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Il mediterraneo tra guerre e migrazioni, la marcia della pace, cooperare per includere: il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

Che cos’è oggi il mediterraneo, qual è la sua importanza geostrategica, quali sono i rapporti che lo legano all’Unione Europea e qual è il ruolo dell’Italia? Sono queste le catturadomande cui si tenta di dare una risposta nell’ampio dossier dedicato.

Poi la curiosa storia ambientata in Mongolia, dove grazie a un prestito di capre, Aifo permette alle famiglie di pastori che al loro interno hanno una persona disabile, di avere una qualità di vita migliore.
In un’altra sezione i soci Aifo raccontano la loro partecipazione alla marcia della pace.
“Tanti semi, un solo mondo, un solo futuro” è invece il titolo dell’articolo che racconta una serie di laboratori tenuti nelle scuole italiane nell’ambito del progetto “Un solo mondo un solo futuro. Educare alla cittadinanza mondiale a scuola”.

Questi sono solo alcuni dei tanti temi trattati nel mese di dicembre: che aspettate a leggerci?

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Pace, lebbra, TTIP … il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

CatturaPace, lebbra, TTIP, persone con disabilità: sono questi i temi trattati principalmente sul numero di settembre di “Amici di Follereau” la rivista di Aifo.

In apertuta si parla della marcia che si terrà domenica 9 ottobre; i pacifisti cammineranno insieme per una nuova edizione della Marcia per la pace Perugia-Assisi, una “classica” per chi è impegnato per un mondo senza guerre e violenze, più giusto e dove la dignità e i diritti siano garantiti a tutti.
La monografia è dedicata alla lotta alla lebbra vista non solo in termini di cura fisica ma anche di inclusione sociale degli ex-malati che in ogni parte del mondo sono vittime ancora di pregiudizi.
Il Primo Piano è invece dedicato al TTIP “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”. Se l’accordo sul libero scambio tra Unione Europea e Usa verrà approvato, il nostro servizio sanitario cambierà in peggio, come sostiene, tra le altre cose, Monica Di Sisto di “Fairwatch”.
Poi un approfondimento, con un intervista a Carlo Lepri, sull’immagini sociali che si hanno nei riguardi delle persone con disabilità, immagini che pregiudicano una loro piena inclusione.
Infine il racconto dell’esperienza di due volontarie che hanno appena finito il periodo di servizio civile ad Aifo.

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Armi italiane: solo un grande affare?

OPAL_INFOGRAFICA_Export_Armi_IT_25anni_Pagina_06L’Italia è uno dei maggiori esportatori di armi nel mondo e i paesi che le comprano hanno regimi autoritari e politiche estere aggressive.

L’Italia è il nono esportatore di armi nel mondo, vende un po’ di tutto, dagli armamenti pesanti come elicotteri, navi, carri armati a sofisticati sistemi radar, ma in una cosa è prima, è il maggior esportatore di armi leggere (pistole, fucili). Ne ha vendute dal 2000 al 2013 per un importo di 5,9 miliardi di euro a più di 123 paesi. E’ un normale affare commerciale, potrebbe obiettare qualcuno – anche se le armi comunque si fanno per ammazzare le persone – il problema è che, nonostante la legge 185 del 1990 che regola le esportazioni delle armi in Italia, fra i paesi cui vendiamo, ve ne sono alcuni che hanno regimi autoritari e aggressivi verso l’esterno come è il caso dell’Arabia Saudita.

Dove e quanto vendiamo

Secondo i dati forniti da Giorgio Beretta dell'”Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa”, dal 1990 al 2015 le autorizzazioni concesse dal Governo italiano all’esportazione di sistemi d’arma si suddividono percentualmente così nelle seguenti zone geopolitiche: Unione Europea (35,9% del totale), Medio Oriente – Nord Africa (23,2%) e Asia (15,4%). Chi compra più da noi sono gli Stati Uniti e l’Inghilterra.
Questi dati, se aggregati in modo diverso, però ci dicono molto altro; se prendiamo in considerazione solo il periodo che va dal 2010 al 2014 le autorizzazioni per l’esportazione verso l’Unione Europea diminuiscono al 24,5% mentre aumentano quelle verso il Medio oriente e il Nord Africa che salgono al 35,5%. Similmente aumentano le autorizzazioni di vendita d’armi verso l’Asia (16,2%) e l’America latina (5,2%). Sempre in questo quinquennio bisogna sottolineare il ruolo di primo piano come importatori dell’Algeria (1,4 miliardi di euro), seguita a ruota dall’Arabia Saudita (1,2 miliardi di euro), dagli USA e dagli Emirati Arabi Uniti.

A 25 anni dalla legge 185

Prendendo spunto dalla relazione presentata dalla “Rete Italiana per il Disarmo” , in occasione del venticinquesimo anniversario di approvazione della legge 185, si viene a sapere che le autorizzazioni del Ministero della Difesa per la vendita di armi sono state pari a 54 miliardi di euro, anche se poi l’effettiva vendita è ammontata “solo” a 36 miliardi. Il problema poi è a chi sono state vendute queste armi: “Secondo la legge e secondo il buonsenso, l’export militare dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro Paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Francesco Vignarca coordinatore della Rete. Infatti più della metà delle esportazioni sono state indirizzate a paesi al di fuori delle principali alleanze politico-militari di Roma e cioè i paesi non appartenenti all’Unione europea o alla Nato.
“La legge 185 prevedeva soprattutto il divieto di esportare armi in zone di conflitto e in Paesi dove non fossero rispettati i diritti umani – spiega Eugenio Melandri Direttore di Solidarietà internazionale – La storia di questi 25 anni ci racconta invece che, purtroppo, in tanti casi si sono trovate scorciatoie per poterla eludere”. Del resto, come denuncia la “Rete per il disarmo”, le Relazioni annuali del Governo sono diventate sempre meno trasparenti.

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Vignette Antirazziste

La vignetta satirica con la sua immediatezza è uno strumento molto efficace per parlare di razzismo e migrazioni, intervista a Mauro Biani, vignettista de “Il manifesto”
mediterraneo migranti tritacarne
 

Come sei arrivato a fare questo mestiere?
Sono un educatore professionale, lavoro con persone disabili; questo è stato il mio lavoro principale per lungo tempo e lo faccio ancora adesso part time. Sono diventato vignettista poco alla volta; ho cominciato a mettere sui fogli delle idee, dei disegni che prendevano spunto da fatti di attualità. Scrivevo un diario per me stesso, poi nel 2003 questo diario è diventato un blog; sono stato tra i primi vignettisti a usare questo mezzo. Pubblicavo una vignetta al giorno e così con il passaparola – all’epoca i blog avevano la stessa funzione dei social media adesso – sono stato scoperto. Ho iniziato a collaborare con il giornale d’informazione sociale “Vita” e poi ho disegnato per gli inserti satirici dei quotidiani “Liberazione” e “l’Unità”. Ho collaborato anche con il “Pizzino” un giornale satirico siciliano, che aveva un linguaggio molto originale. Oggi sono il vignettista de “Il Manifesto”, una collaborazione che mi piace molto ma anche impegnativa dato che ogni giorno devo disegnare una vignetta per la prima pagina.

Il disegno, la vignetta per parlare di problemi sociali non è riduttivo rispetto al testo scritto o al video?
Sono strumenti complementari; la vignetta è una battuta, uno sguardo, è sicuramente limitata, ma vuole solo fornire uno spunto ed è complementare ad altri strumenti che sono più adatti all’approfondimento.

Chi sono gli autori che tu conosci e che raccontano meglio i temi sociali del mondo e i problemi dello sviluppo?
Mi sono ispirato come vignettista allo stile dell’inserto dell’Unità “Cuore” e avevo studiato con passione anche il giornale satirico degli ’70 “Il Male”.
Diciamo che la mia fonte d’ispirazione sono i disegnatori satirici classici italiani come Altan, Bucchi, Elle Kappa. La mia particolarità è però legata alla mia professione, sono un educatore e certe tematiche sociali, soprattutto quelle relative alla disabilità, le conosco bene.

E’ appena uscito un tuo libro “Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista”, pubblicato dall’associazione Altrinformazione, com’è nata l’idea?
Ho fatto una selezione di oltre 600 vignette che ho disegnato dal 2004 e ne ho scelte 135. Rileggerle tutte in fila è stata un’esperienza emotiva forte e mi ha rimandato a una visione complessiva, di quello che è stato ed è il fenomeno della migrazione frenato da muri e dal mare, dal filo spinato e dall’ignoranza. Queste vignette sono anche una ricostruzione storica dell’impatto dell’immigrazione sulla politica italiana.
Accanto ai miei disegni abbiamo pubblicato anche una serie d’infografiche tratte dal “Dossier Statistico Immigrazione” dell’Idos che denunciano con dei dati precisi le false informazioni che circolano sul tema. Il libro è stato finanziato attraverso il crowdfunding in sole due settimane. “Il Manifesto”, convinto dal progetto, ha voluto farne un’altra edizione in 20 mila copie distribuite in edicola e oramai esaurite. E’ la prova che c’è un pubblico interessato al giornalismo fatto con vignette satiriche e con l’infografica.

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La guerra attira gli aiuti umanitari, la pace no?

di Marco Sassi

Grazie Nicola, con un breve commento ho la possibilità di aggiungere due cose:
1) La prima è che hai terribilmente ragione: dalla mia breve esperienza in Iraq ai tempi di Saddam posso confermarti che la situazione era molto migliore, sono state uccise 120.000 persone e i Curdi soffrono molto più di prima. La guerra aveva altre ragioni, ricordiamocelo sempre, così come chiediamoci sempre che meravigliose relazioni di pace e di cooperazione avremmo potuto sostenere in tutto il sud del mondo coi 7-8 miliardi spesi (costi diretti e indiretti) dall’Italia in quei due buchi neri , pari a 12 volte quello che abbiamo speso per la cooperazione allo sviluppo in tutto il mondo !
2) La seconda questione mi tormenta molto: ci sono situazioni di tensione che conoscono parossismi e sfociano nel conflitto anche perchè le parti sanno benissimo che, successivamente, la comunità internazionale farà a gara per partecipare alla ricostruzione, a volte con convinzione a volte con carità pelosa e malcelante interessi economici. I casi che hai citato dell’Afghanistan e dell’Iraq sono sicuramente emblematici, e a questa stessa riflessione e lettura alla lente di ingrandimento non vorrei sottrarre, per amor di verità, nemmeno il conflitto perennemente riacceso da parte palestinese (per quanta ragione stia dalla loro), ma anche in Ucraina, nella Repubblica Centrafricana ecc .

E ci sono altre situazioni di conflitto, dove invece le parti riescono a trovare conciliazioni, a uscire dalla spirale dell’aggressione, ad abbassare i livelli dello scontro. E ce ne sono tantissimi di casi come questo: ma non “bucano”, non assurgono agli onori nè delle cronache nè degli aiuti ; e scivolano nell’oblio.
La comunità internazionale ha versato negli ultimi 30 anni per un Palestinese circa 150 volte di più rispetto a un Malgascio. Qui hanno trovato forme di pacificazione, dopo la rivoluzione di 7 anni fa hanno fatto la riconciliazione, non ci sono più tensioni…. ma solo centinaia di morti per fame, per sete, per la carestia che colpisce l’intero sud del Paese o per la peste bubbonica che colpisce il nord, dimenticati dal mondo.
Dobbiamo uscire da una spirale: la guerra , i morti pagano, mentre la pace , la conciliazione porta all’oblio.
E’ una trappola velenosa, in cui cadiamo in continuazione, quella di accorrere sulle guerre e di voltare le spalle a chi abbraccia la pace.
A noi Europei arriverà presto il conto salatissimo della stramaledetta guerra tra Ucraina e filorussi, la ricostruzione ci costerà miliardi, ma, visto che ce ne sono sempre meno, saranno tolti a chi poteva fare la guerra ma ha fatto la pace. Ma ora fa la fame. E’ giusto?

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Comunicato Aifo: Libia, si cominci dalla pace, non dalla guerra

libiaSi riparla di guerra in Libia. Quattro anni fa è stata proprio la guerra a produrre il disastro attuale. E non sarà certo un’altra guerra a riportare ordine, anche se sotto l’egida delle Nazioni Unite, una contraddizione perché l’Onu è nata proprio per “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”.

La politica continua a riproporre soluzioni che sono fallite in Somalia, in Afghanistan, in Iraq e da ultimo proprio in Libia. Sono questi errori a rendere oggi così difficile la soluzione dei conflitti accesi da violenze sconsiderate. La scorciatoia della guerra è una pura illusione.
La crisi economica – si dice – è dovuta alla mancanza di investimenti. Il caos e la crisi della sicurezza attuali sono dovuti ai mancati investimenti nella pace.

Settant’anni fa Raoul Follereau proponeva un servizio civile per abolire progressivamente il servizio di leva. Avremmo pronti quei corpi di civili di pace che mancano terribilmente sullo scenario internazionale.
Alla gioventù uscita dalla guerra mondiale indicava un’educazione aperta al mondo, inserendo la storia dell’umanità   nei   programmi   scolastici. Avremmo evitato di far crescere generazioni che non si comprendono perché vivono in culture e religioni diverse, che non sanno nulla le une delle altre o, peggio, si conoscono solo attraversi stereotipi. Non staremmo oggi ad evocare scontri di civiltà.

Si dirà: ma come combattere la follia armata senza armi? È vero, ma chi ha fabbricato, finanziato, venduto quelle armi? Com’è possibile tagliare ancora risorse per gli eserciti di fronte a questa emergenza? Ma quale sicurezza ci hanno dato gli eserciti in Afghanistan e in Iraq? Bilanci militari che hanno fomentato nuove guerre anziché spegnere vecchi conflitti.
Coloro che sono contro le guerre, le persone che anche nelle zone dei conflitti rischiano la vita per battersi
per la pace sono semplicemente “invisibili”, non c’è spazio per loro, come un tempo per i “lebbrosi”.

In questo vuoto,la politica continua ad alimentare mostri di guerre che costruiranno altri mostri.
Da subito in Libia si smetta di commerciare in armi, di pagare il petrolio alle bande armate, di sostenere anche diplomaticamente i finanziatori del terrorismo. Si pongano le Nazioni Unite al servizio della popolazione libica e non degli interessi dei governi “interventisti”, si smetta di considerare i diritti umani un oggetto di lusso solo per pochi privilegiati.

Più tarderemo a realizzare strumenti di pace, più saremo impotenti a fermare la violenza e la spirale che ne segue, come dimostra la storia recente della Libia. Costruita con tanti gesti, anche a cominciare da noi stessi, la pace non sembrerà poi così impossibile.

 a cura della redazione di Aifo – Associazione di cooperazione sanitaria internazionale

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La guerra schiaccia sempre la cooperazione

libia-30-03-2011_650x435Leggendo on line i maggiori quotidiani in questi ultimi giorni mi domando se chi scrive gli articoli e, ancora di più, chi compone le pagine, decide gli ingombri, i titoli e le immagini, si rende conto di quello che sta facendo. Sto parlando di questa sussurrata guerra alla Libia che vedrebbe l’Italia in un ruolo centrale. Sono tante notizie, anche di natura diversa ma che convergono tutte in una sola voce che da sussurro diventa grido.

Così la minaccia dell’Is, questa volta in Libia, si accosta all’ottuso religioso musulmano che dice che la terra non gira attorno al sole, si lega alla notizia, ancora più gravida di conseguenze nefaste, che alcuni membri dell’Is potrebbero arrivare con i barconi dei profughi in Italia. Si crea così un clima di paura che predispone anche alle azioni armate. La propaganda funziona sempre in questo modo; proviamo a leggere i giornali del ’91, del 2001, del 2003… I maggiori quotidiani usando una terminologia comune (allora si parlava di guerra umanitaria, poco dopo di guerra al terrorismo) sussurravano tutti assieme la stessa cosa. E cosa hanno portato queste guerre in Iraq e in Afghanistan? La liberazione degli oppressi, l’eliminazione dei talebani? La liberazione delle donne? Ha portato solo morte, disabilità fisica e mentale, povertà. Gli uomini in guerra mutano, i soldati fanno cose che mai avrebbero immaginato di fare in un contesto normale (provate a leggere Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic per comprendere bene questa mutazione).

La ricerca continua della pace dovrebbe essere un elemento che accomuna tutte le Ong che sanno bene che una settimana di guerra può annullare il lavoro di mesi, forse di anni. E dovrebbero anche comunicare questa voglia di pace con una voce forte.

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Islam: scontro o incontro? Ecco il nuovo numero di “Amici di Follereau”

s0_475“Ignoriamo tutto dell’Islam, ma abbiamo la pretesa di ‘liberarlo’ insultando chi lo pratica”, con queste parole inizia l’articolo di apertura del numero di febbraio della rivista di Aifo, dedicato appunto ai rapporti tra noi e un Islam di cui conosciamo poco. All’interno del numero è anche presente un’intervista ad Adnane Mokrani, un teologo musulmano e presidente del Centro interconfessionale per la pace.
Il dossier del mese è dedicato ai risultati, presentati in un convegno a Trieste, del progetto di riabilitazione su base comunitaria e salute mentale realizzato in cinque paesi a reddito medio-basso (Mongolia, Cina, Liberia, Brasile, Indonesia).
“Investire sui poveri” è invece il titolo dell’articolo che tratta della lotta alla povertà nel mondo e di come la politica economica debba rivedere le sue scelte, cercando di diminuire le discriminazioni e le disuguaglianze verso gli strati più poveri della popolazione che rimanendo tale non permette la crescita economica in generale.
Lo sapevate che sono circa 200 mila sono le persone di origine rom o sinti nel nostro paese, la maggior parte delle quali con una casa loro e un lavoro? Eppure come si legge nell’articolo “Per non chiamarli nomadi o zingari”, i pregiudizi resistono.

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Colombe di pace: la non violenza in contesti di guerra

L’Operazione Colomba attraverso dei volontari addestrati cerca di portare pace in situazioni di conflitto, come in Albania dove una faida secolare miete ancora vittime o in Colombia dove dei semplici contadini hanno detto no alla guerra

LIbano-Siria dicembre 2013

LIbano-Siria dicembre 2013

Accompagnare nella giungla del nord-ovest della Columbia i contadini che hanno deciso di non schierarsi né con il governo né con la guerriglia, cercare di mettere fine alle faide tra le famiglie albanesi che abitano nelle montagne, e ancora, accompagnare i palestinesi nei pascoli per garantire la loro incolumità nel caso di aggressioni da parte dei coloni ebrei ortodossi: chi vorrebbe mai mettersi in situazioni così difficili e rischiose?
Chi si espone in questo modo sono i volontari dell’Operazione Colomba, un progetto della Comunità Papa Giovanni XXII attivo fin dal 1992, che con metodi che s’ispirano ai principi della non violenza prestano servizio proprio in quei luoghi dove la violenza e la guerra sono diffusi.

Esplode la guerra civile in Yugoslavia
Gli anni ’90 sono iniziati con una guerra vicinissima a casa nostra che visto molti italiani coinvolti nel tentativo di aiutare le popolazioni croate, serbe e bosniache in guerra tra loro. “Alcuni di noi obiettori che svolgevamo servizio in quel periodo abbiamo deciso di partire – ricorda Alberto Capannini, un membro ‘storico’ di Operazione Colomba – Siamo andati in Croazia mossi dal desiderio di far diventare la nonviolenza un’alternativa alla guerra. Volevamo semplicemente vivere assieme alle vittime, alle minoranze minacciate”. L’esperienza riesce, si dimostra così che è possibile ‘entrare in una guerra’ come civili, stranieri e disarmati. Ci si accorge anche che le vittime vere non sono tra chi combatte con le armi ma la popolazione, soprattutto i vecchi e i bambini di ogni schieramento.
E questo è solo l’inizio di un’instancabile attività pacifista che vedrà dal 1992 a oggi più di 1000 volontari dell’Operazione Colomba impegnati in ogni angolo del pianeta, dalla Sierra Leone a Timor Est, dal Chiapas alla Cecenia, dal Darfur alla Repubblica Democratica del Congo.

In questo momento sono presenti in Libano, Albania, Colombia e in Palestina/Israele. In Albania in particolare i volontari assistono le famiglie vittime della “vendetta di sangue”, ovvero la faida di origine antichissima che costringe i giovani membri maschi delle famiglie interessate a restare reclusi in casa per non essere uccisi (e questo può capitare fino alla terza generazione!). Il loro lavoro consiste nel riconciliare, nel cambiare una mentalità che purtroppo è ancora diffusa nelle zone di montagna a nord del paese. Dal 22 giugno al primo luglio Operazione Colomba ha organizzato una marcia per la pace internazionale in Albania che ha attraversato tutto il paese per sensibilizzare tutta la popolazione sul problema delle faide.

Colombia luglio 2012

Colombia luglio 2012

“Uno dei nostri interventi più significativi – dice Capannini facendo un altro esempio – lo stiamo facendo da anni in Colombia, dove è nata la Comunità di Pace di San José de Apartadò. Sono un gruppo di contadini che non si è schierato con l’esercito governativo, con le Farc e altre forme di guerriglia. Hanno rinunciato all’uso delle armi e alla violenza ma questo loro atteggiamento non li ha preservati dal  pericolo. Ne hanno uccisi 200 prima che chiedessero a noi e ad altri gruppi simili al nostro di farsi garanti. In pratica la nostra presenza là, il fatto che ci siano sempre degli ospiti stranieri che li accompagnano nei loro spostamenti, permette loro di vivere una vita pacifica”.

Quale rischio per i volontari
Fare esperienze di volontariato di questo tipo non comporta anche una notevole dose di rischio? “In tutta la nostra storia non abbiamo mai avuto delle vittime – spiega Capannini – si sono verificati due rapimenti in Chiapas e a Gaza che si sono felicemente conclusi, altre volte qualche volontario è stato arrestato o malmenato, ma mai delle vittime. Se tu conosci e fraternizzi con la gente del posto, sono loro stessi a dirti quello che puoi o non puoi fare. Se ci dicono che la nostra presenza a una manifestazione può essere pericolosa, noi non ci andiamo. Ma se c’è da accompagnare un bambino quello lo facciamo sempre”.
I volontari del resto prima di partire ricevono una formazione di una settimana, per le persone che hanno una missione breve, per quelli che invece stanno via più di un anno, la formazione dura un mese divisa in moduli.
“In questi momenti spieghiamo cosa sia un comportamento non violento – afferma Capannini – che risponde sempre agli atteggiamenti provocatori in un certo modo. I volontari devono capire soprattutto che appartengono a un gruppo e che lavorano in un gruppo. In situazioni di guerra c’è sempre un tragico gioco delle parti in cui tu sei o un soldato israeliano, per fare un esempio, o un palestinese e di conseguenza devi agire. Noi cerchiamo di rompere questo copione e di non essere coinvolti solo in una parte”.

I principi, come si legge sul loro sito, su cui si appoggia tutto la loro azione sono tre: “la nonviolenza … che si concretizza in azioni di interposizione, accompagnamento, mediazione, denuncia, protezione, riconciliazione, animazione …

Marcia per la pace in Albania (2014)

Marcia per la pace in Albania (2014)

l’’equivicinanza’ ovvero la condivisione della vita con tutte le vittime sui diversi fronti del conflitto … la partecipazione popolare cioè l’adesione a un cammino sulla nonviolenza”.
“I volontari di Operazione Colomba – continua Capannini – sono in questo momento circa una cinquantina; in prevalenza sono donne e l’età media è sui 25 anni. Ma ci sono anche pensionati o persone più mature che decidono di usare le proprie ferie per fare attività di questo tipo”.
Per quanto riguarda il mantenimento della sua struttura, Operazione Colomba si finanzia attraverso progetti presentati all’Unione Europea, oppure grazie al contributo di Enti locali (la provincia di Trento e la regione Toscana) e alla raccolta di fondi dai privati cittadini che partecipano alle cene di autofinanziamento o acquistano prodotti.

Raccolta di firme per una Difesa civile non armata e nonviolenta
La raccolta di firme per la legge d’iniziativa popolare volta all’istituzione di un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta inizierà il 2 ottobre, Giornata Internazionale della Nonviolenza.
Obiettivo della Campagna è quello di fornire ai cittadini uno strumento che renda forte come istituzione dello Stato la difesa nonviolenta. Tutto questo attraverso la preparazione di mezzi non armati d’intervento nelle controversie internazionali per la difesa della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni.
Nel testo di Legge di Iniziativa popolare, che verrà ufficialmente diffuso a ridosso dell’inizio della raccolta di firme, viene previsto un finanziamento della nuova Difesa civile attraverso l’introduzione di una ‘opzione fiscale’, cioè della possibilità per i cittadini, in sede di dichiarazione dei redditi, di destinare una certa quota alla difesa non armata.

Per altre informazioni
Tel. 0541/29005
operazione.colomba@apg23.org
www.operazionecolomba.it