Come raccontare un progetto?

MunguntsetsegOgni mese lo stesso problema. Quando si tratta di raccontare sulla rivista un progetto seguito da Aifo in qualche parte del mondo ritornano sempre gli stessi dubbi. All’inizio abbiamo pensato ad un articolo (Ashini vuol giocare a cricket) dove accanto alla descrizione del progetto ci fossero delle testimonianze, ma poi si poneva sempre il problema delle “storie”, ovvero della parte dove si racconta la vita della persona svantaggiata coinvolta nel progetto. In genere le storie hanno tutte lo stesso problema, mancano di profondità, di dettagli e così finiscono, in un modo imbarazzante, per assomigliarsi l”una all’altra e in questo modo si fa un cattivo servizio (dal punto di vista giornalistico, ma non solo).
Con Luciano Ardesi, il mio compagno di viaggio in questa avventura editoriale, abbiamo cominciato a raccogliere testi e altre informazioni direttamente dai cooperanti italiani espatriati o dal personale locale per avere delle testimonianze più pregnanti e un panorama culturale (ma anche politico, sociale, economico) in cui situare le storie. I nostri racconti sono diventati così un po’ più incisivi (Salute mentale in Cina: apriamo la grande muraglia).
Accanto al testo abbiamo lavorato in parallelo anche nella ricerca di fotografie adeguate che facessero parte dell’articolo in un modo integrante e non come semplice orpello, fotografie espressive e non in “posa”.
Infine, sempre per rendere più interessante il lavoro, abbiamo cominciato anche a suddividerlo in parti diverse (sulla rivista cartacea appaiono come box su sfondo colorato), tra cui anche una breve sezione dedicata ad una particolarità storica o sociale o economica del paesi di cui parlavamo (Se la voce di Nenlay Doe si diffonde per radio), questo con lo scopo di informare il lettore ma anche di rendere più interessanti temi di non facile lettura.
Non sempre, naturalmente, riusciamo ad avere tutti gli elementi presenti assieme, a volte mancano delle testimonianze efficaci, altre volte delle foto, ma la tensione è di avere comunque il massimo possibile per ogni aspetto soprattutto cercando di avere un contatto diretto con la realtà che raccontiamo.
Una sola volta abbiamo raccolto le testimonianze “in viva voce” usando skype e, nonostante, la mediazione digitale, penso che il risultato sia stato tra i più riusciti in termini di vivacità del racconto e di presa sul lettore (Pedro: una casa tutta mia per cancellare lo stigma): voi che ne dite? Che altre strade si possono tentare?

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One thought on “Come raccontare un progetto?

  1. Caro Nicola, l’argomento che sollevi è molto importante – la narrazione dei progetti – per due motivi: uno legato alle ong, che non si raccontano a sufficienza al pubblico (fatto non solo di sostenitori, ma anche di semplici cittadini) e l’altro legato ai partner, che vengono coinvolti raramente in questo (silenzioso) storytelling. Eppure sembrerebbe così scontato, con tutti i potenti mezzi del web che abbiamo, raccogliere e diffondere voci. Ma come la realtà ci insegna, le tecnologie non sono altro che uno strumento vuoto e perché siano impattanti occorre la mano (e l’intenzione) dell’uomo. Un cambiamento culturale all’interno del mondo della cooperazione è iniziato. Ti porto l’esempio della fondazione olandese Akvo, che ha creato un software già adottato da numerose ong e agenzie dell’Onu per la visualizzazione dei progetti e per la pubblicazione di aggiornamenti dal campo (una sorta di blog gestito direttamente dai partner). Consiglio di dargli un’occhiata (http://rsr.akvo.org/projects/all/) e di farsi ispirare. Siamo solo all’inizio, ma questa è la direzione da seguire.

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