Comunicare lo sviluppo, un genere di giornalismo

Il Centro Europeo di Giornalismo (European Journalism Centre, EJC) finanzia dei progetti di giornalismo riguardanti lo sviluppo e la cooperazione internazionale, c’è tempo fino al 23 luglio per proporre un progetto on line. Il progetto deve riguardare uno degli otto obiettivi del millennio previsti dalle Nazioni Unite. Ma come mai un’istituzione come l’EJC – grazie al finanziamento della fondazione Bill e Melinda Gates – dovrebbe promuovere questo genere di giornalismo?

logolongIn inglese viene definito come development journalism, ed è un termine coniato negli anni ’60 per indicare come i media trattavano le notizie di cui erano fonti le agenzie umanitarie. Sui media l’informazione sullo sviluppo è scarsamente trattata, di solito il la viene dato da qualche fatto particolare per cui se, facciamo un esempio, Save the children presenta un rapporto sulla condizione delle madri nel mondo (quinto obiettivo del millennio), allora i media ne parlano, ma raramente lo fanno di loro spontanea volontà producendo addirittura delle inchieste approfondite (il che significa anche spendere molti soldi).
Eppure un giornalismo di questo tipo potrebbe essere importante sotto molti punti di vista. Ogni paese occidentale investe una certa quantità di denaro pubblico e i giornalisti possono essere lo strumento che verifica come sono stati spesi questi
soldi, i risultati ottenuti e le contraddizioni di queste azioni. Servirebbe anche a cambiare certe idee ricorrenti nell’opinione 
pubblica. Come osserva Lawrence Haddad, il racconto dello sviluppo, complice anche l’azione dei media, è inquinato da una serie di idee ricorrenti come “si spende troppo per gli aiuti in cooperazione”, “sono soldi mal spesi”, “non sono ‘utili’ ai paesi donatori”. Tutte idee che possono essere verificate (facilmente nel primo caso) per dare un’informazione corretta alla cittadinanza. Il racconto dello sviluppo, continua Haddad, dovrebbe essere teso a far capire che siamo tutti connessi, che non esiste uno sviluppo del primo, del secondo e del terzo mondo, ma un unico sviluppo del pianeta e che ogni decisione e azione si ripercuote oramai a livello globale.

Secondo la giornalista Libby Powell, il development journalism è quello che racconta le storie, forse più silenziose, dopo che la guerra è finita, dopo che l’evento eccezionale si è consumato, quando i giornalisti se ne ritornano a casa per raggiungerelibbypowell una nuova scena mediatica spettacolare.
Un giornalista che non viene paracadutato sull’evento bellico con una scarsa preparazione, che scrive qualche diretta e poi se ne va, ma un giornalista che impiega tempo a documentarsi (che impiega semplicemente del tempo), ecco quello che occorre per fare questo tipo di giornalismo, se poi c’è una fondazione che lo finanza ben venga allora.
Leggendo i progetti finanziati nei bandi precedenti dall’ EJC (ma li vedremo da vicino in un altro post) mi sembra che siano diretti, più che a giornalisti che lavorano nelle Ong, a giornalisti che già scrivono per testate di una certa diffusione, ma l’occasione è così attraente che quasi quasi mi ci butto anch’io, se trovo il coraggio 😉

 

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