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Guerra ai disabili!

Le persone con disabilità sono state particolarmente colpite durante l’attacco a Gaza. Dieci i morti, undici i feriti, le strutture e i servizi cancellati dalle bombe e infine altre mille persone rese invalide dalla guerra (articolo pubblicato nel numero di novembre della rivista “Amici di Follereau”)

???????????????????????????????In qualsiasi società una persona con disabilità incontra normalmente più difficoltà che altre persone; per muoversi, per trovare un lavoro o avere una vita sociale e affettiva come gli altri, un disabile deve far fronte a molte barriere sia fisiche che culturali e spendere molte più energie e soldi per cercare di superare queste difficoltà. Ma cosa succede quando una persona disabile vive in un paese sotto assedio da anni e dove c’è stato un attacco della durata di 51 giorni dagli effetti devastanti?

“Include”: un progetto per le donne disabili di Gaza

Un’occasione per parlarne in termini precisi, ce la può offrire la testimonianza di persone che lavorano su questi temi in quel paese martoriato. A Gaza, da un paio di anni, l’Ong Educaid assieme ad Aifo e Rids (Rete italiana disabilità e sviluppo), sta portando avanti il progetto “Include – Socio-economic empowerment of women with disabilities in Gaza Strip”. L’iniziativa è rivolta a donne con disabilità di tipo fisico o sensoriale e offre molte attività aventi come scopo la promozione dei loro diritti. Tra le attività una mira al rafforzamento delle loro capacità imprenditoriali finanziando, con un prestito a fondo perduto il loro avvio. “Abbiamo finanziato 34 idee, mediamente con 2 – 3 mila euro ognuna – dice Adriano Lostia, responsabile Paese per conto di Educaid – le attività proposte erano piuttosto diverse e andavano dal design all’allevamento di polli e pecore, dal salone di bellezza a piccole attività commerciali come cartolerie o drogherie”.
Parallelamente a quest’azione “Include” ha portato avanti anche un discorso di presa di coscienza e di sensibilizzazione della popolazione in generale attraverso un percorso di formazione nell’uso dei media. “Quest’azione ha coinvolto 30 donne, laureate e già impegnate nei media – continua a spiegare Lostia – a loro abbiamo dato un’ulteriore formazione a quella che già avevano; hanno quindi coinvolto attraverso dei workshop altre 120 donne con disabilità appartenenti a organizzazioni impegnate nel campo della disabilità”. Il risultato di quest’attività sarà presto visibile sul sito http://www.include.ps, dove si potranno vedere 15 brevi video e sarà pubblicata una rivista dal titolo “Voice of women”.

Operazione “Margine di protezione”: ma per chi?

E’ questo il nome dell’offensiva di terra e dal cielo che l’esercito israeliano ha condotto nella striscia di Gaza dall’8 luglio al 26 agosto anche come risposta al triplice omicidio di tre adolescenti israeliani avvenuto nel giugno precedente. I dati parlano di oltre 2.000 morti palestinesi (la stragrande maggioranza civili), più di 11 mila feriti, 16.000 abitazioni private distrutte e pressoché ogni fabbrica danneggiata. Se queste cifre vengono lette dalla prospettiva di un’Ong che lavora sul tema della disabilità o dai disabili stessi, questi dati diventano ancora più terrificanti.
“Sono ritornato a Gaza durante il cessate il fuoco – continua Lostia – e la situazione che ho trovato era molto mutata in peggio. Delle 150 donne che seguivamo, nessuna per fortuna era rimasta vittima dei bombardamenti, ma alcune di loro aveva perso dei parenti, altre la casa”.10547448_806401439383801_3808878321869276475_n
La cosa che più lo ha colpito è stato il cambiamento di clima tra la popolazione che Lostia conosce bene visto che sono 11 anni che frequenta la Palestina. “Questa guerra ha messo le persone una contro l’altra. Poiché non si sapeva dove scappare, dato che a Gaza non si può uscire, la gente si spostava cercando un posto sicuro; si cercavano altre case ma i proprietari non volevano inquilini che non conosceva, perché bastava che una sola persona avesse avuto dei rapporti con Hamas che l’intero edificio correva il rischio di essere demolito dalle bombe”.

I più deboli sono i più colpiti

Il progetto “Include” ha anche una pagina Facebook (“Include Gaza”) che raccoglie delle foto, delle testimonianze e dei dati sulle ripercussioni che la guerra ha avuto sulla popolazione disabile. 11 persone con disabilità sono state uccise durante i bombardamenti, altre 10 sono state ferite. Questi numeri non sono alti, anche se si tratta comunque di vite umane, ma accanto a questo si deve aggiungere la distruzione delle case, delle strutture pubbliche e dei servizi che le associazioni e le Ong prima offrivano. Le bombe e i razzi hanno portato al danneggiamento di 13 ospedali, 15 pronto soccorso, 35 strutture che offrivano servizi socio-sanitari, alla distruzione di 12 ambulanze. Le macerie poi non fanno altro che aumentare le barriere architettoniche.       Per finire questa guerra ha “regalato” alla società palestinese di Gaza altre persone rese invalide per via delle ferite ricevute (sono stati stimati mille nuovi invalidi).
Sul sito del progetto “Include” (www.include.ps) sono documentate anche le storie di alcune persone disabili, come quella di Mai Hamada, una ragazza palestinese di 19 anni ferita mentre dormiva all’interno del Mabarat Falasteen Society for Handicapped, un centro residenziale, appunto, per persone con disabilità. In un altro post si segnala invece la parziale distruzione dell’Al-Basma Club for the Disabled (ABCD – http://www.basmaclub.ps), un centro esistente dal 2005 e gestito da persone disabili e non, che promuovono attività sociali e sportive, organizzano servizi per una migliore partecipazione della persona disabile alla società civile palestinese di Gaza. Tutto questo è stato spazzato via o gravemente compromesso in poco tempo con delle bombe.
Guardare la guerra dalla prospettiva di chi ha più bisogno, di chi è più debole servirebbe a tutti, a Hamas come all’esercito israeliano; ricostruire è molto più difficile che distruggere e questo vale ancora di più per le persone disabili.

Emancipare i disabili nella striscia di Gaza

Aifo ha partecipato al progetto “Include” attraverso una formazione, condotta da Sunil Deepak, a 30 donne disabili palestinesi. Durante gli incontri le donne hanno raccontato le difficoltà che devono affrontare ogni giorno per accedere ai servizi socio-sanitari, hanno parlato anche della mentalità dei genitori di bambini disabili e hanno riportato al gruppo esempi positivi di persone con disabilità che hanno avuto successo nel lavoro. “L’Implementing Emancipatory Disability Research – spiega Sunil Deepak – consiste in un metodo che vede la partecipazione diretta delle persone con disabilità, la loro presa di coscienza, la sensibilizzazione della popolazione e il rafforzamento delle capacità delle altre persone disabili”.
Dalla testimonianza di molte donne emerge come il personale sanitario palestinese (medici, specialisti, infermieri) non sia assolutamente preparato ad accogliere le persone con disabilità come pazienti.

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Make development inclusive! Quando la cooperazione si occupa di disabilità nei paesi poveri

Riporto una ricerca realizzata dal Centro Documentazione Handicap di Bologna in collaborazione con Aifo su cooperazione e disabilità. Il lavoro è stato rimontato usando la piattaforma offerta da storify e arricchita con due contenuti video. Il lavoro è del dicembre del 2011 ma è ancora attuale; l’unica novità di rilievo è rappresentata dal  Piano d’Azione sulla Cooperazione allo Sviluppo e la Disabilità redatto dai tecnici del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la Rids.

accaparlante

Sono circa un miliardo le persone con disabilità nel mondo, l’80% delle persone con disabilità vive nei paesi poveri o, detto in un altro modo, chi è disabile ha anche molte più probabilità di essere povero.
Molte persone che si occupano nei paesi occidentali di inclusione delle persone con disabilità non hanno una percezione reale dello stato di abbandono in cui versano nei paesi in via di sviluppo, anche in quelli che hanno delle economie emergenti.

In Italia le ONG che fanno cooperazione allo sviluppo sul tema della disabilità in modo continuativo sono poche, ma le cose stanno cambiando, si comincia  respirare un’aria nuova in questo settore.
Dopo la ratifica da parte dell’Italia (2009) della Convenzione Internazionale sui diritti delle persone Disabili (Onu 2006), sono state approvate le Linee Guida sulla disabilità da parte del Ministero Affari Esteri. Queste linee guida prendono spunto dall’articolo 32 della Convenzione Onu che parla proprio direttamente di cooperazione allo sviluppo e di disabilità.
Da un lato questo movimento legislativo e culturale potrebbe portare ad una crescita sia della progettazione che della sua realizzazione, dall’altro però ci troviamo di fronte ad un periodo di crisi economica perdurante e drammatico, il peggiore che il nostra paese ha dovuto affrontare dal dopoguerra. Questa crisi economica si traduce in una progressiva riduzione degli stanziamenti a favore della cooperazione italiana, già dotata di poche risorse se paragonata ad altri paesi europei. Ma la crisi non deve essere un pretesto per questi tagli, visto che la cooperazione non è carità, anzi cooperare allo sviluppo vuol dire sviluppare anche se stessi, soprattutto in un mondo come il nostro, dove tutto è sempre più connesso e dove lo sviluppo di una parte a scapito di un’altra, oramai si sa, danneggia l’intero sistema nel lungo, ma anche nel medio periodo.

Per scrivere questo approfondimento abbiamo intervistato persone che lavorano all’interno delle ONG, rappresentanti della Direzione generale cooperazione allo sviluppo e un rappresentante italiano (Gianpiero Griffo) della Disabled People International.
La maggior parte dei contributi provengono da una sola ong, Aifo, il gruppo che storicamente si occupa in Italia di cooperazione allo sviluppo e disabilità.

Il lavoro è suddiviso in tre parti, la prima di carattere generale e contestuale, la seconda che racconta esperienze di cooperazione e l’ultima che si occupa solo del tema della comunicazione, o meglio dell’importanza che la comunicazione deve avere sia per quanto riguarda il racconto dei progetti in sé e la loro diffusione, sia per quanto riguarda l’uso di strumenti informativi all’interno dei progetti stessi, campi ancora da sviluppare in modo adeguato.

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