Due esempi di development journalism

Proviamo ad esaminare due progetti di development journalism finanziati dal bando dell’European Journalism Centre, di cui abbiamo parlato in un precedente post, per conoscerli più a fondo.

Essere virtuali in un campo profughi
Melkadida, explore daily life in a refugee camp” è il reportage fotografico e scritto (non ancora completato) che Jürgen Schrader, giornalista del settimanale tedesco “Der Spiegel”, ha dedicato ai campi per profughi somali che si trovano in Etiopia, campi che hanno la caratteristica di essere permanenti, per cui i rifugiati si trovano a vivere in condizioni provvisorie per un periodo molto lungo.

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Dato che nel bando si sottolinea l’importanza dell’uso delle tecnologie per fare informazione, in molti progetti troviamo questa componente proposta in una forma originale. Qui l’autore vuole cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica del nord attraverso dei servizi  giornalistici approfonditi che vengono resi più realistici attraverso l’uso di immagini a 360°. In questo modo, sempre secondo le parole dell’autore, il lettore, pur restando a casa sua, verrebbe a contatto con queste realtà che altrimenti gli sarebbero escluse. Le domande da porsi a questo punto sono: il lettore fino a che punto rimane spettatore? ci sarà una foto che lo farà agire? Alla fine degli ’90 si usavano spesso i termini virtuale e reale per indicare i due stati differenti in cui si trovava un utente (?) dei mezzi digitali di informazione. Si diceva anche che le persone erano più portate a empatizzare e stringere relazioni con chi non era vicino perché del vicino puoi sentire anche l’odore del sudore, la sua puzza insomma. Non vuole essere un giudizio questo ma solo una considerazione sul fatto che comunque la realtà mediata dalla tecnologia rimane sempre distante da noi – che siamo al sicuro? – e basta un rapido colpo di mouse per interromperla. In un futuro probabilmente vicino saranno coinvolti anche gli altri nostri sensi in queste esplorazioni ma rimarranno comunque queste domande: che cos’è la vicinanza, quando siamo vicini a qualcuno, che cosa significa aiutare?

Il data journalism accompagnato dalle storie
Emanuele Bompan è il giornalista de La Stampa che ha coordinato “Follow the money” un progetto che ha raccolto i dati relativi ai soldi spesi dall’Italia per gli aiuti allo sviluppo e li ha resi graficamente in modo tale da poter essere letti facilmente con un colpo d’occhio. I finanziamenti sono classificati per l’anno di erogazione, il followthemoney-1-460x295paese di destinazione, i settori d’intervento. In questo mondo attraverso delle cartine sensibili e dei grafici un cittadino italiano può farsi un’idea di quello che l’Italia fa in giro per il mondo in termini di aiuti allo sviluppo. Questo è un esempio tipico di data journalism, il giornalismo di precisione che lavora utilizzando soprattutto una grande quantità di dati. In realtà il progetto in questione è più complesso dato che un gruppetto di giornalisti e fotografi hanno anche lavorato su specifici problemi in quattro paesi (India, Sudafrica, Libano, Vanuatu), dando così anche un po’ di “carne” a dei numeri che da soli rischiano di essere troppo schematici. Il gruppo di lavoro prevedeva sia giornalisti che fotografi ed è stata una scelta giusta perché un giornalista da solo, anche se bravo e multimediale, è difficile che riesca a scrivere, fotografare e filmare bene; la divisione dei compiti è importante per avere dei buoni prodotti informativi. Anche in questo progetto sono compresenti l’utilizzo della tecnologia e la possibilità di avere già in partenza un media mainstreaming sui cui pubblicare il tutto. Che siano questi i due requisiti per essere finanziati dall’Ejc?

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