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Rieducare e non punire, un obiettivo ancora lontano. Un breve viaggio di conoscenza nel sistema carcerario mondiale

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(articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau – marzo – aprile 2019)

Le carceri esistono in tutto il mondo e, si dice, sono lo specchio della società che le esprime. In altre parole le condizioni del carcerato e le sue prospettive, ci dicono molte cose sul clima politico, sociale, umano esistenti in un determinato Paese.
C’è un nord e un sud anche in questo caso, e chi entra in una galera nel sud del mondo ha maggiore probabilità di finire in un posto sovraffollato, sporco e pericoloso. Purtroppo non si può dire, in contrapposizione, che chi invece finisce in un carcere nel nord, ha la certezza di vivere in un luogo dove potrà essere rieducato e, una volta terminata la sua pena, reinserirsi nella società. Ricordiamo infine che stiamo parlando di 11-12 milioni di persone che nel mondo vivono in galera.
Eppure il rispetto dei diritti civili del carcerato e il reinserimento della persona che ha commesso un crimine, sono questioni fondamentali per ogni società organizzata, dato che l’alto tasso di recidive (i detenuti che ritornano in carcere) e la spesa pubblica che costa allo Stato mantenere il gigantesco apparato penitenziario, sono elementi che devono porre questo tema in cima all’agenda pubblica. Quasi sempre il carcere invece, complici in questo anche i media alla ricerca di notizie di facile suggestione, appare in cima alle priorità dell’agenda pubblica solo in occasione di un detenuto famoso, dei suicidi e di altri fatti di cronaca nera che possono facilmente riscuotere l’attenzione dei cittadini. Sotto il profilo più strettamente politico il tema può diventare uno strumento molto utile per accaparrarsi voti e per cavalcare l’onda di un’opinione pubblica frastornata e impaurita dall’instabilità del mondo contemporaneo. E non stiamo parlando solo del caso italiano ma di una tendenza generale.

Il triste primato degli Stati Uniti
On line si possono trovare dei buoni dati che riguardano la situazione carceraria nel mondo; l’organismo più interessante è l’inglese Istituto di ricerca di criminologia che pubblica il World Prison Brief , un possente database sempre aggiornato che raggruppa i dati mondiali riguardanti il carcere per numero di detenuti in ogni paese, per percentuale di detenuti rispetto alla popolazione, per percentuale di genere, per percentuale di detenuti stranieri e per numero di detenuti che lavorano.
Gli Stati Uniti con 2.121.000 persone ha il numero più alto di detenuti nonostante una popolazione ridotta rispetto ad altri paesi e questo dato è una chiave di lettura della severità con cui vengono trattate le persone che sbagliano.
Per capire meglio l’uso della detenzione nei vari paesi vediamo però i dati relativi all’incidenza dei detenuti rispetto alla popolazione di un’intera nazione. I paesi con il maggior numero di detenuti per 100.000 abitanti sono, come dicevamo, gli Stati Uniti (655), seguono El Salvador (597), Turkmenistan (552), Thailandia (539), Cuba (510), il paradiso turistico delle Maldive (499). El Salvador pur essendo una nazione più piccola dell’Emilia Romagna ha un tasso così alto per via della presenza della famigerate marras, delle bande criminali organizzate che danno al paese il primato di paese con il maggior numero di omicidi (proporzionalmente alla popolazione).
La Russia con 392 è al 19° posto, la Cina con 118 invece è alla 134° posizione. Il paese con la minor percentuale dei propri cittadini incarcerati è la Guinea Bissau (10). In Europa i paesi con più detenuti, dopo la Russia (392) e la Turchia (318) sono in generale i Paesi dell’est Europa. La Turchia dall’avvento del suo leader Recep Tayyip Erdoan ha visto un aumento imponente delle carcerazioni con un picco dopo il tentativo di colpo di Stato contro di lui nel 2016.

Le condizioni di vita dei detenuti
Le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri sono comunque difficili. Anche là dove non vi sono particolari situazioni di violenza il detenuto, soprattutto nel caso di chi deve passare diversi anni, rimane in una condizione di inattività che lo estrania dalla società. In galera le occasioni di formazione professionale, lavoro o semplicemente svago sono rare. Per non parlare dei rapporti con i famigliari che sono rarefatti e difficili. E stiamo parlando di carceri di stile europeo, dove c’è una certa attenzione al rispetto dei diritti umani.
Vi sono situazioni ancora più drammatiche dove entrare in carcere significa entrare in un girone infernale. In Venezuela esiste la famigerata prigione di Sabaneta che ospita 3.700 detenuti (invece dei 700 che dovrebbe contenere), con una agente carcerario per 150 detenuti. Mediamente l’80% dei carcerati è armato e la vita all’interno è regolata da gang criminali che si fronteggiano tra di loro. Chi appartiene alle gang obbliga gli altri detenuti a pagare in qualche modo l’acqua da bere, un posto dove dormire, insomma i servizi essenziali che dovrebbero essere comunque garantiti. Spesso nel carcere ci sono delle rivolte, famosa quella del 1994 dove rimasero uccisi 108 detenuti e quella del 2013 dove ne morirono 16.
Non sono solo i paesi meno sviluppati ad avere delle prigioni che assomigliano a dei lager, ma anche i paesi ricchi. La prigione statunitense di Riker’s Island è famosa per la brutalità dei suoi agenti carcerari: nel 2013 sono stati picchiati a sangue ben 129 persone.

Se dentro ci vanno le donne e gli stranieri
Le donne, notoriamente, sono sempre una bassa percentuale nelle carceri perché delinquono semplicemente di meno. Il posto nel mondo dove le donne percentualmente vengono più incarcerate (sono il 20,5% della popolazione carceraria) è Hong Kong, segue il Laos (18,3%), la Danimarca è al sesto posto (13,8%), gli Stati Uniti al 18° posto (9,8%). Nonostante queste basse percentuali in alcuni paesi, Stati Uniti in testa, si assiste negli ultimi 30 anni a una crescita veloce del numero di donne che finiscono in carcere.
Per quanto riguarda la percentuale di detenuti stranieri tra i primi posti nella lista mondiale c’è la Svizzera, la cui popolazione carceraria è per il 71,5% di origine straniera, L’Italia ha il non invidiabile 22° posto con una percentuale del 34%. Quando un paese incarcera molti stranieri, questo fatto ha il significato inequivocabile di una mancata integrazione, di un’accoglienza non organizzata, dato che i reati non sono mai attribuibili a determinati popoli ma principalmente a condizioni ambientali e sociali.

Il sovraffollamento
Un altro dato che determina in maniera decisiva la condizione carceraria è il grado di sovraffollamento delle prigioni. Le prigioni più invivibili si trovano ad Haiti dove il sistema carcerario ospita più del quadruplo dei detenuti previsti. Facendo un esempio concreto, ad Haiti vi sono prigioni costruite per 1000 detenuti ma che ne ospitano invece 4.500. Questo significa celle dove vengono ammassate decine di persone e dove i detenuti sono malnutriti, si ammalano, litigano tra di loro, arrivando a gravi episodi di violenza. Anche le Filippine sono in una situazione simile, soprattutto da quando il presidente Rodrigo Duterte ha avviato una spietata lotta allo spaccio della droga. Il carcere di Quezon city – la più grande città della zona metropolitana di Manila – ha un carcere costruito per 262 detenuti: attualmente ne ospita più di 3 mila.
A volte degli episodi specifici come un svolta autoritaria o una nuova legge che colpisce duramente un’attività prima di allora poco perseguita, possono cambiare notevolmente le condizioni carcerarie in un Paese; così da un giorno all’altro, e quasi sempre non si pensa alle conseguenze sociali, economiche e di rispetto dei diritti umani che questi arresti di massa, così difficili da gestire, comportano.
Se una società accetta l’esistenza dei carceri al suo interno, anche perché esistono correnti di pensiero che propongono soluzioni diverse, deve porsi tutti i problemi che comporta un carcere solo punitivo, che fa soffrire le persone e non dà nulla di più, non le rieduca, non li forma per un lavoro con cui inserirsi nella società. Un carcere di questo tipo è destinato solo a liberare, una volta terminata la pena, persone rancorose o sfiduciate che facilmente ritornato a infrangere la legge.

Le prigioni d’Italia
La risorsa migliore per conoscere la condizione carceraria italiana ci viene offerta dall’associazione Antigone.
A metà del 2018 in Italia c’erano 58.223 detenuti. Di questi ben il 34% è in custodia cautelare, ovvero sono persone che non hanno ancora avuto una condanna e che aspettano l’esito finale; tra gli stranieri questa percentuale sale al 39%. La condizione di questi detenuti in attesa è particolarmente delicata, sia dal punto di vista psicologico che da quello pratico perché non possono usufruire di pene alternative.
A proposito dei detenuti stranieri va fatta una precisazione. Dal 2003 al 2018 anche se è triplicata la presenza di stranieri sul territorio italiano, in realtà il tasso di detenzione è diminuito di tre volte, in altre parole, se nel 2003 su ogni cento stranieri residenti in Italia l’1,16% finiva in carcere, oggi è solo lo 0,39%. Basta questo dato per sfatare molti pregiudizi.
Il 4,9% dei detenuti (il 7,1% per gli stranieri) sono in carcere per pene di un anno; per una pena così bassa sono previste delle alternative alla detenzione che permetterebbe una pressione minore sul sistema penitenziario. Il 23% dei detenuti sta scontando pene inferiori ai tre anni. L’Italia, che era stata condannata nel 2013 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio per il sovraffollamento, non ha risolto il problema e, dopo il miglioramento nei due anni successivi, si sta ritornando a situazioni pericolose come nel carcere di Como che ospita il doppio dei detenuti che potrebbe contenere, o nel carcere di Taranto con una percentuale di poco inferiore.
Un discorso a parte merita lo stato di salute dei detenuti. Dal 2008 è la stessa Asl locale ad avere la responsabilità della salute dei detenuti ma le condizioni in cui vivono i carcerati – spesso manca l’acqua calda, gli ambienti sono freddi d’inverno e soffocanti d’estate, non viene garantita l’attività fisica… – rendono il carcere una “fabbrica di malattia”.
Questa situazione di fatica è sottolineata anche dal numero di suicidi che nel 2017 sono stati ben 52, uno a settimana. In carcere ci si toglie la vita 15 volte di più che in libertà.

La giustizia riparativa
La giustizia riparativa, ideata negli Stati Uniti, non è un’idea facile da comprendere perché propone di vedere l’autore del reato, la vittima e l’intera società in un modo molto diverso. La punizione del reato rimane, ma va oltre la sola punizione, mettendo al centro le persone, gli esseri umani e non la violazione di una norma.
L’autore del reato deve capire quello che ha fatto non semplicemente scontando una pena in carcere ma confrontandosi con chi o con coloro che ha offeso, cercando una mediazione, un modo per risarcire la vittima, non in termini economici, ma in termini di presa di coscienza di quello che si è fatto. Poi questa mediazione può percorrere strade diverse. La giustizia riparativa dà anche alla vittima un ruolo diverso, più attivo e quindi contribuisce a sanare le ferite inferte dall’atto criminale.
Guardando il film di Ken Loach, “La parte degli angeli”, dove l’aggressore viene messo a contatto con la vittima che ha picchiato e i suoi genitori, si riesce a comprendere meglio come funziona la giustizia riparativa e gli effetti che ha su vittima, aggressore e l’intera società.

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Blog che raccontano il mondo

Conosco tutta una serie di persone, alcuni direttamente – e per me è stata una fortuna – che parlano di sviluppo e di sud del mondo; non sono giornalisti, non sono cooperanti o meglio lo sono, ma in un modo individuale e libero. Per comunicare usano con naturalezza e passione le pagine di un blog. Sono molto liberi nel loro raccontare, non devono assoggettarsi alla scrittura giornalistica, né fare titoli “catturattenzione”; nemmeno devono parlare del proprio gruppo (ong o vuoi che sia) per mostrare come il proprio progetto va avanti, che benefici porta alle persone del luogo, non pensano molto ai propri donors. Perfino l’uso delle tecnologia è funzionale: testi, video, foto vengono pubblicati perché hanno un discorso da fare, ma rimangono comunque lontani dalla”fighetteria” tecnoculturale.

Sono persone che hanno scelto percorsi esistenziali particolari, che abitano nei posti di cui parlano e ci stanno da parecchio tempo. Ecco, il tempo, che ancora una volta ritorna come discriminante, quando si parla di un discorso profondo di comunicazione. I loro blog sono interessanti non solo perché estremamente liberi (dettati dal cuore) ma perché sono frutto di un’esperienza che matura lentamente.
Ve ne presento tre in modo molto sintetico.

awaragi

Sunil Deepak è un medico indiano che ha lavorato per 30 anni in Aifo e in questo periodo ha girato ogni angolo del pianeta per verificare scientificamente come funzionava la riabilitazione su basa comunitaria verso i disabili, i malati di lebbra… ad un certo punto della sua vita ha deciso di “seguire solo le ragioni del suo cuore” ed è ritornato in India con l’idea di fare il medico nelle comunità indigene, la fasce di popolazione che vengono poi escluse dal progresso economico. Il suo diario che mescola ricordi personali  e immagini molto belle, racconta questa ricerca di un luogo, non sa ancora quale sarà, dove passerà i suoi prossimi anni, forse la parte finale della sua vita. I suoi reportage sono rari ma molto lunghi e raccontano un’India periferica come i mass media spesso non sanno fare.
ghanaway

Antonella Sinopoli era una giornalista dell’Adnkronos prima nella redazione di Napoli e poi a Bologna che ha deciso oramai diversi anni fa di cambiare vita e di occuparsi di Africa. Dal 2010 ha cominciato a frequentare il Ghana e da un anno vi è pure andata ad abitare in una località sul mare vicino al confine con il Togo; qui ha allestito uno spartano resort per turisti e ha una vendita di pane. Il suo diario racconta la vita in quel paese dal basso, non dal punto di vista di una bianca che lavora in una struttura come un’ong o un’ambasciata. Molto spesso le sue riflessioni riguardano i pregiudizi, le stereotipie, anche quelle che i neri hanno verso i bianchi perché il suo discorso non è mai a senso unico.

a piedi nudi

Emma Chiolini, invece è una ragazza che ha deciso di partire per il Brasile come laica missionaria comboniana. Laggiù si occupa di carcere, è arrivata nel novembre del 2013 e chissà quanto ci rimarrà. La sua testimonianza racconta una realtà specifica, quella carceraria brasiliana che a dispetto della sua drammaticità e delle sue dimensioni, presenta anche aspetti innovativi che danno dignità al carcerato non visto come persona da punire ma da rieducare. Esempi questi che servirebbero molto anche al nostro paese dove le carceri sono degli inferni e basta.

A volte mi domando dove finiranno tutti queste narrazioni, se la rete ne conserverà sempre una memoria o se in futuro saranno cancellati … non so cosa succederà. So che nella rete si accumula molto materiale prezioso che gli studiosi del domani potranno analizzare e avranno a loro disposizione delle fonti che nessuno aveva mai avuto prima.
Da parte loro i blog sono come un normale libro, hanno un inizio e una fine, e quando finiscono, rimangono come delle piccole isole abbandonate nella rete su cui soffermarsi.