Quale social media per le ong, quale storytelling

social-media-icons(pubblicato sull’ultimo numero della rivista di Aifo “Amici di Follereau”)

Dieci anni fa non esisteva come tema e nemmeno come problema che un’ong doveva porsi: stiamo parlando dei social media ovvero quell’insieme di tecnologie e prassi che porta sempre più gente a consumare e a produrre informazione sul web. Stiamo parlando, per restringere di un poco il campo, dei social network come Facebook, Twitter, Youtube e di tante altre piattaforme che ci permettono di fare operazioni sempre più diversificate, anche se alla base rimangono una serie di elementi che le accomuna.

Le persone e la tecnologia fanno la differenza

Ma cosa è successo in questi ultimi dieci anni? In sostanza sono avvenuti due fenomeni che, viaggiando in parallelo, hanno cambiato radicalmente le abitudini degli utenti della rete e quindi anche delle organizzazioni, istituzionali e no, profit e no profit.
Da un lato c’è stata l’offerta di una tecnologia sempre più facile da usare per cui, per pubblicare sul web, non occorre avere particolari conoscenze informatiche ma basta saper usare un normale editor di testo. Anche per i dati multimediali come le foto o i video c’è stata una diffusione di massa di dispositivi facili (tablet, smartphone …) che permettono di riprendere, fotografare e poi di pubblicare il tutto on line con poche e intuitive operazioni.
Dall’altro lato c’è stato un cambiamento culturale delle persone che via via si sono abituate alla tecnologia digitale e hanno sviluppato delle precise pratiche. Questa maggiore maturità in termini di alfabetizzazione telematica non è certo merito, almeno in Italia, del nostro sistema educativo, tanto è vero che qui da noi ci sono forti differenziazioni (digital divide) tra nord e sud dell’Italia, tra giovani e anziani, tra ricchi e poveri.

In cosa consistano poi questa nuove pratiche è presto detto: partecipazione e condivisione. Del resto sono proprio i dati forniti dagli utenti che decretano il successo di un social network; il mezzo è poca cosa, quello che conta è quanto viene usato dalle persone. Un sistema così aperto e collaborativo, inoltre, dovrebbe portare anche a una visione più complessiva dei vari temi, proprio perché il tema non è trattato da un autore, ma da moltissime persone le cui capacità, sommate assieme, sono sempre maggiori di quelle del singolo individuo. E’ questa la teoria dell’intelligenza collettiva, che poi questa teoria sia vera, ovvero che la collaborazione della massa in rete porti alla verità, è difficile dimostrarlo, almeno per adesso. Quello che invece è sicuro, è che i social media, scavalcando il tradizionale ruolo dei mass media (di mediazione appunto tra noi e il mondo esterno, tra noi e gli altri), permettono il raggiungimento di un vasto pubblico, in poco tempo e con nessuna spesa. Anche in questo caso c’è il risvolto della medaglia: se tutti fanno informazione (è un diritto del resto), vuol dire che l’informazione che circola in rete diventa enorme e ingestibile e allora per essere letti bisogna proprio essere interessanti e in un’ipotesi peggiore, bisogna essere scandalistici e “pepati”.

Uno, nessuno, 100 mila social network

I social network sono numerosi e differenziati ma hanno alcuni elementi in comune; innanzitutto occorre iscriversi per utilizzare i servizi offerti da quella piattaforma e, una volta che si è creato il proprio profilo, occorre saperlo gestire. Visto che il presente articolo è rivolto alle ong, ragioniamo prendendo come modello un’organizzazione, non tanto un singolo individuo.
Il personale di un’ong, che vuole lavorare suoi social media, deve rendersi conto che i problemi tecnici sono irrilevanti e che l’unico problema vero è quello del tempo, di quanto se ne può dedicare a quel particolare social media. Lavorare in questi ambienti significa infatti conversare, il che presuppone un continuo ascolto dell’altro, la cura nei rapporti in rete. Un’attività di questo tipo è efficace se si hanno tanti amici o fan su Facebook, se si hanno dei following e dei follower su twitter e così via. Che poi i numeri, i grandi numeri siano un segno del valore dell’iniziativa, questo è un altro discorso.

I social network si dividono tra loro a secondo del tipo di contenuti, del grado di relazione tra gli utenti, del tema generale. Abbiamo così social network specializzati nei contenuti fotografici come Flickr, Pinterest, Instagram, altri nei video come Youtube, Vimeo, altri forniscono principalmente contenuti scritti di poche righe come Twitter. Ve ne sono anche di generalisti (ovvero sono ambienti dove si può fare un po’ di tutto) come Facebook e le piattaforme blog come WordPress e Tumblr .
Alcuni social network offrono delle relazioni tra gli utenti molto intense e in tempo reale, altri invece danno meno peso a quest’aspetto. Vi sono infine social media specializzati su un tema, come è il caso di Linkedin che ha per oggetto il lavoro e lo scambio di profili professionali.
Più del 60% delle ong italiane utilizzano Facebook (FB), mentre circa il 40% usano Twitter. E’ per questo che ora esamineremo da vicino solo questi due social network.

Il web è infinito ma oggi ha una sola porta: Facebook

Con 26 milioni di presenze su FB, l’Italia, proporzionalmente, è il paese dove questo social network è più diffuso nel mondo. FB offre due diversi “approcci”, o come profilo, e in questo caso ci si può scambiare l’amicizia, o come pagina e in questo modo si possono avere solo dei fan. E’ consigliabile che un gruppo sia presente su FB con una pagina piuttosto che con un profilo per tanti motivi: innanzitutto non esiste il limite dei 5.000 amici, ma i fan possono essere infiniti, poi la pagina può essere gestita da più persone e con ruoli diversi, infine il rapporto meno biunivoco che si può avere con i fan rispetto che con gli amici, facilita la gestione di una pagina.

In una pagina si possono postare testi, immagini, video ed è bene farlo con una certa continuità e facendo attenzione alla qualità di quello che si posta: la pagina FB è una sorta, ma sto un po’ esagerando, di creatura vivente, una pianta insomma da innaffiare e da seguire. In particolare bisogna avere cura delle relazioni esterne, ovvero di tutti quei lettori/fan che vi fanno domande o che commentano e che si aspettano giustamente una risposta. Da una pagina FB potete creare un evento anche se come pagina non potete poi invitare dei fan; si possono invitare solo degli amici, cosa possibile solo se si ha un profilo personale. Su FB esistono anche i gruppi tematici dove le persone interessate allo stesso argomento s’iscrivono. Postando o condividendo all’interno di questi gruppi (che possono essere aperti o chiusi, se sono chiusi basta chiedere di entrare) si può avere una visibilità maggiore dato che si raggiungono molte altre persone di cui non siamo amici. Attualmente i due gruppi – che riguardano il nostro tema – più frequentati sono “Cooperanti ☮ Italiani” e “Cooperanti si diventa(qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Il problema dello storytelling, di come raccontare le nostre cose – con che stile, tono e strumenti – non è possibile codificarlo ma dipende dalla nostra sensibilità, dall’oggetto e dal fine. Termineremo comunque quest’articolo proprio con un’analisi critica di una forma di storytelling realizzata da Save the children attraverso una pagina FB.

Twitter che ti passa

Twitter serve per informarsi e per fare informazione, ed è per questo che è un social media molto amato dai giornalisti (almeno da quelli più giovani). Anche in questo caso occorre creare un profilo del proprio gruppo e da quello si parte per cercare altri profili che ci possono interessare e che diventeranno i nostri following (ovvero quando questi faranno informazione noi la riceveremo subito sul nostro profilo). I follower sono invece quei profili che seguono noi: quindi più follower si hanno e più le nostre informazioni girano. La particolarità di questo social media è che i twitter (i cinguettii) che si scrivono non devono superare i 140 caratteri e quindi occorre scegliere dei titoli e dei link ben fatti e comprensibili (è anche possibile postare delle foto).
L’hashtag (#) è invece il simbolo del cancelletto che anteposto (senza alcuno spazio) alla parola, è come se la sottolineasse e ciò la rende visibile nelle ricerche che vengono appunto effettuate tramite hashtag. In altre parole se mettete il simbolo # davanti alla parola ong, tutti coloro che su twitter sono interessati alle informazioni che riguardano il mondo della cooperazione troveranno il vostro post, anche se non sono vostri follower. Personalmente uso sempre questi hashtag nei miei messaggi su twitter: #ong, #ngo, #cooperazione. (qualcuno ha dei suggerimenti per migliorare questi miei consigli?)

Twitter è particolarmente indicato per promuovere delle campagne di sensibilizzazione o delle raccolte fondi e in più dispone di alcuni strumenti in rete che contano quante persone sono state raggiunte con il proprio messaggio. Anche con una pagina di FB si possono fare appelli, campagne e azioni di fundraising (è possibile anche pagare per avere una maggiore visibilità). Quello che è importante, al di là del social media, è il lavoro continuo di chi sta dietro, il redattore, l’animatore insomma.

Bereket non esiste, ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Ha raccontato la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.
Il gioco dovrebbe essere chiaro, dato che nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni – “… di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.

Ma leggendo i commenti dei lettori, qualcosa non sta funzionando. Il primo post risale al 22 marzo, l’ultimo al 27 luglio. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Poi, dopo molte traversie, l’arrivo ad Amburgo. Questo il racconto, corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante …

Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna. I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.
Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun altro invece non riesce a inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento, qui il problema è lo stile della narrazione tendente al patetico.

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