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Cambiare la vita a Otgontuul e Azbileg

IMG_0271“Sono nata  con una disabilità, non posso camminare – spiega Otgontuul – mentre mia sorella Azbileg ha una salute precaria”. La loro è una famiglia complicata da gestire ma sono situazioni che possono capitare a molte famiglie. La particolarità, l’elemento che rende più difficile questa situazione è però un altro, ovvero il luogo dove vivono queste sorelle. Appartengono a una famiglia nomade che abita nell’aimag di  Suhbaatar, una regione della Mongolia posta all’estremo est, al confine con la Cina. Una regione bella e arida, praticamente spopolata dove l’accesso ai servizi sociali e sanitari è molto difficile dato che il somon, ovvero ,il distretto, dove abitano e che si chiama Dariganga, dista 180 km dal capoluogo della regione che del resto ha una popolazione di appena 15 mila abitanti. Che possibilità hanno Otgontuul e Azbileg di avere una vita dignitosa? Come possono ricevere le cure di cui hanno bisogno e il reddito necessario per avere una loro autonomia?
Il Suhbaatar è in parte è occupata dal deserto del Gobi mentre altrove è costellata da specchi d’acqua ma la sua particolarità è la presenza di enormi crateri di vulcani spenti. Proprio in prossimità di uno di questi vivono le due sorelle. In queste condizioni climatiche l’unica fonte di reddito è la pastorizia ma date le loro difficoltà fisiche le due sorelle non possono certamente seguire la strada dei loro genitori e diventare pastori.

IMG_0265Un reddito per l’autonomia
Ma una soluzione ai loro problemi l’hanno trovata: grazie agli operatori di riabilitazione su base comunitaria, formati da Aifo, le due sorelle hanno potuto ricevere un finanziamento di circa 500 euro per avviare una loro attività economica autonoma, dato che la magra pensione d’invalidità concessa dallo stato a Otgontuul non poteva certo bastare.  Con questo soldi hanno aperto un piccolo negozietto all’interno della loro gher (tenda) dove vendono alimenti come farina, sale, riso, pane , zucchero e altri prodotti necessari per la vita quotidiana (dentifricio, sapone, candele…).
Vista con gli occhi di un occidentale questo commercio sembra poca cosa, in realtà l’attività economica ha operato un profondo cambiamento nelle loro vite. Soprattutto durante l’estate, quando il clima rigido si attenua, le due sorelle riescono a guadagnare abbastanza visto la mancanza di negozi nel somon. Così la popolazione nomade va da loro per i loro acquisti. In questo modo sono riuscite anche a mettere da parte un po’ di soldi e migliorare notevolmente la qualità della loro vita.

IMG_0270Il progetto di riabilitazione su base comunitaria
“Inclusione sociale delle persone con disabilità: sostegno al programma di Riabilitazione su Base Comunitaria in Mongolia”, ecco il titolo per intero del progetto che Aifo segue fin dal 1992 avendo come importante partner  il Centro Nazionale di Riabilitazione (CNR)  direttamente designato dal Ministero della salute della Mongolia.
L’obiettivo generale è quello di  promuovere una società inclusiva per le persone con disabilità che vivono
nelle aree rurali e urbane della Mongolia, utilizzando l’approccio della Riabilitazione su Base Comunitaria come approccio di sviluppo sostenibile.

L’iniziativa mira a promuovere una società inclusiva attraverso lo sviluppo di una strategia che prevede il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità, dei loro familiari e dell’intera comunità. Il progetto promuove lo sviluppo in tutte le 21 province della Mongolia  in questi ambiti di azione:

  • Capacity building: corsi di aggiornamento per i tecnici di RBC per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria in favore delle persone con disabilità e i loro familiari.
  • Promozione dell’autosufficienza economica delle persone con disabilità e delle loro famiglie: attivazione di piccole attività generatrici di reddito (allevamento, artigianato).
  • Azioni di informazione e sensibilizzazione: realizzazione di seminari, incontri e campagne informative per la promozione dei diritti delle persone con disabilità, in collaborazione con varie Organizzazioni di Persone con Disabilità e una OnG locale formata da giornalisti.
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Mongolia: con 20 capre la vita migliora

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Damdisuren con la moglie

Damdinsuren abita nel villaggio di Taragt; è un pastore di 50 anni e vive con sua moglie, tre figli e tre nipoti. Ha perso un occhio quando era bambino. La sua situazione economica, con una famiglia così numerosa, non è comunque facile.
Un giorno gli operatori locali di riabilitazione su base comunitaria (Rbc) hanno organizzato un incontro pubblico e così Damdinsuren ha conosciuto il “Progetto del fondo bestiame a rotazione” promosso da Aifo e finanziato da Prosolidar.
Nel 2015 ha avuto in prestito 20 capre e ha ottenuto, a distanza di un anno, 12 capretti e 9 chili di cashmere. Un importante fonte di reddito per la sua famiglia che è cresciuta nel frattempo con l’arrivo di un nuovo nipote.
“Durante l’estate abbiamo avuto yogurt e latte a sufficienza – afferma contento Damdinsuren – anche la lana venduta ha rappresentato un buon reddito. Lo scorso inverno è stato mite e lo abbiamo superato bene”.

Superare l’inverno
Il problema in Mongolia sono gli inverni. Il freddo arriva a toccare punte sotto i 50 gradi e se il freddo è accompagnato dal vento, le condizioni climatiche diventano micidiali. A questo si deve aggiungere che il 20% della popolazione mongola è nomade, sono dei pastori che vivono nelle caratteristiche tende circolari (le ger) e che smontano e rimontano seguendo i loro animali.
“L’inverno da noi è difficile da superare e avere più bestiame ci permetterebbe di affrontarlo meglio” chi parla è Damiran, un altro beneficiario del progetto.
Ha 54 anni e vive con la moglie e tre figli nel somon di Uungobi. Le due figlie sono adulte e hanno oramai la loro famiglia. Quella più vecchia è un’insegnante di matematica mentre l’altra è una casalinga; la figlia più giovane infine sta completando gli studi. Anche se sua moglie lavora come saldatrice hanno dei grandi problemi economici. Damiran non sente in ambedue le orecchie e usa degli ausili. La sua vita è cambiata quando ha avuto 20 capre dal fondo e poi, l’anno successivo, altre 10.  Aveva saputo di quest’opportunità offerta da Aifo da altre famiglie del suo distretto e vedendo come era migliorata la loro vita si era fatto avanti. A fine anno è riuscito a guadagnare 325.000 tugrik (circa 160 euro) dalla vendita del cachemire.

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Damiran con la moglie

“Posso tenerle ancora per un anno?”
“Ogni giorno mi sveglio alle 5 del mattino – spiega Damiran – mungo le capre e le porto al pascolo. Torno alle 10 e mangio la colazione. Poi faccio il formaggio e lo yogurt e torno a casa la sera”. Per lui questo fondo rotativo è di vitale importanza: “ Per le famiglie che hanno un membro disabile e pochi capi di bestiame il prestito è di migliorare la qualità della vita”.  I due pastori sono molti riconoscenti all’opportunità che Aifo ha offerto a loro e alla domande di come poter migliorare ancora di più questa iniziativa rispondono:
” Il progetto è stato importante per la mia famiglia – spiega di Damdinduren – e vorrei che in futuro si desse come fondo delle capre più giovani”.
Afferma invece Damiran: “Sarebbe bello poter disporre del bestiame per due anni invece di uno solo”.

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Damdinsuren con la sua vasta famiglia


Il programma rotativo dei capi di bestiame
Il progetto, finanziato dalla Fondazione Prosolidar, attua il programma prestito degli animali in 10 Somon (Distretti) della Mongolia ogni anno, per un totale di 30 Somon in tre anni, in 21 Aimag (Province). Ogni anno sono acquistate 1.000 capre da donare a 50 famiglie (5 famiglie ogni Somon), per un totale di 3.000 capre.
Il programma prevede che ogni famiglia devolva dopo un anno venti capretti al fondo iniziale (fondo rotativo) in modo da beneficiare altre 50 famiglie nel secondo anno e 50 nel terzo anno. Di conseguenza, grazie al fondo rotativo, alla fine dei tre anni sono beneficiate 300 famiglie.
Ogni anno ogni famiglia è in grado di ottenere almeno 6 kg di cachemire (1 kg garantisce sul mercato un ricavo di circa 20 Euro) e almeno 10 capretti rimarranno alla famiglia dopo la restituzione dei 20 previsti dal fondo rotativo.
Grazie allo sviluppo del progetto le famiglie coinvolte (famiglie che hanno al loro interno almeno un membro con disabilità) sono in grado di vendere la lana delle capre e migliorare la loro situazione economica.
Per la riuscita dell’iniziativa è fondamentale l’apporto di Aifo che attraverso gli operatori di riabilitazione su base comunitaria fa conoscere il progetto e ne fa il monitoraggio.

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Servizio Civile al Focsiv: Comunicare la cooperazione – Raccontare la propria esperienza

Anche quest’anno si è svolta a Bologna la formazione per un gruppo di ragazzi che ha iniziato il servizio civile in Italia e all’estero all’interno delle galassia delle ong di Focsiv.
Ecco la parte dedicata alla comunicazione e a come raccontare la propria esperienza di volontario.

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Pace, lebbra, TTIP … il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

CatturaPace, lebbra, TTIP, persone con disabilità: sono questi i temi trattati principalmente sul numero di settembre di “Amici di Follereau” la rivista di Aifo.

In apertuta si parla della marcia che si terrà domenica 9 ottobre; i pacifisti cammineranno insieme per una nuova edizione della Marcia per la pace Perugia-Assisi, una “classica” per chi è impegnato per un mondo senza guerre e violenze, più giusto e dove la dignità e i diritti siano garantiti a tutti.
La monografia è dedicata alla lotta alla lebbra vista non solo in termini di cura fisica ma anche di inclusione sociale degli ex-malati che in ogni parte del mondo sono vittime ancora di pregiudizi.
Il Primo Piano è invece dedicato al TTIP “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”. Se l’accordo sul libero scambio tra Unione Europea e Usa verrà approvato, il nostro servizio sanitario cambierà in peggio, come sostiene, tra le altre cose, Monica Di Sisto di “Fairwatch”.
Poi un approfondimento, con un intervista a Carlo Lepri, sull’immagini sociali che si hanno nei riguardi delle persone con disabilità, immagini che pregiudicano una loro piena inclusione.
Infine il racconto dell’esperienza di due volontarie che hanno appena finito il periodo di servizio civile ad Aifo.

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“Cooperare per l’inclusione della disabilità”, ecco il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

Cattura“Cooperare per l’inclusione della disabilità” è questo il titolo del dossier del numero di luglio-agosto della rivista “Amici di Follereau” che presenta la mappatura delle iniziative fatte dalla cooperazione italiana a favore delle persone con disabilità; ne emerge un quadro preciso dei paesi dove viene fatta (soprattutto nell’area del Mediterraneo e in Africa), in testa alla classifica su tutti gli altri i Territori palestinesi e la Tunisia.

Nello spazio dedicato alla cultura parliamo di Svetlana Aleksievic; raccogliere una testimonianza, saper raccontare le emozioni, addirittura la vita di una persona che ha subito un dramma e ne subisce le conseguenze, non è per niente facile. C’è chi, di questo tipo di reportage, ne ha fatto un’arte, come Svetlana Aleksievic, la scrittrice bielorussa, che nel 2015 è stata premiata con il Nobel per la Letteratura, per la sua opera che, come recita la motivazione dell’Accademia svedese, è un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.

Il progetto Aifo del mese riguarda invece la lotta alla lebbra in Guinea Bissau e all’inserimento degli ex malati all’interno della società anche grazie al lavoro.
Nella sezione “In Primo Piano” invece si raccontano i “Panama Papers” e i paradisi fiscali dove i paperoni mettono al sicuro la propria ricchezza.
Infine un articolo dedicato al concorso scolastico Aifo “Colora i diritti delle persone con disabilità” che quest’anno ha riscosso un grande successo all’interno delle scuole italiane.

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Intervista a Mario Giro, profughi in Europa, orti urbani ecco il nuono numero di “Amici di Follereau”

CatturaLa lunga transizione della nuova legge sulla cooperazione e le nuove sfide dell’Europa, sono questi i temi sui quali abbiamo intervistato Mario Giro, viceministro degli Esteri con delega alla cooperazione allo sviluppo nel numero di giugno della rivista di Aifo. E a proposito dei nuovi bandi afferma: “Lo spirito della nuova legge è allargare la partecipazione. Per questo il bando della cooperazione premierà i soggetti che si presentano insieme: Ong, Terzo settore, comunità di stranieri”.
La monografia del mese è invece dedicata agli orti urbani che si stanno diffondendo sempre di più nelle nostre città. Ma perché la gente li coltiva? “I motivi sono diversi, quello economico, dato che permette di avere, soprattutto in questi tempi di crisi, degli ortaggi a un prezzo ridotto, ma anche per motivi di salute ed ecologici, poiché questo tipo di coltivazione è attento alla qualità del cibo e al consumo energetico. Poi coltivare la terra é bello e rilassante, e diventa un modo intelligente per occupare il proprio tempo libero; infine anche per un motivo terapeutico, per le persone che per un motivo o per un altro sono in difficoltà”.
Undrahbayar è invece il testimone del progetto Aifo in Mongolia, un ragazzo paraplegico che ha aperto il primo centro per la vita indipendente per le persone con disabilità nel suo paese grazie anche alla stretta collaborazione con la nostra ong.
E ancora, un’intervista a Massimo Macchiavelli della “Fraternal Compagnia” di Bologna che ha coinvolto per due mesi su proposta della Caritas di Forlì e dell’associazione Papa Giovanni XXIII, alcuni ragazzi profughi dal Pakistan e dall’Africa.
Infine la preziosa testimonianza di Mussiè Zerai sacerdote eritreo e presidente dell’Agenzia Habeshi, sulla necessità che l’Europa cambi la sua politica nei confronti dell’emergenza delle migrazioni.

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Sviluppo inclusivo, l’industria della armi in Italia, … ecco il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

Screenshot 2016-05-02 13.45.24Lo sviluppo inclusivo è al centro nel nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”. Ma che cos’è lo sviluppo inclusivo che Aifo sta applicando nei suoi progetti per contrastare la disabilità e l’esclusione? “Significa che la persona umana è percepita nella sua interezza e ne è valorizzata la dimensione di attore ‘politico’ all’interno della propria comunità: la persona disabile non è un ammalato da proteggere ma un titolare di diritti suoi propri e che può contribuire al benessere della comunità cui appartiene”. Come questo viene concretamente fatto lo potete ritrovare nel racconto degli interventi Aifo in tre paesi, (Brasile, Mongolia e India).
Qual è il valore sociale di una persona con disabilità? Ce lo dice Felice Tagliaferri non vedente e scultore.
Il progetto Aifo del mese invece riguarda la provincia di Manica in Mozambico dove attraverso l’azione di gruppi di mutuo aiuto i contadini apprendono a coltivare orti biointensivi che riducono dell’88% l’uso dell’acqua.
Infine un articolo sull’industria della armi in Italia, il maggior esportatore di armamenti leggeri, anche verso paesi autoritari e repressivi.
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Il ritorno alla vita di Zheng Xianshu

Il progetto Aifo propone un modo diverso per includere le persone con problemi di salute mentale in Cina

00a1cac4-fed6-4268-810e-97f51cdeae49.png“Nel luglio del 2013 ho attraversato un momento difficile sul posto di lavoro e qualcosa si è rotto dentro di me. Mi sentivo male e non avevo voglia di fare niente. Rimanevo sempre a casa e addirittura avevo smesso di parlare. Il mio cervello si era ottenebrato”. Chi parla è Zheng Xianshu, un’infermiera che oggi ha 39 anni e che aveva avuto una vita normale fino a quel momento. Abitava nel nord della Cina nella grande città di Ha’rbin assieme ai genitori, ma poi qualcosa non ha più funzionato.

La famiglia rimane prima sconcertata per quello che sta accadendo alla figlia ma poi comincia ad aiutarla. In Cina le persone con problemi di salute mentale ancora sono vittime di pregiudizi da parte della popolazione e gli stessi operatori sanitari (medici e infermieri) a volte non hanno le competenze adatte per trattarli come persone con dei precisi diritti. Di solito quando uno si ammala il luogo dove viene curato è il grande ospedale psichiatrico, ma qualcosa sta cambiando in Cina, grazie ad un progetto di Aifo che assieme alle autorità locali e altre ong, sta organizzando dei servizi territoriali di tipo diverso.
“Su consiglio dei medici presi parte al progetto di Aifo nel luglio del 2014 e così conobbi questo modo di trattare le persone con problemi di salute mentale proposto dai medici italiani. Partecipai con esperti a un corso di formazione non solo sul tema della salute mentale ma anche a gruppi di mutuo aiuto e di riabilitazione. Volevo sapere di più su questo nuovo modo, per noi, di trattare la salute mentale e a poco poco mi feci l’idea che si potesse fare anche qui a Ha’rbin”.
Questa prima esperienza le permette di dare un nuovo corso alla sua vita. Comincia a partecipare ai gruppi e diventa una volontaria, comincia ad uscire di casa e a riacquistare fiducia in sé.

Il viaggio in Italia

Una seconda esperienza le segna la vita positivamente, ed è l’occasione di partecipare ad un viaggio di conoscenza a Trieste, nel luogo simbolo da cui ho preso il via la rivoluzione basagliana, ovvero un nuovo modo trattare le persone con problemi di salute mentale.
“Il viaggio in Italia per me è stato importantissimo. Vedere come viene trattata la malattia mentale in Italia mi ha dato una scossa. Incontrare là delle persone con i miei stessi problemi è stato per me prezioso; nonostante le barriere linguistiche ho potuto essere compresa attraverso lo sguardo degli occhi da un’altra paziente. Durante il nostro colloquio ho visto scenderle le lacrime, perché ci siamo capite, abbiamo capito il nostro comune dolore ma questo ci ha dato anche più forza”.
Oggi Zheng lavora come volontaria in un ristorante vegetariano buddista, una specie di mensa della carità, e nonostante la paura di ricadere nella malattia ho molte speranze e desideri: “Quando ero giovane desideravo imparare a suonare lo Guzheng, uno strumento musicale tradizionale cinese, ecco adesso è venuto il momento di impararlo. Vorrei aprire anche, grazie a dei piccoli finanziamenti dell’Unione Europea, un negozio di libri o un piccolo negozio qualsiasi dove poter far lavorare anche altre persone che hanno avuto problemi di salute mentale: mi piacerebbe che con i soldi guadagnati potessero venire in Italia e vedere le cose che ho visto io”.

Ridare diritti alle persone con problemi di salute mentale

“Rafforzare il ruolo e le capacità della società civile nei percorsi d’inclusione sociale delle persone con condizioni di salute mentale”” è questo il titolo del progetto triennale Aifo cofinanziato dalla Commissione Europea e che andrà avanti fino al febbraio del 2017.
Questi gli obiettivi più importanti che vogliono raggiungere:

  • Apertura di servizi di salute mentale di comunità in quattro distretti della Cina (centri ambulatoriali di salute mentale e unità residenziali aperte).
  • Creazione di cooperative/gruppi di auto aiuto di pazienti e famigliari per promuovere piccole attività produttrici di reddito (primo passo verso l’inserimento nel mondo del lavoro dei pazienti).
  • Attivazione di Associazioni locali di pazienti e famigliari per rendere visibili i loro bisogni e in difesa dei loro diritti.

 

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Muri in Europa, tratta e vignette antirazziste nel nuovo numero di “Amici di Follereau”

Numero particolarmente ricco quello di aprileScreenshot 2016-04-04 06.26.17 per la rivista “Amici di Follereau”.  La monografia è dedicata al problema dei “muri” che si stanno costruendo in Europa (Ungheria, Bulgaria, Macedonia e Spagna) per fermare il flusso dei profughi, ma questi tentativi mettono in crisi anche l’identità europea. In un altro articolo, nella sezione in primo piano, si affronta il tema da una prospettiva più ampia, quella che vede in nome dell’emergenza, la messa in discussione delle nostre libertà personali.

L’appello di Aifo del mese è invece dedicato alla storia di Zheng, una donna cinese con problemi di salute mentale che grazie al lavoro d’inclusione sociale portato avanti dall’ong italiana è riuscita a ricominciare una nuova vita.
La storia di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore ucciso nel 2011 viene raccontata direttamente dal fratello nello spazio dedicato alla cultura.

La drammatica emigrazione verso l’Europa di tante persone spinte dalla guerra e dalle violenze viene letta da un altro punto di vista, quello dell’aumento del fenomeno della tratta delle donne nigeriane che una volta arrivate in Italia vengono avviate, giovanissime, nel mercato della prostituzione.
Infine la vignetta satirica con la sua immediatezza può essere uno strumento efficace per parlare di razzismo e migrazioni? Intervista a Mauro Biani, vignettista de “il Manifesto”.

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Adolescenti che migrano,la guerra e la fame:è uscito il nuovo numero della rivista di Aifo

Screenshot 2015-11-30 13.31.33Tanti i temi affrontati nel numero di dicembre da Amici di Roul Follereau, la rivista di Aifo.
Dietro il fenomeno degli adolescenti non accompagnati che giungono in Italia ci sono condizioni difficili, ma anche storie drammatiche di famiglie vittime di sfruttamento.
Il dossier di quattro pagine è dedicato al rapporto tra la fame e la guerra: sempre di più i morti in guerra sono i civili, soprattutto i più deboli. L’insicurezza alimentare e le disuguaglianze socio-economiche portano alla guerra, non la diversità etnica o religiosa.
E ancora: le nuove tecnologie della comunicazione permettono scambi di competenze ed esperienze tra persone sparse in ogni luogo. Bastano una connessione internet e minime competenze informatiche e il gioco è fatto. Il racconto dell’esperienza di tre webinar su cooperazione, disabilità e inclusione.
Il progetto del mese riguarda la Guinea Bissau; il futuro di un villaggio dipende dalle nuove generazioni e la salute delle donne e dei loro figli diventa la sfida decisiva per uscire dalla povertà, per il benessere delle comunità; la storia dei gemelli di Fatima.

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Essere testimoni: corso di formazione per i volontari Focsiv

45 ragazze e ragazzi, la maggior parte dei quali faranno il loro servizio civile in giro per il mondo. Ecco le slide del corso di formazione, seguito solo in parte, visto le tante domande e la voglia di partecipare alla discussione, così il tempo se n’è volato via, ma va bene lo stesso … buon viaggio!

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Rifugiati, disabilità e migrazione, salute per tutti nel numero di settembre della rivista “Amici di Follereau”

Senza titolo-1È uscito il numero di settembre della rivista “Amici di Follereau di Aifo”. La monografia è dedicata ai rifugiati nel mondo, “le persone che sono costrette ad abbandonare le proprie case sempre più numerose a causa di nuove guerre e violenze, mentre i nuovi muri di parole, di norme e di indifferenza si moltiplicano”.

In primo piano invece si parla, grazie ad un contributo della FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap), di migranti con disabilità in Italia, persone svantaggiate lontane dalle associazioni e dai servizi e poco informati sui loro diritti.

Nell’articolo “Cooperare per includere spiegato a mia figlia” viene invece raccontato il progetto Aifo per la valutazione del Piano d’azione su disabilità e sviluppo che ha lo scopo di migliorare la qualità dei progetti, e offrire strumenti e occasioni di formazione a chi lavora nella cooperazione.
Infine un’intervista a Chiara Bodini del Centro di salute Internazionale dell’Università di Bologna che ci spiega cosa sia la Carta di Bologna, un manifesto sottoscritto da oltre 20 associazioni, che propone “una salute equa e sostenibile per tutti”.

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Graphic novel: “La storia di Bayaraa” (english version)

Mercoledì prossimo, 9 settembre alle ore 17 al Teatro Comunale di Castello d’Argile (via Matteotti 150) a Bologna, Aifo organizza un incontro dal titolo “La Convenzione ONU dei Diritti delle Persone con disabilità: il suo valore e la sua applicazione a livello internazionale e locale” a cui parteciperà anche una delegazione proveniente dalla Mongolia. In quell’occasione sarà presentata “La storia di Bajaraa” in versione fumetto e in inglese.
Bayaraa è una persona con disabilità che vive a Ulaan Baatar, che con un grande coraggio affronta la sua vita quotidiana. Ecco il video che, tra gli altri interventi, sarà presentato.

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Sakamma non è un’eroina ma …

sakamma3Nonostante la crescita economica e il prestigio internazionale che l’India sta via via mostrando al mondo, esistono al suo interno delle vaste sacche di povertà che colpiscono soprattutto le minoranze etniche e le popolazioni che vivono in montagna o in campagna. Se a queste situazioni di svantaggio aggiungiamo altre difficoltà che posso capitare nella vita di un individuo, come la vedovanza o la disabilità allora ecco che vivere in maniera dignitosa può sembrare un traguardo irraggiungibile.

Sakamma è una donna indiana che sembra portare sul suo capo tutte le caratteristiche sopradescritte; eppure Sakamma, non è una diseredata, riesce a mantenere da sola una famiglia numerosa ed è un esempio per la sua comunità; è diventata leader nei gruppi di auto aiuto fra donne ed è in prima linea nella rivendicazione dei propri diritti; diritto ad avere un prezzo equo nella vendita dei propri prodotti, diritto ad avere una fermata vicina dell’autobus, diritto ad avere una lavanderia pubblica. Eppure Sakamma non ha studiato, è una semplice contadina povera che vive a Molekoppalu, un villaggio situato nello stato del Karnakata, nell’India meridionale.

L’importanza dell’istruzione

“Le cose sono venute da sé, una dopo l’altra, non so anch’io come, ma è successo così – dice Sakamma – da bambina ho perso il padre e avendo dei fratelli più piccoli, ho dovuto occuparmi di loro lasciando la scuola. E’ stato come un anticipo di quello che mi sarebbe capitato dopo, quando sono rimasta vedova con cinque figli”. Ma non si lascia scoraggiare dalla situazione. Mantiene la sua famiglia come lavoratrice salariata e viene a contatto con un’equipe del “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society”, un’ Ong locale finanziata da Aifo che opera attraverso la riabilitazione su base comunitaria. Due dei suoi cinque figli infatti presentano un ritardo mentale e deve così pensare a un loro futuro in cui possano vivere autonomi. Capisce l’importanza della formazione e li manda a scuola tanto che uno dei due figli (il maschio, la femmina invece è morta di recente) è riuscito  a trovare un lavoro come dipendente in un centro sanitario.sakamma2
Nel frattempo riesce anche ad avere una casa sua, in cui si trasferisce con tutta la famiglia. “E’ stata la preoccupazione di risolvere i tanti problemi che avevo per la mia famiglia, è stato per questo costante lavoro che ho maturato altre idee, una nuova consapevolezza. Quello che stavo facendo per la mia famiglia, lo potevo fare anche per le donne del mio villaggio, per aiutarle a risolvere i problemi economici, di educazione dei figli, di salute. Per questo dico che le cose sono venute da sé, e sono state tante”.
Inizia con la formazione di gruppi di donne del villaggio, con la consapevolezza che i problemi sono comuni e che possono essere risolti meglio assieme. Si dedicano all’allevamento di bestiame e alla vendita del latte e si accorgono che il prezzo cui il latte viene venduto nel loro villaggio è più basso di quello reale. Così il gruppo di donne contesta le attività della latteria locale e Sakamma riesce a farsi leggere nel consiglio di gestione.
“Mi sono accorta di come sia importante essere informati sui diritti e le opportunità che abbiamo, di come sia importante mandare a scuola i propri figli che se sono istruiti possono difendersi meglio”. Gli insegnanti si accorgono di questa madre attivista e ne chiedono la collaborazione nell’attività di lotta analfabetismo del distretto.

Il diritto alla … fermata di un autobus

Ma forse la sua lotta più famosa è quella per ottenere una fermata dell’autobus anche nel suo villaggio. “La fermata più vicina a noi distava quattro chilometri e una donna anziana del nostro villaggio che aveva problemi di salute non poteva certo raggiungerla. Così siamo andati prima all’ufficio dei trasporti locale per protestare, poi visto che non ci ascoltavano, ci siamo ritornati in gruppo e siamo stati di fronte all’ufficio per molto tempo in segno di protesta”. E il risultato arriva, le autorità che si occupano di trasporti pubblici mettono una fermata anche nel villaggio di Molekoppalu.
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Il successivo problema che si pone riguarda il lavaggio dei vestiti che le donne locali sono costrette a fare in un canale pubblico. Si rivolgono all’assemblea locale, raccontano le loro difficoltà quotidiane e chiedono la costruzione di un Dhobi Ghat (una lavanderia pubblica a cielo aperto tipiche dell’India n.d.r.), cosa che poi avviene. Similmente si fa interprete dei pescatori del villaggio e li aiuta nelle loro richieste verso le autorità.
“Se ci penso tutto è iniziato dalle mie difficoltà – ricorda Sakamma – in particolare le persone con disabilità. L’aver avuto questi due figli mi ha fatto capire quanto sia importante organizzarsi, essere informati e rivendicare i propri diritti”. E’ un’attività che ancora fa, organizzando i gruppi di auto aiuto di persone con disabilità assieme alle altre donne del suo villaggio.

Karnakata/India:l’informazione per promuovere l’inclusione sociale

“Promozione dell’inclusione sociale delle persone con disabilità nei Distretti di Mandya e Mysore” è questo il titolo del progetto che Aifo sta portando avanti assieme alla collaborazione dell’Ong locale “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society” gestita dalla congregazione religiosa “Figlie della Chiesa”.
Migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità è questo lo scopo principale del progetto e per arrivare a questo risultato occorre far si che le persone con disabilità siano a conoscenza dei loro diritti e non siano isolate. Possedere le informazioni significa di conseguenza avere più opportunità economiche, significa avere accesso agli ausili ortopedici.
Le persone con disabilità raggiunte che vivono nell’area sono circa 17 mila, 295 sono i gruppi di auto aiuto attivi nel 2013 per un totale di 4.475 membri, di cui circa 80% sono donne.
Le attività svolte consistono principalmente in:

  • Attivazione di Gruppi di Auto Aiuto. I Gruppi, composti da persone con disabilità e membri delle loro famiglie , sono formati nei villaggi rurali per l’avvio di piccole attività economiche. Il finanziamento previsto dal progetto serve per la creazione del fondo iniziale del Gruppo di Aiuto. Ogni mese i componenti del Gruppo versano una piccola quota per permettere l’avvio delle attività di reddito dei singoli membri
  • Visite domiciliari nelle famiglie con persone con disabilità. Il programma delle visite è gestito dai tecnici di Riabilitazione su Base Comunitaria del partner locale: fisioterapia di base, informazione dei membri delle famiglie
  • Incontri di informazione/formazione con i leader dei villaggi rurali
  • Fornitura di ausili ortopedici.
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Raccontare con il video, intervista a Elisa Mereghetti

Tra tutti gli strumenti di comunicazione che possiamo usare, quello audiovisivo sembra essere il più seducente. In una società basata sull’informazione video, dove s’impara sempre di più “vedendo”, utilizzare una videocamera per raccontare quello che si sta facendo o per promuovere le proprie iniziative, sembra essere la scelta più efficace e facile da realizzare.
Sulla facilità d’uso degli strumenti audio video per comunicare però bisogna andare cauti, perché se è vero che sono sempre più perfezionati e facili da usare, è anche vero che occorre avere una formazione di base, per evitare gli errori più comuni cui vanno incontro le persone con meno esperienza.
Come realizzare allora un buon video per la propria associazione, per il proprio gruppo? Ne abbiamo parlato con Elisa Mereghetti, regista e documentarista che ha diretto oltre 40 documentari, con particolare attenzione alle tematiche antropologiche, della condizione femminile e dello sviluppo nel Sud del mondo.

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Cosa ti ha portato a occuparti di sviluppo e di tematiche sociali del sud del mondo?
Dal 1984 al 1989 ha lavorato presso la RAI Corporation di New York come produttrice e assistente alla regia, quando sono tornata in Italia, ho cominciato a lavorare per le Ong e la prima è stata Aifo. Raccontare lo sviluppo attraverso i documentari, documentare i propri progetti con i video non era un’idea diffusa agli inizi degli anni ’90 e posso dire che Aifo è stata un’antesignana in questo settore. In quegli anni abbiamo lavorato molto assieme, oltre agli spot per la Giornata Mondiale dei malati di lebbra e altri video di tipo più istituzionale, abbiamo girato dei documentari sui progetti in Guyana, Brasile e Indonesia, dove abbiamo realizzato un lavoro dal titolo “Il mugnaio il contabile e altre storie”, dove si parlava delle persone con disabilità dell’isola di Sulawesi e delle esperienze di riabilitazione su base comunitaria là realizzate.

Se si vuole realizzare un video di quali strumenti si deve disporre?
Oggigiorno è possibile acquistare videocamere a basso prezzo e di buona qualità, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Poi altre a una macchina per riprendere bisogna dotarsi di un programma per fare il montaggio video al computer. Anche di questi software ve ne sono diversi buoni e a un buon prezzo. Il problema fondamentale da affrontare non è economico ma tecnico: bisogna saperli usare o almeno avere un minimo di competenze tecniche.

Quali sono gli errori cui si va incontro più di frequente e che cosa possiamo fare per evitarli?
Gli errori dipendono dal tipo di video che si vuole realizzare, ma se proprio vogliamo pensare a una serie di errori tipici durante le riprese il primo riguarda la luce. La luce è essenziale, un’immagine buia o dove la luce fa comunque un cattivo servizio, significa rovinare il nostro lavoro. Il problema della mancanza di luce si fa sentire più negli ambienti chiusi, in questo caso potremmo avere bisogno di faretti; adesso si possono acquistare quelli con le lampadine a led di cui puoi variare l’intensità. L’altro errore comune, di cui di solito si sottovaluta l’importanza, è l’audio. Anche se ho delle riprese video buone ma il parlato non si riesce a comprendere, il lavoro finale sarà di scarsa qualità; quindi bisogna avere una grande attenzione a dove si posiziona il microfono o dove si mette la videocamera se ha il microfono incorporato.

Se un volontario o un socio decide di realizzare un video su un evento che ha organizzato che consigli avresti da dargli?
Se immaginiamo di voler filmare un evento come una conferenza, un dibattito o una presentazione bisogna posizionare la videocamera non lontana dai relatori; è meglio avere dei piani più ravvicinati delle persone che parlano. Filmare un evento non è facile, perché è tutto un parlato, si rischia di avere alla fine un video noioso. Occorre allora sintetizzarlo, occorre lavorare sulla sintesi più che sulla documentazione e nel montaggio bisogna utilizzare le riprese fatte nell’ambiente circostante, dei dettagli che possono diventare interessanti o dei personaggi curiosi.
Se invece vogliamo realizzare un’intervista a una persona, o addirittura un personaggio noto, allora dobbiamo riprendere il suo mezzo busto o anche un primo piano. Nel linguaggio delle immagini più si mette in primo piano una persona e più ci si avvicina a un discorso intimo, personale, comunque importante.

Filmare un evento significa anche programmare qualcosa prima o ci si può affidare al caso?
E’ sempre meglio pianificare ogni cosa, andare là un po’ preparati, non dico di scrivere una sceneggiatura ma avere ben chiaro cosa vogliamo comunicare. Il passo successivo è quello di decidere come comunicare il nostro tema. Vogliamo dare al tutto un senso di dinamismo? Allora possiamo raccontare un evento a partire dai soci Aifo che fin dalla mattina cominciano a organizzarsi, escono da casa, s’incontrano e allestiscono la sala. E’ solo un esempio, quello che importa è che come si pianifica l’organizzazione di un evento, così si dovrebbe anche pianificare la sua parte video. Occorre avere fantasia, invece di documentare l’evento, si può prendere spunto da esso per raccontare una storia, inventarsi qualcosa, fare finta di essere un giornalista ad esempio: basandosi su questo modello narrativo si realizzerà un video simile a quelli realizzati nei telegiornali.

E a proposito della durata dei video che tempi ci dobbiamo dare?
Adesso i video passano tutti per il web e lì la gente non è disposta a vedere qualcosa che dura di più di qualche minuto. Noi dobbiamo regolarci di conseguenza, riuscire a rendere la nostra idea con dei filmati che stanno nei tre minuti. Anche questo però non può essere una regola generale, se vale per un video fatto su evento, magari può non valere se si intervista una persona che dice cose molto interessanti.
Penso comunque che i filmati brevi siano più efficaci, dobbiamo riuscire a essere sintetici; si vuole fare della documentazione, è meglio farla con documenti scritti, non con un video.

Ma siamo tutti video maker, come siamo tutti giornalisti grazie alla tecnologia digitale?
Tutti possono fare dei video, ma non da professionisti. In un ambito di volontariato e di associazionismo ci si può comunque organizzare, soprattutto grazie ai più giovani che sanno usare le tecnologie multimediali. Occorre coinvolgere i giovani nella comunicazione. Occorre coinvolgere i figli dei volontari per realizzare dei servizi video.

(articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” nel numero di maggio)

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Sopravvivere allo zud bianco

baby on the way of Arkhangai

baby on the way of Arkhangai

Mi chiamo Narantsetseg (Fiore del sole) e sono una pastora. Abito con mio marito e tre figli nella zona tra la provincia dello Zavhan e dell’Uvs, nel nord ovest della Mongolia. Per raccontare la mia storia devo ritornare indietro con la memoria, devo ricordare l’inverno del 2010.
Quella mattina quando sono uscita dalla mia gher, non riuscivo ad aprire la porta di legno: aveva nevicato tutta la notte e la neve si era accumulata lì davanti. Non era stata una semplice nevicata, ma una tormenta durata giorni: noi la chiamiamo zud. Ce ne sono di tipi diversi di zud, quello del freddo, quello del ghiaccio, il nostro è stato uno zud della neve, ma anche le temperature sono rimaste per giorni a 40 gradi sotto lo zero. Quando finalmente sono uscita dalla gher e mi sono guardata attorno, ho capito che i nostri animali non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere e, se loro non ce la facevano, anche noi non avremmo avuto da mangiare.
Alcune capre erano già morte per il freddo e le altre non avevano più un prato dove brucare l’erba; per via della neve non potevano più mangiare. Non siamo stati i soli della zona ad aver avuto questo problema, senza animali una famiglia di pastori non può sopravvivere.

Io ho avuto la fortuna di essere in contatto con una feldsher (un’infermiera nomade che si sposta con il cavallo n.d.r.) che lavora assieme a tante altre persone che a loro volta si occupano di salute. Dei miei tre figli uno non ha mai camminato, nemmeno adesso che ha 15 anni e per via di questo figlio faccio parte anch’io di questo gruppo dove si parla dei problemi dei figli con disabilità, di salute, alimentazione e lavoro. Lì ho saputo che ai figli non bisogna dare solo carne e latte ma anche delle cose diverse che sono importanti per farli crescere bene, come le verdure e la frutta, prodotti che da noi sono rari per via del clima. Ma adesso il nostro problema era più grave, non si trattava di scegliere cosa mangiare, non avevamo nemmeno più la carne. Sempre lì ho saputo che era possibile avere in prestito degli animali, farli riprodurre, vendere latte e lana e poi ridarli indietro tenendoci i capi in più. E’ quello che abbiamo fatto io e mio marito e siamo stati bravi nel farlo; ora abbiamo di nuovo le nostre capre, adesso posso anche pensare di dare della verdura ai miei figli.

Il problema della fame in Mongolia e l’azione di Aifo
In questo grande e poco popoloso paese centroasiatico l’eliminazione del problema della fame sta facendo dei progressi; se nel 1996 ogni abitante poteva disporre di 2.039 calorie, nel 2012 queste calorie erano diventate 2.463. Se andiamo a vedere la percentuale della popolazione che soffre di sottoalimentazione, se nel 1999 era il 38% del totale, nel 2012 era diminuita al 24%, cioè vale a dire quasi un quarto dei 2.900.000 mongoli ha fame, un percentuale che rimane comunque preoccupante.

Il problema della fame in Mongolia non è dovuto solo alla povertà ma anche a un clima poco clemente. Le temperature sono sotto lo zero per nove mesi l’anno e hanno delle punte in cui si superano i 50 gradi sotto lo zero. In particolare il paese è soggetto alle tormente di neve o ghiaccio (gli zud) che possono uccidere gli animali dei pastori nomadi che rappresentano ancora il 25% della popolazione. Sono stati letali gli zud del 2000, del 2001 e del 2010. Di fronte a queste calamità le autorità mongole non sono ancora attrezzate. Un altro problema di malnutrizione è rappresentato anche dalla particolare dieta mongola basata per lo più sulla carne che priva i bambini dei micronutrienti (sali minerali e vitamine) essenziali per il loro sviluppo fisico e mentale.

Aifo è presente in Mongolia da 24 anni ed è stata la prima Ong italiana ad arrivare là dopo la fine del comunismo. “Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del Settore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea. Questo progetto aiuta economicamente le famiglie di pastori grazie ad un prestito di bestiame che viene ridato indietro dopo un certo periodo. Le famiglie vengono anche inserite in una rete di riabilitazione su base comunitaria, dove si promuovono anche le buone prassi per una corretta alimentazione.

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Sister Leela: prendere a ceffoni i pregiudizi

leelaSuor Leela è stata testimone di solidarietà di Aifo in occasione della 62° Giornata mondiale dei Malati di Lebbra. L’abbiamo incontrata a Bologna nella sede di Aifo per sapere qualcosa di più su di lei e sulle sua attività in India. (pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau”, aprile 2015)

Dicci qualcosa su di te, come sei diventata suora … perché fai questo tipo di lavoro …
Intanto il mio nome per intero è un po’ lungo, mi chiamo Aley Cheenuthuvattukulam, ma tutti mi chiamano suor Leela. Sono della congregazione delle Figlie della Chiesa; sono entrata quando avevo 20 anni nell’istituto Thinadad in India. Per il periodo di noviziato ho vissuto in Italia e ho fatto professione perpetua nel 1981 a Roma. Poi ho studiato come operatrice paramedica nell’Università di Bhopal sempre in India nel 1983. Dal 1989 sono membro della Rural Medical Practitioners Association.

Come hai conosciuto Aifo?
Per otto anni ha lavorato presso il lebbrosario di Sumana Halli a Bangalore ed è stato lì, nel 1982, che ho avuto i primi contatti con Aifo. Questo villaggio della speranza è stato uno dei primi progetti Aifo e durante l’anno ogni tanto venivano dei soci Aifo a farci visita e io li portavo a fare viaggi di conoscenza. Nel 1992 invece ho avuto l’occasione di lavorare a Mandya.

È il luogo dove attualmente sei la responsabile del programma socio-sanitario: di cosa ti occupi?
A Mandya abbiamo avuto la fortuna di avere sia il permesso del Governo che i finanziamenti, due condizioni che raramente arrivano assieme. Così abbiamo cominciato occupandoci di 300 villaggi con una popolazione di 5-6 lakh (500-600 mila persone).  E’ un lavoro impegnativo che mi occupa tutta la giornata, sempre a girare per i vari villaggi a controllare la salute delle persone. Seguiamo le persone malate di lebbra, e capita che durante i nostri giri di riconoscere dei nuovi malati che non vengono “visti” dal servizio sanitario.

Quindi ti occupi essenzialmente di malati di lebbra o anche di altre situazioni di svantaggio?
Di molto altro, per come lavoriamo noi, il giro tende ad allargarsi e a coinvolgere sempre altre persone. Intanto ci sono gli ex malati di lebbra che, anche se guariti, magari hanno delle disabilità che devono essere trattate. Nel nostro territorio ne abbiamo 13 mila. Abbiamo un centro per la cura delle ulcere della malattia della lebbra con 13 letti.
C’è il problema anche del maltrattamento delle donne. Cerchiamo di dare la forza alle donne di reagire di portare di portare avanti la famiglia. Costituiamo dei gruppi di auto aiuto tra donne, attualmente sono 63. Il loro problema deriva dagli uomini che bevono, l’alcolismo è abbastanza diffuso.
Abbiamo altre iniziative come i gruppi di microcredito per avviare delle attività lavorative. Quello che cerchiamo di fare e non fermarci alla cura della malattia ma pensare anche a tutto il resto: il lavoro, l’unità famigliare, l’informazione sulla salute e soprattutto lottiamo contro i pregiudizi.

I lebbrosi in India fanno ancora paura? Esiste il pregiudizio nei loro confronti?
Si ha ancora paura di questa malattia. Noi con il nostro comportamento dimostriamo che non bisogna averne.  Vedendo che stiamo con i malati o gli ex-malati, mangiamo con loro, stringiamo le mani, facciamo vedere che la malattia della lebbra non è così contagiosa come si crede. La malattia non si trasmette a tutti ma solo alcune persone con poche difese immunitarie. Adesso le cose sono un po’ cambiate, ma la paura è ancora tanta.

Raccontaci delle storie per capire come lavori e quali sono le persone che incontri?
Una volta durante i miei viaggi nei villaggi, ho incontrato due donne con un ragazzo. Ho capito subito che erano malate. Son andata a casa loro e ho visto che su 8 componenti di quella famiglia solo il ragazzo era sano, tutti gli altri avevano la lebbra e alcuni avevano già i segni evidenti sul corpo. Abbiamo iniziato a curarli e al ragazzo abbiamo procurato un lavoro. Un giorno abbiamo saputo che il capo del loro villaggio assieme ad altri avevano deciso di eliminare l’intera famiglia perché li consideravano portatori di una maledizione. Volevano affogarli tutti nel fiume. Siamo corsi dal capo villaggio e abbiamo parlato con lui dalla mattina alla sera. Ala fine li abbiamo convinti a non ucciderli. Con il tempo le cose sono migliorate e grazie a un contributo Aifo siamo riusciti a costruire una nuova casa per loro. Il ragazzo ha anche proseguito gli studi.
Un’altra storia che mi ritorna sempre in mento è quella di un uomo grande e grosso, un uomo forte che abbiamo incontrato per caso mentre lavorava nei campi. Abbiamo riconosciuto sul suo corpo i segni della lebbra ma lui negava di fronte all’evidenza di essere malato. Si sentiva forte e ci accusava dicendo che le persone malate eravamo noi. Insomma rifiutò di farsi curare ma nel giro di soli sei mesi le sue condizioni di salute peggiorarono molto e non poté più negare l’evidenza. Adesso era disperato e aveva deciso di uccidersi. Era diventato deforme e la moglie e i figli non lo volevano più a casa. Uno di loro ha addirittura detto che non era più loro padre ma solo un lebbroso e allora mi è scappato un ceffone diritto sulle guance del figlio. Poi la sua salute è migliorata, i rapporti fra i famigliari si sono fatti meno tesi ed è potuto rimanere a casa sua, anzi anche lui in una nuova casa visto che siamo riusciti a comprargliene una.

Vivere sempre con realtà di questi tipo è molto difficile, tu come ti svaghi o per lo meno come ti riposi?
Quando viene la notte ed è il momento di andare a letto, verso le 22, se ci riesco, allora prima faccio un bel bagno che porta via la stanchezza e poi dormo.

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Geografia della fame, la futura cooperazione italiana, Armeni e Liberia … ecco i temi del numero di aprile della rivista di Aifo

Senza titolo-1E’ uscito il numero di aprile della rivista “Amici di Follereau” di Aifo. Questo numero si apre con l’intervista a Attilio Ascani, direttore della FOCSIV, sul futuro della cooperazione italiana. Tra le novità della nuova legge: i privati nella cooperazione e l’Agenzia, ma l’insufficienza di fondi e il ritardo dei decreti attuativi rischiano di rallentare il rinnovamento.
Uno spazio è riservato all’impegno di Aifo in Liberia, dove ha scelto la strada della prevenzione attraverso la sensibilizzazione della popolazione e la fornitura del materiale igienico-sanitario: intanto già ci si sta preprando per il dopo-Ebola.
La monografia è invece dedicata alla geografia della fame del mondo dove vengono presentati dati e si raccontano le contraddizioni di una umanità che ha già le risorse sufficienti pe sfamare tutti ma non lo fa: così il primo obiettivo di sviluppo del millennio si sposta ben oltre il 2015.
Cent’anni fa il genocidio degli Armeni: l’impunità di quella prima pulizia etnica ha dato via al secolo dei genocidi. La Turchia da parte sua ancora non riesce fare i conti con il suo passato.

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Malnutriti! Geografia della fame, malnutrizione globale e un concetto di sviluppo e di crescita da cambiare

Parlare del problema della fame e dello sviluppo, e magari introdurre anche il concetto di decrescita e di nuovi stili di vita: ma è possibile fare tutto questo con una probabilmente scatenata scuola media di Roma? Comunque ci provo domani grazie al gruppo Aifo del Lazio…
malnutriti

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Diritti e salute delle donne della Guinea Bissau: una monografia sul numero di marzo di “Amici di Follereau”

Ds0_475ue volte l’anno la rivista di Aifo cambia formato e presenta uno storytelling monografico; questa volta  il centro del racconto sono le donne della Guinea Bissau coinvolte in un progetto di cooperazione nella regione interna di Gabù. Il progetto prevede varie azioni come l’aggiornamento del personale sanitario e la ristrutturazione dei servizi materno-infantili, ma le parti più nuove sono quelle riguardanti un Sistema di Allarme Comunitario composto da una trentina di gruppi di donne che fanno informazione sui casi di mortalità infantile e sui casi di violenza. L’altra parte innovativa del progetto si riferisce ai gruppi di auto-aiuto tra donne che gestiscono dei fondi “rotativi” per finanziare delle piccole iniziative commerciali. Lo storytelling riguarda appunto la storia di due donne,Salimato e Alarba e di come questo progetto le abbia aiutate.

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Comunicato Aifo: Libia, si cominci dalla pace, non dalla guerra

libiaSi riparla di guerra in Libia. Quattro anni fa è stata proprio la guerra a produrre il disastro attuale. E non sarà certo un’altra guerra a riportare ordine, anche se sotto l’egida delle Nazioni Unite, una contraddizione perché l’Onu è nata proprio per “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”.

La politica continua a riproporre soluzioni che sono fallite in Somalia, in Afghanistan, in Iraq e da ultimo proprio in Libia. Sono questi errori a rendere oggi così difficile la soluzione dei conflitti accesi da violenze sconsiderate. La scorciatoia della guerra è una pura illusione.
La crisi economica – si dice – è dovuta alla mancanza di investimenti. Il caos e la crisi della sicurezza attuali sono dovuti ai mancati investimenti nella pace.

Settant’anni fa Raoul Follereau proponeva un servizio civile per abolire progressivamente il servizio di leva. Avremmo pronti quei corpi di civili di pace che mancano terribilmente sullo scenario internazionale.
Alla gioventù uscita dalla guerra mondiale indicava un’educazione aperta al mondo, inserendo la storia dell’umanità   nei   programmi   scolastici. Avremmo evitato di far crescere generazioni che non si comprendono perché vivono in culture e religioni diverse, che non sanno nulla le une delle altre o, peggio, si conoscono solo attraversi stereotipi. Non staremmo oggi ad evocare scontri di civiltà.

Si dirà: ma come combattere la follia armata senza armi? È vero, ma chi ha fabbricato, finanziato, venduto quelle armi? Com’è possibile tagliare ancora risorse per gli eserciti di fronte a questa emergenza? Ma quale sicurezza ci hanno dato gli eserciti in Afghanistan e in Iraq? Bilanci militari che hanno fomentato nuove guerre anziché spegnere vecchi conflitti.
Coloro che sono contro le guerre, le persone che anche nelle zone dei conflitti rischiano la vita per battersi
per la pace sono semplicemente “invisibili”, non c’è spazio per loro, come un tempo per i “lebbrosi”.

In questo vuoto,la politica continua ad alimentare mostri di guerre che costruiranno altri mostri.
Da subito in Libia si smetta di commerciare in armi, di pagare il petrolio alle bande armate, di sostenere anche diplomaticamente i finanziatori del terrorismo. Si pongano le Nazioni Unite al servizio della popolazione libica e non degli interessi dei governi “interventisti”, si smetta di considerare i diritti umani un oggetto di lusso solo per pochi privilegiati.

Più tarderemo a realizzare strumenti di pace, più saremo impotenti a fermare la violenza e la spirale che ne segue, come dimostra la storia recente della Libia. Costruita con tanti gesti, anche a cominciare da noi stessi, la pace non sembrerà poi così impossibile.

 a cura della redazione di Aifo – Associazione di cooperazione sanitaria internazionale

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Come animare un fumetto (su carta) per parlare di sviluppo

comic_youtubeCome riuscire a presentare in un modo più dinamico un libro, una graphic novel, ad un pubblico giovane e inquieto? Ci abbiamo provato in questo modo, spezzettandolo e montandolo con un programma di montaggio video. E’ un lavoro ancora un po’ grezzo e il fumetto ne soffre. Ma per parlare di sviluppo bisogna sempre cercare strade nuove a seconda del pubblico a cui ti rivolgi. Che ve ne sembra?

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Ritorno in India

Sunil_Bologna_400x400Ecco al testimonianza di Sunil Deepak che dopo 30 anni di attività come responsabile medico-scientifico di Aifo, è tornato in India per un sua ricerca personale (articolo pubblicato sulla rivista di Aifo febbraio/2015).

Avevo iniziato a lavorare nella sede bolognese di Aifo nel 1988, prima come responsabile dell’ufficio progetti e poi come responsabile dell’ufficio medico e scientifico. E’ stata un’esperienza bella e forte che mi ha permesso di conoscere molte realtà difficili in diverse parti del mondo. E’ stata anche un’opportunità di incontrare tante persone di grande umanità nei gruppi Aifo sparsi su tutto il territorio nazionale.

Nel luglio 2014, dopo circa 30 anni di vita in Italia, sono tornato in India con l’intenzione di lavorare con e per i malati di lebbra e le persone disabili.
I miei legami con l’Italia continuano però a essere vivi, innanzitutto per via della mia famiglia che continua a vivere là. Inoltre, a parte i tanti amici ai quali voglio bene, continuo a collaborare con Aifo dall’India per seguire alcuni rapporti internazionali.
Nel 1988, quando ci siamo trasferiti in Italia, nostro figlio Marco non aveva ancora compiuto 4 anni. In quell’epoca, prima di venire in Italia, lavoravo come medico in un piccolo ambulatorio a Nuova Delhi dove mi occupavo di tutto, dai raffreddori ai parti, ai piccoli interventi chirurgici. Se arrivava una persona con il sospetto della malaria, dovevo fare uno striscione di sangue e poi controllarlo con il microscopio. Lavoravo tutti i giorni della settimana compresa la domenica mattina e ogni tanto dovevo alzarmi di notte per rispondere alle emergenze. Era un lavoro molto impegnativo e mi dava una grande soddisfazione, ma spesso mi lasciava con un senso di grande frustrazione quando perdevo qualche malato per delle banalità.

Dopo il trasloco in Italia, durante i primi anni, nonostante la famiglia e la calorosa accoglienza degli amici, mi è sempre mancato il ritmo incessante di lavoro del mio ambulatorio. “Un giorno tornerò a riprendere quel cammino”, mi ero promesso.
Poi con il passare degli anni e anche grazie al grande senso di soddisfazione che avevo trovato nel mio lavoro con Aifo, quel desiderio di tornare si era assopito. Soltanto qualche anno fa, dopo aver perso mia madre, ho iniziato a pensare che forse era arrivato il momento del mio rientro in India. Oramai nostro figlio era cresciuto ed era autosufficiente, mia moglie comprendeva il mio desiderio di ritornare e non vi erano delle questioni familiari particolari che mi trattenevano. Così, nel giugno 2014, quando ho compiuto i 60 anni, sono partito.

Cosa ci faccio in India?

“Come ti trovi in India?”, “Dove sei e che cosa fai?”. Sono le due domande che spesso le persone mi pongono e alle quali non ho delle risposte semplici.
Da una parte, sono convinto di aver fatto la scelta giusta, dall’altra mi manca la famiglia dato che faccio fatica a vivere lontano da loro. Fortunatamente oggi la tecnologia ci aiuta a mantenere i contatti; i telefoni cellulari, internet e i programmi come skype, ci permettono di sentirci ogni tanto e di avere notizie anche nei posti più sperduti.
Voglio continuare a occuparmi di lotta alla lebbra e di programmi di riabilitazione, i due temi dei quali mi sono occupato durante il mio lavoro con Aifo in Italia. Per quanto riguarda il lavoro, ho deciso di lavorare insieme alle altre persone o organizzazioni che si occupano di persone povere ed emarginate. Non vorrei iniziare qualcosa per conto mio, perché penso che alla mia età non sarebbe sostenibile, e tutto si potrebbe fermare il giorno che avrò problemi di salute. Per questo motivo, dopo il mio rientro, sto girando diverse parti dell’India, visitando persone e organizzazioni che si occupano di programmi sanitari nelle aree rurali isolate, per conoscere il loro lavoro e per decidere dove posso fermarmi e dove potrò essere più utile.
Negli ultimi sei mesi ho visitato molti centri e conosciuto molte persone che si dedicano a operare a favore dei gruppi emarginati. Ora mi trovo a Guwahati nell’estremo nord-est dell’India, vicino alla frontiera con la Birmania e con il Bangladesh. Sto collaborando con altri progetti di riabilitazione su base comunitaria. Mi trovo bene qui e il bisogno è grande: forse ho trovato il posto dove potrò fermarmi per un po’!

I cambiamenti negli ultimi 30 anni

“Come è l’India oggi?”, “La trovi molto diversa da come era 30 anni fa?”. Sono le altre due domande che gli amici italiani mi fanno spesso.
Negli anni ‘70, quando ero uno studente di medicina a Nuova Delhi, l’esperienza dell’indipendenza dell’India dal regno coloniale inglese era ancora recente. Anche i ricordi delle esperienze laceranti della partizione dell’India erano vivi. Ricordo quel periodo come il tempo degli ideali e dei sogni. La vita era sicuramente più semplice. Nella stradina dove abitavamo, soltanto una vecchia dottoressa aveva una macchina. La TV era arrivata, ma era ancora in bianco e nero e vi era un canale unico che trasmetteva solo la sera.
All’epoca, per avere una linea telefonica o per comprare una vespa bisognava aspettare qualche anno nelle liste di attesa. Il ritmo della vita era più lento e tranquillo. Conoscevo di nome quasi tutti quelli che abitavano nella nostra stradina. I valori predominanti di quell’epoca erano risparmio, sobrietà, educazione e partecipazione comunitaria. Avere grandi ambizioni o ostentare la ricchezza erano cose da evitare.
Oggi tutto questo è cambiato. Anche le città periferiche come Guwahati dove vivo in questi giorni, hanno dei grandi centri commerciali dove si possono trovare le stesse grandi marche che si trovano in Italia. Inoltre in questi 30 anni, diversi indicatori riguardanti la salute degli indiani, dall’aspettativa media della vita alla mortalità infantile passando per l’accesso all’educazione, sono migliorati. Dall’altra parte però, l’inquinamento ha raggiunto livelli spaventosi e i valori della generazione di oggi sono diversi: consumismo, avere ambizioni, poter comprare le grandi marche e voler diventare ricchi, questi oggi sono i valori dominanti.
A livello comunitario invece vi è un grande fermento e le persone nelle aree rurali spesso si organizzano per chiedere i loro diritti invece di aspettarli in maniera passiva. Nonostante tutti i progressi, le sfide che l’India deve superare sono enormi dato che qualche centinaio di milioni di persone ancora vivono in condizioni di grande disagio e di povertà assoluta.
Queste due situazioni, da una parte lo sviluppo economico e dall’altra l’esclusione, si possono applicare anche alla situazione sanitaria in India. Cosi da una parte vi sono molti nuovi ospedali ultramoderni con tecnologie avanzate e dall’altra vi sono aree fuori dai centri urbani sprovviste di ospedali, di medicine e di personale sanitario. Inoltre sempre più spesso, i servizi sanitari pubblici lasciano spazio ai servizi privati.

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Islam: scontro o incontro? Ecco il nuovo numero di “Amici di Follereau”

s0_475“Ignoriamo tutto dell’Islam, ma abbiamo la pretesa di ‘liberarlo’ insultando chi lo pratica”, con queste parole inizia l’articolo di apertura del numero di febbraio della rivista di Aifo, dedicato appunto ai rapporti tra noi e un Islam di cui conosciamo poco. All’interno del numero è anche presente un’intervista ad Adnane Mokrani, un teologo musulmano e presidente del Centro interconfessionale per la pace.
Il dossier del mese è dedicato ai risultati, presentati in un convegno a Trieste, del progetto di riabilitazione su base comunitaria e salute mentale realizzato in cinque paesi a reddito medio-basso (Mongolia, Cina, Liberia, Brasile, Indonesia).
“Investire sui poveri” è invece il titolo dell’articolo che tratta della lotta alla povertà nel mondo e di come la politica economica debba rivedere le sue scelte, cercando di diminuire le discriminazioni e le disuguaglianze verso gli strati più poveri della popolazione che rimanendo tale non permette la crescita economica in generale.
Lo sapevate che sono circa 200 mila sono le persone di origine rom o sinti nel nostro paese, la maggior parte delle quali con una casa loro e un lavoro? Eppure come si legge nell’articolo “Per non chiamarli nomadi o zingari”, i pregiudizi resistono.

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Con Sister Aley verso la 62° Giornata mondiale dei malati di lebbra

IMG_4142La prossima domenica, il 25 gennaio, ci sarà la 62° Giornata mondiale dei malati di lebbra che si celebra dal 1954, anno in cui Raoul Follereau, la persona che ha speso la sua vita a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sullo stato di abbandono dei malati di lebbra, propose di istituirla.
Nel mio piccolo voglio accompagnare l’evento con una serie di post brevi che raccontino la storia di alcuni ex malati che abitano in Cina. Anche se la lebbra è un problema maggiore in altri paesi (India e Brasile), queste storie cinesi hanno la loro motivazione nel fatto che gli operatori locali hanno raccolto delle testimonianze, seppur brevi, con qualche elemento in più. dimostrando anche una cura nei dettagli.

Song Zhengyuan: il saluto di mio cugino
Tang Yuchun: con delle buone scarpe vai dove vuoi
Li Youlu: vediamo dove mi portano queste scale

Aifo è l’ong che naturalmente si occupa della giornata mondiale per quanto riguarda l’Italia e la prossima domenica sarà presente in centinaia di piazze italiane con i suoi tavolini dove sarà possibile acquistare il “miele della solidarietà” e altri gadget per finanziare i progetti in giro per il mondo.
Ogni anno Aifo chiama  anche i cosiddetti “testimoni di solidarietà”, persone impegnate a vario titolo nella lotta contro la lebbra ma anche contro i pregiudizi che sempre accompagnano “l’antica nemica”. Sister Aley è uno di questi e l’ho incontrata recentemente in sede.

E’ una suora molto energica che mi ha raccontato il suo lavoro quotidiano con i malati di lebbra e disabili nella città di Mandya nello stato meridionale indiano del Karnakata. La sua storia ve la racconterò in un articolo che sarà pubblicato in futuro sulla rivista di Aifo (e poi anche in questo blog). E’ una vita, la sua, sempre piena di impegni e a contatto con una realtà molto dura in un paese che si sta sviluppando velocemente e che, forse proprio per questo, mostra delle contraddizioni fra chi è povero e malato e chi è oramai borghese e “si costruisce case belle”, ancora più stridenti.
Una delle ultime domande che le ho fatto, forse un po’ scema e alla Marzullo, diceva: “Ma per te quali sono i tuoi momenti di svago?”. Gliela avevo fatta perché ero stupito dei suoi ritmi, bene a questa domanda ha risposto più o meno così: “Quando viene la notte ed è il momento di andare a letto, verso le 22, se ci riesco, allora prima faccio un bel bagno che porta via la stanchezza e poi dormo”.

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Giornata mondiale dei malati di lebbra, reportage dal Sud Sudan… novità grafiche ed editoriali per la rivista di Aifo

AdFgennaio2015Il 25 gennaio ci sarà la 62 Giornata Mondiale dei malati di Lebbra, una malattia spesso dimenticata e che, nonostante i tanti proclami, non si riesce mai ed estirpare e che anzi lascia dietro a se’ numerose persone che, seppur guarite, sono diventate disabili e soprattutto non sono accettate nell’ambiente in cui vivono. Su questa tematica la rivista di Aifo ha dedicato un intero dossier in questo numero dove, accanto alle più recenti statistiche, si pone l’accento sul fatto che accanto alla cura è necessario assicurare a tutti gli ex malati il rispetto dei loro diritti. Sempre di lebbra si parla nella presentazione dei progetti che Aifo svolge in Brasile da molti anni, un paese dove la malattia viene sottostimata e che fa ancora poco riguardo l’inclusione sociale delle persone malate.
La rivista si presenta in una nuova veste grafica e anche con dei contenuti nuovi. Nella sezione Cultura si parla dell’interessante vicenda che vede coinvolto lo scrittore Robert Louis Stevenson  in difesa di Padre Damiano, il religioso che passò gran parte della sua vita a curare i malati di lebbra nell’Isola Molokai. Mentre nella nuova sezione Reportage, abbiamo un articolo riguardante il Sud Sudan, “un paese diventato da poco indipendente che non ha ancora trovato la pace né col vicino del Nord, né con sé stesso a causa di conflitti alimentati da ignoranza e fame di ricchezze”.

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Geopolitica dell’Ebola, marcia per la pace, il Nobel a Malala… è uscito il numero di dicembre di “Amici di Follerau”

Nel nuovo numero di dicembre il mensile di Aifo presenta un dossier dedicato a Ebola, dove vengono spiegate le ragioni economiche, AdF_dicembrepolitiche e sociali su come sia nato e si sia diffuso il virus. In particolare viene dato un certo spazio agli argomenti del People’s Health Movement, un movimento per il diritto alla salute globale.
Un altro articolo è invece dedicato a Malala Yousafzay, la ragazza pachistana che quest’anno ha ricevuto il premio Nobel per la pace.
Il progetto Aifo presentato in questo numero riguarda invece un progetto di riabilitazione su base comunitaria a Korogocho, una delle maggiori baraccopoli che circonda la città di Nairobi in Kenia.  Qui le persone svantaggiate ricevono una formazione professionale nel campo della sartoria, della fabbricazione delle candele e di saponi affinché abbiano una loro autonomia economica.
La rubrica denominata “Strumenti” presenta una sintetica guida su come realizzare un buon comunicato stampa per promuovere le attività del proprio gruppo, per cercare di approdare sui mass media.
Infine anticipiamo una sorpresa: nel prossimo numero di gennaio la rivista sarà modificata sia nella grafica che nei contenuti con l’inserimento di nuove sezioni di approfondimento. Buona lettura!

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Lo yoghurt più buono della Mongolia

038La storia di Otgontsagaan che non poteva più fare il pastore ma che è diventata un’imprenditrice di successo grazie alla riabilitazione su base comunitaria (articolo pubblicato nel numero di novembre della rivista “Amici di Follereau”).

Otgontsagaan era una ragazzina di 13 quando cadde da cavallo. Stava accudendo ai suoi animali e nonostante fosse una pastore nomade del nord della Mongolia e perciò abituata fin da bambina a questo genere di attività, è caduta giù. Una gamba rotta, un incidente doloroso ma niente di pericoloso, eppure, per il fatto che la sua tenda si trovava lontana 70 chilometri dal villaggio più vicino, dove avrebbe trovato un primo soccorso, quell’incidente ha cambiato il corso della sua vita. “La mia gamba non è mai tornata come prima, non ho più potuto rimontare a cavallo per seguire i miei animali: sono disabile oramai da 40 anni”.
La sua famiglia di pastori nomadi non è come le altre famiglie, vanta un tradizione illustre: suo padre ebbe il premio di “pastore dell’anno”, suo fratello più anziano lo riconquistò nel 1972, mentre il nipote di un altro suo fratello lo ha riconquistato di recente.
Otgontsagaan dopo l’incidente non ha più potuto portare avanti questa tradizione, eppure a modo suo, grazie alle opportunità offerte dalla riabilitazione su base comunitaria organizzata su tutto il territorio nazionale, ha potuto trovare una sua strada ed eccellere come … produttrice di yogurt!

Un’imprenditrice di successo

Il mio yoghurt è fatto con latte di pecora e nient’altro, non aggiungo niente – afferma – ma il mio segreto sta nel regolare la temperatura giusta”. E’ molto orgogliosa Otgontsagaan quando parla della sua attività che le ha permesso di contribuire al benessere della famiglia, ma questa sua dedizione al lavoro non è motivata solo da quello che guadagna, ma anche dal significato che ha avuto per la sua vita che come persona disabile avrebbe potuto essere molto diversa. “Le persone con disabilità  tendono in generale ad essere passivi, ad aspettare ogni cosa, come dei vasi che aspettano di essere riempiti. Dobbiamo invece darci da fare, cercare con il lavoro di avere una vita nostra”.
Questa presa di coscienza, pur interessandoci di una persona con una personalità spiccata, non è emersa naturalmente ma dietro a tutto questo c’è un processo, un percorso che ha portato Otgontsagaan ha sviluppare queste idee. E’ questo il risultato della riabilitazione su base comunitaria che Aifo sta portando avanti da più di 20 anni in tutta la Mongolia. Il rafforzamento delle capacità delle persone disabili infatti è resa possibile dai gruppi auto-aiuto, dalla formazione  che attraverso la figura di alcuni specialisti porta le persone disabili ad avere una coscienza nuova,ad essere parte attività della società in cui vive e a rivendicare i diritti per sé e per gli altri.
Ma tutto questo non basta, occorre anche un sostegno economico per avviare le proprie attività e nel suo caso Otgontsagaan ha potuto utilizzare di due crediti, uno nel 2009 e un altro nel 2013  che le ha permesso diventare produttrice di yoghurt e anche gestire un forno per la produzione del pane. le due attività economiche hanno avuto successo e ha potuto restituire facilmente tutto il denaro nel tempo prestabilito.

Una vita come gli altri

Quando ebbe l’incidente Otgontsagaan non poté nemmeno continuare gli studi ed è per questo che ha seguito molto sotto questo aspetto i suoi 4 figli. Oggi uno insegna in un’università nel nord della Mongolia, un altro si è laureato a Mosca, un terzo sta studiando a Pechino e infine il quarto è in Ucraina sempre per motivi di studio.
Lei invece continua ad occuparsi dello yoghurt e del latte: “Per me il latte ha una grande importanza, lo trovo… bianco e ‘santo'”. Dice così perché tutta la sua vita ruota attorno ad esso.
“Porto il mio latte negli asili, anche il pane lo vendo in giro, ma l’aumento di mole di lavoro mi ha costretta ad appoggiarmi ad un negozio; rifornisco con la mia merce due negozi, Tevhen  e Anu, e in questo modo il mio giro di affari si è pure allargato”.   Recentemente ha anche acquistato una nuova macchina impastatrice grazie al credito offertole dal programma di riabilitazione su base comunitaria. Nel suo laboratorio oltre al marito vi lavorano anche delle persone disabili che ha conosciuto grazie ad un gruppo di auto aiuto che lei stessa ha organizzato: “In questo gruppo ci aiutiamo l’uno con l’altro, due persone che lo frequentano sono diventati anche miei colleghi; loro non vedono e questa particolare condizione ha fatto si che siano molto bravi nell’arte della panificazione, tramite l’olfatto capiscono quando è momento di sfornare”.
In questo modo altre due persone con disabilità hanno trovato un lavoro, del resto la riabilitazione su base comunitaria non riguarda solo la singola persona, ma il gruppo che nell’insieme trae benefico dalle opportunità che via via si presentano.

“Tegsh Duuren”, una piena uguaglianza per le persone disabili

Aifo è presente in Mongolia da 23 anni per sostenere il Programma Nazionale di Riabilitazione su Base Comunitaria. La sua attività ha origine nel 1991 con una missione assieme all’OMS per valutare con il governo della Mongolia, la possibilità di avviare un programma di riabilitazione su base comunitaria per le persone con disabilità che tenesse conto delle specificità del territorio mongolo e del problema sociale rappresentato dalle persone con  disabilità, mediamente 5% – 10% della popolazione,. Non vi erano comunque dati certi e soprattutto mancavano strutture sanitarie adeguate. Il Progetto Rbc parte definitivamente nel 1992 e il primo passo fu la formazione di tre medici in qualità di formatori, la nomina da parte del Ministero della Salute di un coordinatore nazionale Rbc, la traduzione e la stampa del manuale Rbc dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Date le difficoltà economiche del paese, l’inserimento del programma di Rbc all’interno del sistema sanitario ha creato qualche problema all’inizio. Ma la distribuzione capillare del personale sanitario, a livello urbano e rurale, e in particolare la presenza di operatori a livello comunitario (medici di famiglia e feldshers) hanno contribuito all’avvio delle attività di Rbc.
Il progetto è proseguito, grazie al finanziamento di Aifo e dell’Unione Europea, portando a un aumento delle attività, all’ampliamento del bacino dei beneficiari, all’adozione di un approccio multisettoriale, allargamento del team e alla crescita delle professionalità (grazie ai viaggi-studio all’estero), all’utilizzo del microcredito.
Il programma Rbc ha preso il nome di “Tegsh Duuren” che significa piena uguaglianza ed è arrivato a coprire 21 province (aimag) e 9 distretti di Ulaanbaatar, cioè l’intera Mongolia, diventando così un modello a livello internazionale.

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Le persone disabili a Gaza e sulle orme di Follereau nell’ultimo numero della rivista di Aifo

Senza titolo-1Pochi lo sanno ma è stato proprio in Costa D’Avorio che Raoul Follereau ha incontrato ed ha iniziato la sua battaglia contro la lebbra. Il dossier di questo numero è dedicato a questo paese oggi alle prese con una difficile riconciliazione, tra povertà e nuove emergenze.
Nella sezione della rivista “In primo piano” la condizione delle persone con disabilità che hanno vissuto il periodo di guerra all’interno di Gaza; alcuni sono morti ma soprattutto sono state cancellate strutture e servizi e rese invalide molte altre persone.
Si parla anche di Sardegna, non come paradiso del turista ma come paradiso per le basi militari che hanno causato un disastro ambientale e sanitario di cui ancora non se ne vede la fine.
Infine vengono presentai due progetti di cooperazione uno in Mongolia dove si racconta la storia di Otgontsagaan,  una persona disabile che è diventata un’imprenditrice di successo grazie alla riabilitazione su base comunitaria. L’altro progetto invece riguarda la Cina; qui Li Fukang racconta invece la sua difficile esperienza di figlio con un padre ex-ammalato di lebbra, condizione questa che ancora in alcune regioni periferiche della Cina significa esclusione sociale anche per i parenti.

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Ebola in Liberia:my personal experience

Luther fa parte dello staff Aifo in Liberia e ha così descritto la sua esperienza di operatore di riabilitazione su base comunitaria di queste ultime settimane.

di Luther S. Mendin

Lofa County, confina con la Sierra leone e con la Guinea: prima della guerra civile era considerata il nostro granaio, oggi la si pensa come l’epicentro dell’epidemia, un’epidemia che ha avuto un impatto sconvolgente sul nostro paese. Ora comunità diverse che hanno coesistito per secoli, e che dopo la guerra civile si sono un riappacificate, sono di nuovo divise dalla paura della malattia e dai pregiudizi che porta con sé.
Il primo morto per Ebola nel Montserrado County, il luogo in cui vivo, è stata proprio una persona che veniva da Lofa e cercava di raggiungere la capitale per essere curata.
La paura e l’ignoranza fra gli operatori sanitari e la popolazione porta anche al rifiuto del ricovero delle persone malate. Un residente della mia comunità ha perso un nipote per questo motivo: era stato rifiutato in due strutture sanitarie e mentre cercava di raggiungere la terza è morto.
ebola_rouwende_familie_thumb_440x300C’è molto lavoro da fare con gli operatori sanitari ma credo che con un’adeguata informazione si può arrivare a dei risultati.
Mi rattristo ma anche mi arrabbio quando vengo a conoscenza di storie di persone abbandonate dagli infermieri o rifiutate dagli ospedali. A volte non sono nemmeno malati di Ebola, hanno altre malattie, ma per la paura vengono rifiutate.
E’ anche vero che vi sono parecchie vittime anche tra gli operatori sanitari….

La corretta informazione su Ebola è diventata una priorità nel programma di riabilitazione su base comunitaria che Aifo sta portando avanti qui in Liberia. lavoriamo con i gruppi di auto-aiuto già esistenti e troviamo dei modi per diffondere una corretta informazione per la prevenzione. Recentemente abbiamo prodotto delle brevi canzoni sul tema “Cosa fare e cosa non fare riguardo ad Ebola”; sono state scritte in un inglese-liberiano semplificato, così possono avere una diffusione maggiore tra la popolazione coinvolta nella rbc.
Oltre a ciò stiamo cercando di consegnare al centro di riabilitazione per la lebbra (Ganta) del vestiario di protezione per il personale sanitario…

La situazione qui in Liberia è cambiata drasticamente nel giro di poche settimane. Le sedi dei ministeri sono praticamente vuote, le strade sono deserte; parecchi liberiani se ne stanno chiusi in casa sperando in questo modo di evitare il contagio. I liberiani che hanno la possibilità abbandonano il paese.
Il nostro staff continua comunque a lavorare come meglio possiamo…

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La pazza corsa di Ebola in Liberia

ebolaHo avuto la fortuna, se così si può dire, di seguire la pazza corsa di Ebola in Liberia fin dall’inizio dell’anno. Dato che Aifo da molto tempo ha dei progetti in Liberia, sono in contatto con chi ci lavora, come espatriato e come locale. Ebola è stata prima una paura, poi una lontana minaccia che ha preso sempre più corpo fino a diventare quello che è adesso. Ora la Liberia è effettivamente un paese in una situazione drammatica dove il già debole sistema sanitario è stato in parte cancellato dalla morte di molti operatori sanitari, dove la situazione di sicurezza interna, dopo un lungo periodo di guerra civile, rischia di nuovo di degenerare.

Le persone sono diventate più diffidenti tra di loro e lo sono anche verso lo Stato, completamente incapace di gestire la situazione se non in termini militari. Nascono leggende metropolitane, come racconta Clara di Dio volontaria di Aifo che negli ultimi mesi ha abitato a Monrovia. Nascono leggende secondo cui la malattia sarebbe addirittura un’invenzione del governo per attirare nuove sovvenzioni internazionali; ci si rivolge perfino alla medicina tradizionale che in questo caso ha poco da dire. Silvia Pochettino in un un post su “devreporter network” ha giustamente parlato anche di un problema di informazione. La gente non capisce perchè non può abbracciare i suoi malati o seppellirli perché non si è fatta una comunicazione capillare su come prevenire il contagio. A proposito di informazione non calata dall’alto ma alla pari, l’esperienza di Aifo con il metodo della riabilitazione su base comunitaria ha tutti i requisiti per fare la sua parte.

Ebola è solo un virus, e nemmeno tanto virulento, non lo si prende come una normale influenza, ma bisogna venire a contatto con dei fluidi umani che a loro volta devono oltrepassare la nostra pelle. La sua pazza corsa non è dovuta alla sua forza ma al comportamento umano e ancora di più alla mancanza di un sistema sanitario, di personale sanitario addestrato, di uno sviluppo che per la Liberia non è mai avvenuto se non in termini di sfruttamento delle sue risorse. Tutto questo viene chiaramente denunciato nel rapporto (Ebola epidemic exposes the pathology of the global economic and political system) del People’s Health movement che malinconicamente termina così: “L’epidemia, con ogni probabilità, seguirà il suo corso e poi si spegnerà dopo aver lasciato dietro di sé una scia di morte e distruzione. Finirà non perché noi, come comunità globale avremmo fatto qualcosa, ma a causa della natura del virus stesso. Questa storia ci insegnerà qualcosa? O saranno ancora gli affari e decidere per tutti?”.

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Stregoneria, pasung, stigma: ma si cura così la malattia mentale nel mondo?

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Un progetto che interessa 5 paesi di reddito medio basso nel sud del mondo e che, attraverso l’analisi di buone pratiche di rbc, vuole difendere i diritti delle persone con problemi di salute mentale. Il 10 ottobre giornata mondiale della salute mentale (articolo pubblicato nel numero di ottobre della rivista d”Amici di Follereau”)

“Paese che vai usanza che trovi”, questo adagio non vale quando si parla delle persone con problemi di salute mentale. Esclusi dalla società e abbandonati a se stessi o, peggio ancora, reclusi e addirittura incatenati in istituti che assomigliano a prigioni. Questa è la sorte che aspetta a molte persone malate, sorte che va al di là della cultura dei paesi di appartenenza, dal loro grado di coesione sociale e di ricchezza, dal credo religioso dominante. La follia, storicamente, è sempre stata vista come una minaccia per l’individuo e per la società, una minaccia da nascondere, allontanare, in alcuni casi eliminare come avvenne per Aktion T4, il programma nazista che prevedeva l’eliminazione fisica delle persone affette da gravi patologie.

Il progetto di Aifo, denominato Multicountry, ha per soggetto proprio le persone con problemi di salute mentale o meglio, per essere più precisi, ha come filo conduttore il rispetto dei loro diritti civili in cinque paesi di reddito medio basso (Brasile, Liberia, Egitto, Indonesia, Mongolia). Attraverso lo studio di esperienze di riabilitazione su base comunitaria applicate alla salute mentale, lo studio del quadro legislativo e l’analisi dell’intervento socio-sanitario a livello locale, si vuole dimostrare il fatto che l’istituzionalizzazione dei malati mentali costa molto di più alla società e aiuta molto meno i pazienti che non un loro inserimento nella comunità con un’assistenza decentrata.

Tutto questo lavoro, realizzato parallelamente nei cinque paesi, viene svolto attraverso la formazione rivolta agli operatori socio-sanitari, il rafforzamento delle associazioni di persone con problemi di salute mentale – soprattutto dei loro leader – la sensibilizzazione della popolazione per ridurre i pregiudizi. Queste azioni vengono sostenute, infine, da un intenso scambio di informazioni tra un paese e l’altro attraverso la scrittura di newsletter, blog e l’organizzazione di seminari e convegni.

La situazione nei vari paesi

In Brasile le attività del progetto si svolgono nello stato di Bahia. In questo paese la riforma della psichiatria è stata fortemente influenzata dalle idee di Franco Basaglia che visitò Rio de Janeiro nel 1978. La legge di riforma è del 2001 e prevede vari tipi di servizi di cura decentrati e comunitari in alternativa all’ospedale psichiatrico. Nel 2011 viene varato un “sistema di cura psicosociale” per le persone con problemi mentali, dovuti anche alle dipendenze da sostanze, che vuole offrire servizi basati sulla comunità. Nello stato di Bahia nonostante la diminuzione di letti negli ospedali psichiatrici la malattia mentale viene stigmatizzata e gli stessi operatori sanitari e i famigliari fanno fatica ad accettare l’idea che l’istituto non è l’unica soluzione. Proprio a causa di queste difficoltà una delle azioni del progetto vede famigliari e operatori sanitari, all’interno di due ospedali di Salvador di Bahia, uniti nell’assicurare i diritti civili e buoni livelli assistenziali ai pazienti.

In Indonesia la veloce modernizzazione della vita ha portate con sé anche un aumento del disagio psichico. Secondo una Indonesiaricerca del 2007, l’11,6% della popolazione ha problemi di ansia e di depressione, meno del 10% delle persone con problemi di salute mentale ha accesso a servizi specializzati mentre sono 18.800 i casi pasong. In Indonesia con pasung si indica la reclusione e la detenzione fisica (anche con catene e corde) delle persone malate. Il progetto si è svolto nella parte meridionale del Sulawesi, la grande isola situata al centro dell’arcipelago indonesiano. Proprio per superare queste pratiche violente e per sensibilizzare sul tema, le attività consistono in corsi di formazione rivolti a operatori sanitari e di comunità. I risultati di queste azioni sono espresse bene da alcuni testimoni: “All’inizio avevo paura di aver a che fare con i malati mentali – dice Yuli, un dirigente di un puskemas, un ospedale di comunità – avevo paura di essere picchiato, ma era solo una paura. Adesso sono contento di poter avere delle competenze nuove che mi permettono anche di aiutare le famiglie dei pazienti”. Iwan Honest invece è medico in un altro puskemas e afferma: ” Nel mio territorio le persone malate mentalmente sono messe ai margini, addirittura incatenati, ma sono solo dei malati che devono essere aiutati, il pasong peggiora le loro condizioni e non risolve nulla”.

In Mongolia il trattamento della malattia mentale è stato influenzato nel passato (fino agli anni ’90) dagli specialisti russi per via dei forti legami che univa i due paesi. Ancora oggi il sistema di cura è centralizzato a Ulaan Baatar, la capitale che ospita la maggior parte degli abitanti del paese ed è orientato all’ospedalizzazione dei pazienti, nonostante il paese si sia dotato fin dal 2000 di leggi che programmano diversamente gli interventi. Il sistema di riabilitazione su base comunitaria è però assai diffuso in ogni parte del paese e questo può essere di grande aiuto per quanto riguarda l’assistenza e la riabilitazione delle persone con problemi psichici a livello comunitario. In Mongolia il progetto punta alla creazione di gruppi auto-aiuto di persone con problemi di salute mentale e alla formazione dei medici di famiglia, migliorando le loro competenze sul tema.
Liberia2In Liberia la malattia mentale è a volte associata con la possessione e la stregoneria, sono gli spiriti maligni che entrano nel corpo di una persona e la rendono così inferma; con questi presupposti la cura può venire solo da pratiche magiche. Il paese ha poi vissuto un lungo periodo di sanguinose guerre civili (1989-2003) che hanno lasciato traumatizzata gran parte della popolazione. Anche in questo paese il progetto prevede delle attività di formazione rivolta agli operatori sanitari perché siano attenti al rispetto dei diritti civili delle persone con problemi di salute mentale e perché promuovino l’idea di un’assistenza su base comunitaria e non solo accentrata negli ospedali psichiatrici che in Liberia sono comunque mancanti e con poco personale e mezzi.

10 ottobre: giornata mondiale della salute mentale

Il 10 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale della salute mentale, stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, insieme alla Federazione Mondiale della Salute Mentale intende accrescere la consapevolezza su questioni di salute mentale. L’OMS ha scritto i “10 facts on Mental Health”, il primo dice:
“Il 20% dei bambini e degli adolescenti di tutto il mondo ha disordini mentali con problemi tipici per ogni cultura. Inoltre le regioni del mondo con la più alta percentuale di popolazione sotto i 19 anni hanno il livello più basso di risorse per la salute mentale. La maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito ha un solo psichiatra infantile per 1-4 milioni di persone”.

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Ebola, pace, ong e social media, gioco d’azzardo, ecco i temi del numero di ottobre della rivista “Amici di Follereau”

AdF Aifo Ottobre 2014 LR_Pagina_01Gli articoli di apertura dell’ultimo numero della rivista di Aifo parlano del movimento pacifista italiano in cerca di sé stesso e della crisi che sta investendo la Liberia, paese particolarmente colpito dall’epidemia di Ebola , paese anche in cui Aifo sta lavorando da anni. L’associazione in questo momento sta impegnando il suo personale e le sue strutture presenti sul territorio per arginare l’epidemia attraverso un’opera di informazione e di sensibilizzazione della popolazione.
Altro tema trattato e quello del gioco d’azzardo, un’emergenza sociale in Italia visto il numero di persone che coinvolge e il giro d’affari spesso poco puliti. Il dossier del mese è dedicato invece a due social media media, Facebook e Twitter, sull’uso che ne fanno le ong italiane. Di salute mentale si parla nei due progetti presentati, uno riguardante lo stato del Kerala in India e l’altro riguardante uno studio comparato in cinque paesi  su come vengono trattati le persone con patologie mentali.  Infine, nella sezione “Strumenti”, un articolo che parla del linguaggio delle fotografia e di come, attraverso le foto, si possano raccontare i progetti nel sud del mondo.

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Essere presenti sul web è un lavoro complicato

Sempre più i gruppi esteri Aifo sono presenti sul web con propri siti. Come sono fatti? Come si relazionano con i social media? Come metterli in rete con quello italiano?

Il sito web di Aifo ha un ruolo centrale nella comunicazione del gruppo ma la presenza sul web non si limita ma si va sempre più arricchendo con nuove pagine digitali: esiste anche un sito web e una pagina Facebook di Aifo India e di Aifo Brasile.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire come si è arrivati a questa varietà di strumenti per informare.

L’importante è comunicare, bene e tutto
Per una struttura complessa come Aifo una comunicazione di buona qualità verso l’interno e verso l’esterno è una necessità. Scambiarsi informazioni fra le varie parti che compongono un gruppo strutturato in varie organizzazioni in Italia e all’estero, non è un’esigenza di secondo livello ma una priorità. Anche l’immagine complessiva verso l’esterno deve essere coerente e rappresentare bene quello che fa l’intera struttura.
In questo caso sono di grande aiuto le tecnologie digitali che permettono una comunicazione, anche in tempo reale, a costi ridottissimi e garantiscono la possibilità di pubblicare (sul web) informazioni scritte, ma anche multimediali, in modo rapido e sempre con spese contenute.
Aifo ha avuto in questi ultimi anni dei profondi cambiamenti organizzativi e si sta avviando sempre di più verso una sua internazionalizzazione, ovvero nei paesi dove Aifo è più strutturata sono nate delle organizzazioni locali con competenze che riguardano non solo la conduzione di un piano o di un progetto ma anche la raccolta fondi e la comunicazione.
In particolare quando si parla di comunicazione si deve fare i conti con le realtà culturali locali che portano con sé caratteri specifici. Il problema diventa allora quello armonizzare le varie parti e di avere un piano di comunicazione complessivo che identifichi l’azione di Aifo anche se viene svolta in paesi completamente differenti.

Non solo .it ma anche .br e .in
Cerchiamo ora di conoscere da vicino come sono fatti questi siti, sia da un punto di vista grafico che analizzando il tipo di informazione che fanno.
“Brasa” acronimo di Brasil saude e acao (Brasile Salute e Azione) è il nome dell’organizzazione e anche del sito che riporta in alto a destra nella home page il motto “Azioni di valore”.brasile_site
Disposto su due colonne, il sito oltre ad avere i classici riferimenti al “Chi siamo” e a “Contatti”, si suddivide in sezioni denominate “Notizie” e “Articoli” – anche se la distinzione tra le due aree non è chiara – che rappresentano la parte dinamica del sito e le sezioni “Progetti” e “Informazioni tecniche” che raccolgono invece la documentazione di progetti e linee guida.
Nella home page figura un banner su cui scorrono le immagini relative ai pezzi pubblicati sul sito che è stato creato nell’agosto del 2013 e su cui sono stati pubblicati 13 post (uno al mese circa).
Al sito viene associata anche una pagina Facebook; una scelta che bisogna sempre fare dato che oramai la gente raramente va su un sito per leggere qualcosa ma viene portata lì da un social media come Facebook. Questo significa che pubblicare del materiale sul proprio sito è solo una prima parte del proprio lavoro di promozione di contenuto, a cui deve seguire la sua condivisione su Facebook, Twitter e altri social network. Questa “gioco” però funziona se viene fatto con una certa continuità e curando il rapporto con i lettori, i fan, o le persone che si seguono e da cui veniamo seguiti su Twitter. Nel caso di Brasa sono stati fatti pochi post sulla pagina Facebook che ha solo 55 “Mi piace” così come su Twitter vi sono solo due post.

Amici di Roul Follereau, Aifo India” si legge nell’intestazione della home page; a sinistra il logo ben evidente dell’ong madre. Poi due menù sopra e sotto una grande immagine che copre quasi tutta la schermata iniziale. In questo modo accattivante si presenta il sito indiano che con pochi elementi – compreso a destra un bottone rosso per le donazioni – dice subito da chi è fatto e di cosa si occupa; a chiarire ogni dubbio la scritta, in caratteri cubitali posta poco sotto l’immagine grande che recita: ”Siamo un’organizzazione no profit che ha lo scopo di eliminare la lebbra in India, assistere le persone disabili e assicurare una buona qualità di vita a donne, bambini e ad ogni altra persona emarginata”. Il concetto viene rimarcato anche da quattro parole chiave (lebbra/disabilità, salute, educazione, mezzi di sussistenza), messe in evidenza graficamente e che linkano ad un’ulteriore spiegazione.india_site
Il menù in alto riprende gli stessi discorsi dando altre informazioni sul “Chi siamo”, “Dove siamo”, descrivendo le reti a cui essi aderiscono, offrendo la possibilità di fare volontariato .
Il materiale anche se ben suddiviso (eccetto la pagina sui progetti che sono contenuti tutti in un unico lunghissimo articolo) non viene aggiornato con delle novità e anche le parti più interessanti (Life stories) sono solo due, inserite probabilmente fin dall’inizio ma lasciate “sole”.
Più completo invece è il modo in cui il sito si collega ai social network. La pagina Facebook è attiva fin dal 2011 e contiene un certo numero di post, molte foto, ma riesce a raccogliere solo 225 “Mi piace”. Esiste anche un profilo su Twitter sui però sono stati postati solo 5 post in un anno e mezzo di attività. Per completare il quadro della presenza di Aifo India sui social media ricordiamo un canale Youtube (5 video caricati con quasi nessuna visualizzazione) e un recente profilo su GooglePlus dove vengono postati soprattutto i propri video.

Oltre la presenza occorre la continuità
Fare un sito ed essere presenti sui social media o, in altre parole, organizzare la propria attività su internet, è diventata una strada obbligata e i gruppi esteri di Aifo la stanno percorrendo. Occorre però essere sempre presenti on line, vivere la rete, altrimenti i mezzi che utilizziamo perdono velocemente di valore.
Un sito web deve avere sempre un certo aggiornamento e i suoi contenuti devono essere portati sui social media. Ma anche i social media devono essere “abitati”. Oltre a postare bisogna creare attorno a se una rete di lettori/fan/follower così come anche a nostra volta dobbiamo essere lettori/fan/following di qualcun altro. Più la rete di relazione si allarga, maggiori sono gli scambi. I grandi numeri non vogliono dire qualità, questo è vero, ma la qualità viene assicurata se chi sta dietro a queste operazioni ha cura dei contenuti che immette, così come delle relazioni che si intrattengono (le risposte, i commenti …).
Un passo ulteriore è quello di mettere in rete i siti Aifo in Italia, in India, in Brasile scambiandosi non solo i link ma proponendo gli uni agli altri degli articoli da pubblicare.

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In viaggio verso lo Zavhan

E’ uscita in formato cartaceo la graphic novel che racconta la vita di alcuni disabili della Mongolia attraverso l’uso del fumetto; un modo per raccontare cose difficili con strumenti espressivi facili. Chi è interessato lo può leggere anche on line.
Di seguito invece potete leggere l’introduzione.

zavhan

Tre giri intorno all’ovoo

La prima volta che incontrammo un ovoo fu al confine tra l’Arkhangai e lo Zavhan, due regioni nordoccidentali della Mongolia. Era stato costruito proprio a cavallo di un passo di montagna. Cominciava a imbrunire e il cielo era grigio. Nonostante fosse luglio la temperatura era di poco sopra lo zero. Ebe, il nostro autista, si fermò, scese dall’auto e si avviò verso un cumulo di pietre decorato con le tipiche sciarpe azzurre buddiste e da oggetti colorati non distinguibili in quella luce incerta. Unì le mani nella posizione della preghiera buddista e poi fece tre giri in senso orario intorno al cumulo, fermandosi ogni tanto per raccogliere delle piccole pietre che gettava sulla montagnola. Noi lo imitammo, più per cortesia che per convinzione, eppure, per quanto mi riguarda, quello fu il mio vero ingresso in Mongolia.

L’impegno ventennale di Aifo
Le storie che leggerete in questo libro, storie raccontate attraverso il fumetto, sono il risultato della collaborazione tra Aifo e il Centro Documentazione Handicap di Bologna. Le due organizzazioni nel corso degli anni hanno scritto l’una per l’altra nelle reciproche riviste, hanno partecipato a eventi comuni, appoggiato campagne di sensibilizzazione sulla disabilità. Questa collaborazione ha portato anche alla realizzazione di un corso di formazione alla comunicazione che il sottoscritto ha condotto nell’autunno del 2011 ai responsabili di settore di Aifo.
Uno dei temi fondamentali del corso era proprio quello di come raccontare in modo adeguato ciò che Aifo fa nei paesi del sud puntando su strumenti di comunicazione diversi (articoli, servizi fotografici, video…) e sulla qualità e la cura del prodotto informativo. Avevamo trattato anche della fase successiva a come, cioè, il prodotto informativo poteva essere utilizzato tra i soci dell’associazione e promosso in generale verso le istituzioni, i donors, i semplici cittadini.

Fu così una logica conseguenza l’idea di realizzare ciò di cui avevamo discusso nel corso di formazione, pensando al racconto di un progetto da scegliere nei paesi in cui era presente Aifo. La scelta del paese ricadde sulla Mongolia, un luogo dove l’ong lavora dal 1991 e dove è riuscita a fare riabilitazione su base comunitaria su tutto il territorio nazionale coinvolgendo solo nel 2012 oltre 26 mila persone disabili.
Ma come raccontare nel modo più completo questa situazione? Decidemmo di partire in due persone – e questo fu possibile soprattutto grazie a Francesca Ortali, responsabile progetti esteri di Aifo – io come giornalista e Salvo Lucchese come operatore, in modo da poter raccogliere le storie non solo attraverso delle parole ma anche attraverso delle immagini. Il frutto del nostro lavoro lo potete trovare nei brevi documentari caricati nel canale Vimeo (http://vimeo.com/aifo/videos) e nelle gallerie fotografiche su flickr (http://bit.ly/1fIDVRI); mentre il servizio giornalistico lo potete leggere nel numero 4 della rivista Accaparlante. Per ultimo abbiamo realizzato, grazie a Giuliano Cangiano, in arte solo Kanjano, questo fumetto che si basa sulle storie che abbiamo raccontato sia nei video che nei resoconti scritti, ma che, come abbiamo visto strada facendo, ha via via preso una sua fisionomia tutta originale visto che si tratta di un mezzo espressivo del tutto diverso rispetto ai precedenti.

Il libro inizia con un capitolo dedicato a un sintetico quadro storico, politico e sociale della Mongolia che è in assoluto uno dei paesi più originali del nostro pianeta. In successione trovate le storie di una persona disabile abitante a Ulaanbaatar, di un gruppo di mamme di bambini disabili della regione dello Zavhan e di una bag feldsher, una particolarissima infermiera che presta servizio a cavallo o su un cammello aiutando la popolazione nomade.
In appendice troverete invece due sezioni che hanno una funzione più didattica; nella prima parliamo della Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone disabili e nella seconda spieghiamo in cosa consista la riabilitazione su base comunitaria (RBC).

In viaggio con Ebe e Tuki
Dei 13 giorni, aeroporti esclusi, che abbiamo passato in Mongolia, sei ne abbiamo passati a bordo di un fuoristrada Toyota, questo perché da Ulaanbaatar a Uliastaj, la capitale dello Zavhan dove eravamo diretti, i 1200 chilometri da percorrere solo in minima parte erano su strada asfaltata, ma spesso si trasformavano in strade di ghiaia e altre volte in semplici piste sull’erba. Avevamo però un autista d’eccezione, Ebe, che oltre ad essere uno dei coordinatori delle attività di Aifo, ha dimostrato una conoscenza dei luoghi veramente speciale.
La prima volta che siamo saliti in macchina con lui, eravamo da poco atterrati all’aeroporto di Ulaanbataar, ci ha portato a casa di Bayaraa, il primo dei personaggi che troverete in questo libro. Bayaraa abita nella periferia della capitale che è circondata da una corona di gher, le tipiche tende mongole. In questa città che cresce di anno in anno ad un ritmo molto elevato, i nuovi arrivati si stabiliscono ai margini della capitale e, dato che la terra non costa niente – lo spazio libero qui e come l’aria, senza fine – basta una semplice registrazione per avere diritto ad una certa metratura di terreno al cui interno gli immigrati erigono la loro tenda o a volte una casetta di legno. Bayaraa ci aveva accolto in un modo molto cordiale e fin dalle prime battute avevamo capito che era una persona con cui sarebbe stato facile costruire una buona intervista. Abbiamo conosciuto quel giorno solo un figlio, mentre nel secondo incontro, avvenuto dieci giorni dopo, abbiamo potuto conoscere la famiglia quasi per intero. Una famiglia molto unita.
Il giorno dopo siamo partiti alla volta dello Zavhan e abbiamo viaggiato per quasi tre giorni di seguito. Uliastaj con il suo isolamento estremo ci è parso un luogo quasi incantato. Qui abbiamo incontrato prima Demchigsuren, un chirurgo e dirigente sanitario locale che ha sposato la causa della riabilitazione su base comunitaria e poi un gruppo di mamme che da una settimana viveva assieme a due specialiste di RBC per parlare dei loro figli disabili. Questa storia la conoscerete bene attraverso le tavole del fumetto che troverete nel libro; uno cosa però non poteva rientrare nei disegni direttamente e allora la riporto con delle parole. Anche se eravamo in Mongolia, anche se le madri erano delle nomadi con una cultura e uno stile di vita quanto di più lontano da una madre occidentale e italiana, ho rivisto in loro lo stesso atteggiamento di cura, di partecipazione, di testardaggine e di resistenza (ma potrei continuare ancora a lungo con le precisazioni) che ho incontrato tante volte nelle mamme italiane che ho conosciuto lavorando con i disabili: erano le stesse persone ed erano trasportate dallo stesso amore verso i loro figli.

In quei giorni abbiamo intervistato anche persone disabili adulte (non le troverete in questa pubblicazione, ma nei video e nel reportage) e abbiamo conosciuto la loro determinazione e la loro voglia di vivere come gli altri, di avere le stesse opportunità. In tutti questi incontri è stata fondamentale come interprete Tuki – anche lei responsabile delle attività di Aifo nel paese – ma anche come organizzatrice.
Nel libro è presente invece un personaggio molto particolare, una bag feldsher, un’infermiera a cavallo che abita in un’alta valle di montagna a qualche decina di chilometri da Uliastaj; in quel luogo regna il silenzio più assoluto, fatto eccezione per il sibilo del vento. Questo è stato un incontro difficile per il tipo di persona che ci siamo trovati di fronte, una donna molto competente e motivata ma anche riservata e taciturna; paradossalmente, se l’intervista è riuscita solo in parte (e lo potete constatare anche nel video), le emozioni che abbiamo provato in quella tenda con Munguntsetseg e la sorella (una signora anziana con problemi mentali), sono state molto intense e forse tramite il fumetto, abbiamo potuto dire qualcosa di più su questa persona veramente particolare (chissà se mai le arriverà tra le mani questo libro).

A nord di Uliastaj si sale per una collina su cui sorge uno stupa, il monumento spirituale che rappresenta il corpo del Buddha. Si percorre un sentiero ripido che simbolizza a sua volta il percorso verso l’illuminazione e la liberazione. Ma io e Salvo abbiamo risalito la collina al tramonto e il sole stava calando rapido sulla valle immensa che si apriva davanti a noi. Alle nostre spalle le divinità, racchiuse nelle loro costruzioni bianche e azzurre, guardavano anche loro, con occhi ardenti, la valle. Stava facendo sera e il nostro lavoro era ormai finito: potevamo tornarcene a casa.

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Pace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre della rivista Amici di Follereau

settembrePace, corruzione e tortura sono le parole chiave del numero di settembre di Amici di Follereau, la rivista di Aifo.
“Non ci deve consolare il fatto che la corruzione sia una manifestazione antica – dice Luciano Ardesi nell’articolo di apertura -. Come un fenomeno carsico si riaffaccia continuamente nel corso della storia, anche recente. Un po’ per abitudine, un po’
per convenienza, sembra che le coscienze si addormentino di fronte al ripetersi degli episodi”.
Come parlare di non violenza in contesti di guerra? E’ quello che l’ong Operazione Colomba sta facendo in Albania, Libano, Colombia e in Israele/Palestina. I suoi volontari si interpongono nelle situazioni di conflitto cercando di trovare delle soluzioni basate sulla nonviolenza.
Di tortura invece si parla in occasione di “Stop alla tortura” la campagna di Amnesty International contro una pratica diffusa in tutto il mondo e spesso accettata in nome della lotta al terrorismo.
Il dossier della rivista – scritto da Enrico Populin – è dedicato ad un approfondimento di cosa sia e come operi la Rbc, la riabilitazione su base comunitaria.
L’appello del mese invece riguarda la scuola di formazione professionale “Familia Agricola”, un progetto sostenuto da Aifo nel Tocantis, uno stato posto nel centro del Brasile,
Per finire un articolo che esamina da vicino come i gruppi Aifo, che operano all’estero, usano i social media e il web in generale per fare informazione e comunicare le proprie attività. Buona lettura!

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Mongolia: un’opportunità di lavoro per i pastori disabili

Sempre a proposito di come raccontare un progetto di una ong in stretta collaborazione con personale locale, ecco il risultato di un collaudato rapporto tra me e Tuki (Tulgamaa). Abbiano impostato  assieme lo schema dell’articolo, Tuki mi ha inviato foto e testi ed io alla fine ho ricucito tutto in questo testo.

di Tulgamaa Damdinsuren e Nicola Rabbi
Tseyenpil  è una signora non udente e che si esprime male, Purevdorj invece è un uomo che si muove con difficoltà: che cosa hanno in comune queste persone? Oltre ad abitare nella zona arida della Mongolia e avere una disabilità fisica, sono ambedue beneficiari di un progetto che Aifo, assieme alla Fondazione Prosolidar, sta portando avanti da alcuni anni. E’ un progetto un po’ insolito e che punta all’autonomia economica delle famiglie nomadi al cui interno è presente una persona con disabilità. Questa autonomia viene raggiunta attraverso un fondo rotativo di capi di bestiame, di capre per la precisione, animali resistenti al clima secco e gelido del deserto del Gobi che occupa parte dell’aimag dove vivono Tseyenpil e Purevdorj.

Foto AifoGli aimag sono le 21 regioni in cui si divide la Mongolia e il Gobi-Altai, la regione di cui stiamo parlando, è in gran parte desertica con delle temperature che d’inverno però raggiungono anche i 30 gradi sotto lo zero. Il Gobi non è il deserto che di solito ci si immagina ma ugualmente è difficile viverci e l’unica attività di sostentamento – laddove non ci sono delle miniere s’intende – è la pastorizia. Abitare in un posto simile, per una persona disabile e per la sua famiglia, è ancora peggio.

Tseyenpil è una pastora nomade di 42 anni e vive da sola con una figlia, anche lei con difficoltà nel linguaggio, e tre nipoti; i suoi altri quattro figli non abitano con lei ma ha ugualmente un’intera famiglia a cui dover provvedere. Lei è stata scelta come beneficiaria del fondo rotativo di bestiame e ha ricevuto lo scorso ottobre 20 capre che questa primavera, periodo in cui avviene la tosatura, le hanno dato sei chili di cashmere, un tipo di lana che si può vendere a 20 euro al chilo. Sembrano guadagni minimi per una persona che vive nei paesi ricchi eppure per lei hanno un enorme significato, significano una grande opportunità. Per accordi inoltre, tutti i capretti nati nel corso dell’anno, rimarranno di sua proprietà.

Avere una disabilità fisica per un pastore, dato che è un lavoro che implica molto movimento, è un grande problema, ma Purevdorj, un ragazzo di 28 anni, deve farlo per poter mantenere una famiglia composta da una moglie e da un figlio. Cinque anni fa, quando si è sposato, ha ricevuto dai parenti un certo numero di animali ma poi un inverno è stato vittima dello Zud. Questa parola dal suono secco e misterioso indica in Mongolia una calamità naturale che ogni tanto colpisce questo paese. Lo Zud è un inverno particolarmente freddo e nevoso che non permette agli animali di trovare del cibo; famosi sono stati quelli a cavallo del 2000 che si sono ripetuti più volte. Durante un inverno Purevdorj ha perso gran parte del suo bestiame ed è così rientrato nel programma di assistenza previsto dal progetto di Aifo. Gli sono state date 20 capre per un anno che questa primavera hanno prodotto sette chili di cashmere e hanno dato alla luce numerosi caprettini. Così quando, finito il suo periodo, dovrà ridare al fondo rotativo le 20 capre per un altro beneficiario, potrà comunque contare sui nuovi nati.

L’autonomia economica come inclusione sociale
“Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi  con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è questo per esteso il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione  Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del

Foto AifoSettore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea.
L’inclusione della persona con disabilità nella società avviene pienamente solo quando si assicura a questa persona anche la possibilità di lavorare e di avere un proprio reddito, in modo da non dipendere solo da qualche forma di assistenza. In Mongolia si assiste ad una disparità di occasioni tra le persone disabili che vivono nei centri urbani (soprattutto nella capitale) e quelli che vivono in campagna. A questo si aggiunge la peculiarità che le famiglie nomadi in quel paese rappresentano almeno il 25% della popolazione. Vivono nelle tipiche tende circolari fatte di feltro (le gher) e periodicamente si spostano alla ricerca di pascoli adatti al loro bestiame. Il progetto si rivolge proprio alle famiglie in cui sono presenti delle persone con disabilità e le aiuta attraverso un sistema di prestito di bestiame a rotazione. Ogni anno (e per tre anni) vengono acquistate 1000 capre che vengono distribuite a 50 famiglie che ne possono disporre solo per un anno ma a cui rimarranno tutti i nuovi nati. Finito l’anno gli animali passano ad un’altra famiglia e così via, In questo modo vengono raggiunte 300 famiglie, coprendo tutto il territorio del paese. Le famiglie non sono scelte  a caso ma vengono individuate a livello di distretto (denominati somon) da un gruppo di persone che conoscono la situazione, come il medico di comunità e il responsabile della riabilitazione su base comunitaria.

Per conoscere la Mongolia
La Mongolia è un paese che presenta ancora, nonostante la globalizzazione che ci rende tutti più simili, dei caratteri fortemente originali. E’ grande 5 volte l’Italia ma ha una popolazione al di sotto dei tre milioni di abitanti, dandole il primato del paese con il minor numero di abitanti per chilometro quadrato. Metà della sua popolazione è poi concentrata nella capitale – Ulaanbaatar – che in 10 anni si è ingrandita enormemente. Altre caratteristica del paese è il clima estremamente freddo per gran parte dell’anno e la scarsità di precipitazioni, questo però solo nella sua parte meridionale dove si trova il deserto del Gobi.

Storicamente la Mongolia è la patria di Temujin (ovvero Gengis Kahn) che creò nel 1022 il più vasto impero della storia.
Nel 1992, dopo quasi 70 anni di repubblica socialista sotto la protezione dell’Unione Sovietica, divenne una repubblica parlamentare aprendosi al libero mercato. Venuti meno gli aiuti russi la Mongolia attraversò un periodo molto difficile negli anni ’90 e i disabili, come ogni categoria svantaggiata, furono i più colpiti dalla mancanza di cibo, di assistenza sanitaria e di un’adeguata educazione. La Mongolia, però, in questi ultimi anni sta conoscendo uno sviluppo economico incredibile (il Pil nel 2011 è cresciuto del 17,5%, nel 2012 del 11,2%, nel 2013 del 12,5%), un aumento dovuto alle sue miniere di rame, oro e carbone, tra le più grandi del mondo e che le hanno regalato il nomignolo di “Mine-Golia”.
Questa crescita economica, come capita spesso nei paesi in via di sviluppo, non si accompagna però ad un crescita dei servizi sanitari, sociali ed educativi per tutti, anzi il divario tra chi è ricco e chi è povero tende ad aumentare, anche se altri indicatori (percentuale di popolazione che è al di sotto della soglia della povertà e aspettative di vita media) tendono a migliorare.

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Make development inclusive! Quando la cooperazione si occupa di disabilità nei paesi poveri

Riporto una ricerca realizzata dal Centro Documentazione Handicap di Bologna in collaborazione con Aifo su cooperazione e disabilità. Il lavoro è stato rimontato usando la piattaforma offerta da storify e arricchita con due contenuti video. Il lavoro è del dicembre del 2011 ma è ancora attuale; l’unica novità di rilievo è rappresentata dal  Piano d’Azione sulla Cooperazione allo Sviluppo e la Disabilità redatto dai tecnici del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la Rids.

accaparlante

Sono circa un miliardo le persone con disabilità nel mondo, l’80% delle persone con disabilità vive nei paesi poveri o, detto in un altro modo, chi è disabile ha anche molte più probabilità di essere povero.
Molte persone che si occupano nei paesi occidentali di inclusione delle persone con disabilità non hanno una percezione reale dello stato di abbandono in cui versano nei paesi in via di sviluppo, anche in quelli che hanno delle economie emergenti.

In Italia le ONG che fanno cooperazione allo sviluppo sul tema della disabilità in modo continuativo sono poche, ma le cose stanno cambiando, si comincia  respirare un’aria nuova in questo settore.
Dopo la ratifica da parte dell’Italia (2009) della Convenzione Internazionale sui diritti delle persone Disabili (Onu 2006), sono state approvate le Linee Guida sulla disabilità da parte del Ministero Affari Esteri. Queste linee guida prendono spunto dall’articolo 32 della Convenzione Onu che parla proprio direttamente di cooperazione allo sviluppo e di disabilità.
Da un lato questo movimento legislativo e culturale potrebbe portare ad una crescita sia della progettazione che della sua realizzazione, dall’altro però ci troviamo di fronte ad un periodo di crisi economica perdurante e drammatico, il peggiore che il nostra paese ha dovuto affrontare dal dopoguerra. Questa crisi economica si traduce in una progressiva riduzione degli stanziamenti a favore della cooperazione italiana, già dotata di poche risorse se paragonata ad altri paesi europei. Ma la crisi non deve essere un pretesto per questi tagli, visto che la cooperazione non è carità, anzi cooperare allo sviluppo vuol dire sviluppare anche se stessi, soprattutto in un mondo come il nostro, dove tutto è sempre più connesso e dove lo sviluppo di una parte a scapito di un’altra, oramai si sa, danneggia l’intero sistema nel lungo, ma anche nel medio periodo.

Per scrivere questo approfondimento abbiamo intervistato persone che lavorano all’interno delle ONG, rappresentanti della Direzione generale cooperazione allo sviluppo e un rappresentante italiano (Gianpiero Griffo) della Disabled People International.
La maggior parte dei contributi provengono da una sola ong, Aifo, il gruppo che storicamente si occupa in Italia di cooperazione allo sviluppo e disabilità.

Il lavoro è suddiviso in tre parti, la prima di carattere generale e contestuale, la seconda che racconta esperienze di cooperazione e l’ultima che si occupa solo del tema della comunicazione, o meglio dell’importanza che la comunicazione deve avere sia per quanto riguarda il racconto dei progetti in sé e la loro diffusione, sia per quanto riguarda l’uso di strumenti informativi all’interno dei progetti stessi, campi ancora da sviluppare in modo adeguato.

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Spontanei, efficienti o cool: i tanti modi per raccontarsi con i media digitali

Gli strumenti di comunicazione digitali offrono delle enormi opportunità a quei gruppi che non hanno molti soldi da spendere in comunicazione e in genere a tutte quelle organizzazioni sparpagliate in giro per pianeta (come è il caso delle ong). Oggi vi racconto come abbiamo portato la voce (e il volto) di tre cooperanti locali all’assemblea nazionale di Aifo.
Il compito era quello di far parlare, all’interno dell’incontro di due giorni, i responsabili di tre programmi paese (Brasile, Mongolia, India) attraverso un intervento video di pochi minuti, giusto per avere un’idea della loro situazione e anche per dare un po’ di movimento ai lavori attorno a un tavolo. Avevamo poco tempo per recuperare queste testimonianze, solo qualche giorno, e in più le persone da coinvolgere avevano degli impegni personali. Dopo averli avvertiti con un’e-mail, ecco quello che è successo.

Deolinda, la coordinatrice locale in Brasile, doveva partire per una zona del suo paese dove non c’era copertura internet e allora abbiamo realizzato un’intervista video via skype, usando un programma gratuito in rete per registrazione audio video (in questo caso Free Video call Recorder per skype, ma ve ne sono altri). La qualità video è decisamente scarsa, l’improvvisazione ha portato con sé la vocina di una bimba che strilla sullo sfondo e anche il riflesso azzurrognolo dello schermo del computer sugli occhiali di Deolinda, ma in due minuti si riesce ad avere un quadro del lavoro di Aifo in Brasile. Poi un veloce lavoro di montaggio video (con Adobe Premiere), un titolo e il gioco è fatto.

Diverso il discorso con Tuki, la referente Aifo in Mongolia che, confermando la reputazione data ai mongoli di essere i tedeschi asiatici, mi fa arrivare tramite wetransfer tre video girati  in un formato ad alta definizione per un totale di 15 minuti, che mi creano diversi problemi nel montaggio e che assieme alla sottotitolazione in italiano si portano via almeno tre ore di lavoro. L’intervista ricucita in meno di 3 minuti è ricca di informazioni.

Infine Jose, referente per l’India, che non a caso abita nella tecnologica Bangalore, non manda un video, ma fornisce il link ad una presentazione fatta con Adobe Voice (un app per ipad) che assomiglia ad una presentazione in Powerpoint dove, con un ritmo troppo rapido per una platea non anglofona, racconta il loro impegno contro la lebbra e i finanziamenti che hanno ricevuto e che vorrebbero ricevere, il tutto con uno stile decisamente cool, secco e sintetico. Manca però Jose.

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Demchigsuren, iI dottore che non si limita a tagliare

 

Demchigsuren è un omone non molto alto, la statura media dei maschi mongoli è piuttosta bassa, ma dal fisico poderoso. Occupa un ruolo importante nella sua regione dato che è il capo del Dipartimento alla Salute e in passato è stato anche un rappresentante del parlamento regionale. Lo abbiamo intervistato perché è uno di quei medici che conoscendo la riabilitazione su base comunitaria ha cambiato il suo modo di lavorare.

Come chirurgo e traumatologo il suo compito era quello di “aggiustare” e là dove non si poteva, tagliare la parte del corpo offesa. In Mongolia le strade sono pericolose e gli incidenti, in rapporto al numero di macchine che girano, molto frequenti. D’inverno poi, oltre al freddo complice qualche bicchierino di akhri (vodka) in più, alcune persone perdono gli arti a causa del congelamento.

Il suo incontro con la RBC nel 1996 lo ha portato a riconsiderare il suo ruolo di medico che non si può limitare a curare solo la parte malata del corpo ma deve considerare il paziente nel suo insieme, come persona che, dopo avere perduto un arto, perde anche il suo lavoro. Questa presa di coscienza da parte di un medico è molto importante e porta al cambiamento di molto altro. Demchigsuren è solo un medico ma sente di doversi occupare anche dei pregiudizi che la società mongola ha verso le persone disabili.

Quando mi capita, qualche volta, non sempre è così naturalmente, di incontrare un medico in ospedale e di sentire come parla e vedere come si atteggia nei miei confronti, mi ritorna in mente Demchigsuren, che durante una cena in una gher continuava a bere dal mio bicchierino di akhri e che il mattino del giorno dopo, al momento dell’addio, è arrivato con uno scatolone unto e semiaperto al cui interno c’era un regalo per noi: una mezza capra bollita!

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Come raccontare un progetto?

MunguntsetsegOgni mese lo stesso problema. Quando si tratta di raccontare sulla rivista un progetto seguito da Aifo in qualche parte del mondo ritornano sempre gli stessi dubbi. All’inizio abbiamo pensato ad un articolo (Ashini vuol giocare a cricket) dove accanto alla descrizione del progetto ci fossero delle testimonianze, ma poi si poneva sempre il problema delle “storie”, ovvero della parte dove si racconta la vita della persona svantaggiata coinvolta nel progetto. In genere le storie hanno tutte lo stesso problema, mancano di profondità, di dettagli e così finiscono, in un modo imbarazzante, per assomigliarsi l”una all’altra e in questo modo si fa un cattivo servizio (dal punto di vista giornalistico, ma non solo).
Con Luciano Ardesi, il mio compagno di viaggio in questa avventura editoriale, abbiamo cominciato a raccogliere testi e altre informazioni direttamente dai cooperanti italiani espatriati o dal personale locale per avere delle testimonianze più pregnanti e un panorama culturale (ma anche politico, sociale, economico) in cui situare le storie. I nostri racconti sono diventati così un po’ più incisivi (Salute mentale in Cina: apriamo la grande muraglia).
Accanto al testo abbiamo lavorato in parallelo anche nella ricerca di fotografie adeguate che facessero parte dell’articolo in un modo integrante e non come semplice orpello, fotografie espressive e non in “posa”.
Infine, sempre per rendere più interessante il lavoro, abbiamo cominciato anche a suddividerlo in parti diverse (sulla rivista cartacea appaiono come box su sfondo colorato), tra cui anche una breve sezione dedicata ad una particolarità storica o sociale o economica del paesi di cui parlavamo (Se la voce di Nenlay Doe si diffonde per radio), questo con lo scopo di informare il lettore ma anche di rendere più interessanti temi di non facile lettura.
Non sempre, naturalmente, riusciamo ad avere tutti gli elementi presenti assieme, a volte mancano delle testimonianze efficaci, altre volte delle foto, ma la tensione è di avere comunque il massimo possibile per ogni aspetto soprattutto cercando di avere un contatto diretto con la realtà che raccontiamo.
Una sola volta abbiamo raccolto le testimonianze “in viva voce” usando skype e, nonostante, la mediazione digitale, penso che il risultato sia stato tra i più riusciti in termini di vivacità del racconto e di presa sul lettore (Pedro: una casa tutta mia per cancellare lo stigma): voi che ne dite? Che altre strade si possono tentare?

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Se la voce di Nenlay Doe si diffonde per radio

Ed ecco il frutto della collaborazione con Luther Mendin, L’articolo lo trovate anche sul nuovo numero della rivista di Aifo

Monger

Foto di Luther Mendin

In Liberia un nuovo ruolo per le persone disabili nella società del dopoguerra
Vi sono molte persone disabili in Liberia, più che altrove, e questo è dovuto non solo a cause naturali o a incidenti ma al fatto che in questo paese si sia combattuta una sanguinosa guerra civile che ha portato alla morte di oltre 200 mila persone e ne ha rese invalide molte altre.
Per una persona disabile vivere in questo paese non è facile perché mancano i servizi sanitari, assistenziali e riabilitativi di base, soprattutto nelle aree rurali, e anche perché l’atteggiamento verso di loro è in alcuni casi decisamente discriminatorio: i disabili vengono abbandonati, esclusi dalla comunità e i loro diritti non vengono rispettati.

La storia di Monger Kahn, un ex malato di lebbra che abita nella contea di Nimba all’interno del paese, è piuttosto esemplare in questo senso. “Aifo mi ha pagato una visita al Centro di Riabilitazione Ganta e poco dopo hanno cominciato a coinvolgermi in un programma di riabilitazione su base comunitaria: è stata questa cosa che ha cambiato il corso della mia vita”. Prima di allora Monger, sposato e con dei figli, aveva vissuto una vita ai margini della società, escluso e maltrattato. Da quel momento comincia a frequentare un corso di alfabetizzazione e un altro per la fabbricazione di saponi. S’impegna e si dimostra così bravo tanto da diventare lui stesso responsabile di quei corsi e conduttore di gruppi di auto-aiuto. Questa sua nuova attività gli viene anche stipendiata da Aifo. Intanto decolla la sua attività di fabbricante di sapone, dove coinvolge la moglie, con il risultato di vedere notevolmente migliorata la sua situazione economica. “Adesso – racconta Monger – sono insegnante in una scuola cittadina a Wuo e anche responsabile del gruppo di auto-aiuto. Da noi c’è un detto che dice, ‘se qualcuno ti lava la schiena, tu lavati la faccia’, questo per dire che in futuro vogliamo coinvolgere molte altre persone disabili e ampliare le nostre attività”.

Doe

Foto di Luther Mendin

Nenlay Doe è invece una signora con una disabilità fisica alle gambe, anche lei abitante nella contea di Nimba al confine con la Costa D’Avorio. “Prima di venire coinvolta nelle attività di Aifo non avevo nessun peso nella mia comunità; nessuno mi chiedeva mai di partecipare alle riunioni se si doveva decidere qualcosa, ma adesso tutto è cambiato”. Il programma su riabilitazione su base comunitaria l’ha resa consapevole dei suoi diritti e del fatto che anche lei ha qualcosa da dire a livello locale. “Adesso sono diventata la rappresentante di tutte le persone disabili della mia contea e la mia opinione ha un peso. Parlo alla radio dei diritti delle persone disabili e di come questi, a volte, non siano rispettati”. Nenlay e gli altri attivisti del suo gruppo recentemente hanno ottenuto un grande risultato di cui vanni fieri, sono riusciti ad avere dal governo locale un finanziamento per i disabili delle contea.

Esther

Foto di Luther Mendin

Esther Dehmie, disabile fisica, abita nella contea di Margibi e l’incontro con Aifo ha rappresentato per lei un profondo cambiamento sotto punti di vista diversi. “Attraverso il gruppo di aiuto-aiuto e il corso di formazione, ho cominciato ad allevare dei polli che adesso vendo. Sono diventata anche sarta e ottengo un buon reddito cucendo le divise per gli alunni della scuola locale”. L a caratteristica della riabilitazione su base comunitaria è anche quella di operare su più livelli interessando tutto ciò che ruota attorno alla persona disabile migliorando la sua condizione esistenziale complessivamente. Così degli aiuti di Aifo ne ha beneficiato il figlio che è stato operato alla cataratta in un occhio. Anche a livello di ausili la situazione è decisamente cambiata: “Fino a due anni fa, non avevo una carrozzina per spostarmi e questo mi limitava molto. Adesso ne ho una mia e ho imparato ad aggiustarla; questo mi permette di essere di aiuto alle altre persone disabili che possono avere problemi con le loro carrozzine”.

Il progetto “Oltre le barriere”
“Oltre le barriere. Sviluppo Inclusivo Comunitario per le persone con disabilità in Liberia” è il titolo di questo progetto che vuole contribuire allo sviluppo di un Programma nazionale di riabilitazione su base comunitaria in sei Contee del paese (in tutto ve ne sono 15). Aifo, che è presente in Liberia dal 1997, lavora in due direzioni: da un lato sostenendo direttamente le persone disabili e dall’altro promuovendo l’inclusione della disabilità nelle politiche nazionali di sviluppo.
Obiettivo prioritario del progetto è far sì che la Commissione Nazionale per le Disabilità , partner locale, sia in grado di assumersi la piena responsabilità del Programma alla fine del progetto. Per questo motivo si punta molto sulla formazione e l’aggiornamento del personale tecnico del Programma attraverso incontri e visite di supervisione. Il progetto raggiungerà oltre 1.200 persone con disabilità, supportandole in tutti gli aspetti della loro vita: salute, educazione, lavoro, partecipazione sociale e empowerment. Particolare attenzione sarà posta ai Gruppi di Auto Aiuto, come luogo privilegiato per la promozione dei diritti.
Le attività riguarderanno l’assistenza medica e gli interventi chirurgici riabilitativi, le visite a domicilio, le borse di studio e altro materiale per le scuole, i corsi di alfabetizzazione per adulti, l’avvio di attività generatrici di reddito e le campagne di sensibilizzazione e informazione.

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Foto di Simona Venturoli – Aifo

Liberia: il paese degli afro-americani
La Liberia è uno stato situato nell’Africa occidentale e confinante con Sierra Leone, Guinea e Costa D’Avorio; ha una storia molto particolare che lo differenzia dagli altri stati africani; è stato fondato nel 1822 da un gruppo di coloni afro-americani che ritornavano “liberi” dagli Stati Uniti e volevano creare una nuova nazione, cosa che poi avvenne nel 1847. La stessa bandiera liberiana è identica a quella degli Stati Uniti ma di stelle dorate ne ha solo una. La sua però non è certo la storia di uno stato democratico “felice” dato che le guerre civili (1989-2003) ne hanno distrutto l’economia e ucciso centinaia di migliaia di persone.
Il paese è grande poco più di un terzo dell’Italia ed è abitato solamente da circa 4 milioni di abitanti, di cui 1 milione abitano nella capitale Monrovia. Anche se la lingua ufficiale è quella inglese, nel paese vivono 16 gruppi etnici differenti e si parlano numerose altre lingue. La Liberia rimane uno dei paesi più poveri dell’Africa Sub-sahariana: la speranza di vita alla nascita è di 57 anni, il tasso di mortalità infantile è di 72 morti ogni mille nati e si contano 2 medici ogni 100.000 abitanti. Il tasso di analfabetismo raggiunge il 69,5%.
La struttura economica del paese è di tipo neocoloniale: lo sviluppo delle piantagioni di caucciù e dell’industria mineraria, controllate da capitale straniero, non ha innescato il decollo economico del paese che è ancora in larga parte caratterizzato da un’economia di sussistenza o dal sostegno dei donatori internazionali.

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“In piedi costruttori di Pace!” Ecco il numero di giugno della rivista di Aifo

“In piedi costruttori di Pace”! Questa la scritta che appare sulla copertina del nuovo numero di giugno della rivista di Aifo. L’articolo iniziale è infatti dedicato all’Arena di Pace e Disarmo di Verona, la grande manifestazione che si è svolta lo scorso 25 aprile e che ha visto la partecipazione di 13 mila persone. Di nonviolenza e di rifiuto totale della guerra se ne parla sempre poco e chi lavora nella cooperazione internazionale e ha visto e vissuto esperienze dirette, sa bene che è questo il nodo fondamentale da sciogliere. La distruzione di vite umane, beni e risorse che porta ogni guerra, ogni violenza è veramente senza senso perché conduce sempre ad un circolo vizioso (dalla violenza non si esce di certo con dell’altra violenza).aifo_giugno
Nella rivista si parla anche del problema dell’invecchiamento della popolazione, fenomeno che avviene non solo nelle nazioni sviluppate ma oramai anche in Cina, in Mongolia… creando situazioni del tutto inedite a cui si dovrà dare una risposta pena il declino economico.
Il dossier è invece dedicato al tema della responsabilità sociale d’impresa e di come il profit possa impegnarsi nel sociale soprattutto per quanto riguarda la situazione delle persone con disabilità.
Oltre al tema del crowdfunding sul web, vengono presentati anche due progetti, in Liberia e in India, che Aifo sta realizzando e che riguardano l’autonomia e il rafforzamento del ruolo sociale delle persone disabili.

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Pedro: una casa tutta mia per cancellare lo stigma

di Pedro Dias Dos Santos
Adesso che ci ripenso c’è stato un prima e un dopo nella mia vita, forse capita così ad altri; nel mio caso il dopo ha coinciso con i miei 18 anni, età in cui mi hanno diagnosticato la malattia.
Faccio fatica a ricordare quel periodo, anzi di alcuni anni praticamente non ho più un ricordo, so solo quello che gli altri hanno raccontato di me.
Ricordo bene mia madre che mi ha accompagnato al lebbrosario e poi se n’è tornata a casa. In quegli anni chi si ammalava veniva separato dal resto del mondo e a me è capitato proprio questo. All’improvviso non ho avuto più una famiglia e degli amici ma solo l’ospedale. Poi le gambe hanno iniziato a paralizzarsi e non riuscivo più a camminare e anche la mia testa ha cominciato a non funzionare più.

pedroAncora oggi che ho 47 anni, posso basarmi solo sulle parole degli altri per raccontare tutta la storia; mi hanno detto che ho avuto un crollo psichico e che non sapevo più chi ero e dove mi trovavo, che non riuscivo a ricordare nulla.
Questo periodo è durato per un bel po’ di tempo ma non per sempre. Gli psichiatri e gli psicologi mi hanno aiutato a guarire e dopo 5-6 anni sono tornato alla normalità. Anche il problema che avevo alle gambe a poco a poco si è risolto e dopo tre operazioni ho ripreso a camminare, e così dopo 10 anni passati in ospedale, quasi sempre in carrozzina, alla fine sono guarito.

Per un ex malato di lebbra, guarire, è solo il primo passo verso la normalità, ne occorrono altri, difficili da percorrere per ritornare a vivere come gli altri.
Io sono rientrato nel progetto sostenuto dall‘Aifo “Casa Viva” dove i pazienti dell’ex lebbrosario di Santa Marta vengono assistiti da psicologi e terapisti occupazionali e dove hanno l’opportunità di sviluppare attività che stimolano le loro capacità mentali, creative, sociali e conviviali. E’ stato ed è un luogo molto importante per me, perché lì ho cominciato a lavorare come pittore, professione con cui mi mantengo Sono soprattutto un pittore che fa paesaggi, paesaggi amazzonici.

A “Casa Viva” ho conosciuto la persona che è diventata mia moglie, era lì perché anche suo padre era un ex ospite dell’ospedale Santa Marta. Assieme abbiamo avuto  una figlia e abitiamo in un appartamento che il governo ci ha assegnato nelle vicinanze. Il nostro desiderio è però diverso. Per vivere come gli altri vorremmo avere una casa nostra, comprarcela e tra le mie entrate come pittore e le sue come impiegata pubblica, un giorno ce la faremo, solo allora questa impronta, che ho ancora addosso, sarà cancellata.

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“Governare l’informazione” nel numero di maggio di “Amici di Follereau”

“Governare l’informazione. Le nuove maniere della politica: raccontarci storie”  è questo il titolo del dossier che leggerete sul  numero di maggio della rivista “Amici di Follereau” di Aifo.  Poi nello spazio dedicato alla “Profezia” un articolo dedicato alla spesa per le armi e in particolare all’acquisto degli aerei F35. In primo piano abbiamo trattato di Banning Poverty 2018, una campagna che vuole appunto mettere al bando la povertà entro quell’anno.
Nello spazio dedicato alle iniziative di Aifo sono invece presentati un progetto in Guinea Bissau riguardante la maternità e un progetto in Nepal che vede al centro invece le donne disabili che vivono nelle zone rurali.

maggio2014