Cheese… Tutto il mondo si fotografa

Dove sono in questa foto?

Dove sono in questa foto?

Ogni due minuti vengono scattate più foto di tutte quelle che l’uomo ha fatto nel ‘900. Vi sembra impossibile? Invece è proprio così.
Ogni giorno invece vengono caricate sui social network qualcosa come 500 milioni di fotografie, ma fra un anno saranno molte di più. Sono dati che non devono stupire visto che oltre un miliardo e mezzo di persone hanno un cellulare connesso alla rete, più di quanti abbiamo un accesso facile alla toilette.
Il fotografare, anche nelle versione selfie, diventa un modo di esserci, di provare che si esiste e si fa. Scattando una foto e condividendola, ci si sente meno soli e la nostra esperienza sembra diventare più piena.

Con networked photography o social photography si intende proprio questo documentare collettivo della realtà. Se nel passato capitava ogni tanto che un fotografo o un cittadino qualsiasi scattasse la foto in un momento particolare, sensazionale, ora questa probabilità e diventata quasi scontata. Le primavere arabe, i disastri naturali (pensate allo tsunami o al terremoto in Emilia) sono raccontati in diretta da testimoni che comunque ci sono e che hanno quasi sempre uno smartphone sotto mano. Che tutto questo porti ad una maggiore trasparenza del mondo, ad una comprensione migliore della realtà, è da dimostrare.

Non è di questo che volevo parlare, ma del fatto che questa abbondanza non si traduce immediatamente in qualità e alta disponibilità di buone immagini per chi voglia far vedere il lavoro nella cooperazione.
Tradizionalmente le Ong incaricano un fotografo professionista che gira per i vari progetti portando a casa alla fine una buona collezione di foto da usare nei calendari, sulle magliette o per farne una mostra.
Oggi la disponibilità di smartphone anche nei paesi più svantaggiati, porta a discorsi diversi. Le Ong chiedono agli stessi cooperanti locali o ai diretti interessati di documentare o fotografare il proprio ambiente. Il problema della qualità delle immagini però rimane. Certe foto perfette possono essere anche fatte da una persona senza una formazione adeguata – i momenti magici esistono per tutti – ma spesso si hanno tra le mani foto che non si possono usare. Foto di gruppi in posa, persone in posa comunque, foto in controluce, oggetti estranei al soggetto, soggetti troppo piccoli o tagliati…

Io non sono un esperto in questa materia, ma con il tempo a forza di dover guardare tante foto per lavoro, ho cominciato un po’ a vederle, a leggerle. La fotografia, a differenza della parola, è molto più infida, sembra oggettiva ma in realtà non lo è. Susan Sontag parlava della singola fotografia come di un ritaglio della realtà; un ritaglio appunto, ma cosa rimane fuori da quello che si è scelto di far vedere? Per non parlare delle foto che sono invece delle composizioni e quindi un po’ anche delle falsificazioni, o delle immagini passate per il fotoritocco. La scrittura tendenzialmente è più sincera.

Ma la fotografia è un mezzo di comunicazione potente; diceva sempre Susan Sontag “Una narrazione può farci capire. Le fotografie invece ci ossessionano”. Cerchiamo di usare bene questo mezzo allora, cercando di vedere prima di scattare e di leggere quello che si vede.

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