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Vignette Antirazziste

La vignetta satirica con la sua immediatezza è uno strumento molto efficace per parlare di razzismo e migrazioni, intervista a Mauro Biani, vignettista de “Il manifesto”
mediterraneo migranti tritacarne
 

Come sei arrivato a fare questo mestiere?
Sono un educatore professionale, lavoro con persone disabili; questo è stato il mio lavoro principale per lungo tempo e lo faccio ancora adesso part time. Sono diventato vignettista poco alla volta; ho cominciato a mettere sui fogli delle idee, dei disegni che prendevano spunto da fatti di attualità. Scrivevo un diario per me stesso, poi nel 2003 questo diario è diventato un blog; sono stato tra i primi vignettisti a usare questo mezzo. Pubblicavo una vignetta al giorno e così con il passaparola – all’epoca i blog avevano la stessa funzione dei social media adesso – sono stato scoperto. Ho iniziato a collaborare con il giornale d’informazione sociale “Vita” e poi ho disegnato per gli inserti satirici dei quotidiani “Liberazione” e “l’Unità”. Ho collaborato anche con il “Pizzino” un giornale satirico siciliano, che aveva un linguaggio molto originale. Oggi sono il vignettista de “Il Manifesto”, una collaborazione che mi piace molto ma anche impegnativa dato che ogni giorno devo disegnare una vignetta per la prima pagina.

Il disegno, la vignetta per parlare di problemi sociali non è riduttivo rispetto al testo scritto o al video?
Sono strumenti complementari; la vignetta è una battuta, uno sguardo, è sicuramente limitata, ma vuole solo fornire uno spunto ed è complementare ad altri strumenti che sono più adatti all’approfondimento.

Chi sono gli autori che tu conosci e che raccontano meglio i temi sociali del mondo e i problemi dello sviluppo?
Mi sono ispirato come vignettista allo stile dell’inserto dell’Unità “Cuore” e avevo studiato con passione anche il giornale satirico degli ’70 “Il Male”.
Diciamo che la mia fonte d’ispirazione sono i disegnatori satirici classici italiani come Altan, Bucchi, Elle Kappa. La mia particolarità è però legata alla mia professione, sono un educatore e certe tematiche sociali, soprattutto quelle relative alla disabilità, le conosco bene.

E’ appena uscito un tuo libro “Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista”, pubblicato dall’associazione Altrinformazione, com’è nata l’idea?
Ho fatto una selezione di oltre 600 vignette che ho disegnato dal 2004 e ne ho scelte 135. Rileggerle tutte in fila è stata un’esperienza emotiva forte e mi ha rimandato a una visione complessiva, di quello che è stato ed è il fenomeno della migrazione frenato da muri e dal mare, dal filo spinato e dall’ignoranza. Queste vignette sono anche una ricostruzione storica dell’impatto dell’immigrazione sulla politica italiana.
Accanto ai miei disegni abbiamo pubblicato anche una serie d’infografiche tratte dal “Dossier Statistico Immigrazione” dell’Idos che denunciano con dei dati precisi le false informazioni che circolano sul tema. Il libro è stato finanziato attraverso il crowdfunding in sole due settimane. “Il Manifesto”, convinto dal progetto, ha voluto farne un’altra edizione in 20 mila copie distribuite in edicola e oramai esaurite. E’ la prova che c’è un pubblico interessato al giornalismo fatto con vignette satiriche e con l’infografica.

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Muri in Europa, tratta e vignette antirazziste nel nuovo numero di “Amici di Follereau”

Numero particolarmente ricco quello di aprileScreenshot 2016-04-04 06.26.17 per la rivista “Amici di Follereau”.  La monografia è dedicata al problema dei “muri” che si stanno costruendo in Europa (Ungheria, Bulgaria, Macedonia e Spagna) per fermare il flusso dei profughi, ma questi tentativi mettono in crisi anche l’identità europea. In un altro articolo, nella sezione in primo piano, si affronta il tema da una prospettiva più ampia, quella che vede in nome dell’emergenza, la messa in discussione delle nostre libertà personali.

L’appello di Aifo del mese è invece dedicato alla storia di Zheng, una donna cinese con problemi di salute mentale che grazie al lavoro d’inclusione sociale portato avanti dall’ong italiana è riuscita a ricominciare una nuova vita.
La storia di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore ucciso nel 2011 viene raccontata direttamente dal fratello nello spazio dedicato alla cultura.

La drammatica emigrazione verso l’Europa di tante persone spinte dalla guerra e dalle violenze viene letta da un altro punto di vista, quello dell’aumento del fenomeno della tratta delle donne nigeriane che una volta arrivate in Italia vengono avviate, giovanissime, nel mercato della prostituzione.
Infine la vignetta satirica con la sua immediatezza può essere uno strumento efficace per parlare di razzismo e migrazioni? Intervista a Mauro Biani, vignettista de “il Manifesto”.

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Matite africane

matiteafricaneIl fumetto in Africa arriva con i colonizzatori. Oramai sono parecchi gli autori autoctoni che trattano nelle loro tavole di temi con una chiara impronta sociale. Intervista a Sandra Federici, direttrice di ”Africa e Mediterraneo”, la rivista che per prima ha promosso questo genere in Italia (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” luglio-agosto 2015).

Come è nata l’idea di occuparsi di comics africani?
Esistevano poche iniziative del genere; c’era un’ong francese, “Equilibres & Populations”, che aveva pubblicato nel 2000 il libro “A l’ombre du baobab”, dove una trentina di autori africani di fumetto erano stati chiamati a disegnare delle tavole sulla condizione della donna, i bambini soldato, le mine, tutti temi che servivano a sensibilizzare il pubblico francese.
Anche noi abbiamo presentato, assieme all’ong Cefa, un progetto di educazione allo sviluppo rivolto all’Africa in cui si parlava di questi temi attraverso il fumetto. Il progetto ci ha permesso di pagare dei ricercatori che sono entrati in contatto con i fumettisti di varie aree linguistiche, facendosi mandare delle immagini, a volte acquistando delle tavole ed è così nata la mostra “Matite africane”.
La mostra ha girato molto nelle scuole e nei comuni in quegli anni; in seguito il progetto ha avuto un nuovo sviluppo ed è diventato un premio (“Africa e Mediterraneo”) per il miglior fumetto inedito di autore africano dell’anno.
Il concorso è iniziato nel 2002, Pat Masioni (http://fr.wikipedia.org/wiki/Pat_Masioni) che è stato il vincitore di quell’anno, è poi diventato uno dei fumettisti più famosi lavorando anche in Europa. Ricordiamoci che in quegli anni quel premio era una buona occasione per gli artisti africani di essere notati da qualche editore europeo.

In questi ultimi vent’anni però il panorama economico, sociale e tecnologico è molto cambiato, cos’ è ora il premio?
Il progetto è cambiato dopo l’avvento d’internet in Africa, dato che molti autori hanno aperto un blog e sono visibili su internet dappertutto. Il fatto di “sfondare” nel fumetto europeo si è dimostrata un’illusione che è riuscita solo a pochissimi talenti che hanno magari incontrato il giusto sceneggiatore europeo.
Il premio ha avuto un po’ una battuta d’arresto con l’edizione 2011-2013, per carenza di finanziamenti e forse perché non era più lo strumento giusto. Oggi lo abbiamo ripreso ma bisogna capire come rinnovarlo
sicuramente lo faremo tutto digitale, sull’esempio del premio “Comics for equality”, un premio europeo per fumettista di origine migrante.

Si può parlare di fumetto africano, intendendo con questo uno strumento che ha alcune caratteristiche comuni, un’estetica simile?
Non esiste un’estetica comune africana, il fumetto viene da fuori, con la colonizzazione; ci sono molte influenze dall’esterno, in area francofona l’influenza naturalmente viene dalla Francia e dal Belgio. Negli anni ‘50-‘60, periodo di boom del fumetto in Europa, lo strumento è stato utilizzato sia dai colonizzatori che dai missionari. Dal Belgio è stato importato “Tintin” che ha avuto un grande successo in Congo; si sono diffusi i fumetti petit format (ndr, un formato ridotto ma più grande di un tascabile), anche Tex Willer ha avuto un grande successo e in Africa ed è molto conosciuto.
Dopo la decolonizzazione, il fumetto è stato usato dalla cooperazione dei paesi europei; negli anni ’70 alcuni, pochi, autori africani hanno iniziato a lavorare con la cooperazione, pubblicando con le Edizioni Paoline francesi. In vari paesi francofoni, la cooperazione francese ha diffuso una rivista, un giornalino a fumetti, dove il protagonista era un ragazzino africano di nome Kouakoù; le storie trasmettevano una visione dell’Africa non razzistica o pietistica come lo era in “Tintin” dove, solo per fare un esempio, gli africani hanno tutti i labbroni.
Il fumetto si è diffuso molto negli anni ’70 e ’80 in Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Congo sia quello belga che quello francese (ndr, rispettivamente quello con capitale Kinshasa e quello con capitale Brazzaville) nelle librerie all’aperto, per terra, dove si compravano per due lire i giornalini che venivano poi scambiati. Nell’Africa anglofona, invece, giravano più i fumetti dei supereroi americani.
Dagli anni ’90 l’apertura democratica avvenuta in alcuni paesi ha permesso l’emergere della figura del vignettista da giornali; nasce così il fenomeno della satira politica, fenomeno questo che ha comportato seri problemi però per i disegnatori.

Quali sono i temi maggiormente trattati dal fumetto africano negli ultimi anni?
I temi più comuni sono quelli che si riferiscono allo sviluppo, all’emigrazione, alla critica delle disuguaglianze, alla povertà. Si tratta non tanto la differenza tra il nord e il sud del mondo ma le differenze sociali interne, la corruzione, e soprattutto vengono descritte le persone che in tutto questo caos s’arrangiano; è la lotta dell’uomo africano nella modernità, in situazioni urbane.

Nel panorama dei fumettisti africani sub sahariani chi emerge oggigiorno?
Continuando a parlare della satira, quella africana è abbastanza didascalica, diversa da quella europea, ha un umorismo non sempre brillante, si ricorre spesso alla rappresentazione allegorica, ad esempio l’Europa viene rappresentata come una bella donna che attira; è una satira esplicativa, o che fa la caricatura dei personaggi politici locali, ci sono comunque autori molto bravi come il tanzaniano Gado
(http://en.wikipedia.org/wiki/Gado_%28comics%29) o il gaboniano Pahe (http://pahebd.blogspot.it)
che fa una satira a livello di “Charlie Hebdo”, non ha paura di niente; ha anche un blog, dove pubblica vignette in cui critica il presidente, parla di temi sessuali espliciti, come quelli sui gay che scandalizzano fortemente il pubblico dato che in Africa c’è ancora un forte distacco tra intellettuali e persone comuni.
Altro nome noto è il congolese Barli Baruti (http://en.wikipedia.org/wiki/Barly_Baruti)
che è riuscito a pubblicare in Francia , un fumetto di genere poliziesco, riuscendo così nel sogno di molti disegnatori africani di approdare in Europa. Adesso però le possibilità vere i fumettisti le hanno nel loro paese, lì possono avere un mercato, perché c’è la mancanza di bravi disegnatori e tecnici grafici. Teniamo però presente che Il mercato del libro in Africa, anche se il continente è in crescita economica, è in condizioni critiche perché la classe media non compra libri e fumetti, e nemmeno la lettura viene promossa dallo Stato.
Un caso particolare di autore, è quello di Marguerite Abouet, una scrittrice ivoriana che ha sceneggiato il fumetto di grande successo, “Aya de Yopougon”. Il libro racconta la storia di alcuni ragazzi di un quartiere di Abidjan e ne è stato tratto anche un film e una serie televisiva. Quello dell’Abouet è il maggior caso di successo di un artista africano di fumetti (http://en.wikipedia.org/wiki/Aya_of_Yop_City).

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In viaggio verso lo Zavhan

E’ uscita in formato cartaceo la graphic novel che racconta la vita di alcuni disabili della Mongolia attraverso l’uso del fumetto; un modo per raccontare cose difficili con strumenti espressivi facili. Chi è interessato lo può leggere anche on line.
Di seguito invece potete leggere l’introduzione.

zavhan

Tre giri intorno all’ovoo

La prima volta che incontrammo un ovoo fu al confine tra l’Arkhangai e lo Zavhan, due regioni nordoccidentali della Mongolia. Era stato costruito proprio a cavallo di un passo di montagna. Cominciava a imbrunire e il cielo era grigio. Nonostante fosse luglio la temperatura era di poco sopra lo zero. Ebe, il nostro autista, si fermò, scese dall’auto e si avviò verso un cumulo di pietre decorato con le tipiche sciarpe azzurre buddiste e da oggetti colorati non distinguibili in quella luce incerta. Unì le mani nella posizione della preghiera buddista e poi fece tre giri in senso orario intorno al cumulo, fermandosi ogni tanto per raccogliere delle piccole pietre che gettava sulla montagnola. Noi lo imitammo, più per cortesia che per convinzione, eppure, per quanto mi riguarda, quello fu il mio vero ingresso in Mongolia.

L’impegno ventennale di Aifo
Le storie che leggerete in questo libro, storie raccontate attraverso il fumetto, sono il risultato della collaborazione tra Aifo e il Centro Documentazione Handicap di Bologna. Le due organizzazioni nel corso degli anni hanno scritto l’una per l’altra nelle reciproche riviste, hanno partecipato a eventi comuni, appoggiato campagne di sensibilizzazione sulla disabilità. Questa collaborazione ha portato anche alla realizzazione di un corso di formazione alla comunicazione che il sottoscritto ha condotto nell’autunno del 2011 ai responsabili di settore di Aifo.
Uno dei temi fondamentali del corso era proprio quello di come raccontare in modo adeguato ciò che Aifo fa nei paesi del sud puntando su strumenti di comunicazione diversi (articoli, servizi fotografici, video…) e sulla qualità e la cura del prodotto informativo. Avevamo trattato anche della fase successiva a come, cioè, il prodotto informativo poteva essere utilizzato tra i soci dell’associazione e promosso in generale verso le istituzioni, i donors, i semplici cittadini.

Fu così una logica conseguenza l’idea di realizzare ciò di cui avevamo discusso nel corso di formazione, pensando al racconto di un progetto da scegliere nei paesi in cui era presente Aifo. La scelta del paese ricadde sulla Mongolia, un luogo dove l’ong lavora dal 1991 e dove è riuscita a fare riabilitazione su base comunitaria su tutto il territorio nazionale coinvolgendo solo nel 2012 oltre 26 mila persone disabili.
Ma come raccontare nel modo più completo questa situazione? Decidemmo di partire in due persone – e questo fu possibile soprattutto grazie a Francesca Ortali, responsabile progetti esteri di Aifo – io come giornalista e Salvo Lucchese come operatore, in modo da poter raccogliere le storie non solo attraverso delle parole ma anche attraverso delle immagini. Il frutto del nostro lavoro lo potete trovare nei brevi documentari caricati nel canale Vimeo (http://vimeo.com/aifo/videos) e nelle gallerie fotografiche su flickr (http://bit.ly/1fIDVRI); mentre il servizio giornalistico lo potete leggere nel numero 4 della rivista Accaparlante. Per ultimo abbiamo realizzato, grazie a Giuliano Cangiano, in arte solo Kanjano, questo fumetto che si basa sulle storie che abbiamo raccontato sia nei video che nei resoconti scritti, ma che, come abbiamo visto strada facendo, ha via via preso una sua fisionomia tutta originale visto che si tratta di un mezzo espressivo del tutto diverso rispetto ai precedenti.

Il libro inizia con un capitolo dedicato a un sintetico quadro storico, politico e sociale della Mongolia che è in assoluto uno dei paesi più originali del nostro pianeta. In successione trovate le storie di una persona disabile abitante a Ulaanbaatar, di un gruppo di mamme di bambini disabili della regione dello Zavhan e di una bag feldsher, una particolarissima infermiera che presta servizio a cavallo o su un cammello aiutando la popolazione nomade.
In appendice troverete invece due sezioni che hanno una funzione più didattica; nella prima parliamo della Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone disabili e nella seconda spieghiamo in cosa consista la riabilitazione su base comunitaria (RBC).

In viaggio con Ebe e Tuki
Dei 13 giorni, aeroporti esclusi, che abbiamo passato in Mongolia, sei ne abbiamo passati a bordo di un fuoristrada Toyota, questo perché da Ulaanbaatar a Uliastaj, la capitale dello Zavhan dove eravamo diretti, i 1200 chilometri da percorrere solo in minima parte erano su strada asfaltata, ma spesso si trasformavano in strade di ghiaia e altre volte in semplici piste sull’erba. Avevamo però un autista d’eccezione, Ebe, che oltre ad essere uno dei coordinatori delle attività di Aifo, ha dimostrato una conoscenza dei luoghi veramente speciale.
La prima volta che siamo saliti in macchina con lui, eravamo da poco atterrati all’aeroporto di Ulaanbataar, ci ha portato a casa di Bayaraa, il primo dei personaggi che troverete in questo libro. Bayaraa abita nella periferia della capitale che è circondata da una corona di gher, le tipiche tende mongole. In questa città che cresce di anno in anno ad un ritmo molto elevato, i nuovi arrivati si stabiliscono ai margini della capitale e, dato che la terra non costa niente – lo spazio libero qui e come l’aria, senza fine – basta una semplice registrazione per avere diritto ad una certa metratura di terreno al cui interno gli immigrati erigono la loro tenda o a volte una casetta di legno. Bayaraa ci aveva accolto in un modo molto cordiale e fin dalle prime battute avevamo capito che era una persona con cui sarebbe stato facile costruire una buona intervista. Abbiamo conosciuto quel giorno solo un figlio, mentre nel secondo incontro, avvenuto dieci giorni dopo, abbiamo potuto conoscere la famiglia quasi per intero. Una famiglia molto unita.
Il giorno dopo siamo partiti alla volta dello Zavhan e abbiamo viaggiato per quasi tre giorni di seguito. Uliastaj con il suo isolamento estremo ci è parso un luogo quasi incantato. Qui abbiamo incontrato prima Demchigsuren, un chirurgo e dirigente sanitario locale che ha sposato la causa della riabilitazione su base comunitaria e poi un gruppo di mamme che da una settimana viveva assieme a due specialiste di RBC per parlare dei loro figli disabili. Questa storia la conoscerete bene attraverso le tavole del fumetto che troverete nel libro; uno cosa però non poteva rientrare nei disegni direttamente e allora la riporto con delle parole. Anche se eravamo in Mongolia, anche se le madri erano delle nomadi con una cultura e uno stile di vita quanto di più lontano da una madre occidentale e italiana, ho rivisto in loro lo stesso atteggiamento di cura, di partecipazione, di testardaggine e di resistenza (ma potrei continuare ancora a lungo con le precisazioni) che ho incontrato tante volte nelle mamme italiane che ho conosciuto lavorando con i disabili: erano le stesse persone ed erano trasportate dallo stesso amore verso i loro figli.

In quei giorni abbiamo intervistato anche persone disabili adulte (non le troverete in questa pubblicazione, ma nei video e nel reportage) e abbiamo conosciuto la loro determinazione e la loro voglia di vivere come gli altri, di avere le stesse opportunità. In tutti questi incontri è stata fondamentale come interprete Tuki – anche lei responsabile delle attività di Aifo nel paese – ma anche come organizzatrice.
Nel libro è presente invece un personaggio molto particolare, una bag feldsher, un’infermiera a cavallo che abita in un’alta valle di montagna a qualche decina di chilometri da Uliastaj; in quel luogo regna il silenzio più assoluto, fatto eccezione per il sibilo del vento. Questo è stato un incontro difficile per il tipo di persona che ci siamo trovati di fronte, una donna molto competente e motivata ma anche riservata e taciturna; paradossalmente, se l’intervista è riuscita solo in parte (e lo potete constatare anche nel video), le emozioni che abbiamo provato in quella tenda con Munguntsetseg e la sorella (una signora anziana con problemi mentali), sono state molto intense e forse tramite il fumetto, abbiamo potuto dire qualcosa di più su questa persona veramente particolare (chissà se mai le arriverà tra le mani questo libro).

A nord di Uliastaj si sale per una collina su cui sorge uno stupa, il monumento spirituale che rappresenta il corpo del Buddha. Si percorre un sentiero ripido che simbolizza a sua volta il percorso verso l’illuminazione e la liberazione. Ma io e Salvo abbiamo risalito la collina al tramonto e il sole stava calando rapido sulla valle immensa che si apriva davanti a noi. Alle nostre spalle le divinità, racchiuse nelle loro costruzioni bianche e azzurre, guardavano anche loro, con occhi ardenti, la valle. Stava facendo sera e il nostro lavoro era ormai finito: potevamo tornarcene a casa.

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In viaggio verso lo Zavhan

Ci stiamo arrivando, ancora un po’, ma poi avremo finito e a maggio potrete leggere “In viaggio verso lo Zavhan, storie di persone disabili in Mongolia”. La scommessa era questa: è possibile raccontare la vita di persone disabili che fanno un loro percorso di emancipazione attraverso il fumetto?  E’ possibile imparare a rispettare i diritti delle persone disabili, capire l’efficacia della riabilitazione su base comunitaria e avere anche un’idea della situazione sociale, culturale ed economica di un paese così diverso dal nostro? E’ quello che speriamo di avere fatto, io e Kanjano,  con questo testo. Ecco una pagina in anteprima dove si racconta il tragico incidente che ha colpito Bayaraa.

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L’isola di Medusa

Per una volta una fiction in questo spazio…

L’isola di Medusa

Ora sono solo. Dopo giorni passati assieme a molte altre persone, ora sono solo. Risalgo lento la spiaggia e mi giro ogni tanto verso il mare per vedere se ho qualcuno dietro. Ma non c’è nessuno.
Non posso essere l’unico ad essere arrivato sull’isola fra le decine di persone che viaggiavano con me sul barcone. Io nuoto abbastanza bene, andavo sempre in piscina quando studiavo in Francia, ma ho una certa età. Eppure non mi sento nemmeno stanco.
Sulla barca c’erano quei ragazzi magri, forti, loro sicuramente avranno raggiunto, nuotando, un’altra spiaggia. Chi non può avercela fatta è quella ragazza con il bambino piccolo, scurissimi tutti e due di pelle. No, loro non possono essere sopravvissuti.
Era buio quando siamo finiti tutti in acqua e ora il sole è alto. Un sole velato che oggi non scalda nemmeno.
Mi sento così leggero e non sono stanco.

Cammino da almeno 10 minuti e non ho ancora incontrato nessuno abitante, eppure l’isola non deve essere grande. Non vedo nemmeno un villaggio o delle case isolate. Nemmeno i soccorsi sono venuti. Non vorrei incontrare dei militari però, preferisco camminare da solo.
Che isola desolata, non ci sono nemmeno i gabbiani, vedo degli uccelli, questo si, ma volano alti, lontanissimi, non riesco a capire cosa siano. Volano così alti.
C’è un grande silenzio qui, non sento il rumore del mare e nemmeno il rumore del vento, cioè li sento ma il rumore mi arriva ovattato. Forse mi è entrata dell’acqua nelle orecchie o forse ho la febbre.
Devo raggiungere un villaggio e chiedere aiuto, dopo quello che ho passato morire qua sulla terraferma sarebbe ridicolo. Ecco, là c’è un’altura, la raggiungo, da là dovrei avere una veduta più ampia; finché rimango qua non può cambiare niente.
La mia meta è più lontana di quel che pensassi, sembra che non si avvicini mai, ma deve essere un’impressione dovuta al paesaggio così monotono. Perfino queste piante che crescono male tra i sassi non hanno un colore da piante, sono grigie. Adesso ne strappo una. Non ha nemmeno l’odore delle piante che vivono vicino al mare.
Ma dove sono tutti gli altri, non posso essere l’unico. E quegli uccelli che volano così alti. Entro sera dovranno pur posare da qualche parte. Sono fissi la nel cielo, sembrano disegnati.

Finalmente, ecco là c’è una casa di sassi bianchi! Ma devo cambiare direzione, devo ridiscendere verso la spiaggia . E’ un altro versante, magari là troverò delle gente, dei superstiti. Si  è una casa, finalmente un segno di vita. Devo stare attento a non correre, a non cadere, se mi ferisco o mi rompo una gamba nessuno mi può aiutare.
Sono delle pietre accatastate, un riparo forse, il mio riparo. Ma qualcuno le ha messe così o sono delle rocce semplicemente vicine?
Sono ore oramai che cammino. Quest’isola è disabitata, come me la caverò adesso? Non c’è niente da mangiare e da bere; del resto non ho nemmeno un po’ di fame, nemmeno sete. Questo sole grigio non riscalda, per questo non ho bisogno di bere. Ma non ho nemmeno freddo.
Non so da quante ore sto vagando, l’isola è immensa; è meglio che ritorni verso la costa, sul mare, all’interno non c’è nulla.
Non cala nemmeno la sera, allora non sto camminando da così tanto tempo. Anzi il sole è ancora alto. Devo dormire, forse sono esausto e non me ne accorgo. Ecco, mi metto là su quella roccia, vicino alla spiaggia. Da qui ho un’ampia veduta sul mare. Ora mi corico e chiudo gli occhi. Gli uccelli sono sempre là, disegnati nel cielo.

Non ho bisogno di dormire! Non ne avrò più bisogno. Che strano pensiero questo. Eppure è così.
Il mare è fermo, grigio perla, quasi biancastro come il cielo. Posso perfino guardare il sole alto con gli occhi spalancati. Niente mi può ferire. Non ho nemmeno fretta, non so più cosa sia l’impazienza anche se ora so che rimarrà tutto uguale.
Le barche sono centinaia; alcune arenate, altre affondate e cingono l’isola come una corona, hanno tutte una sola cosa che le accomuna: nessuna è mai arrivata , né mai potrà arrivare. Io devo solo aspettare e tra un po’ gli altri arriveranno. Verranno dal mare e saranno tanti, ma qui lo spazio non manca. Ora so che verranno, io li ho solo preceduti. Devo solo aspettare. I loro corpi sbucheranno asciutti dalla superficie del mare e continueranno a camminare per la spiaggia, per l’isola. Ci saranno sicuramente i miei compagni di barca, quei ragazzi magri e anche quella ragazza scura con il bambino che non può più piangere.

Pubblicato sulla mitica rivista di satira, fumetto e giornalismo ” Mamma!” 

L'isola di Medusa - racconto

L’isola di Medusa – racconto