0

MONGOLIA: una vita indipendente per Bilegsaihan

art_6323.jpg

Un progetto per permettere l’autodeterminazione dei giovani con disabilità e denunciare gli abusi (articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau – luglio – agosto 2019)

di Tulgamaa Damdinsuren e Nicola Rabbi

La Mongolia è un paese che presenta degli aspetti veramente sorprendenti: è un paese ancora in via di sviluppo con seri problemi di povertà (circa il 20% della popolazione è ancora molto povera), ma da altri punti vista è estremamente avanzato: ad esempio per quanto riguarda l’applicazione della Convenzione Onu dei diritti delle persone con disabilità.
AIFO, che lavora da molti anni nel paese, è stata sicuramente un elemento decisivo riguardo all’attenzione verso le persone svantaggiate e la difesa dei loro diritti. L’ultimo progetto che AIFO sta seguendo assieme alla ong locale Tegsh Niigem si chiama “Closing the gap” e ha per focus la vita indipendente delle persone con disabilità, un diritto umano e civile indispensabile.

Storia di una madre e di un figlio

Quando nel 1998 Batdulam divenne madre di una coppia di gemelli non sospettava minimamente quali grossi cambiamenti avrebbero portato queste nascite nella sua vita e in quella di molte altre persone.
Durante il parto purtroppo uno dei due gemelli ebbe delle difficoltà che gli procurarono una lesione cerebrale con un conseguente deficit motorio (ma non intellettivo).
Anche se era medico, Batdulam non aveva le competenze per affrontare i problemi del figlio: “All’università non c’erano corsi sulla paralisi cerebrale infantile e nemmeno si parlava di ausili e di riabilitazione”. Per fortuna esisteva un unico asilo infantile che si occupava di bambini con questo tipo di problema. “Fu lì che incontrai per la prima volta Tegsh Niigem, e sentii parlare di riabilitazione su base comunitaria; facemmo una formazione su come trattare i nostri figli”.
Batdulam non è solo una mamma ma anche un medico e durante il corso organizzato da AIFO assieme a Mobility India impara nuove tecniche che decide di utilizzare anche nella sua professione. Alla fine della formazione è in grado di produrre degli ausili ortopedici per tutto l’asilo.
Spesso il tipo di lavoro di una madre di un figlio disabile ha delle precise conseguenze e in questo caso questa serie di eventi vedrà Batdulam per sempre impegnata nella difesa dei diritti delle persone con disabilità, e lo sarà a tal punto da diventare nel 2013 il dirigente responsabile del settore disabilità all’interno del Ministero dello Sviluppo e la Protezione Sociale.
Bilegsaihan, suo figlio, ha una storia parallela ma coerente a quella della madre. Cresce con gli ausili giusti e a otto anni riesce a camminare da solo con un sostegno. Frequenta la scuola come gli altri alunni normodotati (situazione questa eccezionale in quel periodo in Mongolia). Adesso che è un giovane adulto dice: ”Sto studiando comunicazione all’università e sono diventato un membro del Centro per la vita Indipendente ‘Universal Progress’ a Ulaan Baatar: i diritti che ho conquistato non devono essere solo miei ma anche delle altre persone con disabilità. Tutti devono avere la possibilità di essere autonomi e di vivere pienamente la propria vita, anche se partono da situazioni di svantaggio”.

Closing the gap

“Colmare il divario” è questo il titolo tradotto dall’inglese del progetto biennale finanziato dall’Unione Europea che si concluderà a fine 2019. Portato avanti da Tegsh Niigem in collaborazione con AIFO, il progetto ha lo scopo di potenziare le capacità manageriali e di gestione delle organizzazioni delle persone con disabilità e delle organizzazioni della società civile a ogni livello territoriale e di collegare le loro azioni a quelle delle autorità pubbliche che si occupano di difesa dei diritti umani e di disabilità.
Altra azione specifica del progetto prevede dei momenti di formazione con esperti a livello internazionale per aumentare le competenze della Federazione nazionale dei Centri per la Vita Indipendente e per altre associazioni simili. In uno di questi incontri ha partecipato Sunil Deepak medico e consulente di AIFO.
In questi corsi le organizzazioni imparano a sostenere i giovani adulti nei loro percorsi per la vita indipendente, attraverso la scelta di soluzioni condivise tra persone che hanno il medesimo problema. Il principio della “Vita Indipendente” prevede infatti che tutti gli individui abbiamo il diritto all’autodeterminazione e anche quello di poter scegliere il tipo di aiuto che si vuole ricevere; tutto questo in vari ambiti, che vanno dal diritto alla casa accessibile ai trasporti, dall’educazione al lavoro.
Un interessante aspetto di tutto questo lavoro riguarda il rispetto dei diritti umani delle persone con disabilità e la segnalazione di casi di abuso raccolti a livello locale dagli attivisti, Solo nel 2018, gli ultimi dati fino a oggi disponibili, sono stati segnalati 45 casi di abusi.

Un’economia incerta

Lo sviluppo economico della Mongolia è caratterizzato da brusche fasi alterne, per cui non si capisce se sta realmente progredendo oppure se i miglioramenti poggiano comunque su una fragilità strutturale.
La sua economia si basa soprattutto sulle ricchezze minerarie (rame, carbone, petrolio, tungsteno…). L’export del carbone rappresenta a oggi il 35% del totale delle sue esportazioni. Ogni volta che il prezzo dei minerali scende, tutto il sistema ha un contraccolpo.
La Mongolia ha ricominciato a galoppare negli ultimi mesi dopo un ridotta crescita economica durata alcuni anni; nei primi quattro mesi del 2019 è cresciuta dell’8,6%, ma secondo gli analisti interni il paese dovrebbe promuovere il settore turistico visti gli ineguagliabili e singolari paesaggi che la vasta Mongolia offre.

0

Rieducare e non punire, un obiettivo ancora lontano. Un breve viaggio di conoscenza nel sistema carcerario mondiale

download

(articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau – marzo – aprile 2019)

Le carceri esistono in tutto il mondo e, si dice, sono lo specchio della società che le esprime. In altre parole le condizioni del carcerato e le sue prospettive, ci dicono molte cose sul clima politico, sociale, umano esistenti in un determinato Paese.
C’è un nord e un sud anche in questo caso, e chi entra in una galera nel sud del mondo ha maggiore probabilità di finire in un posto sovraffollato, sporco e pericoloso. Purtroppo non si può dire, in contrapposizione, che chi invece finisce in un carcere nel nord, ha la certezza di vivere in un luogo dove potrà essere rieducato e, una volta terminata la sua pena, reinserirsi nella società. Ricordiamo infine che stiamo parlando di 11-12 milioni di persone che nel mondo vivono in galera.
Eppure il rispetto dei diritti civili del carcerato e il reinserimento della persona che ha commesso un crimine, sono questioni fondamentali per ogni società organizzata, dato che l’alto tasso di recidive (i detenuti che ritornano in carcere) e la spesa pubblica che costa allo Stato mantenere il gigantesco apparato penitenziario, sono elementi che devono porre questo tema in cima all’agenda pubblica. Quasi sempre il carcere invece, complici in questo anche i media alla ricerca di notizie di facile suggestione, appare in cima alle priorità dell’agenda pubblica solo in occasione di un detenuto famoso, dei suicidi e di altri fatti di cronaca nera che possono facilmente riscuotere l’attenzione dei cittadini. Sotto il profilo più strettamente politico il tema può diventare uno strumento molto utile per accaparrarsi voti e per cavalcare l’onda di un’opinione pubblica frastornata e impaurita dall’instabilità del mondo contemporaneo. E non stiamo parlando solo del caso italiano ma di una tendenza generale.

Il triste primato degli Stati Uniti
On line si possono trovare dei buoni dati che riguardano la situazione carceraria nel mondo; l’organismo più interessante è l’inglese Istituto di ricerca di criminologia che pubblica il World Prison Brief , un possente database sempre aggiornato che raggruppa i dati mondiali riguardanti il carcere per numero di detenuti in ogni paese, per percentuale di detenuti rispetto alla popolazione, per percentuale di genere, per percentuale di detenuti stranieri e per numero di detenuti che lavorano.
Gli Stati Uniti con 2.121.000 persone ha il numero più alto di detenuti nonostante una popolazione ridotta rispetto ad altri paesi e questo dato è una chiave di lettura della severità con cui vengono trattate le persone che sbagliano.
Per capire meglio l’uso della detenzione nei vari paesi vediamo però i dati relativi all’incidenza dei detenuti rispetto alla popolazione di un’intera nazione. I paesi con il maggior numero di detenuti per 100.000 abitanti sono, come dicevamo, gli Stati Uniti (655), seguono El Salvador (597), Turkmenistan (552), Thailandia (539), Cuba (510), il paradiso turistico delle Maldive (499). El Salvador pur essendo una nazione più piccola dell’Emilia Romagna ha un tasso così alto per via della presenza della famigerate marras, delle bande criminali organizzate che danno al paese il primato di paese con il maggior numero di omicidi (proporzionalmente alla popolazione).
La Russia con 392 è al 19° posto, la Cina con 118 invece è alla 134° posizione. Il paese con la minor percentuale dei propri cittadini incarcerati è la Guinea Bissau (10). In Europa i paesi con più detenuti, dopo la Russia (392) e la Turchia (318) sono in generale i Paesi dell’est Europa. La Turchia dall’avvento del suo leader Recep Tayyip Erdoan ha visto un aumento imponente delle carcerazioni con un picco dopo il tentativo di colpo di Stato contro di lui nel 2016.

Le condizioni di vita dei detenuti
Le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri sono comunque difficili. Anche là dove non vi sono particolari situazioni di violenza il detenuto, soprattutto nel caso di chi deve passare diversi anni, rimane in una condizione di inattività che lo estrania dalla società. In galera le occasioni di formazione professionale, lavoro o semplicemente svago sono rare. Per non parlare dei rapporti con i famigliari che sono rarefatti e difficili. E stiamo parlando di carceri di stile europeo, dove c’è una certa attenzione al rispetto dei diritti umani.
Vi sono situazioni ancora più drammatiche dove entrare in carcere significa entrare in un girone infernale. In Venezuela esiste la famigerata prigione di Sabaneta che ospita 3.700 detenuti (invece dei 700 che dovrebbe contenere), con una agente carcerario per 150 detenuti. Mediamente l’80% dei carcerati è armato e la vita all’interno è regolata da gang criminali che si fronteggiano tra di loro. Chi appartiene alle gang obbliga gli altri detenuti a pagare in qualche modo l’acqua da bere, un posto dove dormire, insomma i servizi essenziali che dovrebbero essere comunque garantiti. Spesso nel carcere ci sono delle rivolte, famosa quella del 1994 dove rimasero uccisi 108 detenuti e quella del 2013 dove ne morirono 16.
Non sono solo i paesi meno sviluppati ad avere delle prigioni che assomigliano a dei lager, ma anche i paesi ricchi. La prigione statunitense di Riker’s Island è famosa per la brutalità dei suoi agenti carcerari: nel 2013 sono stati picchiati a sangue ben 129 persone.

Se dentro ci vanno le donne e gli stranieri
Le donne, notoriamente, sono sempre una bassa percentuale nelle carceri perché delinquono semplicemente di meno. Il posto nel mondo dove le donne percentualmente vengono più incarcerate (sono il 20,5% della popolazione carceraria) è Hong Kong, segue il Laos (18,3%), la Danimarca è al sesto posto (13,8%), gli Stati Uniti al 18° posto (9,8%). Nonostante queste basse percentuali in alcuni paesi, Stati Uniti in testa, si assiste negli ultimi 30 anni a una crescita veloce del numero di donne che finiscono in carcere.
Per quanto riguarda la percentuale di detenuti stranieri tra i primi posti nella lista mondiale c’è la Svizzera, la cui popolazione carceraria è per il 71,5% di origine straniera, L’Italia ha il non invidiabile 22° posto con una percentuale del 34%. Quando un paese incarcera molti stranieri, questo fatto ha il significato inequivocabile di una mancata integrazione, di un’accoglienza non organizzata, dato che i reati non sono mai attribuibili a determinati popoli ma principalmente a condizioni ambientali e sociali.

Il sovraffollamento
Un altro dato che determina in maniera decisiva la condizione carceraria è il grado di sovraffollamento delle prigioni. Le prigioni più invivibili si trovano ad Haiti dove il sistema carcerario ospita più del quadruplo dei detenuti previsti. Facendo un esempio concreto, ad Haiti vi sono prigioni costruite per 1000 detenuti ma che ne ospitano invece 4.500. Questo significa celle dove vengono ammassate decine di persone e dove i detenuti sono malnutriti, si ammalano, litigano tra di loro, arrivando a gravi episodi di violenza. Anche le Filippine sono in una situazione simile, soprattutto da quando il presidente Rodrigo Duterte ha avviato una spietata lotta allo spaccio della droga. Il carcere di Quezon city – la più grande città della zona metropolitana di Manila – ha un carcere costruito per 262 detenuti: attualmente ne ospita più di 3 mila.
A volte degli episodi specifici come un svolta autoritaria o una nuova legge che colpisce duramente un’attività prima di allora poco perseguita, possono cambiare notevolmente le condizioni carcerarie in un Paese; così da un giorno all’altro, e quasi sempre non si pensa alle conseguenze sociali, economiche e di rispetto dei diritti umani che questi arresti di massa, così difficili da gestire, comportano.
Se una società accetta l’esistenza dei carceri al suo interno, anche perché esistono correnti di pensiero che propongono soluzioni diverse, deve porsi tutti i problemi che comporta un carcere solo punitivo, che fa soffrire le persone e non dà nulla di più, non le rieduca, non li forma per un lavoro con cui inserirsi nella società. Un carcere di questo tipo è destinato solo a liberare, una volta terminata la pena, persone rancorose o sfiduciate che facilmente ritornato a infrangere la legge.

Le prigioni d’Italia
La risorsa migliore per conoscere la condizione carceraria italiana ci viene offerta dall’associazione Antigone.
A metà del 2018 in Italia c’erano 58.223 detenuti. Di questi ben il 34% è in custodia cautelare, ovvero sono persone che non hanno ancora avuto una condanna e che aspettano l’esito finale; tra gli stranieri questa percentuale sale al 39%. La condizione di questi detenuti in attesa è particolarmente delicata, sia dal punto di vista psicologico che da quello pratico perché non possono usufruire di pene alternative.
A proposito dei detenuti stranieri va fatta una precisazione. Dal 2003 al 2018 anche se è triplicata la presenza di stranieri sul territorio italiano, in realtà il tasso di detenzione è diminuito di tre volte, in altre parole, se nel 2003 su ogni cento stranieri residenti in Italia l’1,16% finiva in carcere, oggi è solo lo 0,39%. Basta questo dato per sfatare molti pregiudizi.
Il 4,9% dei detenuti (il 7,1% per gli stranieri) sono in carcere per pene di un anno; per una pena così bassa sono previste delle alternative alla detenzione che permetterebbe una pressione minore sul sistema penitenziario. Il 23% dei detenuti sta scontando pene inferiori ai tre anni. L’Italia, che era stata condannata nel 2013 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio per il sovraffollamento, non ha risolto il problema e, dopo il miglioramento nei due anni successivi, si sta ritornando a situazioni pericolose come nel carcere di Como che ospita il doppio dei detenuti che potrebbe contenere, o nel carcere di Taranto con una percentuale di poco inferiore.
Un discorso a parte merita lo stato di salute dei detenuti. Dal 2008 è la stessa Asl locale ad avere la responsabilità della salute dei detenuti ma le condizioni in cui vivono i carcerati – spesso manca l’acqua calda, gli ambienti sono freddi d’inverno e soffocanti d’estate, non viene garantita l’attività fisica… – rendono il carcere una “fabbrica di malattia”.
Questa situazione di fatica è sottolineata anche dal numero di suicidi che nel 2017 sono stati ben 52, uno a settimana. In carcere ci si toglie la vita 15 volte di più che in libertà.

La giustizia riparativa
La giustizia riparativa, ideata negli Stati Uniti, non è un’idea facile da comprendere perché propone di vedere l’autore del reato, la vittima e l’intera società in un modo molto diverso. La punizione del reato rimane, ma va oltre la sola punizione, mettendo al centro le persone, gli esseri umani e non la violazione di una norma.
L’autore del reato deve capire quello che ha fatto non semplicemente scontando una pena in carcere ma confrontandosi con chi o con coloro che ha offeso, cercando una mediazione, un modo per risarcire la vittima, non in termini economici, ma in termini di presa di coscienza di quello che si è fatto. Poi questa mediazione può percorrere strade diverse. La giustizia riparativa dà anche alla vittima un ruolo diverso, più attivo e quindi contribuisce a sanare le ferite inferte dall’atto criminale.
Guardando il film di Ken Loach, “La parte degli angeli”, dove l’aggressore viene messo a contatto con la vittima che ha picchiato e i suoi genitori, si riesce a comprendere meglio come funziona la giustizia riparativa e gli effetti che ha su vittima, aggressore e l’intera società.