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Cambiare la vita a Otgontuul e Azbileg

IMG_0271“Sono nata  con una disabilità, non posso camminare – spiega Otgontuul – mentre mia sorella Azbileg ha una salute precaria”. La loro è una famiglia complicata da gestire ma sono situazioni che possono capitare a molte famiglie. La particolarità, l’elemento che rende più difficile questa situazione è però un altro, ovvero il luogo dove vivono queste sorelle. Appartengono a una famiglia nomade che abita nell’aimag di  Suhbaatar, una regione della Mongolia posta all’estremo est, al confine con la Cina. Una regione bella e arida, praticamente spopolata dove l’accesso ai servizi sociali e sanitari è molto difficile dato che il somon, ovvero ,il distretto, dove abitano e che si chiama Dariganga, dista 180 km dal capoluogo della regione che del resto ha una popolazione di appena 15 mila abitanti. Che possibilità hanno Otgontuul e Azbileg di avere una vita dignitosa? Come possono ricevere le cure di cui hanno bisogno e il reddito necessario per avere una loro autonomia?
Il Suhbaatar è in parte è occupata dal deserto del Gobi mentre altrove è costellata da specchi d’acqua ma la sua particolarità è la presenza di enormi crateri di vulcani spenti. Proprio in prossimità di uno di questi vivono le due sorelle. In queste condizioni climatiche l’unica fonte di reddito è la pastorizia ma date le loro difficoltà fisiche le due sorelle non possono certamente seguire la strada dei loro genitori e diventare pastori.

IMG_0265Un reddito per l’autonomia
Ma una soluzione ai loro problemi l’hanno trovata: grazie agli operatori di riabilitazione su base comunitaria, formati da Aifo, le due sorelle hanno potuto ricevere un finanziamento di circa 500 euro per avviare una loro attività economica autonoma, dato che la magra pensione d’invalidità concessa dallo stato a Otgontuul non poteva certo bastare.  Con questo soldi hanno aperto un piccolo negozietto all’interno della loro gher (tenda) dove vendono alimenti come farina, sale, riso, pane , zucchero e altri prodotti necessari per la vita quotidiana (dentifricio, sapone, candele…).
Vista con gli occhi di un occidentale questo commercio sembra poca cosa, in realtà l’attività economica ha operato un profondo cambiamento nelle loro vite. Soprattutto durante l’estate, quando il clima rigido si attenua, le due sorelle riescono a guadagnare abbastanza visto la mancanza di negozi nel somon. Così la popolazione nomade va da loro per i loro acquisti. In questo modo sono riuscite anche a mettere da parte un po’ di soldi e migliorare notevolmente la qualità della loro vita.

IMG_0270Il progetto di riabilitazione su base comunitaria
“Inclusione sociale delle persone con disabilità: sostegno al programma di Riabilitazione su Base Comunitaria in Mongolia”, ecco il titolo per intero del progetto che Aifo segue fin dal 1992 avendo come importante partner  il Centro Nazionale di Riabilitazione (CNR)  direttamente designato dal Ministero della salute della Mongolia.
L’obiettivo generale è quello di  promuovere una società inclusiva per le persone con disabilità che vivono
nelle aree rurali e urbane della Mongolia, utilizzando l’approccio della Riabilitazione su Base Comunitaria come approccio di sviluppo sostenibile.

L’iniziativa mira a promuovere una società inclusiva attraverso lo sviluppo di una strategia che prevede il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità, dei loro familiari e dell’intera comunità. Il progetto promuove lo sviluppo in tutte le 21 province della Mongolia  in questi ambiti di azione:

  • Capacity building: corsi di aggiornamento per i tecnici di RBC per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria in favore delle persone con disabilità e i loro familiari.
  • Promozione dell’autosufficienza economica delle persone con disabilità e delle loro famiglie: attivazione di piccole attività generatrici di reddito (allevamento, artigianato).
  • Azioni di informazione e sensibilizzazione: realizzazione di seminari, incontri e campagne informative per la promozione dei diritti delle persone con disabilità, in collaborazione con varie Organizzazioni di Persone con Disabilità e una OnG locale formata da giornalisti.
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Mongolia: con 20 capre la vita migliora

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Damdisuren con la moglie

Damdinsuren abita nel villaggio di Taragt; è un pastore di 50 anni e vive con sua moglie, tre figli e tre nipoti. Ha perso un occhio quando era bambino. La sua situazione economica, con una famiglia così numerosa, non è comunque facile.
Un giorno gli operatori locali di riabilitazione su base comunitaria (Rbc) hanno organizzato un incontro pubblico e così Damdinsuren ha conosciuto il “Progetto del fondo bestiame a rotazione” promosso da Aifo e finanziato da Prosolidar.
Nel 2015 ha avuto in prestito 20 capre e ha ottenuto, a distanza di un anno, 12 capretti e 9 chili di cashmere. Un importante fonte di reddito per la sua famiglia che è cresciuta nel frattempo con l’arrivo di un nuovo nipote.
“Durante l’estate abbiamo avuto yogurt e latte a sufficienza – afferma contento Damdinsuren – anche la lana venduta ha rappresentato un buon reddito. Lo scorso inverno è stato mite e lo abbiamo superato bene”.

Superare l’inverno
Il problema in Mongolia sono gli inverni. Il freddo arriva a toccare punte sotto i 50 gradi e se il freddo è accompagnato dal vento, le condizioni climatiche diventano micidiali. A questo si deve aggiungere che il 20% della popolazione mongola è nomade, sono dei pastori che vivono nelle caratteristiche tende circolari (le ger) e che smontano e rimontano seguendo i loro animali.
“L’inverno da noi è difficile da superare e avere più bestiame ci permetterebbe di affrontarlo meglio” chi parla è Damiran, un altro beneficiario del progetto.
Ha 54 anni e vive con la moglie e tre figli nel somon di Uungobi. Le due figlie sono adulte e hanno oramai la loro famiglia. Quella più vecchia è un’insegnante di matematica mentre l’altra è una casalinga; la figlia più giovane infine sta completando gli studi. Anche se sua moglie lavora come saldatrice hanno dei grandi problemi economici. Damiran non sente in ambedue le orecchie e usa degli ausili. La sua vita è cambiata quando ha avuto 20 capre dal fondo e poi, l’anno successivo, altre 10.  Aveva saputo di quest’opportunità offerta da Aifo da altre famiglie del suo distretto e vedendo come era migliorata la loro vita si era fatto avanti. A fine anno è riuscito a guadagnare 325.000 tugrik (circa 160 euro) dalla vendita del cachemire.

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Damiran con la moglie

“Posso tenerle ancora per un anno?”
“Ogni giorno mi sveglio alle 5 del mattino – spiega Damiran – mungo le capre e le porto al pascolo. Torno alle 10 e mangio la colazione. Poi faccio il formaggio e lo yogurt e torno a casa la sera”. Per lui questo fondo rotativo è di vitale importanza: “ Per le famiglie che hanno un membro disabile e pochi capi di bestiame il prestito è di migliorare la qualità della vita”.  I due pastori sono molti riconoscenti all’opportunità che Aifo ha offerto a loro e alla domande di come poter migliorare ancora di più questa iniziativa rispondono:
” Il progetto è stato importante per la mia famiglia – spiega di Damdinduren – e vorrei che in futuro si desse come fondo delle capre più giovani”.
Afferma invece Damiran: “Sarebbe bello poter disporre del bestiame per due anni invece di uno solo”.

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Damdinsuren con la sua vasta famiglia


Il programma rotativo dei capi di bestiame
Il progetto, finanziato dalla Fondazione Prosolidar, attua il programma prestito degli animali in 10 Somon (Distretti) della Mongolia ogni anno, per un totale di 30 Somon in tre anni, in 21 Aimag (Province). Ogni anno sono acquistate 1.000 capre da donare a 50 famiglie (5 famiglie ogni Somon), per un totale di 3.000 capre.
Il programma prevede che ogni famiglia devolva dopo un anno venti capretti al fondo iniziale (fondo rotativo) in modo da beneficiare altre 50 famiglie nel secondo anno e 50 nel terzo anno. Di conseguenza, grazie al fondo rotativo, alla fine dei tre anni sono beneficiate 300 famiglie.
Ogni anno ogni famiglia è in grado di ottenere almeno 6 kg di cachemire (1 kg garantisce sul mercato un ricavo di circa 20 Euro) e almeno 10 capretti rimarranno alla famiglia dopo la restituzione dei 20 previsti dal fondo rotativo.
Grazie allo sviluppo del progetto le famiglie coinvolte (famiglie che hanno al loro interno almeno un membro con disabilità) sono in grado di vendere la lana delle capre e migliorare la loro situazione economica.
Per la riuscita dell’iniziativa è fondamentale l’apporto di Aifo che attraverso gli operatori di riabilitazione su base comunitaria fa conoscere il progetto e ne fa il monitoraggio.

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Il mediterraneo tra guerre e migrazioni, la marcia della pace, cooperare per includere: il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

Che cos’è oggi il mediterraneo, qual è la sua importanza geostrategica, quali sono i rapporti che lo legano all’Unione Europea e qual è il ruolo dell’Italia? Sono queste le catturadomande cui si tenta di dare una risposta nell’ampio dossier dedicato.

Poi la curiosa storia ambientata in Mongolia, dove grazie a un prestito di capre, Aifo permette alle famiglie di pastori che al loro interno hanno una persona disabile, di avere una qualità di vita migliore.
In un’altra sezione i soci Aifo raccontano la loro partecipazione alla marcia della pace.
“Tanti semi, un solo mondo, un solo futuro” è invece il titolo dell’articolo che racconta una serie di laboratori tenuti nelle scuole italiane nell’ambito del progetto “Un solo mondo un solo futuro. Educare alla cittadinanza mondiale a scuola”.

Questi sono solo alcuni dei tanti temi trattati nel mese di dicembre: che aspettate a leggerci?

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L’opportunità digitale per l’intero pianeta

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Percentuale persone presenti su internet (2012)

Costruzione di infrastrutture, un’adeguata cultura ma anche le tecnologie povere per ridurre il divario digitale tra i paesi poveri e quelli ricchi

Un ragazzino che abita in una zona rurale dell’Assam (India nord orientale) ha le stesse opportunità di accedere a un computer e usare internet per studiare che ha un suo coetaneo che abita a Mantova? Un contadino della Guinea Bissau ha gli stessi strumenti per prevedere le precipitazioni attraverso un servizio dati fornito da internet tramite uno smartphone, che ha un contadino romagnolo? No, per niente. E’ questo il digital divide (divario digitale), una mancanza di opportunità data dalle tecnologie digitali.

Quando si parla di digital divide occorre tenere presente un duplice aspetto: da un lato per potere usare le tecnologie digitali occorre avere un computer, una buona connessione alla rete, e dall’altro occorre essere formati a usare il computer e a saper selezionare le informazioni. E’ un po’ come avere la macchina: non basta essere in grado di comprarla, occorre anche saperla guidare conoscendo le regole stradali.
In altre parole e facendo un esempio, non basta cablare l’intera Africa per colmare il divario digitale, occorre anche una buona formazione scolastica e professionale.
Il digital divide poi, non è un obiettivo che si raggiunge come un rifugio di montagna, ma è un obiettivo sfuggente che si porta sempre in avanti – cambiano le tecnologie – e questo comporta una formazione continua, pena il ritorno all’indietro come capita nel gioco dell’oca.

Il divario nel mondo

Secondo il rapporto della Banca Mondiale del 2016 (“Digital Dividends”) quattro miliardi e 600 milioni di persone, ovvero il 60% della popolazione mondiale non ha una connessione privata alla rete. I paesi più popolosi del mondo denotano questo divario in un modo impressionante. In Cina 775 milioni di cittadini non hanno accesso alla rete, in Indonesia sono 213 milioni, ma il dato più clamoroso è quello della “tecnologica” India che vede ben un miliardo e 100 milioni di esclusi (su una popolazione di un miliardo e 276 milioni di persone!).
Negli Stati Uniti sono connessi l’84% delle persone, e messi assieme tutta l’America Latina e o Caraibi riescono solo a pareggiare in termini di utenti internet con il loro vicino nordamericano.
Il Rapporto precisa che, tra le nazioni con più di dieci milioni di abitanti, solo Olanda, Regno Unito, Giappone, Canada, Corea del Sud, Stati Uniti, Germania, Australia, Belgio e Francia hanno in rete più dell’80% dei loro cittadini (l’Italia non c’è, dato che nel 2016 solo il 63% è connesso).
Nonostante tutto, la diffusione di internet continua a crescere (anche se non più velocemente come prima) e il trend rimane positivo: nell’ultimo anno in Sudafrica c’è stato un incremento dell’11%, in Egitto, Nigeria e Marocco del 10%. Dal 2003 al 2015 il numero di utenti internet è passato da un miliardo a tre miliardi e 200 milioni di persone.
Secondo un rapporto dell’Onu del 2015, confrontando i paesi sviluppati con quelli che non lo sono, i dati ci dicono che nel primo gruppo il grado di penetrazione di internet è dell’82%, mentre nel secondo gruppo è solo del 34%.
Chi poi ha accesso a internet veloce è solo il 15% della popolazione mondiale. Internet veloce significa a banda larga ovvero un modo più completo ed efficace di usare le tecnologie digitali.
Per la “Wireless Broadband Alliance” questa opportunità è esclusa anche a molti cittadini che vivono nei paesi ricchi. Secondo i suoi dati, il 57% della popolazione urbana non è connessa con banda larga, e ancora il 37% di cittadini che vivono in città ricche non sono connessi (soprattutto in Medioriente e nel sud est asiatico). La metropoli più “connessa” del mondo è Londra, mentre nella ricca Los Angeles quasi il 25% dei suoi cittadini non dispone della banda larga.

“L’effetto San Matteo”

Quando parlano di questo effetto, i sociologi, in un modo forse un po’ cinico, si riferiscono ad una precisa constatazione. Chi ha, avrà e chi non aveva prima non avrà nemmeno dopo, anzi ancora di meno. Perché l’innovazione tecnologica rafforza le forme di esclusione sociali preesistenti e, fatto ancora più significativo, ne crea di nuove, produce nuove disuguaglianze. Le persone che non utilizzano la tecnologia digitale accumuleranno uno svantaggio che prima non avevano e questo vale anche a livello degli Stati. Gli stati ricchi tenderanno ad avere sempre più chance, anche proporzionalmente.
Questa situazione viene sottolineata espressamente nel rapporto della Banca Mondiale che indica alcune linee di azione per correre ai ripari, come la costruzione di infrastrutture per tutti e internet a prezzi abbordabili, pena l’esclusione di una parte del mondo. Del resto anche il 9° dei 17 “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” appena varati dall’Onu, si riferisce proprio alla necessità della costruzione delle infrastrutture adeguate per tutti.
Accanto alla possibilità di accedere ne deve essere data però subito un’altra, quella della formazione, della cultura necessaria per cogliere le opportunità. Molte ricerche indicano una curiosa tendenza: le motivazioni date da chi non accede a internet non sono solo di tipo economico, ma anche di tipo motivazionale; a volte, e questo soprattutto nei paesi sviluppati, si ha la possibilità di accedere economicamente alla rete ma per mancanza di cultura non si sa che farsene, non si ha interesse a usarla.

Se Facebook vuol fare il buono

Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, ha voluto impegnarsi in prima persona nell’abbattimento del digital divide lanciando il progetto “Internet.org”, “per connettere il mondo intero e non solo qualcuno di noi” come recita nel sottotitolo. In India, rivolgendosi alla popolazione rurale, ha promosso l’opportunità di navigare gratuitamente in rete con questo preciso limite però: accedere a internet significa accedere a Facebook e a un pacchetto limitato di siti deciso dal noto social network. Questo ha scatenato un dibattito tra gli attivisti indiani che hanno denunciato Facebook di oltraggiare la neutralità della rete (net neutrality) dando una possibilità di visione limitata e distorta di internet.
Anche altri attori importanti si sono mossi in tal senso: Google ha promosso nel 2013 il “Project Loon” in Indonesia; in pratica il lancio di una serie di palloni aerostatici nella stratosfera per assicurare l’accesso a internet in aree prive di infrastrutture a terra.
Infine Elon Musk – cofondatore del noto sistema di pagamento on line “Paypall” e fondatore dell’azienda motoristica più tecnologica del mondo, la “Tesla” – vuole lanciare una serie di piccoli satelliti low cost accessibili anche ai paesi poveri.
Dietro a queste operazioni c’è un preciso interesse economico, quello di poter raggiungere i centinaia di milioni di contadini indiani, indonesiani e di altri paesi molto popolati, visto che nei paesi sviluppati il mercato è quasi saturo.

Mongolia: lo smartphone nella steppa

Abbattere il digital divide in Mongolia è una sfida difficile e questo per vari motivi.
E’ un paese molto vasto e disabitato dove i villaggi e le cittadine sono malamente collegate tra di loro. Eccetto che nella capitale, nel resto del paese non esiste un sistema di strade asfaltato e non esiste un sistema di cablaggio per internet.
La diffusione della radio e della televisione è ancora molto ridotta rispetto al resto del mondo e questo è dovuto al fatto che una parte della sua popolazione (circa il 20-25%) è ancora nomade.
Oltre che per motivi economici la popolazione mongola nutre una certa diffidenza  verso la tecnologia e il sistema educativo non sta ancora migliorando la cultura tecnologica nel paese.
Data la conformazione fisica della Mongolia il miglioramento delle connessioni deve passare più per i satelliti che non dai cavi sul terreno. In più, visto che il 33% della popolazione è concentrata tutta nella capitale, lo sviluppo parte necessariamente da qui.
Il cellulare è però molto diffuso in Mongolia; ci sono oltre 3,5 milioni di utenze telefoniche e gli “internauti” sono aumentati da meno di 200.000 nel 2010 a oltre 657.000 raggiungendo il 21,8% della popolazione. Oggi oltre il 30% dei mongoli usano lo smartphone e i tablet.

Brasile: “Ma internet cosa mi serve?”

Il Brasile dal 2006 al 2013 ha visto crescere la penetrazione di internet del 9% e oggi i brasiliani connessi superano di un bel po’ il 50% del totale della popolazione.
Anche per questo paese il modo per accedere alla rete passa per lo smartphone che viene usato dal 90% dei brasiliani connessi.
Secondo un sondaggio del 2015 di fronte alla domanda sui motivi per cui i cittadini brasiliani non usano internet, sono emerse risposte sorprendenti.
Solo una minoranza risponde dicendo che non usa internet per motivi economici oppure perché non vi sono collegamenti disponibili; i motivi principali per cui non si connettono riguardano la mancanza di interesse, le motivazioni per farlo e anche la mancanza di capacità tecniche (il 70% delle risposte). Queste risposte confermano il fatto che, accanto alla possibilità di connettersi, occorre anche formare la popolazione all’uso delle nuove tecnologie, problema questo che naturalmente non riguarda solo il Brasile.

Liberia: le lavagne di Monrovia

In Africa solo il 7% della popolazione è on line; il telefono è invece usato dal 72% della popolazione e ben il 18% di questi telefoni sono “smart”, ovvero permettono la connessione a internet.
Di fronte a una grande carenza di infrastrutture e a una bassa scolarizzazione, per rendere più moderna la società africana bisogna trovare nuove strade, anche quelle che usano la tecnologia povera per raggiungere  quella di tipo più sofisticato.
Interessante in questo senso è l’esperienza delle lavagne pubbliche del giornalista Alfred Sirleaf in Liberia, paese dove il 42% della popolazione è analfabeta.  Dal 2006 Sirleaf scrive su una grande lavagna, posta in una trafficata piazza di Monrovia, le notizie principali. Sono notizie scritte in un linguaggio semplificato, a volte accompagnato da immagini, a volte scritto non solo in inglese ma in una lingua locale.  Questo strumento di informazione si è rilevato così efficace che due agenzie private di giovani liberiani che si occupano di digital divide e collaborano con il Ministero dell’informazione hanno deciso di utilizzarlo.
Tecnologia povera è quella usata dalla riabilitazione su base comunitaria nei progetti di Aifo che può essere utilizzata anche in questo campo, come accade in varie parti dell’Africa grazie alla “Grameen Foundation”. Alcuni contadini locali o operatori sociali con un minimo di formazione telematica passano le proprie informazioni ottenute con uno smartphone ai loro vicini di casa.

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La storia di Undrahbayar, presidente di “Universal progress”, il primo centro per la vita indipendente della Mongolia

Undak“Sono una persona con disabilità dal 2000, prima non lo ero. Stavo finendo il mio primo anno di università a Ulaan Baatar quando per via di un errore di un medico dell’ospedale mi sono ritrovato senza l’uso delle gambe. E’ stato terribile per me, e all’inizio il primo impulso è stato quello di risolvere tutti i miei problemi da solo”.  Chi parla è Undrahabayar ed è strano sentirgli dire queste cose, proprio lui che adesso è presidente del Centro per la vita indipendente “Universal progress” e che occupa la maggior parte del suo tempo a difendere i diritti delle persone disabili che vivono in Mongolia.
“Poi ho cominciato a frequentare un centro di riabilitazione a 50 chilometri da Ulaan Baatar, dove mi sono reso conto del bel clima che c’era tra di noi e sul fatto che avevamo gli stessi problemi da affrontare”.

Dopo questo periodo s’iscrive di nuovo all’università per imparare la lingua giapponese e alla fine dei 4 anni  di corso parte per il Giappone per studiare come sono organizzati i servizi socio-sanitari. Tornato in Mongolia si dedica a un altro corso di studi, specializzandosi nella gestione economica delle imprese no profit. A questo punto decide nel 2008 di fondare il primo centro di vita indipendente del suo paese.
“Il concetto di vita indipendente, una vita dove una persona con disabilità possa muoversi, lavorare, studiare, curarsi e tutto il resto senza incontrare continue difficoltà, è un concetto del tutto nuovo qui da noi – spiega Undrahbayar – il mio sogno è quello che si formino tutta una serie di centri distribuiti per il paese”.
Nel febbraio di quest’anno è stata approvata la legge sulla disabilità e Undrahabayar faceva parte del gruppo di persone che hanno contribuito alla sua stesura assieme a Aifo e Tegsh Niigem.

“Di solito si pensa alle persone con disabilità solo come individui che possono ricevere e mai dare: invece noi possiamo dare molto alla società, dobbiamo essere coinvolti, soprattutto quando si fanno leggi che ci riguardano”. Adesso che esiste una legge in Mongolia bisogna vedere come sarà applicata: “Ci vorrà del tempo prima di vedere gli effetti che questa legge avrà sulla vita delle persone disabili. Soprattutto dovremo vigilare sui passi successivi che si faranno”.
Undrahabayar ha anche lavorato nella stesura del “Rapporto ombra”, un rapporto parallelo a quello che veniva scritto dal governo riguardante i progressi fatti in merito al rispetto dei principi della Convenzione Onu dei diritti delle persone con disabilità, che il suo paese ha ratificato fin dal 2009. Undrahbayar, assieme ai coordinatori Aifo in Mongolia e altre persone con disabilità, è andato a Ginevra per presentare questo rapporto.
Il suo prossimo impegno sarà quello di assicurare il diritto allo studio ai giovani con disabilità: ”Se i giovani potranno studiare nelle scuole normali e non in quelle speciali, se avranno una buona istruzione, allora potranno rivendicare i propri diritti e sostenere una rete di centri per la vita indipendente che assicurerà una buona vita a tutte le persone con disabilità in Mongolia”.

Per la protezione dei diritti delle persone con disabilità
Si tratta di un progetto, finanziato dall’Unione Europea e da Aifo/ Tegsh Niigem, molto particolare che vuole contribuire alla protezione dei diritti delle persone con disabilità in Mongolia. Da un lato vuole migliore la capacità delle Organizzazioni di Persone con Disabilità nel sostenere e monitorare l’implementazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, e dall’altro intende sostenere il processo di elaborazione e di preparazione della nuova legge quadro sulla disabilità in Mongolia.
Il progetto intende verificare il rispetto della Convenzione Onu attraverso queste azioni:

  • un programma formativo specifico per i membri delle associazioni di settore e dei referenti di Tegsh Niigem riguardante il rispetto dei diritti umani e la violazione degli stessi.
  • l’identificazione dei casi di violazione dei diritti delle persone con disabilità
  • la redazione di una “Relazione Ombra” con i dati raccolti (presentati a Ginevra)
  • un’azione di visibilità del progetto grazie a Oyunii Darhlaa, un’associazione di giornalisti che ha curato la pubblicazione di articoli sui mass media.

 

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Intervista a Mario Giro, profughi in Europa, orti urbani ecco il nuono numero di “Amici di Follereau”

CatturaLa lunga transizione della nuova legge sulla cooperazione e le nuove sfide dell’Europa, sono questi i temi sui quali abbiamo intervistato Mario Giro, viceministro degli Esteri con delega alla cooperazione allo sviluppo nel numero di giugno della rivista di Aifo. E a proposito dei nuovi bandi afferma: “Lo spirito della nuova legge è allargare la partecipazione. Per questo il bando della cooperazione premierà i soggetti che si presentano insieme: Ong, Terzo settore, comunità di stranieri”.
La monografia del mese è invece dedicata agli orti urbani che si stanno diffondendo sempre di più nelle nostre città. Ma perché la gente li coltiva? “I motivi sono diversi, quello economico, dato che permette di avere, soprattutto in questi tempi di crisi, degli ortaggi a un prezzo ridotto, ma anche per motivi di salute ed ecologici, poiché questo tipo di coltivazione è attento alla qualità del cibo e al consumo energetico. Poi coltivare la terra é bello e rilassante, e diventa un modo intelligente per occupare il proprio tempo libero; infine anche per un motivo terapeutico, per le persone che per un motivo o per un altro sono in difficoltà”.
Undrahbayar è invece il testimone del progetto Aifo in Mongolia, un ragazzo paraplegico che ha aperto il primo centro per la vita indipendente per le persone con disabilità nel suo paese grazie anche alla stretta collaborazione con la nostra ong.
E ancora, un’intervista a Massimo Macchiavelli della “Fraternal Compagnia” di Bologna che ha coinvolto per due mesi su proposta della Caritas di Forlì e dell’associazione Papa Giovanni XXIII, alcuni ragazzi profughi dal Pakistan e dall’Africa.
Infine la preziosa testimonianza di Mussiè Zerai sacerdote eritreo e presidente dell’Agenzia Habeshi, sulla necessità che l’Europa cambi la sua politica nei confronti dell’emergenza delle migrazioni.

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Progettare l’inclusione sociale in Mongolia

Intervista a Tulgamaa Damdinsuren coordinatrice Aifo in Mongolia

Si parla sempre più spesso di sviluppo inclusivo, mi puoi definire, in base alla tua 10038651036_42c656acc5_zesperienza che cos’è la CBID (Community Based Inclusive Development) o nella sua versione italiana SIBC (Sviluppo Inclusivo su Base Comunitaria)?
Lo sviluppo inclusivo significa semplicemente dare l’opportunità a tutte le persone, soprattutto a quelle che stanno ai margini, di essere una parte attiva della società. Sono le persone con disabilità a essere più svantaggiate. Per costruire una società inclusiva occorre che tutti i cittadini, anche quelli con un deficit, siano parte di questo sviluppo.

In cosa consiste la differenza tra RBC (Riabilitazione su Base Comunitaria) e SIBC?
La RBC è in un certo senso una buona base da cui si parte per avere uno sviluppo inclusivo, attraverso questa i cittadini, le persone con disabilità, le autorità e i tecnici prendono coscienza di certe cose e questo è stato, ed è, molto importante in un paese come la Mongolia. 25 anni fa, prima che s’iniziasse fare la RBC le persone disabili non venivano viste come persone portatori di diritti, casomai come persone da assistere. Questa pratica ha portato a un cambiamento di mentalità che possiamo vedere nelle nuove generazioni di giovani con disabilità. Non aspettano più una pensione dal governo ma lottano per i loro diritti, studiano le lingue straniere (inglese e giapponese) per comunicare con il mondo.

E per quanto riguarda la progettazione inclusiva, in che modo Aifo la sta facendo in Mongolia?
Negli ultimi due anni Aifo ha prestato attenzione soprattutto all’iter della legge nazionale Munguntsetsegsui diritti delle persone disabili che è stata approvata questo febbraio. Avere una legge significa avere anche una politica a favore delle persone con disabilità che non si basa tanto sul solo welfare ma sui diritti delle persone. Il prossimo passo sarà l’elaborazione del Piano di Azione nazionale per dare corpo a questa nuova legge. In questo piano oltre al Ministero per lo sviluppo e la protezione Sociale saranno presenti le organizzazioni delle persone con disabilità e Aifo farà da facilitatore nei gruppi di lavoro.

Mi puoi fare qualche esempio recente di sviluppo inclusivo in Mongolia?
Mi viene subito in mente l’esperienza dell’associazione mongola “Utenti delle carrozzine”.
Dopo che sono venuti in Italia in occasione di Expò 2015 e hanno provato a viaggiare senza barriere architettoniche tra Milano e Bologna, hanno voluto incontrare il Ministro dei Trasporti per parlare di accessibilità ai treni, agli autobus e agli aeroporti. Bene l’incontro c’è stato nel dicembre del 2015 e a marzo del 2016 si sono visti i primi risultati. Le ferrovie nazionali hanno reso accessibili dei vagoni ferroviari. Nell’aeroporto invece è stato organizzato un servizio chiamato “SOS” per aiutare le persone con disabilità, ma anche anziani, donne incinte o con bambini piccoli. Infine gli autobus di Ulaan Baatar hanno deciso di riservare due posti per persone disabili in ogni mezzo. Molto spesso le persone e soprattutto chi deve decidere non conosce i reali problemi delle persone disabili, ma quando li conosce, non dice quasi mai “Non abbiamo soldi per farlo”, ma opera un cambiamento e questo noi lo abbiamo sperimentato più volte.

L’esperienza delle organizzazioni delle persone con disabilità in fatto di sviluppo
inclusivo può portare anche a nuovi rapporti istituzionali o addirittura a nuovi rapporti tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati?
Si certo. Sempre nel 2015 una delegazione mongola ha preso parte a Ginevra a un incontro sulla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità; dopo quell’incontro Tsakhiagiin Elbegdorj, presidente della Mongolia ha chiesto alla rappresentante della cropped-landscape-9652.jpgFederazione nazionale dei Non vedenti di diventare suo consigliere sui temi legati ala disabilità e ha anche invitato a colazione un gruppo di donne con disabilità per parlare delle loro esigenze.
Sempre dopo l’esperienza di Ginevra, il responsabile di “Universal Progress”, il centro mongolo per la vita indipendente, è stato invitato in un’università di Tokio per parlare di quello che è stato detto a Ginevra e a condividerlo con le associazioni locali giapponesi

English version

INTERVIEW

What’s for you inclusive development? Can you describe me with your words?
Inclusive development means to give opportunity for all the person, especially marginalized people to be part of active society. Why we talk about inclusive development of the persons with disabilities? The persons with disabilities have less access to all the life, which belong to them. They have less access to school, health, labor and social services. In order to build up integral world in the country every citizen, including people with disabilities need to be part of the development. They need to be the part of mainstreaming of the country.

 How is the aifo’s planning in Mongolia? In which way is this planning inclusive?
AIFO’s main focus in Mongolia is to contribute to the implementation of CBR program at national level. Mainly we focus on self-help groups (SHGs) established in the country. The value of these SHGs is that persons with disabilities play important role for their future life.
During the last two years AIFO paid special attention to the development of national law on the rights of the persons with disabilities in the line of CRPD. And the Law of the rights of the persons with disabilities of Mongolia just recently adopted in February 2016 by the Parliament of Mongolia. To make it possible, EU co-funded project “Protecting the rights of the Persons with disabilities through strengthening capacity building of the civil society organizations”, its implementer “Tegsh Niigem” NGO and Ministry of Population Development and Social Protection played very important role. To have a law means we have a policy. It is remarkable year for Mongolian people with disabilities that they have rights-based law shifting from welfare-based law.

Now the next step will be to elaborate National Action Plan to implement the new Law. The working group is established at the Ministry of Population Development and Social Protection including national DPOs, NGOs and relevant ministries. AIFO is planning to play a role to facilitate the working group to elaborate Action plan in line with international documents and experiences of the other countries.

The planning of AIFO in Mongolia is based on the request from grass-root organizations of the persons with disabilities and CBR coordinators of aimags and districts. According to the priority and value of AIFO we collaborate with local authorities and stakeholders. And also the partners of AIFO participate actively in the planning of the activities, funded by AIFO. AIFO never implement any activities without their active participation.

What is the difference between rbc e inclusive development for you?
CBR established very good ground for the inclusive development. The CBR program improved the knowledge of stakeholders, persons with disabilities and public, especially for the country like Mongolia, who had different political regime and mind-setting is different. Before the CBR the persons with disabilities are treated just welfare receiver. For 25 years the CBR played very important role to disseminate holistic approach of disability to let it grow in the ground.

After 25 years of working in Mongolia we can see the result from the young disabled people. Their approach is changing and they are not just waiting the pension from the Government. They are starting to fight for their rights in good way. They are starting to learn to negotiate with the Government in order to protect the rights of the persons with disabilities.  They are learning foreign language (English and Japanese) to communicate with the world. They are learning to write Shadow report to CRPD Committee.

Can you do some examples of inclusive development in Mongolia?
One very good example of last year was initiation of Wheel Chair Users Association of Mongolia. After coming back from Milano Expo and accessible trip from Milano to Bologna and to Mongolia together with Giampiero Griffo, Ms. B.Chuluundolgor addressed to AIFO Country Coordination Office to organize a meeting with Minister of Road and Transport. The meeting was held in December 2015 after discussion of almost two months. Mrs. Chuluundolgor introduced to Mr. Zorigt Munkhchuluun, the minister of road and transport and his colleagues about the possibilities to make the airport, train and bus accessible for the persons with disabilities on the basis of her personal experience to travel by plane and train in Italy. AIFO has paid just the meeting cost and invited press journalists. Instead Mr. Zorigt Munkhchuluun promised to National Association of Wheel chair users to make steps in next three months. He reached into his promise. In March 2016, Mongolia had one wagon accessible for the wheel chair users. The Railway Authority made the wagon accessible with their budget. Surely the cost was millions of tugriks. But everything is possible only when people know what to do to make the people convenient. The airport  “Buyant Ukhaa” is establishing a service called “SOS” to support the needed people including persons with disabilities, elder people, pregnant women and mothers with children. The local busses reserve 2 seats for the persons with disabilities.

As a result of this meeting very important steps started. It can be only beginning. This is real example of good and on time expression of the person with disability.

After the CRPD Committee session in Geneva, the President of National Federation of Blind became advisor to the President of Mongolia. And Mr. Tsakhiagiin Elbegdorj, the President of Mongolia invited the representatives of women with disabilities and other women for breakfast. The representatives of women with disabilities expressed the voice of disabled community, especially women with disabilities.

After the CRPD Committee session in Geneva, the Head of “Universal Progress”, the independent living center was invited to Tokyo University for testimonial of experience of the CRPD session and lessons learnt to share with other countries DPOs, who will be reviewed by the CRPD Committee very soon.
March 2016, the group of people with disabilities attended to the Abilympics in Bordeax, France. Three people received medals from the Olympic game. It becomes very good example to the public and young peope with disabilities.

I think that 2006 was peak success for Mongolian DPOs. AIFO implemented a project co-funded by UNDESA. DPI-Italy played important role to train representatives of DPOs in collaboration with Human Rights Commission of Mongolia on the text of UNCRPD. This project was very fruitful seeds in the ground.
Another important success was that first time Mongolia had rights-based law with full participation of national DPOs.

 How should be the inclusive planning for you?
Every activity needs to be performed with the participation of persons with disabilities. Persons with disabilities are experts. Once they are empowered they can own everything.

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E’ morto Bayaraa, l’artista su feltro

Bayaraa

Bayaraa

Per chi ha letto il fumetto o visto il documentario che Aifo gli ha dedicato, se lo ricorderà sicuramente. Bayaraa è stata una persona coraggiosa che nonostante un’invalidità dovuta a un incidente sul lavoro, era riuscito a ricostruire una vita per sé e le la sua famiglia. Non solo, grazie al suo incontro con Aifo e alla partecipazione attiva alla rbc, Bayaraa si stava mettendo al servizio di altre persone svantaggiate per aiutarle nella loro vita quotidiana.
Purtroppo è morto questa estate per via di una malattia e non ha potuto realizzare il suo desiderio di costruire una casetta di mattoni dove sarebbero andati ad abitare i suoi figli e dove avrebbe ricavato un laboratorio artigianale di pittura su feltro. Nelle sue intenzioni c’era anche quella di formare persone con problemi di alcool alla sua professione.

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Mongolia: se le persone con disabilità prendono in mano il proprio destino

Ebe che canta

Ebe che canta

Una scuola per Batsaikhan

Batsaikhan, nonostante il nome che in mongolo indica la forza, quando è nato ha avuto dei problemi respiratori e nella cittadina non lontana da Ulan Baatar, i medici non erano attrezzati a questa evenienza. Abitare in un paese in via di sviluppo e per di più in un’area quasi rurale, crea molti problemi a una persona con disabilità, ma Batsaikhan aveva dalla sua due genitori che avevano studiato e che in più erano combattivi. Il bambino non riesce a camminare, ha bisogno di una carrozzina e quando arriva il momento del suo inserimento a scuola le cose si fanno più difficili: barriere architettoniche, diffidenza degli insegnanti, poca accoglienza o aperta derisone da parte degli altri bambini. I genitori capiscono che lì non ce la possono fare e allora decidono di trasferirsi nella capitale, dove sperano di trovare dei servizi e una mentalità diversa. Una scelta giusta visto che entrano in contatto con un’associazione che si occupa di diritti delle persone disabili: “Alcuni membri dell’associazione – dice la madre – erano in contatto con Aifo e conoscendoli ci siamo resi conto che solo attraverso l’informazione e la conoscenza dei diritti possiamo fare qualcosa per i nostri figli disabili”.
Ora Batsaikan ha superato il ciclo della scuola primaria e ha iniziato quello secondario, le difficoltà non mancano mai ma per lo meno ha dei buoni rapporti con i compagni nella classe in cui è inserito.

Badma fonda un’associazione

La storia di Badma è diversa; è nata a Erdenet, la seconda città della Mongolia (84 mila abitanti), creata nel 1974 accanto alle enormi minieri di rame. A 16 anni Badma ha un grave incidente in macchina con il padre che rimane illeso, lei invece perde l’uso delle gambe. Non è facile per una ragazza così giovane ricominciare una vita in carrozzina e infatti all’inizio non ci riesce, smette di studiare, sta sempre in casa, ma poi qualcosa cambia; decide di proseguire gli studi, vuole laurearsi e va ad abitare a Ulan Baatar. Studia, si laurea in economia ma si accorge anche che per una persona con disabilità vivere in Mongolia è difficile. Non si riesce a girare per le strade piene di barriere architettoniche, a volte non si riesce a entrare perfino negli uffici pubblici.

Comincia a confrontarsi con altre persone in carrozzina e decide di fondare un’associazione per la difesa dei diritti delle persone disabili, un punto dove le persone possano conoscere i propri diritti e anche un centro di iniziativa dove fare denunce e organizzare dibattiti. E’ in questo contesto che Badma incrocia le attività di Aifo in Mongolia grazie cui riesce ad approfondire la conoscenza della Convenzione Onu sui diritti delle persone con la disabilità. “A volte facciamo delle uscite in gruppo in carrozzina – racconta Badma – per individuare le barriere che incontriamo quando ci spostiamo in città. Una volta trovate le segnaliamo alle autorità pubbliche”.

A Expo si è parlato di riabilitazione su base comunitaria in Mongolia

Queste due storie riescono a raccontare bene quello che è stato detto l’8 settembre a Milano, giorno in cui a Expo, Aifo ha presentato le sue attività in Mongolia. Oltre a Francesca Ortali e Gianpiero Griffo che hanno fatto un’introduzione, era presente Batdulam Tumenbayar, Direttrice del Dipartimento Disabilità del Ministero per lo Sviluppo della popolazione e Protezione Sociale della Mongolia. Batdulam ha presentato il Programma Nazionale di riabilitazione su base comunitaria che il Governo Mongolo si è impegnato di utilizzare nell’ambito del Programma Nazionale per le persone con disabilità e ha anche dato qualche anticipazione sulla nuova legge sulla disabilità che sta per essere varata in Mongolia.

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

All’incontro era presente anche Chuluundolgor Bat, Presidente dell’Associazione Nazionale delle persone in sedia a rotelle, che ha parlato, dal punto di vista della società civile, della condizione delle persone con disabilità in Mongolia e di  come la Convenzione Onu venga applicata. Non è mancato un momento musicale grazie a Enkhbuyant Lkhagvajav (Ebe), Presidente dell’ong locale Tegsh Niigem, che si è esibito in una tradizionale canzone mongola.

Il progetto: proteggere i diritti delle persone con disabilità

Il progetto biennale finanziato dall’Unione europea che Aifo sta portando avanti assieme alla ong locale Tegsh Niigem, ha titolo lungo ma che descrive bene già gli intenti: “Proteggere i diritti delle persone con disabilità in Mongolia, attraverso il rafforzamento delle organizzazioni della società civile”. Sì, perché è proprio attraverso i cittadini organizzati, anche senza disabilità, che si possono sperare dei miglioramenti nella qualità della vita delle persone svantaggiate e nelle piena applicazione della Convenzione Onu (vedi l’appello nell’ultima pagina della rivista).
Accanto a quest’obiettivo principale ve n’è un altro, quello di accompagnare il processo di elaborazione della nuova legge sulla disabilità assieme al Dipartimento Disabilità del Ministero dello Sviluppo e della Protezione sociale.
Una particolarità del progetto è il monitoraggio che si sta facendo sui casi di violazione dei diritti umani nei confronti delle persone disabili. Questo monitoraggio viene fatto capillarmente a livello locale in ogni aimag (regione) del paese.

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Graphic novel: “La storia di Bayaraa” (english version)

Mercoledì prossimo, 9 settembre alle ore 17 al Teatro Comunale di Castello d’Argile (via Matteotti 150) a Bologna, Aifo organizza un incontro dal titolo “La Convenzione ONU dei Diritti delle Persone con disabilità: il suo valore e la sua applicazione a livello internazionale e locale” a cui parteciperà anche una delegazione proveniente dalla Mongolia. In quell’occasione sarà presentata “La storia di Bajaraa” in versione fumetto e in inglese.
Bayaraa è una persona con disabilità che vive a Ulaan Baatar, che con un grande coraggio affronta la sua vita quotidiana. Ecco il video che, tra gli altri interventi, sarà presentato.

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Sopravvivere allo zud bianco

baby on the way of Arkhangai

baby on the way of Arkhangai

Mi chiamo Narantsetseg (Fiore del sole) e sono una pastora. Abito con mio marito e tre figli nella zona tra la provincia dello Zavhan e dell’Uvs, nel nord ovest della Mongolia. Per raccontare la mia storia devo ritornare indietro con la memoria, devo ricordare l’inverno del 2010.
Quella mattina quando sono uscita dalla mia gher, non riuscivo ad aprire la porta di legno: aveva nevicato tutta la notte e la neve si era accumulata lì davanti. Non era stata una semplice nevicata, ma una tormenta durata giorni: noi la chiamiamo zud. Ce ne sono di tipi diversi di zud, quello del freddo, quello del ghiaccio, il nostro è stato uno zud della neve, ma anche le temperature sono rimaste per giorni a 40 gradi sotto lo zero. Quando finalmente sono uscita dalla gher e mi sono guardata attorno, ho capito che i nostri animali non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere e, se loro non ce la facevano, anche noi non avremmo avuto da mangiare.
Alcune capre erano già morte per il freddo e le altre non avevano più un prato dove brucare l’erba; per via della neve non potevano più mangiare. Non siamo stati i soli della zona ad aver avuto questo problema, senza animali una famiglia di pastori non può sopravvivere.

Io ho avuto la fortuna di essere in contatto con una feldsher (un’infermiera nomade che si sposta con il cavallo n.d.r.) che lavora assieme a tante altre persone che a loro volta si occupano di salute. Dei miei tre figli uno non ha mai camminato, nemmeno adesso che ha 15 anni e per via di questo figlio faccio parte anch’io di questo gruppo dove si parla dei problemi dei figli con disabilità, di salute, alimentazione e lavoro. Lì ho saputo che ai figli non bisogna dare solo carne e latte ma anche delle cose diverse che sono importanti per farli crescere bene, come le verdure e la frutta, prodotti che da noi sono rari per via del clima. Ma adesso il nostro problema era più grave, non si trattava di scegliere cosa mangiare, non avevamo nemmeno più la carne. Sempre lì ho saputo che era possibile avere in prestito degli animali, farli riprodurre, vendere latte e lana e poi ridarli indietro tenendoci i capi in più. E’ quello che abbiamo fatto io e mio marito e siamo stati bravi nel farlo; ora abbiamo di nuovo le nostre capre, adesso posso anche pensare di dare della verdura ai miei figli.

Il problema della fame in Mongolia e l’azione di Aifo
In questo grande e poco popoloso paese centroasiatico l’eliminazione del problema della fame sta facendo dei progressi; se nel 1996 ogni abitante poteva disporre di 2.039 calorie, nel 2012 queste calorie erano diventate 2.463. Se andiamo a vedere la percentuale della popolazione che soffre di sottoalimentazione, se nel 1999 era il 38% del totale, nel 2012 era diminuita al 24%, cioè vale a dire quasi un quarto dei 2.900.000 mongoli ha fame, un percentuale che rimane comunque preoccupante.

Il problema della fame in Mongolia non è dovuto solo alla povertà ma anche a un clima poco clemente. Le temperature sono sotto lo zero per nove mesi l’anno e hanno delle punte in cui si superano i 50 gradi sotto lo zero. In particolare il paese è soggetto alle tormente di neve o ghiaccio (gli zud) che possono uccidere gli animali dei pastori nomadi che rappresentano ancora il 25% della popolazione. Sono stati letali gli zud del 2000, del 2001 e del 2010. Di fronte a queste calamità le autorità mongole non sono ancora attrezzate. Un altro problema di malnutrizione è rappresentato anche dalla particolare dieta mongola basata per lo più sulla carne che priva i bambini dei micronutrienti (sali minerali e vitamine) essenziali per il loro sviluppo fisico e mentale.

Aifo è presente in Mongolia da 24 anni ed è stata la prima Ong italiana ad arrivare là dopo la fine del comunismo. “Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del Settore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea. Questo progetto aiuta economicamente le famiglie di pastori grazie ad un prestito di bestiame che viene ridato indietro dopo un certo periodo. Le famiglie vengono anche inserite in una rete di riabilitazione su base comunitaria, dove si promuovono anche le buone prassi per una corretta alimentazione.

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Come animare un fumetto (su carta) per parlare di sviluppo

comic_youtubeCome riuscire a presentare in un modo più dinamico un libro, una graphic novel, ad un pubblico giovane e inquieto? Ci abbiamo provato in questo modo, spezzettandolo e montandolo con un programma di montaggio video. E’ un lavoro ancora un po’ grezzo e il fumetto ne soffre. Ma per parlare di sviluppo bisogna sempre cercare strade nuove a seconda del pubblico a cui ti rivolgi. Che ve ne sembra?

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Quei ragazzi, cittadini del mondo a Pontedera

IMG_2354Vi ricordate i cittadini del mondo di Martha Nussbaum? Bene è con questo spirito educativo che siamo andati in una scuola superiore di Pontedera per fare un po’ di educazione alla mondialità tra i ragazzi. La scuola italiana deve essere rinforzata per quanto riguarda la conoscenza del mondo, del problema dello sviluppo e in generale del fatto che noi non siamo il centro del mondo ma che esistono culture, fedi  e stili di vita diversi ma rispettabili.

Mi sono portato dietro tutto il materiale che avevo scritto o prodotto per i progetti Aifo in Mongolia: il documentario, la rivista e il fumetto. Anzi per l’occasione ho sperimentato una presentazione diversa del fumetto. Ho scelto una delle storie, l’ho spezzettata e caricata su powerpoint e per ogni pagina ho associato un file audio del testo scritto. La voce me l’aveva prestata un mio collega anche attore. Per chi ha superato una certa età, forse si ricorda di “Supergulp, fumetti in TV“, la tecnica è quella, meno elaborata e meno spezzettata, ma comunque quello è lo stile (con il senno di poi avrei fatto meglio ad usare Adobe Premiere per assemblare tutto il materiale e movimentarlo un po’, ma sarà per una prossima volta):

Il mio era un lavoro in coppia con Emma Patroni, un’insegnante e volontaria di Aifo che ha raccontato la storia della ong, la figura di Raoul Follereau a cui si ispira il gruppo e il problema della lebbra e di altre malattie che, come la lebbra, generano lo stigma sociale. Ci eravamo conosciuti solo la sera prima, ma abbiamo lavorato assieme con una buona intesa.

Il problema da risolvere era quello di interessare i ragazzi, riuscire a coinvolgerli in questo genere di discorsi. Emma è un’insegnante scafata che non si lascia intimorire di fronte a 100 adolescenti che sembravano tenuti in una gabbia; anch’io ho una certa esperienza in queste cose ma il problema di come interessarli, di come non annoiarli mi lascia sembra dubbioso alla fine degli incontri. E’ difficile attirare l’attenzione di ragazzi che sono abituati a ritmi di narrazioni velocissimi, ad effetti spettacolari, il tutto condito con sentimenti forti, estremi (e un linguaggio conseguente a tutto questo). Non è nemmeno colpa loro che vivono semplicemente in un ambiente che noi adulti abbiamo costruito o abbiamo lasciato costruire.

Comunque la mia tecnica è sempre quella della chiacchierata, delle domande che rivolgo a loro, di continuo, anche a costo di sembrare fastidioso. E il fumetto, quello, li ha abbastanza coinvolti e alla domanda di quale fosse il momento nella narrazione dove Bayaraa riesce a superare la sua condizione di “handicappato” più di uno ha risposto giusto: “Nell’incendio delle colline” (attorno a UlaanBaatar).
Che cosa poi sia rimasto di tutto questo, non lo so, magari in uno o due ragazzi qualche impronta siamo riusciti a lasciarla. Chissà.

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“Dietro l’orda d’oro. Scrivere, fotografare e disegnare la disabilità in Mongolia” sulla rivista Accaparlante

copertina Hp MongoliaDi tutto il materiale che abbiamo riportato dalla Mongolia, siamo riusciti a pubblicare su carta qua e là, delle foto, dei servizi brevi, delle storie, ma il reportage lungo, quello fatto solo di parole, beh quello è merce molto più difficile da pubblicare. Un servizio di 35 mila battute su una rivista cartacea è in effetti quasi improponibile a meno che tu non sia un nome noto – e non è certo il mio caso –  solo la rivista HP-Accaparlante ha voluto farlo, e un po’ ho giocato in casa visto che lavoro anche con loro.
Accaparlante è la rivista storica, esiste da 30 anni, del Centro Documentazione Handicap di Bologna, una rivista culturale che si occupa di disabilità Da quest’anno ha cambiato anche editore, scegliendo di collaborare con Quintadicopertina, una giovane casa editrice genovese, esperta in editoria on line. Siamo in piena campagna abbonamenti e se qualcuno vuol fare un regalo natalizio diverso, ecco una buona occasione per farlo.

Tra un po’ monterò tutto il lungo servizio giornalistico su una piattaforma editoriale sul web, non so ancora quale, non su questo blog comunque, e se qualcuno di voi avrà la pazienza di leggerlo tutto, mi farà felice. 🙂

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A Pieve di Cento (Bo) un documentario e un fumetto per parlare di disabilità in Mongolia

aifo-Pagina001Come vive una persona con disabilità in un paese spopolato, con poche infrastrutture e un clima veramente difficile? E soprattutto come raccontarlo ad un pubblico italiano con un’esperienza così distante? Giovedì 27 novembre alle ore 20.30 al Circolo Kino in via Gramsci 71 a Pieve di Cento (BO), verranno presentati un documentario e il fumetto che illustrano le attività che Aifo da più di 20 anni  porta avanti in Mongolia con le persone con disabilità. Due strumenti completamenti diversi ma che concorrono, ognuno con il proprio linguaggio, a raccontare una realtà molto distante dalla nostra ma che ci riguarda ugualmente.

Interverranno Francesca Ortali (responsabile Progetti esteri Aifo), Nicola Rabbi  (autore  delle  interviste  e  della  sceneggiatura),  Salvo  Lucchese  (regista  del documentario), Ebe e Tulgamaa Damdimsuren del programma Aifo “Tegsh Duuren”.

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Lo yoghurt più buono della Mongolia

038La storia di Otgontsagaan che non poteva più fare il pastore ma che è diventata un’imprenditrice di successo grazie alla riabilitazione su base comunitaria (articolo pubblicato nel numero di novembre della rivista “Amici di Follereau”).

Otgontsagaan era una ragazzina di 13 quando cadde da cavallo. Stava accudendo ai suoi animali e nonostante fosse una pastore nomade del nord della Mongolia e perciò abituata fin da bambina a questo genere di attività, è caduta giù. Una gamba rotta, un incidente doloroso ma niente di pericoloso, eppure, per il fatto che la sua tenda si trovava lontana 70 chilometri dal villaggio più vicino, dove avrebbe trovato un primo soccorso, quell’incidente ha cambiato il corso della sua vita. “La mia gamba non è mai tornata come prima, non ho più potuto rimontare a cavallo per seguire i miei animali: sono disabile oramai da 40 anni”.
La sua famiglia di pastori nomadi non è come le altre famiglie, vanta un tradizione illustre: suo padre ebbe il premio di “pastore dell’anno”, suo fratello più anziano lo riconquistò nel 1972, mentre il nipote di un altro suo fratello lo ha riconquistato di recente.
Otgontsagaan dopo l’incidente non ha più potuto portare avanti questa tradizione, eppure a modo suo, grazie alle opportunità offerte dalla riabilitazione su base comunitaria organizzata su tutto il territorio nazionale, ha potuto trovare una sua strada ed eccellere come … produttrice di yogurt!

Un’imprenditrice di successo

Il mio yoghurt è fatto con latte di pecora e nient’altro, non aggiungo niente – afferma – ma il mio segreto sta nel regolare la temperatura giusta”. E’ molto orgogliosa Otgontsagaan quando parla della sua attività che le ha permesso di contribuire al benessere della famiglia, ma questa sua dedizione al lavoro non è motivata solo da quello che guadagna, ma anche dal significato che ha avuto per la sua vita che come persona disabile avrebbe potuto essere molto diversa. “Le persone con disabilità  tendono in generale ad essere passivi, ad aspettare ogni cosa, come dei vasi che aspettano di essere riempiti. Dobbiamo invece darci da fare, cercare con il lavoro di avere una vita nostra”.
Questa presa di coscienza, pur interessandoci di una persona con una personalità spiccata, non è emersa naturalmente ma dietro a tutto questo c’è un processo, un percorso che ha portato Otgontsagaan ha sviluppare queste idee. E’ questo il risultato della riabilitazione su base comunitaria che Aifo sta portando avanti da più di 20 anni in tutta la Mongolia. Il rafforzamento delle capacità delle persone disabili infatti è resa possibile dai gruppi auto-aiuto, dalla formazione  che attraverso la figura di alcuni specialisti porta le persone disabili ad avere una coscienza nuova,ad essere parte attività della società in cui vive e a rivendicare i diritti per sé e per gli altri.
Ma tutto questo non basta, occorre anche un sostegno economico per avviare le proprie attività e nel suo caso Otgontsagaan ha potuto utilizzare di due crediti, uno nel 2009 e un altro nel 2013  che le ha permesso diventare produttrice di yoghurt e anche gestire un forno per la produzione del pane. le due attività economiche hanno avuto successo e ha potuto restituire facilmente tutto il denaro nel tempo prestabilito.

Una vita come gli altri

Quando ebbe l’incidente Otgontsagaan non poté nemmeno continuare gli studi ed è per questo che ha seguito molto sotto questo aspetto i suoi 4 figli. Oggi uno insegna in un’università nel nord della Mongolia, un altro si è laureato a Mosca, un terzo sta studiando a Pechino e infine il quarto è in Ucraina sempre per motivi di studio.
Lei invece continua ad occuparsi dello yoghurt e del latte: “Per me il latte ha una grande importanza, lo trovo… bianco e ‘santo'”. Dice così perché tutta la sua vita ruota attorno ad esso.
“Porto il mio latte negli asili, anche il pane lo vendo in giro, ma l’aumento di mole di lavoro mi ha costretta ad appoggiarmi ad un negozio; rifornisco con la mia merce due negozi, Tevhen  e Anu, e in questo modo il mio giro di affari si è pure allargato”.   Recentemente ha anche acquistato una nuova macchina impastatrice grazie al credito offertole dal programma di riabilitazione su base comunitaria. Nel suo laboratorio oltre al marito vi lavorano anche delle persone disabili che ha conosciuto grazie ad un gruppo di auto aiuto che lei stessa ha organizzato: “In questo gruppo ci aiutiamo l’uno con l’altro, due persone che lo frequentano sono diventati anche miei colleghi; loro non vedono e questa particolare condizione ha fatto si che siano molto bravi nell’arte della panificazione, tramite l’olfatto capiscono quando è momento di sfornare”.
In questo modo altre due persone con disabilità hanno trovato un lavoro, del resto la riabilitazione su base comunitaria non riguarda solo la singola persona, ma il gruppo che nell’insieme trae benefico dalle opportunità che via via si presentano.

“Tegsh Duuren”, una piena uguaglianza per le persone disabili

Aifo è presente in Mongolia da 23 anni per sostenere il Programma Nazionale di Riabilitazione su Base Comunitaria. La sua attività ha origine nel 1991 con una missione assieme all’OMS per valutare con il governo della Mongolia, la possibilità di avviare un programma di riabilitazione su base comunitaria per le persone con disabilità che tenesse conto delle specificità del territorio mongolo e del problema sociale rappresentato dalle persone con  disabilità, mediamente 5% – 10% della popolazione,. Non vi erano comunque dati certi e soprattutto mancavano strutture sanitarie adeguate. Il Progetto Rbc parte definitivamente nel 1992 e il primo passo fu la formazione di tre medici in qualità di formatori, la nomina da parte del Ministero della Salute di un coordinatore nazionale Rbc, la traduzione e la stampa del manuale Rbc dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Date le difficoltà economiche del paese, l’inserimento del programma di Rbc all’interno del sistema sanitario ha creato qualche problema all’inizio. Ma la distribuzione capillare del personale sanitario, a livello urbano e rurale, e in particolare la presenza di operatori a livello comunitario (medici di famiglia e feldshers) hanno contribuito all’avvio delle attività di Rbc.
Il progetto è proseguito, grazie al finanziamento di Aifo e dell’Unione Europea, portando a un aumento delle attività, all’ampliamento del bacino dei beneficiari, all’adozione di un approccio multisettoriale, allargamento del team e alla crescita delle professionalità (grazie ai viaggi-studio all’estero), all’utilizzo del microcredito.
Il programma Rbc ha preso il nome di “Tegsh Duuren” che significa piena uguaglianza ed è arrivato a coprire 21 province (aimag) e 9 distretti di Ulaanbaatar, cioè l’intera Mongolia, diventando così un modello a livello internazionale.

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Le persone disabili a Gaza e sulle orme di Follereau nell’ultimo numero della rivista di Aifo

Senza titolo-1Pochi lo sanno ma è stato proprio in Costa D’Avorio che Raoul Follereau ha incontrato ed ha iniziato la sua battaglia contro la lebbra. Il dossier di questo numero è dedicato a questo paese oggi alle prese con una difficile riconciliazione, tra povertà e nuove emergenze.
Nella sezione della rivista “In primo piano” la condizione delle persone con disabilità che hanno vissuto il periodo di guerra all’interno di Gaza; alcuni sono morti ma soprattutto sono state cancellate strutture e servizi e rese invalide molte altre persone.
Si parla anche di Sardegna, non come paradiso del turista ma come paradiso per le basi militari che hanno causato un disastro ambientale e sanitario di cui ancora non se ne vede la fine.
Infine vengono presentai due progetti di cooperazione uno in Mongolia dove si racconta la storia di Otgontsagaan,  una persona disabile che è diventata un’imprenditrice di successo grazie alla riabilitazione su base comunitaria. L’altro progetto invece riguarda la Cina; qui Li Fukang racconta invece la sua difficile esperienza di figlio con un padre ex-ammalato di lebbra, condizione questa che ancora in alcune regioni periferiche della Cina significa esclusione sociale anche per i parenti.

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Stregoneria, pasung, stigma: ma si cura così la malattia mentale nel mondo?

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Un progetto che interessa 5 paesi di reddito medio basso nel sud del mondo e che, attraverso l’analisi di buone pratiche di rbc, vuole difendere i diritti delle persone con problemi di salute mentale. Il 10 ottobre giornata mondiale della salute mentale (articolo pubblicato nel numero di ottobre della rivista d”Amici di Follereau”)

“Paese che vai usanza che trovi”, questo adagio non vale quando si parla delle persone con problemi di salute mentale. Esclusi dalla società e abbandonati a se stessi o, peggio ancora, reclusi e addirittura incatenati in istituti che assomigliano a prigioni. Questa è la sorte che aspetta a molte persone malate, sorte che va al di là della cultura dei paesi di appartenenza, dal loro grado di coesione sociale e di ricchezza, dal credo religioso dominante. La follia, storicamente, è sempre stata vista come una minaccia per l’individuo e per la società, una minaccia da nascondere, allontanare, in alcuni casi eliminare come avvenne per Aktion T4, il programma nazista che prevedeva l’eliminazione fisica delle persone affette da gravi patologie.

Il progetto di Aifo, denominato Multicountry, ha per soggetto proprio le persone con problemi di salute mentale o meglio, per essere più precisi, ha come filo conduttore il rispetto dei loro diritti civili in cinque paesi di reddito medio basso (Brasile, Liberia, Egitto, Indonesia, Mongolia). Attraverso lo studio di esperienze di riabilitazione su base comunitaria applicate alla salute mentale, lo studio del quadro legislativo e l’analisi dell’intervento socio-sanitario a livello locale, si vuole dimostrare il fatto che l’istituzionalizzazione dei malati mentali costa molto di più alla società e aiuta molto meno i pazienti che non un loro inserimento nella comunità con un’assistenza decentrata.

Tutto questo lavoro, realizzato parallelamente nei cinque paesi, viene svolto attraverso la formazione rivolta agli operatori socio-sanitari, il rafforzamento delle associazioni di persone con problemi di salute mentale – soprattutto dei loro leader – la sensibilizzazione della popolazione per ridurre i pregiudizi. Queste azioni vengono sostenute, infine, da un intenso scambio di informazioni tra un paese e l’altro attraverso la scrittura di newsletter, blog e l’organizzazione di seminari e convegni.

La situazione nei vari paesi

In Brasile le attività del progetto si svolgono nello stato di Bahia. In questo paese la riforma della psichiatria è stata fortemente influenzata dalle idee di Franco Basaglia che visitò Rio de Janeiro nel 1978. La legge di riforma è del 2001 e prevede vari tipi di servizi di cura decentrati e comunitari in alternativa all’ospedale psichiatrico. Nel 2011 viene varato un “sistema di cura psicosociale” per le persone con problemi mentali, dovuti anche alle dipendenze da sostanze, che vuole offrire servizi basati sulla comunità. Nello stato di Bahia nonostante la diminuzione di letti negli ospedali psichiatrici la malattia mentale viene stigmatizzata e gli stessi operatori sanitari e i famigliari fanno fatica ad accettare l’idea che l’istituto non è l’unica soluzione. Proprio a causa di queste difficoltà una delle azioni del progetto vede famigliari e operatori sanitari, all’interno di due ospedali di Salvador di Bahia, uniti nell’assicurare i diritti civili e buoni livelli assistenziali ai pazienti.

In Indonesia la veloce modernizzazione della vita ha portate con sé anche un aumento del disagio psichico. Secondo una Indonesiaricerca del 2007, l’11,6% della popolazione ha problemi di ansia e di depressione, meno del 10% delle persone con problemi di salute mentale ha accesso a servizi specializzati mentre sono 18.800 i casi pasong. In Indonesia con pasung si indica la reclusione e la detenzione fisica (anche con catene e corde) delle persone malate. Il progetto si è svolto nella parte meridionale del Sulawesi, la grande isola situata al centro dell’arcipelago indonesiano. Proprio per superare queste pratiche violente e per sensibilizzare sul tema, le attività consistono in corsi di formazione rivolti a operatori sanitari e di comunità. I risultati di queste azioni sono espresse bene da alcuni testimoni: “All’inizio avevo paura di aver a che fare con i malati mentali – dice Yuli, un dirigente di un puskemas, un ospedale di comunità – avevo paura di essere picchiato, ma era solo una paura. Adesso sono contento di poter avere delle competenze nuove che mi permettono anche di aiutare le famiglie dei pazienti”. Iwan Honest invece è medico in un altro puskemas e afferma: ” Nel mio territorio le persone malate mentalmente sono messe ai margini, addirittura incatenati, ma sono solo dei malati che devono essere aiutati, il pasong peggiora le loro condizioni e non risolve nulla”.

In Mongolia il trattamento della malattia mentale è stato influenzato nel passato (fino agli anni ’90) dagli specialisti russi per via dei forti legami che univa i due paesi. Ancora oggi il sistema di cura è centralizzato a Ulaan Baatar, la capitale che ospita la maggior parte degli abitanti del paese ed è orientato all’ospedalizzazione dei pazienti, nonostante il paese si sia dotato fin dal 2000 di leggi che programmano diversamente gli interventi. Il sistema di riabilitazione su base comunitaria è però assai diffuso in ogni parte del paese e questo può essere di grande aiuto per quanto riguarda l’assistenza e la riabilitazione delle persone con problemi psichici a livello comunitario. In Mongolia il progetto punta alla creazione di gruppi auto-aiuto di persone con problemi di salute mentale e alla formazione dei medici di famiglia, migliorando le loro competenze sul tema.
Liberia2In Liberia la malattia mentale è a volte associata con la possessione e la stregoneria, sono gli spiriti maligni che entrano nel corpo di una persona e la rendono così inferma; con questi presupposti la cura può venire solo da pratiche magiche. Il paese ha poi vissuto un lungo periodo di sanguinose guerre civili (1989-2003) che hanno lasciato traumatizzata gran parte della popolazione. Anche in questo paese il progetto prevede delle attività di formazione rivolta agli operatori sanitari perché siano attenti al rispetto dei diritti civili delle persone con problemi di salute mentale e perché promuovino l’idea di un’assistenza su base comunitaria e non solo accentrata negli ospedali psichiatrici che in Liberia sono comunque mancanti e con poco personale e mezzi.

10 ottobre: giornata mondiale della salute mentale

Il 10 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale della salute mentale, stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, insieme alla Federazione Mondiale della Salute Mentale intende accrescere la consapevolezza su questioni di salute mentale. L’OMS ha scritto i “10 facts on Mental Health”, il primo dice:
“Il 20% dei bambini e degli adolescenti di tutto il mondo ha disordini mentali con problemi tipici per ogni cultura. Inoltre le regioni del mondo con la più alta percentuale di popolazione sotto i 19 anni hanno il livello più basso di risorse per la salute mentale. La maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito ha un solo psichiatra infantile per 1-4 milioni di persone”.

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In viaggio verso lo Zavhan

E’ uscita in formato cartaceo la graphic novel che racconta la vita di alcuni disabili della Mongolia attraverso l’uso del fumetto; un modo per raccontare cose difficili con strumenti espressivi facili. Chi è interessato lo può leggere anche on line.
Di seguito invece potete leggere l’introduzione.

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Tre giri intorno all’ovoo

La prima volta che incontrammo un ovoo fu al confine tra l’Arkhangai e lo Zavhan, due regioni nordoccidentali della Mongolia. Era stato costruito proprio a cavallo di un passo di montagna. Cominciava a imbrunire e il cielo era grigio. Nonostante fosse luglio la temperatura era di poco sopra lo zero. Ebe, il nostro autista, si fermò, scese dall’auto e si avviò verso un cumulo di pietre decorato con le tipiche sciarpe azzurre buddiste e da oggetti colorati non distinguibili in quella luce incerta. Unì le mani nella posizione della preghiera buddista e poi fece tre giri in senso orario intorno al cumulo, fermandosi ogni tanto per raccogliere delle piccole pietre che gettava sulla montagnola. Noi lo imitammo, più per cortesia che per convinzione, eppure, per quanto mi riguarda, quello fu il mio vero ingresso in Mongolia.

L’impegno ventennale di Aifo
Le storie che leggerete in questo libro, storie raccontate attraverso il fumetto, sono il risultato della collaborazione tra Aifo e il Centro Documentazione Handicap di Bologna. Le due organizzazioni nel corso degli anni hanno scritto l’una per l’altra nelle reciproche riviste, hanno partecipato a eventi comuni, appoggiato campagne di sensibilizzazione sulla disabilità. Questa collaborazione ha portato anche alla realizzazione di un corso di formazione alla comunicazione che il sottoscritto ha condotto nell’autunno del 2011 ai responsabili di settore di Aifo.
Uno dei temi fondamentali del corso era proprio quello di come raccontare in modo adeguato ciò che Aifo fa nei paesi del sud puntando su strumenti di comunicazione diversi (articoli, servizi fotografici, video…) e sulla qualità e la cura del prodotto informativo. Avevamo trattato anche della fase successiva a come, cioè, il prodotto informativo poteva essere utilizzato tra i soci dell’associazione e promosso in generale verso le istituzioni, i donors, i semplici cittadini.

Fu così una logica conseguenza l’idea di realizzare ciò di cui avevamo discusso nel corso di formazione, pensando al racconto di un progetto da scegliere nei paesi in cui era presente Aifo. La scelta del paese ricadde sulla Mongolia, un luogo dove l’ong lavora dal 1991 e dove è riuscita a fare riabilitazione su base comunitaria su tutto il territorio nazionale coinvolgendo solo nel 2012 oltre 26 mila persone disabili.
Ma come raccontare nel modo più completo questa situazione? Decidemmo di partire in due persone – e questo fu possibile soprattutto grazie a Francesca Ortali, responsabile progetti esteri di Aifo – io come giornalista e Salvo Lucchese come operatore, in modo da poter raccogliere le storie non solo attraverso delle parole ma anche attraverso delle immagini. Il frutto del nostro lavoro lo potete trovare nei brevi documentari caricati nel canale Vimeo (http://vimeo.com/aifo/videos) e nelle gallerie fotografiche su flickr (http://bit.ly/1fIDVRI); mentre il servizio giornalistico lo potete leggere nel numero 4 della rivista Accaparlante. Per ultimo abbiamo realizzato, grazie a Giuliano Cangiano, in arte solo Kanjano, questo fumetto che si basa sulle storie che abbiamo raccontato sia nei video che nei resoconti scritti, ma che, come abbiamo visto strada facendo, ha via via preso una sua fisionomia tutta originale visto che si tratta di un mezzo espressivo del tutto diverso rispetto ai precedenti.

Il libro inizia con un capitolo dedicato a un sintetico quadro storico, politico e sociale della Mongolia che è in assoluto uno dei paesi più originali del nostro pianeta. In successione trovate le storie di una persona disabile abitante a Ulaanbaatar, di un gruppo di mamme di bambini disabili della regione dello Zavhan e di una bag feldsher, una particolarissima infermiera che presta servizio a cavallo o su un cammello aiutando la popolazione nomade.
In appendice troverete invece due sezioni che hanno una funzione più didattica; nella prima parliamo della Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone disabili e nella seconda spieghiamo in cosa consista la riabilitazione su base comunitaria (RBC).

In viaggio con Ebe e Tuki
Dei 13 giorni, aeroporti esclusi, che abbiamo passato in Mongolia, sei ne abbiamo passati a bordo di un fuoristrada Toyota, questo perché da Ulaanbaatar a Uliastaj, la capitale dello Zavhan dove eravamo diretti, i 1200 chilometri da percorrere solo in minima parte erano su strada asfaltata, ma spesso si trasformavano in strade di ghiaia e altre volte in semplici piste sull’erba. Avevamo però un autista d’eccezione, Ebe, che oltre ad essere uno dei coordinatori delle attività di Aifo, ha dimostrato una conoscenza dei luoghi veramente speciale.
La prima volta che siamo saliti in macchina con lui, eravamo da poco atterrati all’aeroporto di Ulaanbataar, ci ha portato a casa di Bayaraa, il primo dei personaggi che troverete in questo libro. Bayaraa abita nella periferia della capitale che è circondata da una corona di gher, le tipiche tende mongole. In questa città che cresce di anno in anno ad un ritmo molto elevato, i nuovi arrivati si stabiliscono ai margini della capitale e, dato che la terra non costa niente – lo spazio libero qui e come l’aria, senza fine – basta una semplice registrazione per avere diritto ad una certa metratura di terreno al cui interno gli immigrati erigono la loro tenda o a volte una casetta di legno. Bayaraa ci aveva accolto in un modo molto cordiale e fin dalle prime battute avevamo capito che era una persona con cui sarebbe stato facile costruire una buona intervista. Abbiamo conosciuto quel giorno solo un figlio, mentre nel secondo incontro, avvenuto dieci giorni dopo, abbiamo potuto conoscere la famiglia quasi per intero. Una famiglia molto unita.
Il giorno dopo siamo partiti alla volta dello Zavhan e abbiamo viaggiato per quasi tre giorni di seguito. Uliastaj con il suo isolamento estremo ci è parso un luogo quasi incantato. Qui abbiamo incontrato prima Demchigsuren, un chirurgo e dirigente sanitario locale che ha sposato la causa della riabilitazione su base comunitaria e poi un gruppo di mamme che da una settimana viveva assieme a due specialiste di RBC per parlare dei loro figli disabili. Questa storia la conoscerete bene attraverso le tavole del fumetto che troverete nel libro; uno cosa però non poteva rientrare nei disegni direttamente e allora la riporto con delle parole. Anche se eravamo in Mongolia, anche se le madri erano delle nomadi con una cultura e uno stile di vita quanto di più lontano da una madre occidentale e italiana, ho rivisto in loro lo stesso atteggiamento di cura, di partecipazione, di testardaggine e di resistenza (ma potrei continuare ancora a lungo con le precisazioni) che ho incontrato tante volte nelle mamme italiane che ho conosciuto lavorando con i disabili: erano le stesse persone ed erano trasportate dallo stesso amore verso i loro figli.

In quei giorni abbiamo intervistato anche persone disabili adulte (non le troverete in questa pubblicazione, ma nei video e nel reportage) e abbiamo conosciuto la loro determinazione e la loro voglia di vivere come gli altri, di avere le stesse opportunità. In tutti questi incontri è stata fondamentale come interprete Tuki – anche lei responsabile delle attività di Aifo nel paese – ma anche come organizzatrice.
Nel libro è presente invece un personaggio molto particolare, una bag feldsher, un’infermiera a cavallo che abita in un’alta valle di montagna a qualche decina di chilometri da Uliastaj; in quel luogo regna il silenzio più assoluto, fatto eccezione per il sibilo del vento. Questo è stato un incontro difficile per il tipo di persona che ci siamo trovati di fronte, una donna molto competente e motivata ma anche riservata e taciturna; paradossalmente, se l’intervista è riuscita solo in parte (e lo potete constatare anche nel video), le emozioni che abbiamo provato in quella tenda con Munguntsetseg e la sorella (una signora anziana con problemi mentali), sono state molto intense e forse tramite il fumetto, abbiamo potuto dire qualcosa di più su questa persona veramente particolare (chissà se mai le arriverà tra le mani questo libro).

A nord di Uliastaj si sale per una collina su cui sorge uno stupa, il monumento spirituale che rappresenta il corpo del Buddha. Si percorre un sentiero ripido che simbolizza a sua volta il percorso verso l’illuminazione e la liberazione. Ma io e Salvo abbiamo risalito la collina al tramonto e il sole stava calando rapido sulla valle immensa che si apriva davanti a noi. Alle nostre spalle le divinità, racchiuse nelle loro costruzioni bianche e azzurre, guardavano anche loro, con occhi ardenti, la valle. Stava facendo sera e il nostro lavoro era ormai finito: potevamo tornarcene a casa.

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Mongolia: un’opportunità di lavoro per i pastori disabili

Sempre a proposito di come raccontare un progetto di una ong in stretta collaborazione con personale locale, ecco il risultato di un collaudato rapporto tra me e Tuki (Tulgamaa). Abbiano impostato  assieme lo schema dell’articolo, Tuki mi ha inviato foto e testi ed io alla fine ho ricucito tutto in questo testo.

di Tulgamaa Damdinsuren e Nicola Rabbi
Tseyenpil  è una signora non udente e che si esprime male, Purevdorj invece è un uomo che si muove con difficoltà: che cosa hanno in comune queste persone? Oltre ad abitare nella zona arida della Mongolia e avere una disabilità fisica, sono ambedue beneficiari di un progetto che Aifo, assieme alla Fondazione Prosolidar, sta portando avanti da alcuni anni. E’ un progetto un po’ insolito e che punta all’autonomia economica delle famiglie nomadi al cui interno è presente una persona con disabilità. Questa autonomia viene raggiunta attraverso un fondo rotativo di capi di bestiame, di capre per la precisione, animali resistenti al clima secco e gelido del deserto del Gobi che occupa parte dell’aimag dove vivono Tseyenpil e Purevdorj.

Foto AifoGli aimag sono le 21 regioni in cui si divide la Mongolia e il Gobi-Altai, la regione di cui stiamo parlando, è in gran parte desertica con delle temperature che d’inverno però raggiungono anche i 30 gradi sotto lo zero. Il Gobi non è il deserto che di solito ci si immagina ma ugualmente è difficile viverci e l’unica attività di sostentamento – laddove non ci sono delle miniere s’intende – è la pastorizia. Abitare in un posto simile, per una persona disabile e per la sua famiglia, è ancora peggio.

Tseyenpil è una pastora nomade di 42 anni e vive da sola con una figlia, anche lei con difficoltà nel linguaggio, e tre nipoti; i suoi altri quattro figli non abitano con lei ma ha ugualmente un’intera famiglia a cui dover provvedere. Lei è stata scelta come beneficiaria del fondo rotativo di bestiame e ha ricevuto lo scorso ottobre 20 capre che questa primavera, periodo in cui avviene la tosatura, le hanno dato sei chili di cashmere, un tipo di lana che si può vendere a 20 euro al chilo. Sembrano guadagni minimi per una persona che vive nei paesi ricchi eppure per lei hanno un enorme significato, significano una grande opportunità. Per accordi inoltre, tutti i capretti nati nel corso dell’anno, rimarranno di sua proprietà.

Avere una disabilità fisica per un pastore, dato che è un lavoro che implica molto movimento, è un grande problema, ma Purevdorj, un ragazzo di 28 anni, deve farlo per poter mantenere una famiglia composta da una moglie e da un figlio. Cinque anni fa, quando si è sposato, ha ricevuto dai parenti un certo numero di animali ma poi un inverno è stato vittima dello Zud. Questa parola dal suono secco e misterioso indica in Mongolia una calamità naturale che ogni tanto colpisce questo paese. Lo Zud è un inverno particolarmente freddo e nevoso che non permette agli animali di trovare del cibo; famosi sono stati quelli a cavallo del 2000 che si sono ripetuti più volte. Durante un inverno Purevdorj ha perso gran parte del suo bestiame ed è così rientrato nel programma di assistenza previsto dal progetto di Aifo. Gli sono state date 20 capre per un anno che questa primavera hanno prodotto sette chili di cashmere e hanno dato alla luce numerosi caprettini. Così quando, finito il suo periodo, dovrà ridare al fondo rotativo le 20 capre per un altro beneficiario, potrà comunque contare sui nuovi nati.

L’autonomia economica come inclusione sociale
“Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi  con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è questo per esteso il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione  Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del

Foto AifoSettore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea.
L’inclusione della persona con disabilità nella società avviene pienamente solo quando si assicura a questa persona anche la possibilità di lavorare e di avere un proprio reddito, in modo da non dipendere solo da qualche forma di assistenza. In Mongolia si assiste ad una disparità di occasioni tra le persone disabili che vivono nei centri urbani (soprattutto nella capitale) e quelli che vivono in campagna. A questo si aggiunge la peculiarità che le famiglie nomadi in quel paese rappresentano almeno il 25% della popolazione. Vivono nelle tipiche tende circolari fatte di feltro (le gher) e periodicamente si spostano alla ricerca di pascoli adatti al loro bestiame. Il progetto si rivolge proprio alle famiglie in cui sono presenti delle persone con disabilità e le aiuta attraverso un sistema di prestito di bestiame a rotazione. Ogni anno (e per tre anni) vengono acquistate 1000 capre che vengono distribuite a 50 famiglie che ne possono disporre solo per un anno ma a cui rimarranno tutti i nuovi nati. Finito l’anno gli animali passano ad un’altra famiglia e così via, In questo modo vengono raggiunte 300 famiglie, coprendo tutto il territorio del paese. Le famiglie non sono scelte  a caso ma vengono individuate a livello di distretto (denominati somon) da un gruppo di persone che conoscono la situazione, come il medico di comunità e il responsabile della riabilitazione su base comunitaria.

Per conoscere la Mongolia
La Mongolia è un paese che presenta ancora, nonostante la globalizzazione che ci rende tutti più simili, dei caratteri fortemente originali. E’ grande 5 volte l’Italia ma ha una popolazione al di sotto dei tre milioni di abitanti, dandole il primato del paese con il minor numero di abitanti per chilometro quadrato. Metà della sua popolazione è poi concentrata nella capitale – Ulaanbaatar – che in 10 anni si è ingrandita enormemente. Altre caratteristica del paese è il clima estremamente freddo per gran parte dell’anno e la scarsità di precipitazioni, questo però solo nella sua parte meridionale dove si trova il deserto del Gobi.

Storicamente la Mongolia è la patria di Temujin (ovvero Gengis Kahn) che creò nel 1022 il più vasto impero della storia.
Nel 1992, dopo quasi 70 anni di repubblica socialista sotto la protezione dell’Unione Sovietica, divenne una repubblica parlamentare aprendosi al libero mercato. Venuti meno gli aiuti russi la Mongolia attraversò un periodo molto difficile negli anni ’90 e i disabili, come ogni categoria svantaggiata, furono i più colpiti dalla mancanza di cibo, di assistenza sanitaria e di un’adeguata educazione. La Mongolia, però, in questi ultimi anni sta conoscendo uno sviluppo economico incredibile (il Pil nel 2011 è cresciuto del 17,5%, nel 2012 del 11,2%, nel 2013 del 12,5%), un aumento dovuto alle sue miniere di rame, oro e carbone, tra le più grandi del mondo e che le hanno regalato il nomignolo di “Mine-Golia”.
Questa crescita economica, come capita spesso nei paesi in via di sviluppo, non si accompagna però ad un crescita dei servizi sanitari, sociali ed educativi per tutti, anzi il divario tra chi è ricco e chi è povero tende ad aumentare, anche se altri indicatori (percentuale di popolazione che è al di sotto della soglia della povertà e aspettative di vita media) tendono a migliorare.

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Spontanei, efficienti o cool: i tanti modi per raccontarsi con i media digitali

Gli strumenti di comunicazione digitali offrono delle enormi opportunità a quei gruppi che non hanno molti soldi da spendere in comunicazione e in genere a tutte quelle organizzazioni sparpagliate in giro per pianeta (come è il caso delle ong). Oggi vi racconto come abbiamo portato la voce (e il volto) di tre cooperanti locali all’assemblea nazionale di Aifo.
Il compito era quello di far parlare, all’interno dell’incontro di due giorni, i responsabili di tre programmi paese (Brasile, Mongolia, India) attraverso un intervento video di pochi minuti, giusto per avere un’idea della loro situazione e anche per dare un po’ di movimento ai lavori attorno a un tavolo. Avevamo poco tempo per recuperare queste testimonianze, solo qualche giorno, e in più le persone da coinvolgere avevano degli impegni personali. Dopo averli avvertiti con un’e-mail, ecco quello che è successo.

Deolinda, la coordinatrice locale in Brasile, doveva partire per una zona del suo paese dove non c’era copertura internet e allora abbiamo realizzato un’intervista video via skype, usando un programma gratuito in rete per registrazione audio video (in questo caso Free Video call Recorder per skype, ma ve ne sono altri). La qualità video è decisamente scarsa, l’improvvisazione ha portato con sé la vocina di una bimba che strilla sullo sfondo e anche il riflesso azzurrognolo dello schermo del computer sugli occhiali di Deolinda, ma in due minuti si riesce ad avere un quadro del lavoro di Aifo in Brasile. Poi un veloce lavoro di montaggio video (con Adobe Premiere), un titolo e il gioco è fatto.

Diverso il discorso con Tuki, la referente Aifo in Mongolia che, confermando la reputazione data ai mongoli di essere i tedeschi asiatici, mi fa arrivare tramite wetransfer tre video girati  in un formato ad alta definizione per un totale di 15 minuti, che mi creano diversi problemi nel montaggio e che assieme alla sottotitolazione in italiano si portano via almeno tre ore di lavoro. L’intervista ricucita in meno di 3 minuti è ricca di informazioni.

Infine Jose, referente per l’India, che non a caso abita nella tecnologica Bangalore, non manda un video, ma fornisce il link ad una presentazione fatta con Adobe Voice (un app per ipad) che assomiglia ad una presentazione in Powerpoint dove, con un ritmo troppo rapido per una platea non anglofona, racconta il loro impegno contro la lebbra e i finanziamenti che hanno ricevuto e che vorrebbero ricevere, il tutto con uno stile decisamente cool, secco e sintetico. Manca però Jose.

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Demchigsuren, iI dottore che non si limita a tagliare

 

Demchigsuren è un omone non molto alto, la statura media dei maschi mongoli è piuttosta bassa, ma dal fisico poderoso. Occupa un ruolo importante nella sua regione dato che è il capo del Dipartimento alla Salute e in passato è stato anche un rappresentante del parlamento regionale. Lo abbiamo intervistato perché è uno di quei medici che conoscendo la riabilitazione su base comunitaria ha cambiato il suo modo di lavorare.

Come chirurgo e traumatologo il suo compito era quello di “aggiustare” e là dove non si poteva, tagliare la parte del corpo offesa. In Mongolia le strade sono pericolose e gli incidenti, in rapporto al numero di macchine che girano, molto frequenti. D’inverno poi, oltre al freddo complice qualche bicchierino di akhri (vodka) in più, alcune persone perdono gli arti a causa del congelamento.

Il suo incontro con la RBC nel 1996 lo ha portato a riconsiderare il suo ruolo di medico che non si può limitare a curare solo la parte malata del corpo ma deve considerare il paziente nel suo insieme, come persona che, dopo avere perduto un arto, perde anche il suo lavoro. Questa presa di coscienza da parte di un medico è molto importante e porta al cambiamento di molto altro. Demchigsuren è solo un medico ma sente di doversi occupare anche dei pregiudizi che la società mongola ha verso le persone disabili.

Quando mi capita, qualche volta, non sempre è così naturalmente, di incontrare un medico in ospedale e di sentire come parla e vedere come si atteggia nei miei confronti, mi ritorna in mente Demchigsuren, che durante una cena in una gher continuava a bere dal mio bicchierino di akhri e che il mattino del giorno dopo, al momento dell’addio, è arrivato con uno scatolone unto e semiaperto al cui interno c’era un regalo per noi: una mezza capra bollita!

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In viaggio verso lo Zavhan

Ci stiamo arrivando, ancora un po’, ma poi avremo finito e a maggio potrete leggere “In viaggio verso lo Zavhan, storie di persone disabili in Mongolia”. La scommessa era questa: è possibile raccontare la vita di persone disabili che fanno un loro percorso di emancipazione attraverso il fumetto?  E’ possibile imparare a rispettare i diritti delle persone disabili, capire l’efficacia della riabilitazione su base comunitaria e avere anche un’idea della situazione sociale, culturale ed economica di un paese così diverso dal nostro? E’ quello che speriamo di avere fatto, io e Kanjano,  con questo testo. Ecco una pagina in anteprima dove si racconta il tragico incidente che ha colpito Bayaraa.

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La canzone di Ebe

Fare comunicazione per la propria ong significa raccontare in modo interessante e onesto quello che fa, se poi l’ong in questione è l’Aifo che ha una larga base associativa, oltre a riferirsi ai dei donors privati o istituzionali, bisogna innanzitutto rivolgersi a dei soci. Le complicazioni però aumentano se il piano di comunicazione non prende in considerazione solo la propria organizzazione ma anche le sue ramificazioni che stanno nascendo in varie parti del mondo.

E’ quello che sta capitando ad Aifo che in alcuni paesi come l’India, il Brasile e la Mongolia, si sta radicando in forma nuova e gestita in un modo sempre più professionale da persone locali. Le carte in tavola allora cambiano di molto, perché questo implica una comunicazione che deve comprendere tutti. Le idee che si possono avere per l’Italia non possono sempre essere idonee anche per paesi con cultura e situazione sociale completamente diversa. Gli stessi strumenti di comunicazione possono variare a seconda del contesto.

Nonostante queste differenze, queste difficoltà, non si può rinunciare ad una comunicazione che comprenda tutti e quindi anche l’attenzione ad un confronto diretto che non riguarda solo la progettazione o la raccolta di fondi ma anche la comunicazione stessa, di quello che si è e di quello che si fa. In questa ricerca la tecnologia digitale è di grande aiuto dato che strumenti di condivisione di documenti, chat in tempo reale, conferenze video multiple e ambienti di progettazione condivisa permettono un confronto diretto che supera gli spazi.
Recentemente, durante un incontro dei vari coordinatori Aifo provenienti da varie parti del mondo e che si è tenuto a Bologna, si è parlato anche di questo.
Ed è stata durante una sessione pomeridiana che la varietà culturale e di sensibilità espressiva si è manifestata improvvisamente quando Tuki, la coordinatrice della Mongolia, ha detto al gruppo che il suo collega Ebe voleva cantare una canzone tradizionale del suo paese per tutti i presenti. Ebe si è alzato tranquillo e ha incominciato ad intonare una canzone che parlava della meravigliosa natura della regione dove è nato, lo Zavhan. Il testo conteneva anche una nota triste, in quanto chi lo ha scritto ne era oramai lontano.
Ho alzato il mio cellulare e, invece di scattare una foto, questa volta ho registrato il tutto. Ed ecco Ebe che canta in piena riunione:

Tuki e Ebe

Tuki and Ebe

 

 

 

 

 

 

Mongolian traditional song sung by Ebe during Aifo’s international board

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La dolce casa di Udval e Munhbaatar

Era l’ultima intervista della giornata, anzi non sapevamo se farla perché eravamo stanchi e la luce stava già calando. Poi ci siamo decisi e abbiamo raggiunto in 5 minuti, nella periferia bassa di Uliastai (Mongolia), la casa di Udval.
Udval è una giovane mongola con una disabilità fisica alle gambe; l’avevamo incontrata prima nel suo negozietto all’interno del centro commerciale cittadino ma, data la confusione e gli spazi ridotti, avevamo rinunciato alle riprese, e così avevamo deciso di raggiungerla a casa. Inaspettatamente la sua casa non era la tenda circolare ma una casetta di legno dove abitava con due figli (un terzo in attesa) e il marito, Munhbaatar, una persona non udente.
Udval era una donna molto semplice e anche suo marito non doveva essere diverso. Gli interni della casetta, tre stanze in tutto, erano ridottissimi e l’arredamento essenziale; frugalità più che povertà era la parola che più s’addiceva all’ambiente.
Poi c’era quella luce, la luce di fine giornata, ancora forte e luminosa ma irradiata da un sole basso all’orizzonte e stanco. Quella luce entrava dalle finestre e riempiva i locali dal tetto di legno così vicino alle nostre teste. Anche l’intervista procedeva lenta perché Munhbaatar doveva essere tradotto dalla moglie attraverso il linguaggio dei segni. Poi ho fatto una domanda, del tutto fuori luogo come mi sono accorto subito dopo, “Udval se avessi una bacchetta magica, che sogno vorresti realizzare, come cambieresti la tua vita?”. Marito e moglie hanno cominciato a scambiarsi segni, erano perplessi, alla fine la mia traduttrice mi ha detto: “Non vorrebbero cambiare niente, hanno già tutto, cosa possono volere di più?”.
Così ci fermiamo e quella luce morbida torna ad occupare tutto e, mentre stiamo zitti, c’è dappertutto una grande pace e vorremmo fermarci molto di più. E’ per questo che abbiamo chiamato il video “La dolce casa di Udval e Munhbaatar”.

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La convenzione Onu sui diritti delle persone disabili in un fumetto!

Di fumetto o di graphic novel , volendo usare un termine un po’ più pomposo e che implica una presunta maggiore complessità, ne avevamo già parlato. Si può raccontare un storia di cooperazione con il sud del mondo anche con dei disegni.
Prima di scegliere uno strumento per comunicare bisogna naturalmente fare i conti con chi ci si rivolge. Ad esempio se si vuole fare educazione sanitaria in una zona dove la popolazione ha un alto indice di analfabetismo è meglio evitare una pubblicazione, anche se corta, ma occorre utilizzare una trasmissione radiofonica.
Per il fumetto si è avuta una certa reticenza ad usarlo in alcuni contesti, soprattutto nell’Africa subsahariana: si pensava che il flusso di immagini disegnate rappresentasse un ostacolo per un certo tipo di cultura. Ma in Italia il lavoro culturale di una rivista come Africa e Mediterraneo ha dimostrato che non è più vero.

Non sarei mai arrivato a ragionare in termini di graphic novel se non avessi incontrato Carlo Gubitosa che mi ha fatto conoscere Kanjano.
K. è un bravissimo illustratore e, il penare con lui per via dei tempi che si allungano, è compensato da certi suoi guizzi poetici. Che cosa stiamo facendo assieme? Stiamo raccontando una serie di storie di persone disabili che vivono in Mongolia. Ci rivolgiamo ad un pubblico italiano e lo abbiamo pensato come strumento per l’educazione interculturale.
Il libro ha una gestione lunghetta e non so quando uscirà ma avrà una sua anticipazione nel numero di marzo della rivista dell’Aifo, dove pubblicheremo un inserto dedicato a qualcosa di molto difficile da raccontare con disegni e poche parole, racconteremo la convenzione Onu sui diritti delle persone disabili.
Ve ne anticipo una sola tavola che ha per protagonista Bayaraa che avete incontrato in carne e ossa in un precedente post. Naturalmente se di tavole non ve ne basta una e ne volete delle altre, chiedetelo, vedrò di fare il possibile 😉

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Bayaraa che disegna sul feltro

Ritorno a parlare dei disabili in Mongolia. Il progetto promosso da Aifo prevedeva la raccolta di storie di persone disabili (ma anche famigliari e tecnici socio-sanitari) che attraverso la pratica della riabilitazione su base comunitaria fossero un esempio positivo di empowerment della persona svantaggiata.

Appena atterrati nell’aeroporto di Ulaanbaatar siamo stati portati attraverso le caotiche periferie della città nel gher discrict. Le tradizionali tende mongole (gher) circondano la capitale come un immenso anello e in una di queste abbiamo incontrato Bayaraa, una persona di circa 50 anni diventata disabile dopo un incidente sul lavoro. Sorridente e comunicativo ha raccontato una storia densa di particolari e di emozioni offrendoci il tradizionale latte e the’ con il sale (una bevanda molto buona che solo da lui abbiamo trovata così imbevibile). Siamo ritornati a trovarlo a fine viaggio, dopo circa 15 giorni. Volevamo conoscere anche la moglie e i figli e in più ci occorrevano delle immagini di copertura dell’intervista che al primo incontro non avevamo potuto raccogliere. Siamo rimasti per il pranzo in quella piccola tenda immersa nella grande città, l’atmosfera era tranquilla e famigliare. Mentre Bayaraa lavorava la superficie del feltro seguendo con il suo bruciatore le linee del disegno, Salvo raccoglieva le immagini. 30 minuti di intervista e un 1 e mezza di immagini.

Il risultato buono alla fine c’è stato, eccolo:

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La timidezza di Munguntsetseg

Quando si raccoglie una testimonianza è un momento molto delicato per un giornalista. Ultimamente uso solamente il registratore incorporato nel mio cellulare e per dare una prima valutazione dell’efficacia dell’intervista guardo da quanto tempo stiamo parlando. Se sono sotto i 20 minuti c’è il rischio che quello che ho registrato non sia sufficiente.

Non sempre vale questa regola basata sul tempo. E’ meglio prendersi più tempo, non avere fretta in questo casi soprattutto se l’occasione deve essere presa al volo e non può essere rifatta facilmente.

Può sembrare strano ma il primo post di Gong! parla proprio di un’intervista non riuscita, di un fallimento. L’occasione era poco ripetibile visto che stavo parlando con un’infermiera nomade mongola che avevamo raggiunto dopo tre giorni di macchina su piste d’erba e di ghiaia.

Munguntsetseg era una persona timida e riservata e in aggiunta parlavamo grazie all’intermediazione di Tulgamaa, la nostra interprete locale. La presenza della videocamera che Salvo aveva approntato dentro la gher era un motivo in più di preoccupazione per lei. Il risultato di questo nostro lavoro lo potete vedere in questo filmato.

La storia di questa infermiera a cavallo, come in genere il racconto della figura della bag felsher, un tipo di personale sanitario che esiste solo in Mongolia, avrebbe potuto essere molto più significativo.
Ma il materiale che avevamo raccolto era quello e dovevamo accontentarci.

Mi sono domandato, una volta tornato n Italia, che cosa avrei dovuto cambiare in quel contesto di lavoro. Mi sarebbe servito solo più tempo. Tempo per stare con Munguntsetseg, magari passare assieme tutto il pomeriggio e poi tornare anche il giorno dopo, forse allora avrebbe raccontato in modo diverso la sua storia.

Ah dimenticavo di dire, che in quella vallata ad oltre 2000 metri d’altezza situata nella regione dello Zavhan, si sentiva solo un rumore, quella del vento, un rumore discreto e pacificante: riuscite a sentirlo nel video?