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Lo yoghurt più buono della Mongolia

038La storia di Otgontsagaan che non poteva più fare il pastore ma che è diventata un’imprenditrice di successo grazie alla riabilitazione su base comunitaria (articolo pubblicato nel numero di novembre della rivista “Amici di Follereau”).

Otgontsagaan era una ragazzina di 13 quando cadde da cavallo. Stava accudendo ai suoi animali e nonostante fosse una pastore nomade del nord della Mongolia e perciò abituata fin da bambina a questo genere di attività, è caduta giù. Una gamba rotta, un incidente doloroso ma niente di pericoloso, eppure, per il fatto che la sua tenda si trovava lontana 70 chilometri dal villaggio più vicino, dove avrebbe trovato un primo soccorso, quell’incidente ha cambiato il corso della sua vita. “La mia gamba non è mai tornata come prima, non ho più potuto rimontare a cavallo per seguire i miei animali: sono disabile oramai da 40 anni”.
La sua famiglia di pastori nomadi non è come le altre famiglie, vanta un tradizione illustre: suo padre ebbe il premio di “pastore dell’anno”, suo fratello più anziano lo riconquistò nel 1972, mentre il nipote di un altro suo fratello lo ha riconquistato di recente.
Otgontsagaan dopo l’incidente non ha più potuto portare avanti questa tradizione, eppure a modo suo, grazie alle opportunità offerte dalla riabilitazione su base comunitaria organizzata su tutto il territorio nazionale, ha potuto trovare una sua strada ed eccellere come … produttrice di yogurt!

Un’imprenditrice di successo

Il mio yoghurt è fatto con latte di pecora e nient’altro, non aggiungo niente – afferma – ma il mio segreto sta nel regolare la temperatura giusta”. E’ molto orgogliosa Otgontsagaan quando parla della sua attività che le ha permesso di contribuire al benessere della famiglia, ma questa sua dedizione al lavoro non è motivata solo da quello che guadagna, ma anche dal significato che ha avuto per la sua vita che come persona disabile avrebbe potuto essere molto diversa. “Le persone con disabilità  tendono in generale ad essere passivi, ad aspettare ogni cosa, come dei vasi che aspettano di essere riempiti. Dobbiamo invece darci da fare, cercare con il lavoro di avere una vita nostra”.
Questa presa di coscienza, pur interessandoci di una persona con una personalità spiccata, non è emersa naturalmente ma dietro a tutto questo c’è un processo, un percorso che ha portato Otgontsagaan ha sviluppare queste idee. E’ questo il risultato della riabilitazione su base comunitaria che Aifo sta portando avanti da più di 20 anni in tutta la Mongolia. Il rafforzamento delle capacità delle persone disabili infatti è resa possibile dai gruppi auto-aiuto, dalla formazione  che attraverso la figura di alcuni specialisti porta le persone disabili ad avere una coscienza nuova,ad essere parte attività della società in cui vive e a rivendicare i diritti per sé e per gli altri.
Ma tutto questo non basta, occorre anche un sostegno economico per avviare le proprie attività e nel suo caso Otgontsagaan ha potuto utilizzare di due crediti, uno nel 2009 e un altro nel 2013  che le ha permesso diventare produttrice di yoghurt e anche gestire un forno per la produzione del pane. le due attività economiche hanno avuto successo e ha potuto restituire facilmente tutto il denaro nel tempo prestabilito.

Una vita come gli altri

Quando ebbe l’incidente Otgontsagaan non poté nemmeno continuare gli studi ed è per questo che ha seguito molto sotto questo aspetto i suoi 4 figli. Oggi uno insegna in un’università nel nord della Mongolia, un altro si è laureato a Mosca, un terzo sta studiando a Pechino e infine il quarto è in Ucraina sempre per motivi di studio.
Lei invece continua ad occuparsi dello yoghurt e del latte: “Per me il latte ha una grande importanza, lo trovo… bianco e ‘santo'”. Dice così perché tutta la sua vita ruota attorno ad esso.
“Porto il mio latte negli asili, anche il pane lo vendo in giro, ma l’aumento di mole di lavoro mi ha costretta ad appoggiarmi ad un negozio; rifornisco con la mia merce due negozi, Tevhen  e Anu, e in questo modo il mio giro di affari si è pure allargato”.   Recentemente ha anche acquistato una nuova macchina impastatrice grazie al credito offertole dal programma di riabilitazione su base comunitaria. Nel suo laboratorio oltre al marito vi lavorano anche delle persone disabili che ha conosciuto grazie ad un gruppo di auto aiuto che lei stessa ha organizzato: “In questo gruppo ci aiutiamo l’uno con l’altro, due persone che lo frequentano sono diventati anche miei colleghi; loro non vedono e questa particolare condizione ha fatto si che siano molto bravi nell’arte della panificazione, tramite l’olfatto capiscono quando è momento di sfornare”.
In questo modo altre due persone con disabilità hanno trovato un lavoro, del resto la riabilitazione su base comunitaria non riguarda solo la singola persona, ma il gruppo che nell’insieme trae benefico dalle opportunità che via via si presentano.

“Tegsh Duuren”, una piena uguaglianza per le persone disabili

Aifo è presente in Mongolia da 23 anni per sostenere il Programma Nazionale di Riabilitazione su Base Comunitaria. La sua attività ha origine nel 1991 con una missione assieme all’OMS per valutare con il governo della Mongolia, la possibilità di avviare un programma di riabilitazione su base comunitaria per le persone con disabilità che tenesse conto delle specificità del territorio mongolo e del problema sociale rappresentato dalle persone con  disabilità, mediamente 5% – 10% della popolazione,. Non vi erano comunque dati certi e soprattutto mancavano strutture sanitarie adeguate. Il Progetto Rbc parte definitivamente nel 1992 e il primo passo fu la formazione di tre medici in qualità di formatori, la nomina da parte del Ministero della Salute di un coordinatore nazionale Rbc, la traduzione e la stampa del manuale Rbc dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Date le difficoltà economiche del paese, l’inserimento del programma di Rbc all’interno del sistema sanitario ha creato qualche problema all’inizio. Ma la distribuzione capillare del personale sanitario, a livello urbano e rurale, e in particolare la presenza di operatori a livello comunitario (medici di famiglia e feldshers) hanno contribuito all’avvio delle attività di Rbc.
Il progetto è proseguito, grazie al finanziamento di Aifo e dell’Unione Europea, portando a un aumento delle attività, all’ampliamento del bacino dei beneficiari, all’adozione di un approccio multisettoriale, allargamento del team e alla crescita delle professionalità (grazie ai viaggi-studio all’estero), all’utilizzo del microcredito.
Il programma Rbc ha preso il nome di “Tegsh Duuren” che significa piena uguaglianza ed è arrivato a coprire 21 province (aimag) e 9 distretti di Ulaanbaatar, cioè l’intera Mongolia, diventando così un modello a livello internazionale.

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Le persone disabili a Gaza e sulle orme di Follereau nell’ultimo numero della rivista di Aifo

Senza titolo-1Pochi lo sanno ma è stato proprio in Costa D’Avorio che Raoul Follereau ha incontrato ed ha iniziato la sua battaglia contro la lebbra. Il dossier di questo numero è dedicato a questo paese oggi alle prese con una difficile riconciliazione, tra povertà e nuove emergenze.
Nella sezione della rivista “In primo piano” la condizione delle persone con disabilità che hanno vissuto il periodo di guerra all’interno di Gaza; alcuni sono morti ma soprattutto sono state cancellate strutture e servizi e rese invalide molte altre persone.
Si parla anche di Sardegna, non come paradiso del turista ma come paradiso per le basi militari che hanno causato un disastro ambientale e sanitario di cui ancora non se ne vede la fine.
Infine vengono presentai due progetti di cooperazione uno in Mongolia dove si racconta la storia di Otgontsagaan,  una persona disabile che è diventata un’imprenditrice di successo grazie alla riabilitazione su base comunitaria. L’altro progetto invece riguarda la Cina; qui Li Fukang racconta invece la sua difficile esperienza di figlio con un padre ex-ammalato di lebbra, condizione questa che ancora in alcune regioni periferiche della Cina significa esclusione sociale anche per i parenti.

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Guerra ai disabili!

Le persone con disabilità sono state particolarmente colpite durante l’attacco a Gaza. Dieci i morti, undici i feriti, le strutture e i servizi cancellati dalle bombe e infine altre mille persone rese invalide dalla guerra (articolo pubblicato nel numero di novembre della rivista “Amici di Follereau”)

???????????????????????????????In qualsiasi società una persona con disabilità incontra normalmente più difficoltà che altre persone; per muoversi, per trovare un lavoro o avere una vita sociale e affettiva come gli altri, un disabile deve far fronte a molte barriere sia fisiche che culturali e spendere molte più energie e soldi per cercare di superare queste difficoltà. Ma cosa succede quando una persona disabile vive in un paese sotto assedio da anni e dove c’è stato un attacco della durata di 51 giorni dagli effetti devastanti?

“Include”: un progetto per le donne disabili di Gaza

Un’occasione per parlarne in termini precisi, ce la può offrire la testimonianza di persone che lavorano su questi temi in quel paese martoriato. A Gaza, da un paio di anni, l’Ong Educaid assieme ad Aifo e Rids (Rete italiana disabilità e sviluppo), sta portando avanti il progetto “Include – Socio-economic empowerment of women with disabilities in Gaza Strip”. L’iniziativa è rivolta a donne con disabilità di tipo fisico o sensoriale e offre molte attività aventi come scopo la promozione dei loro diritti. Tra le attività una mira al rafforzamento delle loro capacità imprenditoriali finanziando, con un prestito a fondo perduto il loro avvio. “Abbiamo finanziato 34 idee, mediamente con 2 – 3 mila euro ognuna – dice Adriano Lostia, responsabile Paese per conto di Educaid – le attività proposte erano piuttosto diverse e andavano dal design all’allevamento di polli e pecore, dal salone di bellezza a piccole attività commerciali come cartolerie o drogherie”.
Parallelamente a quest’azione “Include” ha portato avanti anche un discorso di presa di coscienza e di sensibilizzazione della popolazione in generale attraverso un percorso di formazione nell’uso dei media. “Quest’azione ha coinvolto 30 donne, laureate e già impegnate nei media – continua a spiegare Lostia – a loro abbiamo dato un’ulteriore formazione a quella che già avevano; hanno quindi coinvolto attraverso dei workshop altre 120 donne con disabilità appartenenti a organizzazioni impegnate nel campo della disabilità”. Il risultato di quest’attività sarà presto visibile sul sito http://www.include.ps, dove si potranno vedere 15 brevi video e sarà pubblicata una rivista dal titolo “Voice of women”.

Operazione “Margine di protezione”: ma per chi?

E’ questo il nome dell’offensiva di terra e dal cielo che l’esercito israeliano ha condotto nella striscia di Gaza dall’8 luglio al 26 agosto anche come risposta al triplice omicidio di tre adolescenti israeliani avvenuto nel giugno precedente. I dati parlano di oltre 2.000 morti palestinesi (la stragrande maggioranza civili), più di 11 mila feriti, 16.000 abitazioni private distrutte e pressoché ogni fabbrica danneggiata. Se queste cifre vengono lette dalla prospettiva di un’Ong che lavora sul tema della disabilità o dai disabili stessi, questi dati diventano ancora più terrificanti.
“Sono ritornato a Gaza durante il cessate il fuoco – continua Lostia – e la situazione che ho trovato era molto mutata in peggio. Delle 150 donne che seguivamo, nessuna per fortuna era rimasta vittima dei bombardamenti, ma alcune di loro aveva perso dei parenti, altre la casa”.10547448_806401439383801_3808878321869276475_n
La cosa che più lo ha colpito è stato il cambiamento di clima tra la popolazione che Lostia conosce bene visto che sono 11 anni che frequenta la Palestina. “Questa guerra ha messo le persone una contro l’altra. Poiché non si sapeva dove scappare, dato che a Gaza non si può uscire, la gente si spostava cercando un posto sicuro; si cercavano altre case ma i proprietari non volevano inquilini che non conosceva, perché bastava che una sola persona avesse avuto dei rapporti con Hamas che l’intero edificio correva il rischio di essere demolito dalle bombe”.

I più deboli sono i più colpiti

Il progetto “Include” ha anche una pagina Facebook (“Include Gaza”) che raccoglie delle foto, delle testimonianze e dei dati sulle ripercussioni che la guerra ha avuto sulla popolazione disabile. 11 persone con disabilità sono state uccise durante i bombardamenti, altre 10 sono state ferite. Questi numeri non sono alti, anche se si tratta comunque di vite umane, ma accanto a questo si deve aggiungere la distruzione delle case, delle strutture pubbliche e dei servizi che le associazioni e le Ong prima offrivano. Le bombe e i razzi hanno portato al danneggiamento di 13 ospedali, 15 pronto soccorso, 35 strutture che offrivano servizi socio-sanitari, alla distruzione di 12 ambulanze. Le macerie poi non fanno altro che aumentare le barriere architettoniche.       Per finire questa guerra ha “regalato” alla società palestinese di Gaza altre persone rese invalide per via delle ferite ricevute (sono stati stimati mille nuovi invalidi).
Sul sito del progetto “Include” (www.include.ps) sono documentate anche le storie di alcune persone disabili, come quella di Mai Hamada, una ragazza palestinese di 19 anni ferita mentre dormiva all’interno del Mabarat Falasteen Society for Handicapped, un centro residenziale, appunto, per persone con disabilità. In un altro post si segnala invece la parziale distruzione dell’Al-Basma Club for the Disabled (ABCD – http://www.basmaclub.ps), un centro esistente dal 2005 e gestito da persone disabili e non, che promuovono attività sociali e sportive, organizzano servizi per una migliore partecipazione della persona disabile alla società civile palestinese di Gaza. Tutto questo è stato spazzato via o gravemente compromesso in poco tempo con delle bombe.
Guardare la guerra dalla prospettiva di chi ha più bisogno, di chi è più debole servirebbe a tutti, a Hamas come all’esercito israeliano; ricostruire è molto più difficile che distruggere e questo vale ancora di più per le persone disabili.

Emancipare i disabili nella striscia di Gaza

Aifo ha partecipato al progetto “Include” attraverso una formazione, condotta da Sunil Deepak, a 30 donne disabili palestinesi. Durante gli incontri le donne hanno raccontato le difficoltà che devono affrontare ogni giorno per accedere ai servizi socio-sanitari, hanno parlato anche della mentalità dei genitori di bambini disabili e hanno riportato al gruppo esempi positivi di persone con disabilità che hanno avuto successo nel lavoro. “L’Implementing Emancipatory Disability Research – spiega Sunil Deepak – consiste in un metodo che vede la partecipazione diretta delle persone con disabilità, la loro presa di coscienza, la sensibilizzazione della popolazione e il rafforzamento delle capacità delle altre persone disabili”.
Dalla testimonianza di molte donne emerge come il personale sanitario palestinese (medici, specialisti, infermieri) non sia assolutamente preparato ad accogliere le persone con disabilità come pazienti.

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La radio per ricordare le malattie dimenticate in Africa

Franziska BadenschierLei si chiama Franziska Badenschier, è una giornalista della Deutschlandradio, l’emittente radiofonica nazionale tedesca e ha realizzato un bel prodotto giornalistico, di development journalism per essere precisi, finanziato dal Journalism European Centre. S’intitola “Beyond WHO’s List of Neglected Tropical Diseases” e si occupa delle malattie tropicali trascurate dall’Oms, che non vengono di conseguenza notiziate dai mass media. L’originalità di questo lavoro però non sta tanto nel tema ma nello strumento, semplice, sicuro, intramontabile: la trasmissione radiofonica.
La Badenschier viaggia per quattro paesi africani e costruisce dei brevi reportage radiofonici di 6-7 minuti in cui racconta le malattie dimenticate o poco conosciute attraverso le interviste dirette ai malati e agli specialisti. Il suono e i rumori hanno uno spazio non secondario nel montaggio delle puntate e sono un elemento in più che cattura l’attenzione dell’ascoltatore. Il racconto viene inoltre arricchito da tanti elementi curiosi che servono però a capire meglio il problema. Ad esempio quando si parla di malattia mentale in Madagascar, il racconto dei tentativi di cura attraverso delle forme di esorcismo, non sono un elemento pittoresco, ma vengono usati per capire una cultura e definire meglio il problema.
La prima puntata, Heilung für alle, dura di più, 27 minuti e fa un quadro generale del problema reso di difficile soluzione dato che la ricerca medica e farmacologica investono nelle malattie più conosciute e che possono avere un riscontro di mercato maggiore.

In un panorama giornalistico sempre teso all’ultima trovata tecnologica per fare un’informazione più “potente”, teso alla multimedialità e al mantra di “innovazione, innovazione”, un’esperienza radiofonica, lineare, chiara, professionale come questa dovrebbe far riflettere. Attraverso la radio, le persone ascoltano e prestano più attenzione a quello che si dice. Se poi i testi sono scritti in modo chiaro, il mezzo radiofonico è un mezzo più inclusivo dato che è compreso anche da chi è poco abituato alla lettura o da chi su internet ci va poco e lo usa con difficoltà.

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Ice Bucket Challenge: al di là dei secchi cosa resta?

Dev Reporter Network - Comunicare in rete per lo sviluppo

IceBucketOKQuesta è stata un’estate bagnata da secchi di acqua fredda. La campagna #IceBucketChallenge si è diffusa in lungo e in largo sui social network: più di 4 milioni di tweet nel mese di agosto e 2,4 milioni di condivisioni video su FB, visi conosciuti come Shakira, Bill Gates, Leo Messi o Lady Gaga e tanti altri di sconosciuti. Sicuramente un fenomeno straordinario della rete. Ma si è ottenuto cosa di voleva? E ora cosa rimane?

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Lady Gaga e la notiziabilità di Ebola

images-ebola_doctors_467779331Nel post precedente parlavamo delle crisi umanitarie dimenticate dai media, ma chi non viene dimendicata dai media è sicuramente Ebola. Finché è stata relegata in alcune zone dell’Africa, poteva per lo più incuriosire per via del suo tremendo tasso di mortalità, ma quando ha cominciato ad espandersi e ad arrivare anche in Europa e negli Stati Uniti, ecco allora che la sua notiziabilità è balzata alle stelle. Potrebbe capitare anche a noi e perciò ci interessa, non è più una cosa da “africani” ma bussa alle nostre porte. A dire il vero ci interessava anche prima, perché in un modo così connesso, una sua parte non può essere abbandonata o trascurata perché ne risente l’insieme, tutti noi. Questo tipo di percezione non è diffusa nella popolazione dei paesi ricchi e i governi e i mass media fanno ancora poco per aumentare questa “sensibilità globale”.

_78052696_78052695Ebola ha colpito l’immaginario dei popoli del nord del pianeta, ha portato con sé delle immagini molto forti. Le foto di quegli infermieri e dottori vestiti di bianco e di giallo, con i guanti verdi plastificati, gli occhiali da pilota automobilistico o addirittura la copertura del capo da astronauta ci sono rimaste dentro, quasi come il crollo delle torre gemelle. Del resto sono immagini già viste in alcuni film catastrofici, appartenevano già alla nostra cultura. Non mi meraviglierei se nel prossimo Halloween qualche ragazzo si vestisse così, né se nel suo prossimo video Lady Gaga avesse come ballerini quegli operatori sanitari gialli e verdi.

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Lady Gaga e le crisi umanitarie dimenticate dai media

ecb9a4c93650d99a394f37bae5e4b91e_largeIl terromoto di Haiti, lo tsunami nel sudest asiatico, le guerre in Iraq e in Afganistan… sono tutte crisi umanitarie e sono accumunate dal fatto che sono conosciute, sono eventi popolari. Sono eventi tragici che tutti conosciamo perché i media ne hanno parlato diffusamente, a volte in periodi circoscritti, per finire nel dimenticatoio dopo un po’, ma per lo meno sono arrivati alla ribalta dell’attenzione internazionale.
Vi sono però molte altre crisi umanitarie che non finiscono sotto i riflettori essenziamente per motivi di notiziabilità, di appetibilità informativa da parte dei mass media.

Medici senza frontiere in collaborazione con L’Osservatorio di Pavia effettua dal 2004 un monitoraggio sull’attenzione prestata dai media a queste crisi e ne fa un profilo. L’ultimo rapporto che è stato presentato recentemente, e arriva a coprire  il primo semestre del 2014, dice sostanzialmente che nel corso di questo decennio i media televisivi italiani hanno progressivamente dedicato minore spazio alle notizie riguardanti le crisi umanitarie.
Dato che in Italia otto italiani su dieci s’informano attraverso i telegiornali, l’analisi ha riguardato proprio questi. In effetti dal punto di vista mediatico le notizie non sono più come quelle di una volta, quando c’era una guerra, quella in Iraq, così ghiotta per un giornalista e infarcita di valori notizia.

Osservando quello che più è stato trasmesso nei telegiornali si vede che i principali valori notizia sono questi:
1) eventi circoscritti, eclatanti e spettacolari; lo tsunami, il terremoto di Haiti, le guerre rientrano in questo ambito
2) coinvolgimento di occidentali o comunque vicinanza all’Italia; di Africa se ne parla poco ma se i pirati somali rapiscono degli occidentali la notizia ha subito un’impennata
3) personaggi famosi che entrano in scena; Angelina Jolie che visita un campo profughi in Iraq e George Clooney che si fa arrestare davanti all’ambasciata sudanese.

Sempre leggendo questo rapporto emerge che di fronte all’obiezione di informare poco e male sul mondo la risposta delle redazioni ricade sulla crisi economica e sulle scarse risorse che si possono spendere in questo campo; di qui la scelta di notiziare solo quello che sicuramente (secondo l’opinione dei direttori delle testate televisive) troverà l’interesse dei telespettatori.
I telegiornali europei però non sono come i nostri, dato che quelli francesi dedicano il doppio del tempo mentre quelli tedeschi il quadruplo.

Se seguiamo questa logica informativa è chiaro che tutti gli eventi che sono più un processo che non un momento lady-gaga-600circoscritto, che hanno una maggiore complessità e che rimangono comunque opachi (non tutto ha una spiegazione, non tutto ha una conclusione) avranno poche possibilità di emergere; guarda il caso sono proprio queste il genere di notizie che riguarda la maggior parte delle ong, almeno quelle che non si occupano di emergenze. Cercare di ridurre le morti per la malaria o la lotta alla TBC – per fare degli esempi in campo sanitario – raramente hanno i requisiti per finire sui telegiornali perché sono delle “storie” di lunga durata, senza particolari eventi. Si potrebbero trovare delle idee seguendo la logica dei mass media molto imparentata con quella pubblicitaria; alcuni creativi potrebbero convincere Lady Gaga ad abitare per un po’ in un villaggio dell’Africa centrale e farsi pungere da qualche zanzara: vivendo in prima persona la malaria potrebbe sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale e rifarsi un’immagine.
Ma lasciando perdere queste fantasie, le ong per raccontare quello che fanno si possono affidare a delle belle storie di persone, senza fare sensazionalismo, ma anzi dando un contesto, delle ragioni economiche, storiche, sociali. E’ un lavoro più lento, meno eclatante, un’informazione omeopatica che a lungo andare però porta i suoi frutti.
L’importante è scegliere le storie giuste e non fare (esempio citato nel rapporto di Medici senza frontiere), come i telegiornali  Mediaset che in occasione delle piogge in Guatemala causa di decine di vittime, si sono soffermati molto su un racconto, quello di Laki, la cagnolina dal musetto sporco di fango.

Per altre informazioni
I conflitti dimenticati

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Ebola in Liberia:my personal experience

Luther fa parte dello staff Aifo in Liberia e ha così descritto la sua esperienza di operatore di riabilitazione su base comunitaria di queste ultime settimane.

di Luther S. Mendin

Lofa County, confina con la Sierra leone e con la Guinea: prima della guerra civile era considerata il nostro granaio, oggi la si pensa come l’epicentro dell’epidemia, un’epidemia che ha avuto un impatto sconvolgente sul nostro paese. Ora comunità diverse che hanno coesistito per secoli, e che dopo la guerra civile si sono un riappacificate, sono di nuovo divise dalla paura della malattia e dai pregiudizi che porta con sé.
Il primo morto per Ebola nel Montserrado County, il luogo in cui vivo, è stata proprio una persona che veniva da Lofa e cercava di raggiungere la capitale per essere curata.
La paura e l’ignoranza fra gli operatori sanitari e la popolazione porta anche al rifiuto del ricovero delle persone malate. Un residente della mia comunità ha perso un nipote per questo motivo: era stato rifiutato in due strutture sanitarie e mentre cercava di raggiungere la terza è morto.
ebola_rouwende_familie_thumb_440x300C’è molto lavoro da fare con gli operatori sanitari ma credo che con un’adeguata informazione si può arrivare a dei risultati.
Mi rattristo ma anche mi arrabbio quando vengo a conoscenza di storie di persone abbandonate dagli infermieri o rifiutate dagli ospedali. A volte non sono nemmeno malati di Ebola, hanno altre malattie, ma per la paura vengono rifiutate.
E’ anche vero che vi sono parecchie vittime anche tra gli operatori sanitari….

La corretta informazione su Ebola è diventata una priorità nel programma di riabilitazione su base comunitaria che Aifo sta portando avanti qui in Liberia. lavoriamo con i gruppi di auto-aiuto già esistenti e troviamo dei modi per diffondere una corretta informazione per la prevenzione. Recentemente abbiamo prodotto delle brevi canzoni sul tema “Cosa fare e cosa non fare riguardo ad Ebola”; sono state scritte in un inglese-liberiano semplificato, così possono avere una diffusione maggiore tra la popolazione coinvolta nella rbc.
Oltre a ciò stiamo cercando di consegnare al centro di riabilitazione per la lebbra (Ganta) del vestiario di protezione per il personale sanitario…

La situazione qui in Liberia è cambiata drasticamente nel giro di poche settimane. Le sedi dei ministeri sono praticamente vuote, le strade sono deserte; parecchi liberiani se ne stanno chiusi in casa sperando in questo modo di evitare il contagio. I liberiani che hanno la possibilità abbandonano il paese.
Il nostro staff continua comunque a lavorare come meglio possiamo…

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La pazza corsa di Ebola in Liberia

ebolaHo avuto la fortuna, se così si può dire, di seguire la pazza corsa di Ebola in Liberia fin dall’inizio dell’anno. Dato che Aifo da molto tempo ha dei progetti in Liberia, sono in contatto con chi ci lavora, come espatriato e come locale. Ebola è stata prima una paura, poi una lontana minaccia che ha preso sempre più corpo fino a diventare quello che è adesso. Ora la Liberia è effettivamente un paese in una situazione drammatica dove il già debole sistema sanitario è stato in parte cancellato dalla morte di molti operatori sanitari, dove la situazione di sicurezza interna, dopo un lungo periodo di guerra civile, rischia di nuovo di degenerare.

Le persone sono diventate più diffidenti tra di loro e lo sono anche verso lo Stato, completamente incapace di gestire la situazione se non in termini militari. Nascono leggende metropolitane, come racconta Clara di Dio volontaria di Aifo che negli ultimi mesi ha abitato a Monrovia. Nascono leggende secondo cui la malattia sarebbe addirittura un’invenzione del governo per attirare nuove sovvenzioni internazionali; ci si rivolge perfino alla medicina tradizionale che in questo caso ha poco da dire. Silvia Pochettino in un un post su “devreporter network” ha giustamente parlato anche di un problema di informazione. La gente non capisce perchè non può abbracciare i suoi malati o seppellirli perché non si è fatta una comunicazione capillare su come prevenire il contagio. A proposito di informazione non calata dall’alto ma alla pari, l’esperienza di Aifo con il metodo della riabilitazione su base comunitaria ha tutti i requisiti per fare la sua parte.

Ebola è solo un virus, e nemmeno tanto virulento, non lo si prende come una normale influenza, ma bisogna venire a contatto con dei fluidi umani che a loro volta devono oltrepassare la nostra pelle. La sua pazza corsa non è dovuta alla sua forza ma al comportamento umano e ancora di più alla mancanza di un sistema sanitario, di personale sanitario addestrato, di uno sviluppo che per la Liberia non è mai avvenuto se non in termini di sfruttamento delle sue risorse. Tutto questo viene chiaramente denunciato nel rapporto (Ebola epidemic exposes the pathology of the global economic and political system) del People’s Health movement che malinconicamente termina così: “L’epidemia, con ogni probabilità, seguirà il suo corso e poi si spegnerà dopo aver lasciato dietro di sé una scia di morte e distruzione. Finirà non perché noi, come comunità globale avremmo fatto qualcosa, ma a causa della natura del virus stesso. Questa storia ci insegnerà qualcosa? O saranno ancora gli affari e decidere per tutti?”.

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Stregoneria, pasung, stigma: ma si cura così la malattia mentale nel mondo?

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Un progetto che interessa 5 paesi di reddito medio basso nel sud del mondo e che, attraverso l’analisi di buone pratiche di rbc, vuole difendere i diritti delle persone con problemi di salute mentale. Il 10 ottobre giornata mondiale della salute mentale (articolo pubblicato nel numero di ottobre della rivista d”Amici di Follereau”)

“Paese che vai usanza che trovi”, questo adagio non vale quando si parla delle persone con problemi di salute mentale. Esclusi dalla società e abbandonati a se stessi o, peggio ancora, reclusi e addirittura incatenati in istituti che assomigliano a prigioni. Questa è la sorte che aspetta a molte persone malate, sorte che va al di là della cultura dei paesi di appartenenza, dal loro grado di coesione sociale e di ricchezza, dal credo religioso dominante. La follia, storicamente, è sempre stata vista come una minaccia per l’individuo e per la società, una minaccia da nascondere, allontanare, in alcuni casi eliminare come avvenne per Aktion T4, il programma nazista che prevedeva l’eliminazione fisica delle persone affette da gravi patologie.

Il progetto di Aifo, denominato Multicountry, ha per soggetto proprio le persone con problemi di salute mentale o meglio, per essere più precisi, ha come filo conduttore il rispetto dei loro diritti civili in cinque paesi di reddito medio basso (Brasile, Liberia, Egitto, Indonesia, Mongolia). Attraverso lo studio di esperienze di riabilitazione su base comunitaria applicate alla salute mentale, lo studio del quadro legislativo e l’analisi dell’intervento socio-sanitario a livello locale, si vuole dimostrare il fatto che l’istituzionalizzazione dei malati mentali costa molto di più alla società e aiuta molto meno i pazienti che non un loro inserimento nella comunità con un’assistenza decentrata.

Tutto questo lavoro, realizzato parallelamente nei cinque paesi, viene svolto attraverso la formazione rivolta agli operatori socio-sanitari, il rafforzamento delle associazioni di persone con problemi di salute mentale – soprattutto dei loro leader – la sensibilizzazione della popolazione per ridurre i pregiudizi. Queste azioni vengono sostenute, infine, da un intenso scambio di informazioni tra un paese e l’altro attraverso la scrittura di newsletter, blog e l’organizzazione di seminari e convegni.

La situazione nei vari paesi

In Brasile le attività del progetto si svolgono nello stato di Bahia. In questo paese la riforma della psichiatria è stata fortemente influenzata dalle idee di Franco Basaglia che visitò Rio de Janeiro nel 1978. La legge di riforma è del 2001 e prevede vari tipi di servizi di cura decentrati e comunitari in alternativa all’ospedale psichiatrico. Nel 2011 viene varato un “sistema di cura psicosociale” per le persone con problemi mentali, dovuti anche alle dipendenze da sostanze, che vuole offrire servizi basati sulla comunità. Nello stato di Bahia nonostante la diminuzione di letti negli ospedali psichiatrici la malattia mentale viene stigmatizzata e gli stessi operatori sanitari e i famigliari fanno fatica ad accettare l’idea che l’istituto non è l’unica soluzione. Proprio a causa di queste difficoltà una delle azioni del progetto vede famigliari e operatori sanitari, all’interno di due ospedali di Salvador di Bahia, uniti nell’assicurare i diritti civili e buoni livelli assistenziali ai pazienti.

In Indonesia la veloce modernizzazione della vita ha portate con sé anche un aumento del disagio psichico. Secondo una Indonesiaricerca del 2007, l’11,6% della popolazione ha problemi di ansia e di depressione, meno del 10% delle persone con problemi di salute mentale ha accesso a servizi specializzati mentre sono 18.800 i casi pasong. In Indonesia con pasung si indica la reclusione e la detenzione fisica (anche con catene e corde) delle persone malate. Il progetto si è svolto nella parte meridionale del Sulawesi, la grande isola situata al centro dell’arcipelago indonesiano. Proprio per superare queste pratiche violente e per sensibilizzare sul tema, le attività consistono in corsi di formazione rivolti a operatori sanitari e di comunità. I risultati di queste azioni sono espresse bene da alcuni testimoni: “All’inizio avevo paura di aver a che fare con i malati mentali – dice Yuli, un dirigente di un puskemas, un ospedale di comunità – avevo paura di essere picchiato, ma era solo una paura. Adesso sono contento di poter avere delle competenze nuove che mi permettono anche di aiutare le famiglie dei pazienti”. Iwan Honest invece è medico in un altro puskemas e afferma: ” Nel mio territorio le persone malate mentalmente sono messe ai margini, addirittura incatenati, ma sono solo dei malati che devono essere aiutati, il pasong peggiora le loro condizioni e non risolve nulla”.

In Mongolia il trattamento della malattia mentale è stato influenzato nel passato (fino agli anni ’90) dagli specialisti russi per via dei forti legami che univa i due paesi. Ancora oggi il sistema di cura è centralizzato a Ulaan Baatar, la capitale che ospita la maggior parte degli abitanti del paese ed è orientato all’ospedalizzazione dei pazienti, nonostante il paese si sia dotato fin dal 2000 di leggi che programmano diversamente gli interventi. Il sistema di riabilitazione su base comunitaria è però assai diffuso in ogni parte del paese e questo può essere di grande aiuto per quanto riguarda l’assistenza e la riabilitazione delle persone con problemi psichici a livello comunitario. In Mongolia il progetto punta alla creazione di gruppi auto-aiuto di persone con problemi di salute mentale e alla formazione dei medici di famiglia, migliorando le loro competenze sul tema.
Liberia2In Liberia la malattia mentale è a volte associata con la possessione e la stregoneria, sono gli spiriti maligni che entrano nel corpo di una persona e la rendono così inferma; con questi presupposti la cura può venire solo da pratiche magiche. Il paese ha poi vissuto un lungo periodo di sanguinose guerre civili (1989-2003) che hanno lasciato traumatizzata gran parte della popolazione. Anche in questo paese il progetto prevede delle attività di formazione rivolta agli operatori sanitari perché siano attenti al rispetto dei diritti civili delle persone con problemi di salute mentale e perché promuovino l’idea di un’assistenza su base comunitaria e non solo accentrata negli ospedali psichiatrici che in Liberia sono comunque mancanti e con poco personale e mezzi.

10 ottobre: giornata mondiale della salute mentale

Il 10 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale della salute mentale, stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, insieme alla Federazione Mondiale della Salute Mentale intende accrescere la consapevolezza su questioni di salute mentale. L’OMS ha scritto i “10 facts on Mental Health”, il primo dice:
“Il 20% dei bambini e degli adolescenti di tutto il mondo ha disordini mentali con problemi tipici per ogni cultura. Inoltre le regioni del mondo con la più alta percentuale di popolazione sotto i 19 anni hanno il livello più basso di risorse per la salute mentale. La maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito ha un solo psichiatra infantile per 1-4 milioni di persone”.

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Ebola, pace, ong e social media, gioco d’azzardo, ecco i temi del numero di ottobre della rivista “Amici di Follereau”

AdF Aifo Ottobre 2014 LR_Pagina_01Gli articoli di apertura dell’ultimo numero della rivista di Aifo parlano del movimento pacifista italiano in cerca di sé stesso e della crisi che sta investendo la Liberia, paese particolarmente colpito dall’epidemia di Ebola , paese anche in cui Aifo sta lavorando da anni. L’associazione in questo momento sta impegnando il suo personale e le sue strutture presenti sul territorio per arginare l’epidemia attraverso un’opera di informazione e di sensibilizzazione della popolazione.
Altro tema trattato e quello del gioco d’azzardo, un’emergenza sociale in Italia visto il numero di persone che coinvolge e il giro d’affari spesso poco puliti. Il dossier del mese è dedicato invece a due social media media, Facebook e Twitter, sull’uso che ne fanno le ong italiane. Di salute mentale si parla nei due progetti presentati, uno riguardante lo stato del Kerala in India e l’altro riguardante uno studio comparato in cinque paesi  su come vengono trattati le persone con patologie mentali.  Infine, nella sezione “Strumenti”, un articolo che parla del linguaggio delle fotografia e di come, attraverso le foto, si possano raccontare i progetti nel sud del mondo.

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Blog che raccontano il mondo

Conosco tutta una serie di persone, alcuni direttamente – e per me è stata una fortuna – che parlano di sviluppo e di sud del mondo; non sono giornalisti, non sono cooperanti o meglio lo sono, ma in un modo individuale e libero. Per comunicare usano con naturalezza e passione le pagine di un blog. Sono molto liberi nel loro raccontare, non devono assoggettarsi alla scrittura giornalistica, né fare titoli “catturattenzione”; nemmeno devono parlare del proprio gruppo (ong o vuoi che sia) per mostrare come il proprio progetto va avanti, che benefici porta alle persone del luogo, non pensano molto ai propri donors. Perfino l’uso delle tecnologia è funzionale: testi, video, foto vengono pubblicati perché hanno un discorso da fare, ma rimangono comunque lontani dalla”fighetteria” tecnoculturale.

Sono persone che hanno scelto percorsi esistenziali particolari, che abitano nei posti di cui parlano e ci stanno da parecchio tempo. Ecco, il tempo, che ancora una volta ritorna come discriminante, quando si parla di un discorso profondo di comunicazione. I loro blog sono interessanti non solo perché estremamente liberi (dettati dal cuore) ma perché sono frutto di un’esperienza che matura lentamente.
Ve ne presento tre in modo molto sintetico.

awaragi

Sunil Deepak è un medico indiano che ha lavorato per 30 anni in Aifo e in questo periodo ha girato ogni angolo del pianeta per verificare scientificamente come funzionava la riabilitazione su basa comunitaria verso i disabili, i malati di lebbra… ad un certo punto della sua vita ha deciso di “seguire solo le ragioni del suo cuore” ed è ritornato in India con l’idea di fare il medico nelle comunità indigene, la fasce di popolazione che vengono poi escluse dal progresso economico. Il suo diario che mescola ricordi personali  e immagini molto belle, racconta questa ricerca di un luogo, non sa ancora quale sarà, dove passerà i suoi prossimi anni, forse la parte finale della sua vita. I suoi reportage sono rari ma molto lunghi e raccontano un’India periferica come i mass media spesso non sanno fare.
ghanaway

Antonella Sinopoli era una giornalista dell’Adnkronos prima nella redazione di Napoli e poi a Bologna che ha deciso oramai diversi anni fa di cambiare vita e di occuparsi di Africa. Dal 2010 ha cominciato a frequentare il Ghana e da un anno vi è pure andata ad abitare in una località sul mare vicino al confine con il Togo; qui ha allestito uno spartano resort per turisti e ha una vendita di pane. Il suo diario racconta la vita in quel paese dal basso, non dal punto di vista di una bianca che lavora in una struttura come un’ong o un’ambasciata. Molto spesso le sue riflessioni riguardano i pregiudizi, le stereotipie, anche quelle che i neri hanno verso i bianchi perché il suo discorso non è mai a senso unico.

a piedi nudi

Emma Chiolini, invece è una ragazza che ha deciso di partire per il Brasile come laica missionaria comboniana. Laggiù si occupa di carcere, è arrivata nel novembre del 2013 e chissà quanto ci rimarrà. La sua testimonianza racconta una realtà specifica, quella carceraria brasiliana che a dispetto della sua drammaticità e delle sue dimensioni, presenta anche aspetti innovativi che danno dignità al carcerato non visto come persona da punire ma da rieducare. Esempi questi che servirebbero molto anche al nostro paese dove le carceri sono degli inferni e basta.

A volte mi domando dove finiranno tutti queste narrazioni, se la rete ne conserverà sempre una memoria o se in futuro saranno cancellati … non so cosa succederà. So che nella rete si accumula molto materiale prezioso che gli studiosi del domani potranno analizzare e avranno a loro disposizione delle fonti che nessuno aveva mai avuto prima.
Da parte loro i blog sono come un normale libro, hanno un inizio e una fine, e quando finiscono, rimangono come delle piccole isole abbandonate nella rete su cui soffermarsi.