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Se le grandi Ong fanno guerra alle piccole nella ricerca dei fondi

Riporto qua per intero il commento di Marco Sassi perché i commenti su wordpress sono un po’ sacrificati (o almeno io non ho trovato il modo per renderli più visibili). Marco risponde al mio post sulla qualità dell’appello di Amnesty International non parlando di comunicazione ma del difficile rapporto tra grandi e piccole associazioni e della loro competizione nel raccogliere risorse.

“Caro Nicola, seguo con interesse il tuo blog e i tuoi articoli; non entro nel merito di quanto scrivi sulle tecniche comunicative e non so approfondire il tema dell’appeal dei messaggi o delle loro corrette o meno giustificazioni. Quello che sollecita la mia riflessione è la prima frase : <> . A che punto siamo dell’evoluzione del coinvolgimento e della relazione tra cittadino e associazioni? Secondo siamo in un punto topico, di uscita dal mondo di nicchia, ma anche di distacco sempre maggiore. Chi lavora nel campo dell’associazionismo conosce bene il fenomeno di sempre maggior assenza di volontari , che non è stato favorito dalla grande comunicazione di massa, anzi , caso mai rallentato . Ed è nell’esperienza di molti di noi il problema della continua diminuzione ogni anno di contributi diretti o indiretti, ad esempio attraverso il 5 x mille, a vantaggio delle big, le grandissime organizzazioni internazionali, a volte nemmeno con sede in Italia, da Oxfam ad Actionaid, che stanno competendo tra loro per contendersi oltre la metà della raccolta, finanche a superare la decina di milioni di euro raccolti col 5 x mille. E’ chiaro che questa competizione implica grandi spese (la tua busta è stata recapitata solo a te oppure a decine di migliaia di altri cittadini?) , implica grandi risorse di personale e quindi sempre maggiori spese per voci diverse dai progetti cui il cittadino , per lo più ignaro, crede di contribuire. Deve essere anche noto e condiviso un altro aspetto: chi fa un bonifico a una grande associazione con sede a …….. non lo farà anche all’associazione di volontari al 100% che opera sottocasa ; molti esperti additano in circa 50% il numero di associazioni destinate a scomparire nei prossimi 5-10 anni. E con loro tutto il bagaglio di esperienze, ma anche di coinvolgimento capillare e diffuso, dalla sensibilizzazione al lavoro con le comunità dei migranti all’educazione allo sviluppo. Dove mi sta portando questa riflessione? A una divisione conflittuale tra grandi “cattivi” e piccoli “buoni”? No.
Mi piacerebbe una maggior collaborazione a rete, tra, da una parte, il sentire delle piccole associazioni, con grande esperienza di campo e il merito di aver aperto la strada di sensibilizzazione dell’opinione pubblica , e, dall’altra, le capacità di attirare a sé fondi e risorse delle big ten ubiquitarie, onniscienti, onnipresenti, onnifacenti, che poi scontano tuttavia grandi lacune e approssimazioni nel lavoro di campo, sia sul territorio dei Paesi verso cui sono raccolte le oblazioni, sia sul territorio italiano. C’è una grande sfida da giocare , la marginalizzazione dei piccoli non giova neanche ai grandi, la cooperazione deve essere proposta e sviluppata a tutti i livelli “.

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La cura degli appelli di Amnesty International

amnesty iraqLa busta che ho trovato questa mattina nella buca delle lettere presentava su un lato un primo piano di una bella bimba che sorride. I tratti somatici, capelli castano chiari, pelle piuttosto bianca, occhi grigio-azzurri, potrebbero essere quelli di una bambina italiana, qualcuno insomma di vicino a noi. L’elemento che la differenzia da una compagna di banco di una nostra figlia sono i capelli spettinati, attorcigliati (e anche quegli occhi che riflettono troppa luce, l’unica nota che inquieta il nostro sguardo).

Dietro si intravedono delle coperte stese, molto colorate; lei indossa un doppio strato di vestiti, tipico in chi dorme all’aperto. Potrebbe allora somigliare ad una bambina dei nostri campi nomadi. Ma Salvini e i suoi compagni di merenda si troverebbero in difficoltà a fare propaganda in un campo profughi del nord dell’Iraq, perché proprio di questo si tratta, di uno dei tanti bambini che vagano tra quella regione e il sud della Siria intrappolati in una guerra di cui non se ne vede una fine.

“Non lasciarla sola, ogni minuto conta!” recita lo slogan di Amnesty International: un appello diretto senza un “Non devi” di troppo che metterebbe nel lettore già un senso di colpa. Del resto anche il volto della bimba non è drammatico, pur in un contesto di precarietà, ma esprime la sua fiducia in chi la sta guardando.
roveraAsciutto, preciso, con poche sbavature pietistiche è anche il pieghevole che si trova all’interno della busta. La tecnica di racconto adottata si basa sui post di twitter di Donatella Rovera (“Alta consulente per le crisi di Amnesty International in missione in Iraq) che con 120 caratteri e un’immagine illustra in modo rapido ma efficace la situazione dei profughi della regione. Accanto alle immagini, un po’ piccole e sacrificate, dei testi esterni ai post che cercano di contestualizzare e approfondire. In questo ci riescono solo in parte perché tante cose non sono spiegate; qual è la differenza tra sciti e sunniti? Chi sono gli yazidi? E gli assiri cristiani? Forse si poteva trovare un po’ di spazio per fare un’informazione più approfondita nell’altro foglio contenuto nella busta.
Comunque l’appello è in generale costruito bene e belle sono le immagini che aprono e chiudono il pieghevole.

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Il giusto equilibrio dell’informazione sulla povertà

DevtElement-864x1024Quali sono gli elementi su cui si deve basare una buona infomazione sul problema della povertà del mondo? Che cosa si aspettano i diversi pubblici di riferimento dai nostri messaggi (e soprattutto cosa non vogliono sentire)? Sul web si può leggere un breve manuale “The Development element – Guidelines for the future of communicating about the end of global poverty” curato da Jennifer Lentfer docente alla Georgetown University che cerca di dare una risposta a questi quesiti. E’ un testo tipicamente statunitense che ti dice in un modo molto pragmatico e schematico cosa fare e cosa non fare, ma rimane interessante ugualmente.

Chi comunica questo tema deve cercare di trovare un equilibrio tra elementi che entrano in conflitto tra di loro.  Come ad esempio raccontare in modo appropriato e interessante un tema complesso senza essere noiosi o difficili. Riuscire a coinvolgere il lettore in storie che suscitino empatia senza per questo scadere nel pietismo o nei luoghi comuni (poverty porn). E ancora introdurre un problema senza per forza darne una soluzione, perchè attualmente non esiste e ancora deve essere trovata. Una narrazione questa che va contro alla narrazione completa (cioè che ha un inizio e una fine e non lascia il lettore in sospeso) e che troviamo abitualmente sui media.

Jennifer Lentfer e i suoi studenti indicano anche una serie di consigli che possono aiutare in questo: come produrre informazione a livelli diversi di approfondimento che vada incontro a pubblici diversi (spettatori, lettori, donatori); evitare un linguaggio da addetti ai lavori, raccogliere la voce dei diretti interessati, parlare di tecnologie non in termini unicamente enfatici ma di ciò che realmente può servire, parlare anche dei propri errori e non solo dei propri successi…

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Dono di più ad un bambino che piange o ad uno che sorride?

Vi ricordate quella scena del film “Ecce bombo” di Nanni Moretti in cui dice a proposito di un invito: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
Questo è anche il dilemma di chi comunica lo sviluppo o meglio il mancato sviluppo del pianeta, non sa bene che registro adottare. Sono finiti i tempi, o meglio, dovrebbero essere finiti i tempi dei messaggi pietistici e delle foto con bambini africani in condizioni di estrema povertà, che hanno come accompagnamento sonoro, se si tratta di video, qualcosa di immancabilmente classico e un tantino funereo. Questa modalità di comunicazione non funziona perché tende a suscitare nel lettore/ascoltatore un senso di colpa più che di responsabilità, un senso di vergogna che non viene scritto nel messaggio e che più o meno risuonerebbe così: “Tu sei fortunato, vivi con tutto il necessario, anzi di più e non fai niente per questo bambino che sta morendo?”.
Il problema di questo modo di comunicare è anche quello di essere poco rispettoso verso le persone che hanno bisogno, rappresentandole come soggetti – anzi oggetti – passivi, da aiutare “Che tanto da soli non ce la farebbero”.

Anche una proposta di segno inverso, dove il bambino sorride, è sano, è in via di guarigione dalla povertà, presenta dei problemi etici di comunicazione e anche di efficacia. Dalla povertà non si guarisce, non è certo una malattia; si è poveri per motivi di carattere politico ed economico. Quindi non è corretto puntare solo su un messaggio di speranza, sottolineando le capacità dell’individuo, che in realtà da solo può fare poco (figuriamoci un bambino). La questione del perdurare della povertà è complessa, difficile da spiegare, da raccontare. Inoltre un lettore/ascoltatore occidentale ha delle coordinate culturali e delle esperienze di vita lontanissime da quel bambino, perchè lo capisca deve andare oltre quel sorriso, per conoscerlo occorrono spiegazioni di natura diversa.
Il problema per un comunicatore allora diventa quello di come raccontare cose così complesse in poche parole. Forse è proprio lo strumento pubblicitario (scritto e video) che per sua natura non ce la può fare, racchiuso com’è in uno slogan, con tempi rapidi, su di un registro che deve per forza stupire.

A volte gli slogan sono dei veri tranelli di senso che portano a pensare altro. Ad esempio, una scritta breve, che accompagna spesso le richieste di sostegno di un’adozione a distanza, suona più o meno così: “Basta un euro per salvargli la vita…”. Non è un vero e proprio slogan ma ad ogni modo si può interpretare questo messaggio anche così: “La vita di questo bambino vale solo 1 euro” il che è molto poco. Lo so, sto stiracchiando il senso, ma quando si comunica sinteticamente si aprono spazi di interpretazione maggiori dato che le spiegazioni non sono esaurienti.

Stamattina mi è arrivata una lettera da Actionaid nella buchetta della posta che conteneva queste immagini:
malawiQui il bambino sorride con il berretto di Babbo Natale in testa; le cartoline sono accompagnate da un testo decisamente dal tono patetico, forse è scritto in questo modo perchè è stato pensato per un certo tipo di pubblico (si parla così con una persona molto anziana).
Ora io non so come scriverei una comunicazione del genere, ma come lettore vorrei essere più coinvolto, sapere di più di questa bimba, Alima, perché è povera, come vive la sua famiglia, vorrei conoscere il suo ambiente e forse sarei più motivato a donare qualcosa.

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100 mila visualizzazioni per cambiare il mondo, ma se fossero più utili solo 100?

Oggi mi è successa una spiacevole avventura durante il lavoro, forse chiamarla avventura è un po’ romantico, ma spiacevole lo è stata sicuramente. Non farò riferimenti precisi perché si tratta di una situazione che, a chi fa il mio lavoro può capitare, quindi proverò a idealizzarla e anche un po’ a falsificarla.

Il mio gruppo di comunicazione doveva promuovere un concorso video che aveva come fine ultimo quello di sensibilizzare i giovani verso i temi della solidarietà internazionale. Tutto il lavoro era stato svolto e piuttosto bene visti i tempi limitati e il periodo dell’anno prescelto decisamente poco felice. Eppure nel momento del confronto finale è venuto fuori che erano scontenti dei risultati. Non tanto del numero dei video partecipanti al concorso, molti di più dell’anno prima, ma dal numero delle visualizzazioni dei singoli video.

L’anno prima si erano rivolti a influencer noti su youtube che di solidarietà non ne sapevano assolutamente nulla ma che potevano dare una garanzia: se si fossero ripresi nell’atto di mollare un peto avrebbero avuto almeno 1500 visualizzazioni. Il risultato in termini di visualizzazioni e di peti c’è stato. Meno nel numero di persone che sono state spinte a produrre un video (cosa non banale) che riguardasse la solidarietà internazionale e a metterlo in rete.

Beh forse è il solito problema della quantità e della qualità, di quale sia il giusto equilibrio tra le due.
La rete poi su questo tema è piuttosto ambigua, sfuggente. Da un lato giudica e viene giudicata passando solo per i grandi numeri (di utenti, di visualizzazioni, di mi piace…) dall’altro ha un credo (un dogma insomma come ogni brava religione e non è certo l’unico), crede cioè che alla fine sono proprio i grandi numeri che portano alla selezione, all’individuazione dell’informazione migliore, del prodotto migliore.

Anche se tra un po’ celebro i miei 20 anni di presenza su internet, francamente non mi sono fatto ancora un’idea precisa su questo, forse solo delle domande: siamo sicuri che un video che ha avuto 100 mila preferenze sia migliore di un altro che ne ha avute solo 100? E soprattutto ci saranno più persone tra quei 100 o tra quei 100 mila che decideranno di agire dopo quello che hanno visto, di cambiare qualcosa nella loro vita?