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Un anno di Gong!

s0_475Un anno fa, il primo gennaio 2014, nasceva Gong  e, quando ho iniziato questa esperienza, confesso che non mi aspettavo che fosse così impegnativa. Doveva essere semplicemente uno strumento parallelo al mio lavoro ordinario con Aifo e in parte lo è stato, facendo da cassa di risonanza alle varie iniziative, diffondendo articoli, promuovendo la rivista Amici di Follereau. Quello che non mi aspettavo è che i post richiedessero tanta cura, tanta attenzione e responsabilità. Gong! è diventato un lavoro – di tipo volontario – in più, con tutte le fatiche che ne conseguono. So anche che il lavoro gratuito, almeno per me, dà soddisfazioni e una pace che il lavoro “obbligato” non ti riesce a dare: leggere un libro perché è finalizzato ad un lavoro è una cosa, leggerlo liberamente, perché non sai che uso ne farai dopo, dove tutto è possibile, ti dà un senso di libertà e gratuità ben diverso. Così è stata l’esperienza di Gong!.

I numeri di questo blog
Detto questo, vorrei presentarvi un po’ di numeri per dare modo di vedere l’esperienza di questo blog sotto altre angolazioni.
In un anno ho pubblicato 103 post, non sono stati tutti contributi originali, a volte sono state delle segnalazioni di convegni, corsi – circa una decina – ma rimane comunque un numero enorme che mi ha visto aprire la piattaforma editoriale di wordpress almeno 2,5 volte alla settimana.
Le visite sono state circa 6.220, ovvero mediamente 17 al giorno, mentre i lettori singoli sono stati quasi 4 mila e i commenti e le repliche ai post sono stati 30. Questo nel corso dell’anno, ma il secondo semestre è decisamente più frequentato e commentato.
Dal mio punto di vista quindi non si tratta di un luogo di conversazione molto trafficato, ma del resto un blog così specializzato (informazione e sviluppo internazionale, ong e comunicazione) non  è un genere di conversazione così diffuso in rete e per di più in lingua italiana. Una grande soddisfazione sono stati per me i contributi dei lettori, alcuni molto a tema e approfonditi.

Postare costa fatica
Con il passare del tempo ho visto che i miei post sono diventati sempre più lunghi ed elaborati, cosa che non avrei voluto. Ho cercato così di tornare indietro, scrivendo contributi più brevi ed essenziali, ma non è facile riuscire a dire qualcosa di significativo restando brevi e questo è un dilemma che rimane aperto. Forse basterebbe proporre temi, idee più specifiche, limitandosi a queste e non cercare di abbracciarne molte.

Per quanto riguarda gli articoli più letti, ecco, in successione, i primi 7:

In questo caso i lettori hanno fatto una buona scelta perché si tratta di articoli più riusciti di altri, chi legge questo blog quindi ha le idee ben chiare. Ne ripropongo però altri tre  😉 che sono stati un po’ trascurati:

Da dove vengono i lettori e come vengono raggiunti
Quasi il 20% dei lettori risiede all’estero, secondo una graduatoria che vede al primo posto Stati Uniti e a seguire poi Francia, Brasile, Liberia, Mongolia, Regno Unito, Belgio; in tutto gli stati presenti sono ben 94!
I canali che uso che far conoscere i post sono i social media più diffusi ma l’analisi del loro indice di riscontro presenta delle sorprese: se si può ben immaginare che Facebook faccia la parte del leone con più del 60% di contatti, sorprende l’efficacia di Linkedin, mentre delude Twitter come “raccoglitore” di lettori, anche se, in questo caso, può c’entrare anche un suo uso poco professionale da parte del sottoscritto. Al secondo posto, come “generatore” di lettori,  invece si piazza non un social media, ma il motore di ricerca Google.

Vorrei infine ringraziare tutti i lettori che hanno seguito questa esperienza, per la loro attenzione e i loro contributi. Auguro a tutti quanti un 2015 sereno  🙂

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Dietro l’orda d’oro è on line!

ordadoroEcco tutto il servizio impaginato su Medium, una piattaforma editoriale gratuita su web che permette una buona resa del materiale scritto, fotografico e video. Il servizio è anche pubblicato sulla rivista Accaparlante.

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“Dietro l’orda d’oro. Scrivere, fotografare e disegnare la disabilità in Mongolia” sulla rivista Accaparlante

copertina Hp MongoliaDi tutto il materiale che abbiamo riportato dalla Mongolia, siamo riusciti a pubblicare su carta qua e là, delle foto, dei servizi brevi, delle storie, ma il reportage lungo, quello fatto solo di parole, beh quello è merce molto più difficile da pubblicare. Un servizio di 35 mila battute su una rivista cartacea è in effetti quasi improponibile a meno che tu non sia un nome noto – e non è certo il mio caso –  solo la rivista HP-Accaparlante ha voluto farlo, e un po’ ho giocato in casa visto che lavoro anche con loro.
Accaparlante è la rivista storica, esiste da 30 anni, del Centro Documentazione Handicap di Bologna, una rivista culturale che si occupa di disabilità Da quest’anno ha cambiato anche editore, scegliendo di collaborare con Quintadicopertina, una giovane casa editrice genovese, esperta in editoria on line. Siamo in piena campagna abbonamenti e se qualcuno vuol fare un regalo natalizio diverso, ecco una buona occasione per farlo.

Tra un po’ monterò tutto il lungo servizio giornalistico su una piattaforma editoriale sul web, non so ancora quale, non su questo blog comunque, e se qualcuno di voi avrà la pazienza di leggerlo tutto, mi farà felice. 🙂

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War Witch e War Brothers: diversificare il racconto

Rebelle_(2012_film)Recentemente ho visto un film (War Witch) e ho letto un fumetto (War Brothers) che trattano lo stesso tema, quello dei bambini/ragazzi rapiti da ribelli armati che vengono costretti a combattere. Per rimarcare lo spartiacque che delimita la vecchia dalla nuova e orribile vita, i ribelli li costringono spesso a commettere degli omicidi nei confronti dei loro cari, diventando così degli emarginati all’interno della società anche quando riescono a tornare.
Le storie sono abbastanza simili perchè percorrono la tragica epopea di questi bambini soldato, finché un evento permetterà a qualcuno di loro di tornare a vivere una vita normale, dopo un tormentato periodo di reinserimento.
Nel film i protagonisti sono una ragazza (la strega di guerra appunto) e un ragazzo albino, nel fumetto un gruppo di amici, ma in tutte e due i casi sono i sentimenti forti che permettono la resistenza e la fuga; nel primo caso si tratta di un innamoramento, nel secondo di un senso di fratellanza.
Il film è stato prodotto nel Canada francofono ed è stato diretto da un regista ( Kim Nguyen) di origine vietnamita mentre il fumetto è stato disegnato da un fumettista (Daniel Lafrance) che si è basato sul romanzo per ragazzi scritto da Sharon E. 1362851638McKay (ambedue autori sempre provenienti dal Quebec).
Quindi si tratta di prodotti pensati e realizzati fuori dall’Africa anche se sono ambientati nella Repubblica Democratica del Congo (il film) in Uganda (il fumetto).

Pur con questo limite, le due opere sono fatte molto bene e sono per me anche la prova che per far conoscere certe situazioni o promuovere delle idee, occorre usare più strumenti culturali per andare incontro ad un pubblico che è sempre più variegato.
Questa capacità di usare strumenti diversi comporta però capacità professionali specifiche perché i risultati siano davvero buoni. Anche se è diffusa l’idea del giornalista/operatore culturale che grazie ad un portatile e allo smartphone riesce a scrivere resoconti, scattare foto e produrre video, difficilmente questi lavori saranno veramente buoni.
In termini di spesa e tempo però certi strumenti sono molto più semplici da fare: pensate alla complessità che comporta un lavoro video professionale (un regista, un operatore, un giornalista, un fonico…) e quel poco che occorre invece per scrivere un buon reportage o anche realizzare una graphic novel. A volte, nella propria strategia di comunicazione, è meglio puntare su prodotti semplici, soprattutto quando le risorse economiche non sono molte, oppure siamo destinati tutti a fare solo video?

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Cheese… Davanti al dolore degli altri

goyaDavanti al dolore degli altri è un saggio del 2003 scritto da Susan Sontag; è un libro bellissimo che dovrebbe essere letto da chi fa comunicazione e pubblicità perché è una specie di storia della fotografia del dolore, di come nel corso dei decenni si sono poste queste immagini davanti agli spettatori e di come, chi vede, reagisce a queste “visioni”.
Siamo tutti un po’ guardoni e ciò che ci attira di più sono le immagini che rappresentano il sesso e il dolore. Da questi temi siamo attirati.
Dice Susan Sontag con la sua prosa semplice e profonda: “Noi vogliamo che il fotografo sia una spia nella casa dell’amore e della morte e che i suoi soggetti siano inconsapevoli della macchina fotografica”.

L’uso della sofferenza – attraverso le fotografie – per promuovere le proprie cause o per raccogliere risorse economiche è un tema dibattuto in chi fa cooperazione internazionale e le risposte che si danno sono diverse.
Le immagini che ritraggono un’umanità sofferente e impotente tolgono ai soggetti fotografati la propria volontà o capacità di reagire. A questo proposito Susan Sontag riporta nel libro un dibattito che ha riguardato l’opera di Sebastiao Salgado, il fotografo della miseria della condizione umana dove i soggetti sono colti dall’autore nella loro impotenza e nessuno di loro è identificato con un nome. Oggigiorno diverse campagne di comunicazione di Ong assegnano invece un nome e un cognome alla persona ritratta facendo bene attenzione a darle una valenza positiva, di darle una voce e non solo un urlo. E’ anche vero che il discorso però non può ridursi a quella persona, a quel caso, altrimenti si rischia di non comprendere il perché si è creata questa situazione di ingiustizia sociale.

Le immagini forti dovrebbero stimolare in chi le vede all’azione: ma è proprio così? Sontag dice che provare compassione di fronte alle immagini, ci fa sentire bene. Se proviamo questo sentimento, significa che non siamo complici con quello che succede. Ma questo non basta, secondo l’autrice, oltre la commozione bisogna agire e  capire il perché dell’ingiustizia attraverso un percorso che va oltre quell’immagine.
E’ anche vero che nella nostra società il livello dello violenza mostrata si fa sempre più alto e questo porta all’assuefazione e alla richiesta di “colpi” ancora più forti. Il rischio secondo l’autrice è quello di generare indifferenza e apatia e quindi di nuovo impotenza. Curiosamente sia il soggetto rappresentato che chi vede può trovarsi nella stessa condizione, per ragioni diverse, di impotenza.

Ciò che la Sontag non poteva prevedere, anche se a distanza di così pochi anni, è che questo livello di esposizione non è più controllabile dai media; con la networked photography possiamo vedere tutto, siamo sottoposti a tutte le immagini, possiamo subire degli shock da guerra stando sul nostro divano. In questi casi è chiara anche l’impotenza dei mass media quando, per motivi deontologici, non pubblicano, ad esempio, le immagini relative all’esecuzione di ostaggi occidentali da parte di Isis. Un’accortezza che serve a poco, perché chiunque di noi può vederli in un modo o nell’altro in rete.
Se nel 2003 questa spettacolarizzazione di tutto poteva essere vera solo per l’occidente e il Giappone, oggi non è più così, siamo tutti spettatori e la spettacolarizzazione si è globalizzata.

Chi fa comunicazione nel campo della cooperazione internazionale si trova così di fronte ad un pubblico che ha la possibilità di accedere a immagini ben più forti di quelle che si può osare di proporre in una campagna di comunicazione no profit e anche ad un pubblico assuefatto alla violenza, allo shock visivo. Muoversi ed ottenere dei risultati in questi contesti non è facile.
Oppure si potrebbe contare sulla “Cura Ludovico, ve la ricordate? Ad Alex, il disagiato protagonista di Arancia Meccanica, ad un certo punto del film, vengono somministrate delle immagini iperviolente a ripetizione assieme all’ascolto della musica di Ludwig Van Beethoven; tutto questo per guarirlo dal suo comportamento sociale pericoloso. “Le palpebre le possiamo abbassare – dice la Sontag – le orecchie non hanno invece delle porte”, ma Alex era costretto a sentire e a vedere e noi, nella società iperconnessa, cosa possiamo aprire, cosa possiamo chiudere?

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Cheese… Tutto il mondo si fotografa

Dove sono in questa foto?

Dove sono in questa foto?

Ogni due minuti vengono scattate più foto di tutte quelle che l’uomo ha fatto nel ‘900. Vi sembra impossibile? Invece è proprio così.
Ogni giorno invece vengono caricate sui social network qualcosa come 500 milioni di fotografie, ma fra un anno saranno molte di più. Sono dati che non devono stupire visto che oltre un miliardo e mezzo di persone hanno un cellulare connesso alla rete, più di quanti abbiamo un accesso facile alla toilette.
Il fotografare, anche nelle versione selfie, diventa un modo di esserci, di provare che si esiste e si fa. Scattando una foto e condividendola, ci si sente meno soli e la nostra esperienza sembra diventare più piena.

Con networked photography o social photography si intende proprio questo documentare collettivo della realtà. Se nel passato capitava ogni tanto che un fotografo o un cittadino qualsiasi scattasse la foto in un momento particolare, sensazionale, ora questa probabilità e diventata quasi scontata. Le primavere arabe, i disastri naturali (pensate allo tsunami o al terremoto in Emilia) sono raccontati in diretta da testimoni che comunque ci sono e che hanno quasi sempre uno smartphone sotto mano. Che tutto questo porti ad una maggiore trasparenza del mondo, ad una comprensione migliore della realtà, è da dimostrare.

Non è di questo che volevo parlare, ma del fatto che questa abbondanza non si traduce immediatamente in qualità e alta disponibilità di buone immagini per chi voglia far vedere il lavoro nella cooperazione.
Tradizionalmente le Ong incaricano un fotografo professionista che gira per i vari progetti portando a casa alla fine una buona collezione di foto da usare nei calendari, sulle magliette o per farne una mostra.
Oggi la disponibilità di smartphone anche nei paesi più svantaggiati, porta a discorsi diversi. Le Ong chiedono agli stessi cooperanti locali o ai diretti interessati di documentare o fotografare il proprio ambiente. Il problema della qualità delle immagini però rimane. Certe foto perfette possono essere anche fatte da una persona senza una formazione adeguata – i momenti magici esistono per tutti – ma spesso si hanno tra le mani foto che non si possono usare. Foto di gruppi in posa, persone in posa comunque, foto in controluce, oggetti estranei al soggetto, soggetti troppo piccoli o tagliati…

Io non sono un esperto in questa materia, ma con il tempo a forza di dover guardare tante foto per lavoro, ho cominciato un po’ a vederle, a leggerle. La fotografia, a differenza della parola, è molto più infida, sembra oggettiva ma in realtà non lo è. Susan Sontag parlava della singola fotografia come di un ritaglio della realtà; un ritaglio appunto, ma cosa rimane fuori da quello che si è scelto di far vedere? Per non parlare delle foto che sono invece delle composizioni e quindi un po’ anche delle falsificazioni, o delle immagini passate per il fotoritocco. La scrittura tendenzialmente è più sincera.

Ma la fotografia è un mezzo di comunicazione potente; diceva sempre Susan Sontag “Una narrazione può farci capire. Le fotografie invece ci ossessionano”. Cerchiamo di usare bene questo mezzo allora, cercando di vedere prima di scattare e di leggere quello che si vede.

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Un comunicato stampa quasi perfetto

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Aifo è una Ong particolare, in quanto è sostenuta da numerosi volontari organizzati in gruppi sparsi per tutta la penisola. Spesso organizzano degli eventi di sensibilizzazione e di ricerca fondi e scrivono dei comunicati per farlo sapere nel loro territorio. Ogni tanto ci chiedono, in qualità di addetti alla comunicazione di Aifo, di avere delle istruzioni su come farli; ecco un sintetico manualetto pubblicato nel numero di gennaio della rivista “Amici di Follereau”  (l’articolo è stato un po’ adattato a questo blog).

 

Abbiamo organizzato una mostra fotografica sugli ex malati di lebbra in sperduti villaggi della Cina meridionale: la sala è stata scelta, così anche i relatori, i volontari hanno già i loro turni. Finito il nostro lavoro? No! Questo è solo il primo passo che ne prevede uno altrettanto importante, comunicare la nostra iniziativa all’esterno in un modo preciso e nei tempi giusti. Sì, perché la comunicazione di quello che si fa è importante quanto l’evento in sé, dato che se nessuno viene ad ascoltarci, se sono poche le persone che ci leggono o ci sentono nei mass media (inclusi quelli social), allora il nostro lavoro rischia di essere poco incisivo. Non serve a raccogliere fondi, a trovare nuovi volontari o semplicemente a sensibilizzare l’opinione pubblica.

A chi ci rivolgiamo

Per fortuna scrivere un comunicato stampa è abbastanza semplice, dato che ha delle regole di scrittura condivise da tutti. Prima di scriverlo però chiediamoci a chi ci stiamo rivolgendo e cosa vogliamo da loro.
Se scriviamo un comunicato stampa diretto a un gruppo chiuso di persone che sappiamo esperte del nostro tema, o che semplicemente condividono il nostro linguaggio potremo porci pochi problemi nella scelta delle parole e nella spiegazione dei temi. Questo capita però raramente visto che si scrive per molte più persone. Ecco allora che diventa importante seguire delle norme di scrittura semplice, chiara, sintetica, non dando mai per scontato sigle (Ong, Mae, Rbc …) e parole (hanseniasi, espatriati, stigma …).

Titolo caldo o titolo freddo?

Un buon comunicato deve essere chiaro fin dal titolo. Molti giornalisti lo scrivono solo alla fine dello scritto e si limitano all’inizio a tracciare un abbozzo che serve per fissare il tema principale. Come per gli articoli di un giornale ci sono due tipi fondamentale di titoli, quelli freddi o descrittivi e quelli caldi o evocativi. I primi informano direttamente sul contenuto, i secondi lo suggeriscono e obbligano il lettore a interpretarli. Si usano i titoli caldi perché attirano più l’attenzione e danno più soddisfazione al lettore che li decifra. La soluzione nel loro impiego sta nell’usarli assieme: se si fa un titolo caldo è bene mettere un sottotitolo freddo e non lasciare il lettore nell’incertezza. Facciamo un esempio. Nel numero di novembre di questa rivista è apparso un articolo intitolato “Paradisi di guerra” che da solo può significare moltissime cose, ma grazie a un buon sottotitolo descrittivo si capisce subito che si parla delle basi militari in Sardegna.

Nell’attacco c’è già tutto

Il lead o attacco sono le prime tre, quattro righe del comunicato; in queste spazio bisogna dare una risposta precisa alle 5 W del giornalismo anglosassone, ovvero bisogna dire quando  c’è l’evento, dove si svolge,  da chi è organizzato, in che cosa consiste, perché infine si fa. Se il perché è molto importante (raccolta fondi per esempio), allora si deve cercare di metterlo fin dall’inizio (Titolo: “Una mostra fotografica per la raccolta di fondi a favore degli ex malati di lebbra in Cina”).
Può sembrare strano ma spesso i punti deboli dei comunicati scritti non da giornalisti riguardano i dettagli pratici del quando e del dove. Queste informazioni devono essere precise e chiare. Anche il che cosa è un elemento delicato che crea facilmente confusione: se nel nostro evento accadono più cose – ad esempio oltre alla mostra fotografica vi è una presentazione e poi un evento di animazione – noi dobbiamo dare di tutti questi elementi una spiegazione chiara, in ordine cronologico e, preferibilmente, scegliere quello più importante per metterlo nel titolo. Non può essere data pari importanza a cose diverse, o perlomeno è difficile e rischia di confondere il lettore.
Una volta che si è scritto un buon inizio, ci si può dedicare al corpo del comunicato, sviluppando meglio i suoi elementi. Qui abbiamo più spazio per spiegare il tema. Possiamo raccontare meglio la condizione degli ex malati di lebbra che vivono nelle zone rurali di montagna in villaggi separati dagli altri, o dare informazioni dettagliate sull’autore delle foto. Dire il perché raccogliamo fondi e come sono impiegati. Qui l’unico problema è quello della lunghezza del testo. Non si può scrivere molto in un comunicato, una pagina può bastare (3-4.000 battute di word spazi inclusi). Quest’accortezza ha a che fare invece con il lavoro giornalistico e con la possibilità che sia pubblicato sui media, stiamo parlando della sua notiziabilità.

Cerchiamo di aumentare i valori-notizia dei nostri comunicati

Noi scriviamo per un giornalista nel caso vogliamo essere pubblicati su un mass media e il nostro comunicato ha più possibilità di passare grazie ai suoi valori notizia. E’ chiaro che un comunicato stampa di un evento organizzato dal Terzo Settore non può avere una gran notiziabilità ma possiamo fare in modo di renderlo più appetibile. Se il comunicato è scritto bene e non presenta ambiguità sarà più facile per un giornalista “trattarlo”, ci dovrà perdere meno tempo a scriverlo e a inserirlo nel giornale.
Importante è anche il rispetto dei tempi. Se mando il comunicato alla sera e l’evento accade subito il giorno dopo, per i tempi di lavorazione di un quotidiano locale, sarà tardi. Lo stesso ragionamento va fatto se ci rivolgiamo ad altri media come radio, telegiornali o periodici. Tutti hanno delle loro tempistiche da tenere presente.
Uno strumento utile per vedere pubblicate le proprie cose sui media, è la creazione di una piccola agenda dove annotare l’e-mail, il telefono del giornalista o della testata che a livello locale fa informazione. Se poi costruiamo una relazione personale con un giornalista sensibile ai nostri temi, il gioco diventa ancora più facile.

La locandina non è un comunicato stampa

Il nostro testo deve terminare sempre con delle informazioni di riferimento, un numero di telefono, un’e-mail … in modo che il lettore possa contattarci per avere informazioni.
A questo punto possiamo inviare il comunicato a un mass media. L’e-mail è lo strumento più comodo e il comunicato deve essere scritto nel corpo dell’e-mail, in modo che il giornalista non debba aprire un allegato. Usate gli allegati soprattutto per le foto che possono essere di aiuto per la pubblicazione e danno una maggiore visibilità.
La grafica del comunicato deve essere sobria, occorre usare lo stesso font, non usare dei colori, variare il corpo delle lettere solo per i titoli e i sottotitoli. Sì, perché un comunicato non è una locandina! La locandina serve per essere mostrata. Non tanto letta, spesso invece si scrivono comunicati stampa che in realtà sono delle locandine, ma questo significa per il giornalista la loro riscrittura completa.