Cheese… Davanti al dolore degli altri

goyaDavanti al dolore degli altri è un saggio del 2003 scritto da Susan Sontag; è un libro bellissimo che dovrebbe essere letto da chi fa comunicazione e pubblicità perché è una specie di storia della fotografia del dolore, di come nel corso dei decenni si sono poste queste immagini davanti agli spettatori e di come, chi vede, reagisce a queste “visioni”.
Siamo tutti un po’ guardoni e ciò che ci attira di più sono le immagini che rappresentano il sesso e il dolore. Da questi temi siamo attirati.
Dice Susan Sontag con la sua prosa semplice e profonda: “Noi vogliamo che il fotografo sia una spia nella casa dell’amore e della morte e che i suoi soggetti siano inconsapevoli della macchina fotografica”.

L’uso della sofferenza – attraverso le fotografie – per promuovere le proprie cause o per raccogliere risorse economiche è un tema dibattuto in chi fa cooperazione internazionale e le risposte che si danno sono diverse.
Le immagini che ritraggono un’umanità sofferente e impotente tolgono ai soggetti fotografati la propria volontà o capacità di reagire. A questo proposito Susan Sontag riporta nel libro un dibattito che ha riguardato l’opera di Sebastiao Salgado, il fotografo della miseria della condizione umana dove i soggetti sono colti dall’autore nella loro impotenza e nessuno di loro è identificato con un nome. Oggigiorno diverse campagne di comunicazione di Ong assegnano invece un nome e un cognome alla persona ritratta facendo bene attenzione a darle una valenza positiva, di darle una voce e non solo un urlo. E’ anche vero che il discorso però non può ridursi a quella persona, a quel caso, altrimenti si rischia di non comprendere il perché si è creata questa situazione di ingiustizia sociale.

Le immagini forti dovrebbero stimolare in chi le vede all’azione: ma è proprio così? Sontag dice che provare compassione di fronte alle immagini, ci fa sentire bene. Se proviamo questo sentimento, significa che non siamo complici con quello che succede. Ma questo non basta, secondo l’autrice, oltre la commozione bisogna agire e  capire il perché dell’ingiustizia attraverso un percorso che va oltre quell’immagine.
E’ anche vero che nella nostra società il livello dello violenza mostrata si fa sempre più alto e questo porta all’assuefazione e alla richiesta di “colpi” ancora più forti. Il rischio secondo l’autrice è quello di generare indifferenza e apatia e quindi di nuovo impotenza. Curiosamente sia il soggetto rappresentato che chi vede può trovarsi nella stessa condizione, per ragioni diverse, di impotenza.

Ciò che la Sontag non poteva prevedere, anche se a distanza di così pochi anni, è che questo livello di esposizione non è più controllabile dai media; con la networked photography possiamo vedere tutto, siamo sottoposti a tutte le immagini, possiamo subire degli shock da guerra stando sul nostro divano. In questi casi è chiara anche l’impotenza dei mass media quando, per motivi deontologici, non pubblicano, ad esempio, le immagini relative all’esecuzione di ostaggi occidentali da parte di Isis. Un’accortezza che serve a poco, perché chiunque di noi può vederli in un modo o nell’altro in rete.
Se nel 2003 questa spettacolarizzazione di tutto poteva essere vera solo per l’occidente e il Giappone, oggi non è più così, siamo tutti spettatori e la spettacolarizzazione si è globalizzata.

Chi fa comunicazione nel campo della cooperazione internazionale si trova così di fronte ad un pubblico che ha la possibilità di accedere a immagini ben più forti di quelle che si può osare di proporre in una campagna di comunicazione no profit e anche ad un pubblico assuefatto alla violenza, allo shock visivo. Muoversi ed ottenere dei risultati in questi contesti non è facile.
Oppure si potrebbe contare sulla “Cura Ludovico, ve la ricordate? Ad Alex, il disagiato protagonista di Arancia Meccanica, ad un certo punto del film, vengono somministrate delle immagini iperviolente a ripetizione assieme all’ascolto della musica di Ludwig Van Beethoven; tutto questo per guarirlo dal suo comportamento sociale pericoloso. “Le palpebre le possiamo abbassare – dice la Sontag – le orecchie non hanno invece delle porte”, ma Alex era costretto a sentire e a vedere e noi, nella società iperconnessa, cosa possiamo aprire, cosa possiamo chiudere?

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