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Storie di resistenza a Gaza, violenza sul web e inclusione scolastica nel nuovo numero della rivista di Aifo

luglio agostoIl numero di luglio e agosto della rivista Aifo, “Amici di Follereau” è particolarmente denso. Oltre al racconto dell’esperienza di un periodo di permanenza a Gaza fatta da un socio Aifo  (Susanna Bernoldi) si parla ancora di violenza e odio però sul web. Carlo Gubitosa, autore dell’articolo, afferma che la rete non aggiunge niente a ciò che già esiste nella nostra società, di qui il suo appello alla non violenza e ad una comunicazione di tipo ecologico.
Il dossier intitolato “Non uno di meno” racconta invece la storia tutta italiana dell’inclusione scolastica di quegli studenti che per motivi dovuti a deficit, contesti sociali difficili in cui vivono o provenienza da paesi stranieri, hanno maggiori difficoltà a fare il loro percorso scolastico.
Oltre alla presentazionie dei progetti realizzati da Aifo in Mongolia e nelle isole Comore, nella rivista si può leggere anche il contributo del fotoreporter Marcello Carrozzo che dice: “Sono un fotoreporter. Un fotoreporter di impegno sociale. Non mi interessa il folklore, né il colore; e i luoghi mi parlano e mi schiudono il segreto della loro poesia solo se non li filtro con la sensibilità decadente dell’esteta”. Buona lettura!

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Mongolia: un’opportunità di lavoro per i pastori disabili

Sempre a proposito di come raccontare un progetto di una ong in stretta collaborazione con personale locale, ecco il risultato di un collaudato rapporto tra me e Tuki (Tulgamaa). Abbiano impostato  assieme lo schema dell’articolo, Tuki mi ha inviato foto e testi ed io alla fine ho ricucito tutto in questo testo.

di Tulgamaa Damdinsuren e Nicola Rabbi
Tseyenpil  è una signora non udente e che si esprime male, Purevdorj invece è un uomo che si muove con difficoltà: che cosa hanno in comune queste persone? Oltre ad abitare nella zona arida della Mongolia e avere una disabilità fisica, sono ambedue beneficiari di un progetto che Aifo, assieme alla Fondazione Prosolidar, sta portando avanti da alcuni anni. E’ un progetto un po’ insolito e che punta all’autonomia economica delle famiglie nomadi al cui interno è presente una persona con disabilità. Questa autonomia viene raggiunta attraverso un fondo rotativo di capi di bestiame, di capre per la precisione, animali resistenti al clima secco e gelido del deserto del Gobi che occupa parte dell’aimag dove vivono Tseyenpil e Purevdorj.

Foto AifoGli aimag sono le 21 regioni in cui si divide la Mongolia e il Gobi-Altai, la regione di cui stiamo parlando, è in gran parte desertica con delle temperature che d’inverno però raggiungono anche i 30 gradi sotto lo zero. Il Gobi non è il deserto che di solito ci si immagina ma ugualmente è difficile viverci e l’unica attività di sostentamento – laddove non ci sono delle miniere s’intende – è la pastorizia. Abitare in un posto simile, per una persona disabile e per la sua famiglia, è ancora peggio.

Tseyenpil è una pastora nomade di 42 anni e vive da sola con una figlia, anche lei con difficoltà nel linguaggio, e tre nipoti; i suoi altri quattro figli non abitano con lei ma ha ugualmente un’intera famiglia a cui dover provvedere. Lei è stata scelta come beneficiaria del fondo rotativo di bestiame e ha ricevuto lo scorso ottobre 20 capre che questa primavera, periodo in cui avviene la tosatura, le hanno dato sei chili di cashmere, un tipo di lana che si può vendere a 20 euro al chilo. Sembrano guadagni minimi per una persona che vive nei paesi ricchi eppure per lei hanno un enorme significato, significano una grande opportunità. Per accordi inoltre, tutti i capretti nati nel corso dell’anno, rimarranno di sua proprietà.

Avere una disabilità fisica per un pastore, dato che è un lavoro che implica molto movimento, è un grande problema, ma Purevdorj, un ragazzo di 28 anni, deve farlo per poter mantenere una famiglia composta da una moglie e da un figlio. Cinque anni fa, quando si è sposato, ha ricevuto dai parenti un certo numero di animali ma poi un inverno è stato vittima dello Zud. Questa parola dal suono secco e misterioso indica in Mongolia una calamità naturale che ogni tanto colpisce questo paese. Lo Zud è un inverno particolarmente freddo e nevoso che non permette agli animali di trovare del cibo; famosi sono stati quelli a cavallo del 2000 che si sono ripetuti più volte. Durante un inverno Purevdorj ha perso gran parte del suo bestiame ed è così rientrato nel programma di assistenza previsto dal progetto di Aifo. Gli sono state date 20 capre per un anno che questa primavera hanno prodotto sette chili di cashmere e hanno dato alla luce numerosi caprettini. Così quando, finito il suo periodo, dovrà ridare al fondo rotativo le 20 capre per un altro beneficiario, potrà comunque contare sui nuovi nati.

L’autonomia economica come inclusione sociale
“Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi  con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è questo per esteso il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione  Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del

Foto AifoSettore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea.
L’inclusione della persona con disabilità nella società avviene pienamente solo quando si assicura a questa persona anche la possibilità di lavorare e di avere un proprio reddito, in modo da non dipendere solo da qualche forma di assistenza. In Mongolia si assiste ad una disparità di occasioni tra le persone disabili che vivono nei centri urbani (soprattutto nella capitale) e quelli che vivono in campagna. A questo si aggiunge la peculiarità che le famiglie nomadi in quel paese rappresentano almeno il 25% della popolazione. Vivono nelle tipiche tende circolari fatte di feltro (le gher) e periodicamente si spostano alla ricerca di pascoli adatti al loro bestiame. Il progetto si rivolge proprio alle famiglie in cui sono presenti delle persone con disabilità e le aiuta attraverso un sistema di prestito di bestiame a rotazione. Ogni anno (e per tre anni) vengono acquistate 1000 capre che vengono distribuite a 50 famiglie che ne possono disporre solo per un anno ma a cui rimarranno tutti i nuovi nati. Finito l’anno gli animali passano ad un’altra famiglia e così via, In questo modo vengono raggiunte 300 famiglie, coprendo tutto il territorio del paese. Le famiglie non sono scelte  a caso ma vengono individuate a livello di distretto (denominati somon) da un gruppo di persone che conoscono la situazione, come il medico di comunità e il responsabile della riabilitazione su base comunitaria.

Per conoscere la Mongolia
La Mongolia è un paese che presenta ancora, nonostante la globalizzazione che ci rende tutti più simili, dei caratteri fortemente originali. E’ grande 5 volte l’Italia ma ha una popolazione al di sotto dei tre milioni di abitanti, dandole il primato del paese con il minor numero di abitanti per chilometro quadrato. Metà della sua popolazione è poi concentrata nella capitale – Ulaanbaatar – che in 10 anni si è ingrandita enormemente. Altre caratteristica del paese è il clima estremamente freddo per gran parte dell’anno e la scarsità di precipitazioni, questo però solo nella sua parte meridionale dove si trova il deserto del Gobi.

Storicamente la Mongolia è la patria di Temujin (ovvero Gengis Kahn) che creò nel 1022 il più vasto impero della storia.
Nel 1992, dopo quasi 70 anni di repubblica socialista sotto la protezione dell’Unione Sovietica, divenne una repubblica parlamentare aprendosi al libero mercato. Venuti meno gli aiuti russi la Mongolia attraversò un periodo molto difficile negli anni ’90 e i disabili, come ogni categoria svantaggiata, furono i più colpiti dalla mancanza di cibo, di assistenza sanitaria e di un’adeguata educazione. La Mongolia, però, in questi ultimi anni sta conoscendo uno sviluppo economico incredibile (il Pil nel 2011 è cresciuto del 17,5%, nel 2012 del 11,2%, nel 2013 del 12,5%), un aumento dovuto alle sue miniere di rame, oro e carbone, tra le più grandi del mondo e che le hanno regalato il nomignolo di “Mine-Golia”.
Questa crescita economica, come capita spesso nei paesi in via di sviluppo, non si accompagna però ad un crescita dei servizi sanitari, sociali ed educativi per tutti, anzi il divario tra chi è ricco e chi è povero tende ad aumentare, anche se altri indicatori (percentuale di popolazione che è al di sotto della soglia della povertà e aspettative di vita media) tendono a migliorare.

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Make development inclusive! Quando la cooperazione si occupa di disabilità nei paesi poveri

Riporto una ricerca realizzata dal Centro Documentazione Handicap di Bologna in collaborazione con Aifo su cooperazione e disabilità. Il lavoro è stato rimontato usando la piattaforma offerta da storify e arricchita con due contenuti video. Il lavoro è del dicembre del 2011 ma è ancora attuale; l’unica novità di rilievo è rappresentata dal  Piano d’Azione sulla Cooperazione allo Sviluppo e la Disabilità redatto dai tecnici del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la Rids.

accaparlante

Sono circa un miliardo le persone con disabilità nel mondo, l’80% delle persone con disabilità vive nei paesi poveri o, detto in un altro modo, chi è disabile ha anche molte più probabilità di essere povero.
Molte persone che si occupano nei paesi occidentali di inclusione delle persone con disabilità non hanno una percezione reale dello stato di abbandono in cui versano nei paesi in via di sviluppo, anche in quelli che hanno delle economie emergenti.

In Italia le ONG che fanno cooperazione allo sviluppo sul tema della disabilità in modo continuativo sono poche, ma le cose stanno cambiando, si comincia  respirare un’aria nuova in questo settore.
Dopo la ratifica da parte dell’Italia (2009) della Convenzione Internazionale sui diritti delle persone Disabili (Onu 2006), sono state approvate le Linee Guida sulla disabilità da parte del Ministero Affari Esteri. Queste linee guida prendono spunto dall’articolo 32 della Convenzione Onu che parla proprio direttamente di cooperazione allo sviluppo e di disabilità.
Da un lato questo movimento legislativo e culturale potrebbe portare ad una crescita sia della progettazione che della sua realizzazione, dall’altro però ci troviamo di fronte ad un periodo di crisi economica perdurante e drammatico, il peggiore che il nostra paese ha dovuto affrontare dal dopoguerra. Questa crisi economica si traduce in una progressiva riduzione degli stanziamenti a favore della cooperazione italiana, già dotata di poche risorse se paragonata ad altri paesi europei. Ma la crisi non deve essere un pretesto per questi tagli, visto che la cooperazione non è carità, anzi cooperare allo sviluppo vuol dire sviluppare anche se stessi, soprattutto in un mondo come il nostro, dove tutto è sempre più connesso e dove lo sviluppo di una parte a scapito di un’altra, oramai si sa, danneggia l’intero sistema nel lungo, ma anche nel medio periodo.

Per scrivere questo approfondimento abbiamo intervistato persone che lavorano all’interno delle ONG, rappresentanti della Direzione generale cooperazione allo sviluppo e un rappresentante italiano (Gianpiero Griffo) della Disabled People International.
La maggior parte dei contributi provengono da una sola ong, Aifo, il gruppo che storicamente si occupa in Italia di cooperazione allo sviluppo e disabilità.

Il lavoro è suddiviso in tre parti, la prima di carattere generale e contestuale, la seconda che racconta esperienze di cooperazione e l’ultima che si occupa solo del tema della comunicazione, o meglio dell’importanza che la comunicazione deve avere sia per quanto riguarda il racconto dei progetti in sé e la loro diffusione, sia per quanto riguarda l’uso di strumenti informativi all’interno dei progetti stessi, campi ancora da sviluppare in modo adeguato.

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Bereket non esiste ma vuole commuovere

Bereket è un ragazzino eritreo di 15 anni che da due sta cercando di raggiungere Amburgo. Sta raccontando la sua tragica epopea su una pagina Facebook. Ma Bereket non esiste, è tutto finto, si tratta di una nuova forma di storytelling sperimentata da Save the Children.

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Il gioco dovrebbe essere chiaro dato che anche nell’intestazione della pagina c’è scritto che Bereket è un personaggio inventato e che questo si tratta solamente – come si legge nelle Informazioni –  “…di un progetto di sensibilizzazione sul tema dei minori migranti non accompagnati a cura di Save the Children Italia. La storia di Bereket è stata realizzata sulla base di testimonianze raccolte tra i minori migranti eritrei non accompagnati sbarcati sulle coste italiane e assistiti tramite il Progetto Praesidium”.
L’idea è stata lanciata in occasione della presentazione del rapporto, intitolato “L’ultima spiaggia. Dalla Siria all’Europa, in fuga dalla guerra” come si precisa in un articolo dell’Huffington Post (Italia).
Ma leggendo i commenti e le reazioni dei lettori, qualcosa non sta funzionando.
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Il primo post risale al 22 marzo di quest’anno e si riesce a leggere tutto lo storytelling in pochi minuti. La partenza dall’Eritrea, la sua cattura in Etiopia e poi un tragico balletto che porta questo personaggio dai campi profughi sudanesi alle prigioni libiche, poi a quelle egiziane, infine il ritorno in Libia con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa. Il racconto è corredato da immagini, da altre piste narrative (la storia dell’atleta olimpico eritreo) e anche dal commento dei suoi famigliari che vivono già in Germania. Ma è tutto finto e a volte un po’ patetico. Ho provato anche a ricercare i profili su Facebook dei suoi parenti ma ho trovato come primi risultati un attore comico, un ristorante…
Ma al di là del racconto basta vedere i commenti dei lettori per capire che questo tentativo non sta raggiungendo il suo scopo, non sta sensibilizzando sul tema dei profughi minorenni che partono dall’Africa per arrivare in Europa alla ricerca di una vita degna.
I commenti a volte sono esilaranti, altre volte tristi; è in queste occasioni che il popolo della rete diventa più che un’intelligenza collettiva, un magma caotico ingestibile.

Questa confusione però ha anche alcune spiegazioni. Chi legge un post, magari lo legge da una condivisione, qualcun’altro invece non riesce ad inquadrarlo nel contesto, ad altri manca semplicemente l’attenzione (che tante volte si perde nel flusso del web). Quindi è facile equivocare.
Oltretutto le persone sono abituate a leggere storie come queste sui romanzi (lì il patto con il lettore è chiaro), oppure su un fumetto, un film, ma non si è abituati a trattare le pagine Facebook come dei racconti inventati. Dalle pagine Facebook ci si aspetta, almeno fino ad oggi, delle cose vere, come la pubblicizzazione di un gruppo, di un’iniziativa, di un personaggio pubblico (non certo di un personaggio inventato).
Comunque il problema maggiore non è tanto la confusione che genera tra i lettori e la mancanza di modelli narrativi di riferimento (fare dei tentativi nuovi è pur sempre un atto di coraggio), no, quello che per me è deludente, è lo stile della narrazione, che tende al patetico, ma immedesimarsi non porta necessariamente a questo.

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Spontanei, efficienti o cool: i tanti modi per raccontarsi con i media digitali

Gli strumenti di comunicazione digitali offrono delle enormi opportunità a quei gruppi che non hanno molti soldi da spendere in comunicazione e in genere a tutte quelle organizzazioni sparpagliate in giro per pianeta (come è il caso delle ong). Oggi vi racconto come abbiamo portato la voce (e il volto) di tre cooperanti locali all’assemblea nazionale di Aifo.
Il compito era quello di far parlare, all’interno dell’incontro di due giorni, i responsabili di tre programmi paese (Brasile, Mongolia, India) attraverso un intervento video di pochi minuti, giusto per avere un’idea della loro situazione e anche per dare un po’ di movimento ai lavori attorno a un tavolo. Avevamo poco tempo per recuperare queste testimonianze, solo qualche giorno, e in più le persone da coinvolgere avevano degli impegni personali. Dopo averli avvertiti con un’e-mail, ecco quello che è successo.

Deolinda, la coordinatrice locale in Brasile, doveva partire per una zona del suo paese dove non c’era copertura internet e allora abbiamo realizzato un’intervista video via skype, usando un programma gratuito in rete per registrazione audio video (in questo caso Free Video call Recorder per skype, ma ve ne sono altri). La qualità video è decisamente scarsa, l’improvvisazione ha portato con sé la vocina di una bimba che strilla sullo sfondo e anche il riflesso azzurrognolo dello schermo del computer sugli occhiali di Deolinda, ma in due minuti si riesce ad avere un quadro del lavoro di Aifo in Brasile. Poi un veloce lavoro di montaggio video (con Adobe Premiere), un titolo e il gioco è fatto.

Diverso il discorso con Tuki, la referente Aifo in Mongolia che, confermando la reputazione data ai mongoli di essere i tedeschi asiatici, mi fa arrivare tramite wetransfer tre video girati  in un formato ad alta definizione per un totale di 15 minuti, che mi creano diversi problemi nel montaggio e che assieme alla sottotitolazione in italiano si portano via almeno tre ore di lavoro. L’intervista ricucita in meno di 3 minuti è ricca di informazioni.

Infine Jose, referente per l’India, che non a caso abita nella tecnologica Bangalore, non manda un video, ma fornisce il link ad una presentazione fatta con Adobe Voice (un app per ipad) che assomiglia ad una presentazione in Powerpoint dove, con un ritmo troppo rapido per una platea non anglofona, racconta il loro impegno contro la lebbra e i finanziamenti che hanno ricevuto e che vorrebbero ricevere, il tutto con uno stile decisamente cool, secco e sintetico. Manca però Jose.

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Demchigsuren, iI dottore che non si limita a tagliare

 

Demchigsuren è un omone non molto alto, la statura media dei maschi mongoli è piuttosta bassa, ma dal fisico poderoso. Occupa un ruolo importante nella sua regione dato che è il capo del Dipartimento alla Salute e in passato è stato anche un rappresentante del parlamento regionale. Lo abbiamo intervistato perché è uno di quei medici che conoscendo la riabilitazione su base comunitaria ha cambiato il suo modo di lavorare.

Come chirurgo e traumatologo il suo compito era quello di “aggiustare” e là dove non si poteva, tagliare la parte del corpo offesa. In Mongolia le strade sono pericolose e gli incidenti, in rapporto al numero di macchine che girano, molto frequenti. D’inverno poi, oltre al freddo complice qualche bicchierino di akhri (vodka) in più, alcune persone perdono gli arti a causa del congelamento.

Il suo incontro con la RBC nel 1996 lo ha portato a riconsiderare il suo ruolo di medico che non si può limitare a curare solo la parte malata del corpo ma deve considerare il paziente nel suo insieme, come persona che, dopo avere perduto un arto, perde anche il suo lavoro. Questa presa di coscienza da parte di un medico è molto importante e porta al cambiamento di molto altro. Demchigsuren è solo un medico ma sente di doversi occupare anche dei pregiudizi che la società mongola ha verso le persone disabili.

Quando mi capita, qualche volta, non sempre è così naturalmente, di incontrare un medico in ospedale e di sentire come parla e vedere come si atteggia nei miei confronti, mi ritorna in mente Demchigsuren, che durante una cena in una gher continuava a bere dal mio bicchierino di akhri e che il mattino del giorno dopo, al momento dell’addio, è arrivato con uno scatolone unto e semiaperto al cui interno c’era un regalo per noi: una mezza capra bollita!

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Come raccontare un progetto?

MunguntsetsegOgni mese lo stesso problema. Quando si tratta di raccontare sulla rivista un progetto seguito da Aifo in qualche parte del mondo ritornano sempre gli stessi dubbi. All’inizio abbiamo pensato ad un articolo (Ashini vuol giocare a cricket) dove accanto alla descrizione del progetto ci fossero delle testimonianze, ma poi si poneva sempre il problema delle “storie”, ovvero della parte dove si racconta la vita della persona svantaggiata coinvolta nel progetto. In genere le storie hanno tutte lo stesso problema, mancano di profondità, di dettagli e così finiscono, in un modo imbarazzante, per assomigliarsi l”una all’altra e in questo modo si fa un cattivo servizio (dal punto di vista giornalistico, ma non solo).
Con Luciano Ardesi, il mio compagno di viaggio in questa avventura editoriale, abbiamo cominciato a raccogliere testi e altre informazioni direttamente dai cooperanti italiani espatriati o dal personale locale per avere delle testimonianze più pregnanti e un panorama culturale (ma anche politico, sociale, economico) in cui situare le storie. I nostri racconti sono diventati così un po’ più incisivi (Salute mentale in Cina: apriamo la grande muraglia).
Accanto al testo abbiamo lavorato in parallelo anche nella ricerca di fotografie adeguate che facessero parte dell’articolo in un modo integrante e non come semplice orpello, fotografie espressive e non in “posa”.
Infine, sempre per rendere più interessante il lavoro, abbiamo cominciato anche a suddividerlo in parti diverse (sulla rivista cartacea appaiono come box su sfondo colorato), tra cui anche una breve sezione dedicata ad una particolarità storica o sociale o economica del paesi di cui parlavamo (Se la voce di Nenlay Doe si diffonde per radio), questo con lo scopo di informare il lettore ma anche di rendere più interessanti temi di non facile lettura.
Non sempre, naturalmente, riusciamo ad avere tutti gli elementi presenti assieme, a volte mancano delle testimonianze efficaci, altre volte delle foto, ma la tensione è di avere comunque il massimo possibile per ogni aspetto soprattutto cercando di avere un contatto diretto con la realtà che raccontiamo.
Una sola volta abbiamo raccolto le testimonianze “in viva voce” usando skype e, nonostante, la mediazione digitale, penso che il risultato sia stato tra i più riusciti in termini di vivacità del racconto e di presa sul lettore (Pedro: una casa tutta mia per cancellare lo stigma): voi che ne dite? Che altre strade si possono tentare?