notizie delle cooperazione internazionale, per loro natura così lontane da noi, che notiziabilità possono avere? Per Silvia la risposta è si: “Ogni notizia può essere resa interessante, dipende da come la si fa; non esiste un’informazione di nicchia che non possa essere trasmessa e resa appetibile. Che cos’è poi oggi il lontano e il vicino in un mondo come il nostro? Dopo aver presentato i risultati della nostra inchiesta si sono create delle nuove relazioni tra cooperanti e giornalisti a livello locale, tanto che sono nate delle rubriche specializzate su questi temi all’interno di alcuni organi di informazione”.

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La canzone di Ebe

Fare comunicazione per la propria ong significa raccontare in modo interessante e onesto quello che fa, se poi l’ong in questione è l’Aifo che ha una larga base associativa, oltre a riferirsi ai dei donors privati o istituzionali, bisogna innanzitutto rivolgersi a dei soci. Le complicazioni però aumentano se il piano di comunicazione non prende in considerazione solo la propria organizzazione ma anche le sue ramificazioni che stanno nascendo in varie parti del mondo.

E’ quello che sta capitando ad Aifo che in alcuni paesi come l’India, il Brasile e la Mongolia, si sta radicando in forma nuova e gestita in un modo sempre più professionale da persone locali. Le carte in tavola allora cambiano di molto, perché questo implica una comunicazione che deve comprendere tutti. Le idee che si possono avere per l’Italia non possono sempre essere idonee anche per paesi con cultura e situazione sociale completamente diversa. Gli stessi strumenti di comunicazione possono variare a seconda del contesto.

Nonostante queste differenze, queste difficoltà, non si può rinunciare ad una comunicazione che comprenda tutti e quindi anche l’attenzione ad un confronto diretto che non riguarda solo la progettazione o la raccolta di fondi ma anche la comunicazione stessa, di quello che si è e di quello che si fa. In questa ricerca la tecnologia digitale è di grande aiuto dato che strumenti di condivisione di documenti, chat in tempo reale, conferenze video multiple e ambienti di progettazione condivisa permettono un confronto diretto che supera gli spazi.
Recentemente, durante un incontro dei vari coordinatori Aifo provenienti da varie parti del mondo e che si è tenuto a Bologna, si è parlato anche di questo.
Ed è stata durante una sessione pomeridiana che la varietà culturale e di sensibilità espressiva si è manifestata improvvisamente quando Tuki, la coordinatrice della Mongolia, ha detto al gruppo che il suo collega Ebe voleva cantare una canzone tradizionale del suo paese per tutti i presenti. Ebe si è alzato tranquillo e ha incominciato ad intonare una canzone che parlava della meravigliosa natura della regione dove è nato, lo Zavhan. Il testo conteneva anche una nota triste, in quanto chi lo ha scritto ne era oramai lontano.
Ho alzato il mio cellulare e, invece di scattare una foto, questa volta ho registrato il tutto. Ed ecco Ebe che canta in piena riunione:

Tuki e Ebe

Tuki and Ebe

 

 

 

 

 

 

Mongolian traditional song sung by Ebe during Aifo’s international board

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“Nicola, reinventiamo la cooperazione internazionale, insieme”

Oggi mi è arrivato questa invito tramite e-mail da Ong 2.0 #cooperazionefutura, un gruppo di persone che lavora nella cooperazione internazionale occupandosi soprattutto dell’uso delle tecnologie digitali, di come cioé internet, i social media, le applicazioni o i dispositivi possono migliorare la qualità del lavoro dei cooperanti.
L’invito è allettante ma mi trova impreparato, non saprei proprio dare una risposta. Un po’ mi preoccupa il lasciarmi trascinare dalle meraviglie della tecnologia, perché da sola risolve poco, non va molto in là, o meglio può andare molto in là ma in luoghi dove proprio non vorrei stare.
Anzi se proprio, prendendo seriamente l’invito, volessi nel mio piccolo reinventare la cooperazione internazionale, mi piacerebbe farlo partendo da alcuni presupposti. Chi lo dice che dobbiamo per sempre vivere in un sistema regolato dal liberismo economico? Perché dobbiamo tendere all’espansione? Perché dobbiamo consumare sempre di più? Perché la gratuità trova così poco posto nelle nostre società?
Mi rendo anche conto che queste domande possano essere insignificanti a chi non ha niente o addirittura possano dare fastidio a chi si sta sviluppando. Ma sono domande da porre a tutti.
Se devo invece dare una risposta in un campo a me consono, ovvero a come deve essere la comunicazione della cooperazione internazionale nel futuro, vorrei che si, usasse tutte le opportunità offerte dal digitale, ma che non rinunciasse ad una sua capacità critica, di analisi del linguaggio che usa. Insomma dietro lo slogan, ci deve essere un discorso articolato, oltre al linguaggio pubblicitario, in cui si scivola spesso, ci deve essere anche altro, oltre all’immagine – che è ben più ingannevole e soggettiva delle parole – ci deve essere un contenuto di qualità.

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100 mila visualizzazioni per cambiare il mondo, ma se fossero più utili solo 100?

Oggi mi è successa una spiacevole avventura durante il lavoro, forse chiamarla avventura è un po’ romantico, ma spiacevole lo è stata sicuramente. Non farò riferimenti precisi perché si tratta di una situazione che, a chi fa il mio lavoro può capitare, quindi proverò a idealizzarla e anche un po’ a falsificarla.

Il mio gruppo di comunicazione doveva promuovere un concorso video che aveva come fine ultimo quello di sensibilizzare i giovani verso i temi della solidarietà internazionale. Tutto il lavoro era stato svolto e piuttosto bene visti i tempi limitati e il periodo dell’anno prescelto decisamente poco felice. Eppure nel momento del confronto finale è venuto fuori che erano scontenti dei risultati. Non tanto del numero dei video partecipanti al concorso, molti di più dell’anno prima, ma dal numero delle visualizzazioni dei singoli video.

L’anno prima si erano rivolti a influencer noti su youtube che di solidarietà non ne sapevano assolutamente nulla ma che potevano dare una garanzia: se si fossero ripresi nell’atto di mollare un peto avrebbero avuto almeno 1500 visualizzazioni. Il risultato in termini di visualizzazioni e di peti c’è stato. Meno nel numero di persone che sono state spinte a produrre un video (cosa non banale) che riguardasse la solidarietà internazionale e a metterlo in rete.

Beh forse è il solito problema della quantità e della qualità, di quale sia il giusto equilibrio tra le due.
La rete poi su questo tema è piuttosto ambigua, sfuggente. Da un lato giudica e viene giudicata passando solo per i grandi numeri (di utenti, di visualizzazioni, di mi piace…) dall’altro ha un credo (un dogma insomma come ogni brava religione e non è certo l’unico), crede cioè che alla fine sono proprio i grandi numeri che portano alla selezione, all’individuazione dell’informazione migliore, del prodotto migliore.

Anche se tra un po’ celebro i miei 20 anni di presenza su internet, francamente non mi sono fatto ancora un’idea precisa su questo, forse solo delle domande: siamo sicuri che un video che ha avuto 100 mila preferenze sia migliore di un altro che ne ha avute solo 100? E soprattutto ci saranno più persone tra quei 100 o tra quei 100 mila che decideranno di agire dopo quello che hanno visto, di cambiare qualcosa nella loro vita?

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Bayaraa che disegna sul feltro

Ritorno a parlare dei disabili in Mongolia. Il progetto promosso da Aifo prevedeva la raccolta di storie di persone disabili (ma anche famigliari e tecnici socio-sanitari) che attraverso la pratica della riabilitazione su base comunitaria fossero un esempio positivo di empowerment della persona svantaggiata.

Appena atterrati nell’aeroporto di Ulaanbaatar siamo stati portati attraverso le caotiche periferie della città nel gher discrict. Le tradizionali tende mongole (gher) circondano la capitale come un immenso anello e in una di queste abbiamo incontrato Bayaraa, una persona di circa 50 anni diventata disabile dopo un incidente sul lavoro. Sorridente e comunicativo ha raccontato una storia densa di particolari e di emozioni offrendoci il tradizionale latte e the’ con il sale (una bevanda molto buona che solo da lui abbiamo trovata così imbevibile). Siamo ritornati a trovarlo a fine viaggio, dopo circa 15 giorni. Volevamo conoscere anche la moglie e i figli e in più ci occorrevano delle immagini di copertura dell’intervista che al primo incontro non avevamo potuto raccogliere. Siamo rimasti per il pranzo in quella piccola tenda immersa nella grande città, l’atmosfera era tranquilla e famigliare. Mentre Bayaraa lavorava la superficie del feltro seguendo con il suo bruciatore le linee del disegno, Salvo raccoglieva le immagini. 30 minuti di intervista e un 1 e mezza di immagini.

Il risultato buono alla fine c’è stato, eccolo:

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Immagini forti o immagini pacate per i donors?

Ieri stavo guardando Skytg24 quando è passata una pubblicità progresso a cura della Fondazione Operation Smile Italia. Una serie di bambini con il labbro leporino, a volte in braccio alle loro madri, è passata velocemente davanti ai miei occhi. Sono immagini che colpiscono molto, troppo. Pepic199r questo tipo di problemi sembra che debba bastare veramente un’operazione chirurgica per dare un aspetto completamente diverso ad un bambino. Quindi chi dona fa sicuramente un’azione giusta, ma la domanda è: si deve proprio passare per queste immagini forti? Si deve proprio colpire allo stomaco?
Il tipo di comunicazione di Operation Smile (è un’organizzazione diffusa in molti paesi ma nata in Virginia) si caratterizza comunque per questa accentuazione pietistica, provate a vedere la storia di Than: secondo voi come poteva essere raccontata una vicenda come questa in un modo meno patetico?

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Una nuova rivista e un nuovo sito per l’Aifo

Una grafica completamente rinnovata e dei contenuti più snelli ma non per questo meno approfonditi: sono queste le due caratteristiche principali di “Amici di Follereau” la rivista mensile dell’Aifo che da gennaio 2014 si presenta profondamente cambiata rispetto al passato.

Ogni numero è diviso in sezioni. “Profezia” è la parte iniziale dedicata ad un tema che ha a che fare con il nostro fucopertina rivista gennaioturo; “Primo piano” invece si occupa di attualità ma anche di temi importanti ma dimenticati. Poi si prosegue con uno spazio di approfondimento “Dossier” e la sezione dedicata ai “Progetti” che verranno raccontati attraverso le storie delle persone coinvolte.  “Strumenti” ed “Esperienze” sono gli spazi più rivolti ai soci Aifo dove vengono forniti nuovi mezzi per comunicare e agire e vengono riportate le esperienze di alcuni gruppi locali.

La rivista e sito lavoreranno in parallelo e i contenuti di entrambi saranno condivisi sui social media per raggiungere un numero sempre maggiore di persone.
Oltre  ai soci di Aifo la rivista vuole essere un luogo dove coinvolgere anche altre persone autorevoli nei campi di cui parliamo.
Il rinnovamento della rivista, assieme a quello del sito web, vogliono essere, solo i primi passi verso un piano di comunicazione generale che riguarderà ogni aspetto di Aifo e che si definirà nel corso dell’anno.