Svetlana Aleksievic, il cantore del dolore russo

 

o-ALEKSIEVIC-facebookRaccogliere una testimonianza, saper raccontare le emozioni, addirittura la vita di una persona che ha subito un dramma e ne subisce le conseguenze, non è per niente facile. Noi, nel nostro piccolo, è quello che cerchiamo di fare ogni volta che raccontiamo un progetto Aifo; cerchiamo di raccontare la storia di una persona, darne anche un contesto perché il lettore capisca, s’immedesimi.

C’è chi, di questo tipo di reportage, ne ha fatto un’arte, raggiungendo livelli di perfezione tali da avvicinarsi alla realtà meglio di quanto possa fare un’opera letteraria di finzione.
Stiamo parlando di Svetlana Aleksievic, la scrittrice bielorussa, che è stata premiata quest’anno con il Nobel per la Letteratura, per la sua opera che, citando la motivazione dell’Accademia svedese, è un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.
Nata in Ucraina nel 1948 ma cresciuta in Bielorussia, Svetlana inizia fin da giovane a lavorare come giornalista e cerca una sua strada espressiva per parlare degli argomenti che più le stanno a cuore; la guerra, la condizione della donna, le vite singole schiacciate dall’apparato statale. “Volevo avvicinarmi il più possibile alla realtà – dice – e, di fronte alla complessità dell’uomo e del mondo, la storia di una vita, delle singole vite, mi permetteva di farlo”.

La sua tecnica di scrittura consiste nella paziente raccolta di testimonianze, a volte centinaia di racconti, dove l’autrice rimane leggermente distaccata, non per mancanza di partecipazione, ma per dare spazio alla persona di raccontarsi.
Per il suo genere di scrittura sono stati coniati termini diversi, come “romanzo di testimonianza”, “coro epico”, addirittura un generico “persone che parlano di se stesse”. I suoi libri per essere scritti richiedono centinaia di incontri con le persone, viaggi continui, anni di elaborazione (in media impiega 4-5 anni per scrivere un nuovo libro).

Denunciare la guerra e i falsi miti sovietici e russi

La sua prima opera matura è “La guerra non ha un volto di donna” (1983) dove intervista centinaia di donne che hanno combattuto la seconda guerra mondiale. Ne emerge un ritratto femminile lontano dalla retorica dell’“eroica donna sovietica” e questo le crea problemi enormi; il libro non viene pubblicato, lei stessa viene messa all’indice come autrice dissidente (viene accusata di pacifismo!) e solo con la perestrojka di Gorbaciov il suo testo comincerà a diffondersi e incontrerà il successo.
Segue nel 1989 “Ragazzi di zinco” il racconto dell’invasione sovietica in Afganistan (1979 -1989) attraverso la testimonianza di madri, fidanzate, soldati ritornati vivi – ma snaturati dalla guerra – e non nelle bare di zinco (di qui il titolo del libro).
Del 1993 appare il libro “Incantati dalla morte”, dove la storia del crollo dell’utopia socialista sovietica viene raccontata, in un modo straziante, dai parenti delle persone che si sono suicidate dopo l’evento e da quelli che hanno tentato di farlo.
Ma il suo capolavoro è “Preghiera per Cernobyl” (1997), la storia del disastro nucleare, visto, ancora una volta, non attraverso le fonti ufficiali o documenti segreti, ma attraverso le parole dei parenti delle persone che ne sono rimaste vittime. Il sottotitolo del libro è “Cronaca del futuro”, parole che sottolineano una novità nella storia umana: “Avevo sempre parlato di guerra e lì non avevo dubbi su quali parole usare, di come scriverne, ma per Cernobyl è stato diverso; come si poteva spiegare con le parole ai contadini di buttare via il loro latte, come si poteva spiegare il perché i soldati lavavano la loro legna da ardere o le loro case? Eravamo entrati in uno spazio nuovo”.

Svetlana può essere vista come un cantore del “dolore russo” e i suoi libri di denuncia alla guerra e di distruzione dei miti sono qualcosa di inaccettabile soprattutto oggi, per chi governa la Russia (Putin) e la Bielorussia (Lukashenko).
“Il mio scopo – spiega Svetlana – è capire quanta umanità è contenuta in un uomo e come è possibile proteggere questa umanità … e quando scrivo non mi sento solo scrittrice ma anche reporter, sociologa, psicologa perfino predicatrice”.
Per lei l’arte è impotente a raccontare la vita vera al giorno d’oggi ed è per questo motivo che non vuole inventare storie ma vuole solo “seguire” la vita reale (seguendo in questo le orme di Lev Tolstoj). E questa vita la racconta non attraverso la descrizione di fatti ed eventi ma attraverso “la storia dei sentimenti umani”.

Il suo prossimo libro, non ancora tradotto in italiano, (“The Wonderful Deer of the Eternal Hunt”) segna una svolta nelle sue tematiche: “Ho sempre scritto di come le persone si uccidono l’una con altra, ora voglio scrivere di come si amano”. E saranno gli amanti a prendere la parola nel suo nuovo libro, amanti di varie generazioni che raccontano il loro sogno d’amore, il loro “cervo incantato”, calato però in un paese tormentato e dalla storia dolorosa come quello russo.

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