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Essere testimoni: corso di formazione per i volontari Focsiv

45 ragazze e ragazzi, la maggior parte dei quali faranno il loro servizio civile in giro per il mondo. Ecco le slide del corso di formazione, seguito solo in parte, visto le tante domande e la voglia di partecipare alla discussione, così il tempo se n’è volato via, ma va bene lo stesso … buon viaggio!

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Un anno di Gong!

s0_475Un anno fa, il primo gennaio 2014, nasceva Gong  e, quando ho iniziato questa esperienza, confesso che non mi aspettavo che fosse così impegnativa. Doveva essere semplicemente uno strumento parallelo al mio lavoro ordinario con Aifo e in parte lo è stato, facendo da cassa di risonanza alle varie iniziative, diffondendo articoli, promuovendo la rivista Amici di Follereau. Quello che non mi aspettavo è che i post richiedessero tanta cura, tanta attenzione e responsabilità. Gong! è diventato un lavoro – di tipo volontario – in più, con tutte le fatiche che ne conseguono. So anche che il lavoro gratuito, almeno per me, dà soddisfazioni e una pace che il lavoro “obbligato” non ti riesce a dare: leggere un libro perché è finalizzato ad un lavoro è una cosa, leggerlo liberamente, perché non sai che uso ne farai dopo, dove tutto è possibile, ti dà un senso di libertà e gratuità ben diverso. Così è stata l’esperienza di Gong!.

I numeri di questo blog
Detto questo, vorrei presentarvi un po’ di numeri per dare modo di vedere l’esperienza di questo blog sotto altre angolazioni.
In un anno ho pubblicato 103 post, non sono stati tutti contributi originali, a volte sono state delle segnalazioni di convegni, corsi – circa una decina – ma rimane comunque un numero enorme che mi ha visto aprire la piattaforma editoriale di wordpress almeno 2,5 volte alla settimana.
Le visite sono state circa 6.220, ovvero mediamente 17 al giorno, mentre i lettori singoli sono stati quasi 4 mila e i commenti e le repliche ai post sono stati 30. Questo nel corso dell’anno, ma il secondo semestre è decisamente più frequentato e commentato.
Dal mio punto di vista quindi non si tratta di un luogo di conversazione molto trafficato, ma del resto un blog così specializzato (informazione e sviluppo internazionale, ong e comunicazione) non  è un genere di conversazione così diffuso in rete e per di più in lingua italiana. Una grande soddisfazione sono stati per me i contributi dei lettori, alcuni molto a tema e approfonditi.

Postare costa fatica
Con il passare del tempo ho visto che i miei post sono diventati sempre più lunghi ed elaborati, cosa che non avrei voluto. Ho cercato così di tornare indietro, scrivendo contributi più brevi ed essenziali, ma non è facile riuscire a dire qualcosa di significativo restando brevi e questo è un dilemma che rimane aperto. Forse basterebbe proporre temi, idee più specifiche, limitandosi a queste e non cercare di abbracciarne molte.

Per quanto riguarda gli articoli più letti, ecco, in successione, i primi 7:

In questo caso i lettori hanno fatto una buona scelta perché si tratta di articoli più riusciti di altri, chi legge questo blog quindi ha le idee ben chiare. Ne ripropongo però altri tre  😉 che sono stati un po’ trascurati:

Da dove vengono i lettori e come vengono raggiunti
Quasi il 20% dei lettori risiede all’estero, secondo una graduatoria che vede al primo posto Stati Uniti e a seguire poi Francia, Brasile, Liberia, Mongolia, Regno Unito, Belgio; in tutto gli stati presenti sono ben 94!
I canali che uso che far conoscere i post sono i social media più diffusi ma l’analisi del loro indice di riscontro presenta delle sorprese: se si può ben immaginare che Facebook faccia la parte del leone con più del 60% di contatti, sorprende l’efficacia di Linkedin, mentre delude Twitter come “raccoglitore” di lettori, anche se, in questo caso, può c’entrare anche un suo uso poco professionale da parte del sottoscritto. Al secondo posto, come “generatore” di lettori,  invece si piazza non un social media, ma il motore di ricerca Google.

Vorrei infine ringraziare tutti i lettori che hanno seguito questa esperienza, per la loro attenzione e i loro contributi. Auguro a tutti quanti un 2015 sereno  🙂

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Quale social media per le ong, quale storytelling

social-media-icons(pubblicato sull’ultimo numero della rivista di Aifo “Amici di Follereau”)

Dieci anni fa non esisteva come tema e nemmeno come problema che un’ong doveva porsi: stiamo parlando dei social media ovvero quell’insieme di tecnologie e prassi che porta sempre più gente a consumare e a produrre informazione sul web. Stiamo parlando, per restringere di un poco il campo, dei social network come Facebook, Twitter, Youtube e di tante altre piattaforme che ci permettono di fare operazioni sempre più diversificate, anche se alla base rimangono una serie di elementi che le accomuna.

Le persone e la tecnologia fanno la differenza

Ma cosa è successo in questi ultimi dieci anni? In sostanza sono avvenuti due fenomeni che, viaggiando in parallelo, hanno cambiato radicalmente le abitudini degli utenti della rete e quindi anche delle organizzazioni, istituzionali e no, profit e no profit.
Da un lato c’è stata l’offerta di una tecnologia sempre più facile da usare per cui, per pubblicare sul web, non occorre avere particolari conoscenze informatiche ma basta saper usare un normale editor di testo. Anche per i dati multimediali come le foto o i video c’è stata una diffusione di massa di dispositivi facili (tablet, smartphone …) che permettono di riprendere, fotografare e poi di pubblicare il tutto on line con poche e intuitive operazioni.
Dall’altro lato c’è stato un cambiamento culturale delle persone che via via si sono abituate alla tecnologia digitale e hanno sviluppato delle precise pratiche. Questa maggiore maturità in termini di alfabetizzazione telematica non è certo merito, almeno in Italia, del nostro sistema educativo, tanto è vero che qui da noi ci sono forti differenziazioni (digital divide) tra nord e sud dell’Italia, tra giovani e anziani, tra ricchi e poveri.

In cosa consistano poi questa nuove pratiche è presto detto: partecipazione e condivisione. Del resto sono proprio i dati forniti dagli utenti che decretano il successo di un social network; il mezzo è poca cosa, quello che conta è quanto viene usato dalle persone. Un sistema così aperto e collaborativo, inoltre, dovrebbe portare anche a una visione più complessiva dei vari temi, proprio perché il tema non è trattato da un autore, ma da moltissime persone le cui capacità, sommate assieme, sono sempre maggiori di quelle del singolo individuo. E’ questa la teoria dell’intelligenza collettiva, che poi questa teoria sia vera, ovvero che la collaborazione della massa in rete porti alla verità, è difficile dimostrarlo, almeno per adesso. Quello che invece è sicuro, è che i social media, scavalcando il tradizionale ruolo dei mass media (di mediazione appunto tra noi e il mondo esterno, tra noi e gli altri), permettono il raggiungimento di un vasto pubblico, in poco tempo e con nessuna spesa. Anche in questo caso c’è il risvolto della medaglia: se tutti fanno informazione (è un diritto del resto), vuol dire che l’informazione che circola in rete diventa enorme e ingestibile e allora per essere letti bisogna proprio essere interessanti e in un’ipotesi peggiore, bisogna essere scandalistici e “pepati”.

Uno, nessuno, 100 mila social network

I social network sono numerosi e differenziati ma hanno alcuni elementi in comune; innanzitutto occorre iscriversi per utilizzare i servizi offerti da quella piattaforma e, una volta che si è creato il proprio profilo, occorre saperlo gestire. Visto che il presente articolo è rivolto alle ong, ragioniamo prendendo come modello un’organizzazione, non tanto un singolo individuo.
Il personale di un’ong, che vuole lavorare suoi social media, deve rendersi conto che i problemi tecnici sono irrilevanti e che l’unico problema vero è quello del tempo, di quanto se ne può dedicare a quel particolare social media. Lavorare in questi ambienti significa infatti conversare, il che presuppone un continuo ascolto dell’altro, la cura nei rapporti in rete. Un’attività di questo tipo è efficace se si hanno tanti amici o fan su Facebook, se si hanno dei following e dei follower su twitter e così via. Che poi i numeri, i grandi numeri siano un segno del valore dell’iniziativa, questo è un altro discorso.

I social network si dividono tra loro a secondo del tipo di contenuti, del grado di relazione tra gli utenti, del tema generale. Abbiamo così social network specializzati nei contenuti fotografici come Flickr, Pinterest, Instagram, altri nei video come Youtube, Vimeo, altri forniscono principalmente contenuti scritti di poche righe come Twitter. Ve ne sono anche di generalisti (ovvero sono ambienti dove si può fare un po’ di tutto) come Facebook e le piattaforme blog come WordPress e Tumblr .
Alcuni social network offrono delle relazioni tra gli utenti molto intense e in tempo reale, altri invece danno meno peso a quest’aspetto. Vi sono infine social media specializzati su un tema, come è il caso di Linkedin che ha per oggetto il lavoro e lo scambio di profili professionali.
Più del 60% delle ong italiane utilizzano Facebook (FB), mentre circa il 40% usano Twitter. E’ per questo che ora esamineremo da vicino solo questi due social network.

Il web è infinito ma oggi ha una sola porta: Facebook

Con 26 milioni di presenze su FB, l’Italia, proporzionalmente, è il paese dove questo social network è più diffuso nel mondo. FB offre due diversi “approcci”, o come profilo, e in questo caso ci si può scambiare l’amicizia, o come pagina e in questo modo si possono avere solo dei fan. E’ consigliabile che un gruppo sia presente su FB con una pagina piuttosto che con un profilo per tanti motivi: innanzitutto non esiste il limite dei 5.000 amici, ma i fan possono essere infiniti, poi la pagina può essere gestita da più persone e con ruoli diversi, infine il rapporto meno biunivoco che si può avere con i fan rispetto che con gli amici, facilita la gestione di una pagina.

In una pagina si possono postare testi, immagini, video ed è bene farlo con una certa continuità e facendo attenzione alla qualità di quello che si posta: la pagina FB è una sorta, ma sto un po’ esagerando, di creatura vivente, una pianta insomma da innaffiare e da seguire. In particolare bisogna avere cura delle relazioni esterne, ovvero di tutti quei lettori/fan che vi fanno domande o che commentano e che si aspettano giustamente una risposta. Da una pagina FB potete creare un evento anche se come pagina non potete poi invitare dei fan; si possono invitare solo degli amici, cosa possibile solo se si ha un profilo personale. Su FB esistono anche i gruppi tematici dove le persone interessate allo stesso argomento s’iscrivono. Postando o condividendo all’interno di questi gruppi (che possono essere aperti o chiusi, se sono chiusi basta chiedere di entrare) si può avere una visibilità maggiore dato che si raggiungono molte altre persone di cui non siamo amici. Attualmente i due gruppi – che riguardano il nostro tema – più frequentati sono “Cooperanti ☮ Italiani” e “Cooperanti si diventa(qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Il problema dello storytelling, di come raccontare le nostre cose – con che stile, tono e strumenti – non è possibile codificarlo ma dipende dalla nostra sensibilità, dall’oggetto e dal fine. Termineremo comunque quest’articolo proprio con un’analisi critica di una forma di storytelling realizzata da Save the children attraverso una pagina FB.

Twitter che ti passa

Twitter serve per informarsi e per fare informazione, ed è per questo che è un social media molto amato dai giornalisti (almeno da quelli più giovani). Anche in questo caso occorre creare un profilo del proprio gruppo e da quello si parte per cercare altri profili che ci possono interessare e che diventeranno i nostri following (ovvero quando questi faranno informazione noi la riceveremo subito sul nostro profilo). I follower sono invece quei profili che seguono noi: quindi più follower si hanno e più le nostre informazioni girano. La particolarità di questo social media è che i twitter (i cinguettii) che si scrivono non devono superare i 140 caratteri e quindi occorre scegliere dei titoli e dei link ben fatti e comprensibili (è anche possibile postare delle foto).
L’hashtag (#) è invece il simbolo del cancelletto che anteposto (senza alcuno spazio) alla parola, è come se la sottolineasse e ciò la rende visibile nelle ricerche che vengono appunto effettuate tramite hashtag. In altre parole se mettete il simbolo # davanti alla parola ong, tutti coloro che su twitter sono interessati alle informazioni che riguardano il mondo della cooperazione troveranno il vostro post, anche se non sono vostri follower. Personalmente uso sempre questi hashtag nei miei messaggi su twitter: #ong, #ngo, #cooperazione. (qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Twitter è particolarmente indicato per promuovere delle campagne di sensibilizzazione o delle raccolte fondi e in più dispone di alcuni strumenti in rete che contano quante persone sono state raggiunte con il proprio messaggio. Anche con una pagina di FB si possono fare appelli, campagne e azioni di fundraising (è possibile anche pagare per avere una maggiore visibilità). Quello che è importante, al di là del social media, è il lavoro continuo di chi sta dietro, il redattore, l’animatore insomma.

Bereket non esiste, ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Ha raccontato la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.
Il gioco dovrebbe essere chiaro, dato che nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni – “… di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.

Ma leggendo i commenti dei lettori, qualcosa non sta funzionando. Il primo post risale al 22 marzo, l’ultimo al 27 luglio. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Poi, dopo molte traversie, l’arrivo ad Amburgo. Questo il racconto, corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante …

Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna. I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.
Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun altro invece non riesce a inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento, qui il problema è lo stile della narrazione tendente al patetico.

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Essere presenti sul web è un lavoro complicato

Sempre più i gruppi esteri Aifo sono presenti sul web con propri siti. Come sono fatti? Come si relazionano con i social media? Come metterli in rete con quello italiano?

Il sito web di Aifo ha un ruolo centrale nella comunicazione del gruppo ma la presenza sul web non si limita ma si va sempre più arricchendo con nuove pagine digitali: esiste anche un sito web e una pagina Facebook di Aifo India e di Aifo Brasile.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire come si è arrivati a questa varietà di strumenti per informare.

L’importante è comunicare, bene e tutto
Per una struttura complessa come Aifo una comunicazione di buona qualità verso l’interno e verso l’esterno è una necessità. Scambiarsi informazioni fra le varie parti che compongono un gruppo strutturato in varie organizzazioni in Italia e all’estero, non è un’esigenza di secondo livello ma una priorità. Anche l’immagine complessiva verso l’esterno deve essere coerente e rappresentare bene quello che fa l’intera struttura.
In questo caso sono di grande aiuto le tecnologie digitali che permettono una comunicazione, anche in tempo reale, a costi ridottissimi e garantiscono la possibilità di pubblicare (sul web) informazioni scritte, ma anche multimediali, in modo rapido e sempre con spese contenute.
Aifo ha avuto in questi ultimi anni dei profondi cambiamenti organizzativi e si sta avviando sempre di più verso una sua internazionalizzazione, ovvero nei paesi dove Aifo è più strutturata sono nate delle organizzazioni locali con competenze che riguardano non solo la conduzione di un piano o di un progetto ma anche la raccolta fondi e la comunicazione.
In particolare quando si parla di comunicazione si deve fare i conti con le realtà culturali locali che portano con sé caratteri specifici. Il problema diventa allora quello armonizzare le varie parti e di avere un piano di comunicazione complessivo che identifichi l’azione di Aifo anche se viene svolta in paesi completamente differenti.

Non solo .it ma anche .br e .in
Cerchiamo ora di conoscere da vicino come sono fatti questi siti, sia da un punto di vista grafico che analizzando il tipo di informazione che fanno.
“Brasa” acronimo di Brasil saude e acao (Brasile Salute e Azione) è il nome dell’organizzazione e anche del sito che riporta in alto a destra nella home page il motto “Azioni di valore”.brasile_site
Disposto su due colonne, il sito oltre ad avere i classici riferimenti al “Chi siamo” e a “Contatti”, si suddivide in sezioni denominate “Notizie” e “Articoli” – anche se la distinzione tra le due aree non è chiara – che rappresentano la parte dinamica del sito e le sezioni “Progetti” e “Informazioni tecniche” che raccolgono invece la documentazione di progetti e linee guida.
Nella home page figura un banner su cui scorrono le immagini relative ai pezzi pubblicati sul sito che è stato creato nell’agosto del 2013 e su cui sono stati pubblicati 13 post (uno al mese circa).
Al sito viene associata anche una pagina Facebook; una scelta che bisogna sempre fare dato che oramai la gente raramente va su un sito per leggere qualcosa ma viene portata lì da un social media come Facebook. Questo significa che pubblicare del materiale sul proprio sito è solo una prima parte del proprio lavoro di promozione di contenuto, a cui deve seguire la sua condivisione su Facebook, Twitter e altri social network. Questa “gioco” però funziona se viene fatto con una certa continuità e curando il rapporto con i lettori, i fan, o le persone che si seguono e da cui veniamo seguiti su Twitter. Nel caso di Brasa sono stati fatti pochi post sulla pagina Facebook che ha solo 55 “Mi piace” così come su Twitter vi sono solo due post.

Amici di Roul Follereau, Aifo India” si legge nell’intestazione della home page; a sinistra il logo ben evidente dell’ong madre. Poi due menù sopra e sotto una grande immagine che copre quasi tutta la schermata iniziale. In questo modo accattivante si presenta il sito indiano che con pochi elementi – compreso a destra un bottone rosso per le donazioni – dice subito da chi è fatto e di cosa si occupa; a chiarire ogni dubbio la scritta, in caratteri cubitali posta poco sotto l’immagine grande che recita: ”Siamo un’organizzazione no profit che ha lo scopo di eliminare la lebbra in India, assistere le persone disabili e assicurare una buona qualità di vita a donne, bambini e ad ogni altra persona emarginata”. Il concetto viene rimarcato anche da quattro parole chiave (lebbra/disabilità, salute, educazione, mezzi di sussistenza), messe in evidenza graficamente e che linkano ad un’ulteriore spiegazione.india_site
Il menù in alto riprende gli stessi discorsi dando altre informazioni sul “Chi siamo”, “Dove siamo”, descrivendo le reti a cui essi aderiscono, offrendo la possibilità di fare volontariato .
Il materiale anche se ben suddiviso (eccetto la pagina sui progetti che sono contenuti tutti in un unico lunghissimo articolo) non viene aggiornato con delle novità e anche le parti più interessanti (Life stories) sono solo due, inserite probabilmente fin dall’inizio ma lasciate “sole”.
Più completo invece è il modo in cui il sito si collega ai social network. La pagina Facebook è attiva fin dal 2011 e contiene un certo numero di post, molte foto, ma riesce a raccogliere solo 225 “Mi piace”. Esiste anche un profilo su Twitter sui però sono stati postati solo 5 post in un anno e mezzo di attività. Per completare il quadro della presenza di Aifo India sui social media ricordiamo un canale Youtube (5 video caricati con quasi nessuna visualizzazione) e un recente profilo su GooglePlus dove vengono postati soprattutto i propri video.

Oltre la presenza occorre la continuità
Fare un sito ed essere presenti sui social media o, in altre parole, organizzare la propria attività su internet, è diventata una strada obbligata e i gruppi esteri di Aifo la stanno percorrendo. Occorre però essere sempre presenti on line, vivere la rete, altrimenti i mezzi che utilizziamo perdono velocemente di valore.
Un sito web deve avere sempre un certo aggiornamento e i suoi contenuti devono essere portati sui social media. Ma anche i social media devono essere “abitati”. Oltre a postare bisogna creare attorno a se una rete di lettori/fan/follower così come anche a nostra volta dobbiamo essere lettori/fan/following di qualcun altro. Più la rete di relazione si allarga, maggiori sono gli scambi. I grandi numeri non vogliono dire qualità, questo è vero, ma la qualità viene assicurata se chi sta dietro a queste operazioni ha cura dei contenuti che immette, così come delle relazioni che si intrattengono (le risposte, i commenti …).
Un passo ulteriore è quello di mettere in rete i siti Aifo in Italia, in India, in Brasile scambiandosi non solo i link ma proponendo gli uni agli altri degli articoli da pubblicare.

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Bereket non esiste ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Sta raccontando la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.

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Il gioco dovrebbe essere chiaro dato che anche nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni –  “…di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.
L’idea è stata lanciata in occasione della presentazione del rapporto, intitolato “L’ultima spiaggia. Dalla Siria all’Europa, in fuga dalla guerra” come si precisa in un articolo dell’Huffington Post (Italia).
Ma leggendo i commenti e le reazioni dei lettori, qualcosa non sta funzionando.
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Il primo post risale al 22 marzo di quest’anno e si riesce a leggere tutto lo storytelling in pochi minuti. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Il racconto è corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante…
Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna.
I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.

Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun’altro invece non riesce ad inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Oltretutto le persone sono abituate a leggere storie come queste sui romanzi (lì il patto con il lettore è chiaro), oppure su un fumetto, un film, ma non si è abituati a trattare le pagine Facebook come dei racconti inventati. Dalle pagine Facebook ci si aspetta, almeno fino ad oggi, delle cose vere, come la pubblicizzazione di un gruppo, di un’iniziativa, di un personaggio pubblico (non certo di un personaggio inventato).
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento (fare dei tentativi nuovi è pur sempre un atto di coraggio), no, quello che per me è deludente, è lo stile della narrazione, che tende al patetico, ma immedesimarsi non porta necessariamente a questo.

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“Nicola, reinventiamo la cooperazione internazionale, insieme”

Oggi mi è arrivato questa invito tramite e-mail da Ong 2.0 #cooperazionefutura, un gruppo di persone che lavora nella cooperazione internazionale occupandosi soprattutto dell’uso delle tecnologie digitali, di come cioé internet, i social media, le applicazioni o i dispositivi possono migliorare la qualità del lavoro dei cooperanti.
L’invito è allettante ma mi trova impreparato, non saprei proprio dare una risposta. Un po’ mi preoccupa il lasciarmi trascinare dalle meraviglie della tecnologia, perché da sola risolve poco, non va molto in là, o meglio può andare molto in là ma in luoghi dove proprio non vorrei stare.
Anzi se proprio, prendendo seriamente l’invito, volessi nel mio piccolo reinventare la cooperazione internazionale, mi piacerebbe farlo partendo da alcuni presupposti. Chi lo dice che dobbiamo per sempre vivere in un sistema regolato dal liberismo economico? Perché dobbiamo tendere all’espansione? Perché dobbiamo consumare sempre di più? Perché la gratuità trova così poco posto nelle nostre società?
Mi rendo anche conto che queste domande possano essere insignificanti a chi non ha niente o addirittura possano dare fastidio a chi si sta sviluppando. Ma sono domande da porre a tutti.
Se devo invece dare una risposta in un campo a me consono, ovvero a come deve essere la comunicazione della cooperazione internazionale nel futuro, vorrei che si, usasse tutte le opportunità offerte dal digitale, ma che non rinunciasse ad una sua capacità critica, di analisi del linguaggio che usa. Insomma dietro lo slogan, ci deve essere un discorso articolato, oltre al linguaggio pubblicitario, in cui si scivola spesso, ci deve essere anche altro, oltre all’immagine – che è ben più ingannevole e soggettiva delle parole – ci deve essere un contenuto di qualità.