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Mongolia: se le persone con disabilità prendono in mano il proprio destino

Ebe che canta

Ebe che canta

Una scuola per Batsaikhan

Batsaikhan, nonostante il nome che in mongolo indica la forza, quando è nato ha avuto dei problemi respiratori e nella cittadina non lontana da Ulan Baatar, i medici non erano attrezzati a questa evenienza. Abitare in un paese in via di sviluppo e per di più in un’area quasi rurale, crea molti problemi a una persona con disabilità, ma Batsaikhan aveva dalla sua due genitori che avevano studiato e che in più erano combattivi. Il bambino non riesce a camminare, ha bisogno di una carrozzina e quando arriva il momento del suo inserimento a scuola le cose si fanno più difficili: barriere architettoniche, diffidenza degli insegnanti, poca accoglienza o aperta derisone da parte degli altri bambini. I genitori capiscono che lì non ce la possono fare e allora decidono di trasferirsi nella capitale, dove sperano di trovare dei servizi e una mentalità diversa. Una scelta giusta visto che entrano in contatto con un’associazione che si occupa di diritti delle persone disabili: “Alcuni membri dell’associazione – dice la madre – erano in contatto con Aifo e conoscendoli ci siamo resi conto che solo attraverso l’informazione e la conoscenza dei diritti possiamo fare qualcosa per i nostri figli disabili”.
Ora Batsaikan ha superato il ciclo della scuola primaria e ha iniziato quello secondario, le difficoltà non mancano mai ma per lo meno ha dei buoni rapporti con i compagni nella classe in cui è inserito.

Badma fonda un’associazione

La storia di Badma è diversa; è nata a Erdenet, la seconda città della Mongolia (84 mila abitanti), creata nel 1974 accanto alle enormi minieri di rame. A 16 anni Badma ha un grave incidente in macchina con il padre che rimane illeso, lei invece perde l’uso delle gambe. Non è facile per una ragazza così giovane ricominciare una vita in carrozzina e infatti all’inizio non ci riesce, smette di studiare, sta sempre in casa, ma poi qualcosa cambia; decide di proseguire gli studi, vuole laurearsi e va ad abitare a Ulan Baatar. Studia, si laurea in economia ma si accorge anche che per una persona con disabilità vivere in Mongolia è difficile. Non si riesce a girare per le strade piene di barriere architettoniche, a volte non si riesce a entrare perfino negli uffici pubblici.

Comincia a confrontarsi con altre persone in carrozzina e decide di fondare un’associazione per la difesa dei diritti delle persone disabili, un punto dove le persone possano conoscere i propri diritti e anche un centro di iniziativa dove fare denunce e organizzare dibattiti. E’ in questo contesto che Badma incrocia le attività di Aifo in Mongolia grazie cui riesce ad approfondire la conoscenza della Convenzione Onu sui diritti delle persone con la disabilità. “A volte facciamo delle uscite in gruppo in carrozzina – racconta Badma – per individuare le barriere che incontriamo quando ci spostiamo in città. Una volta trovate le segnaliamo alle autorità pubbliche”.

A Expo si è parlato di riabilitazione su base comunitaria in Mongolia

Queste due storie riescono a raccontare bene quello che è stato detto l’8 settembre a Milano, giorno in cui a Expo, Aifo ha presentato le sue attività in Mongolia. Oltre a Francesca Ortali e Gianpiero Griffo che hanno fatto un’introduzione, era presente Batdulam Tumenbayar, Direttrice del Dipartimento Disabilità del Ministero per lo Sviluppo della popolazione e Protezione Sociale della Mongolia. Batdulam ha presentato il Programma Nazionale di riabilitazione su base comunitaria che il Governo Mongolo si è impegnato di utilizzare nell’ambito del Programma Nazionale per le persone con disabilità e ha anche dato qualche anticipazione sulla nuova legge sulla disabilità che sta per essere varata in Mongolia.

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

Chuluundolgor Bat, ovvero Chupa

All’incontro era presente anche Chuluundolgor Bat, Presidente dell’Associazione Nazionale delle persone in sedia a rotelle, che ha parlato, dal punto di vista della società civile, della condizione delle persone con disabilità in Mongolia e di  come la Convenzione Onu venga applicata. Non è mancato un momento musicale grazie a Enkhbuyant Lkhagvajav (Ebe), Presidente dell’ong locale Tegsh Niigem, che si è esibito in una tradizionale canzone mongola.

Il progetto: proteggere i diritti delle persone con disabilità

Il progetto biennale finanziato dall’Unione europea che Aifo sta portando avanti assieme alla ong locale Tegsh Niigem, ha titolo lungo ma che descrive bene già gli intenti: “Proteggere i diritti delle persone con disabilità in Mongolia, attraverso il rafforzamento delle organizzazioni della società civile”. Sì, perché è proprio attraverso i cittadini organizzati, anche senza disabilità, che si possono sperare dei miglioramenti nella qualità della vita delle persone svantaggiate e nelle piena applicazione della Convenzione Onu (vedi l’appello nell’ultima pagina della rivista).
Accanto a quest’obiettivo principale ve n’è un altro, quello di accompagnare il processo di elaborazione della nuova legge sulla disabilità assieme al Dipartimento Disabilità del Ministero dello Sviluppo e della Protezione sociale.
Una particolarità del progetto è il monitoraggio che si sta facendo sui casi di violazione dei diritti umani nei confronti delle persone disabili. Questo monitoraggio viene fatto capillarmente a livello locale in ogni aimag (regione) del paese.

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Inclusione a scuola nel mondo, salute mentale in Cina … il nuovo numero della rivista “Amici di Follereau”

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Ospedali psichiatrici giudiziari, salute mentale in Cina, educazione e inclusione sociale nei paesi in cui Aifo opera, accessibilità alla  cultura per tutti, sono questi i temi principali trattati nel numero di ottobre della rivista “Amici di Follerau”.
Da diversi anno Aifo è impegnata in alcune zone della Cina ad accompagnare le autorità locali in un processo di rinnovamento delle strutture che si occupano di salute mentale, mettendo al centro il paziente stesso e i suoi famigliari. L’esperienza è stata anche recentemente presentata ad Expo e ha visto la partecipazione di psichiatri cinesi.
Sempre sul tema della salute mentale è invece dedicato un articolo che si occupa degli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, che dopo vari rinvii sono stati finalmente chiusi e sostituiti da strutture chiamate Rems; questo processo però presenta luci ed ombre.
Il dossier è invece dedicato al tema dell’educazione e dell’inclusione in tre paesi seguiti da Aifo: India, Cina e Brasile.
Nello spazio culturale della rivista si parla di accessibilità culturale, ovvero della possibilità per le persone con disabilità di andare al cinema, a teatro, di leggere i giornali … opportunità che viene negata non tanto dalle barriere architettoniche ma da ben altre barriere.
Infine in questo numero viene presentato il Concorso scolastico Aifo, giunto alla VI edizione, che ha come tema i diritti delle persone con disabilità.

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Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

am 1I due enormi leoni dorati aprono la bocca e mostrano le fauci: tra i loro denti i turisti si muovono divertiti guardando in avanti la grande statua di Pentesilea, la regina delle Amazzoni. Sono leoni rivestiti di cartapesta e la statua dell’amazzone, armata di lancia e protetta dallo scudo, ha un volto truce e la mammella destra tagliata come era di consuetudine tra queste donne guerriere.

La città di Samsun non rientra nei tipici percorsi turistici turchi, come in generale tutta la costa del mar Nero e allora le autorità municipali stanno facendo, da una decina di anni, degli sforzi colossali per rendere il lungomare della città attraente e bello. In effetti ci stanno riuscendo, hanno realizzato delle passeggiate chilometriche a ridosso del mare e dietro a queste, verso l’entroterra, hanno fatto crescere dei giardini sempre verdi e fioriti visto che siamo in un posto dove non c’è mai una stagione secca ma piove per tutto l’anno.

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Poco distante dal parco delle Amazzoni una teleferica piuttosto antiquata porta su una collina che offre una gran bella vista del parco. Da lì perfino quei leoni hollywoodiani e la regina perennemente incazzata sembrano solenni e maestosi.am3
Ma non è solo finzione, non è solo una trovata di marketing questa idea del monumento alle Amazzoni, in effetti gli storici antichi ci dicono che questo popolo di donne guerriere aveva il suo regno proprio sul mar Nero, più precisamente lungo il fiume Termodonte, in una terra una volta chiamata Paflagonia. Il fiume scorre non lontano da Samsun e qui lo chiamano il fiume verde.
Ma ora il popolo delle Amazzoni non esiste più qui, se non nel ricordo di questo ingenuo parco sul mare; le Amazzoni se ne sono andate, come tanti altri popoli che sono passati in questo difficile ponte tra l’Europa e l’Asia.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio
Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi

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Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi

cris 1L’unica chiesa cattolica (addirittura italiana) a Samsun si chiama “Mater Dolorosa”, è stata costruita nel 1846 – uno dei pochi edifici “antichi” – ed è situata in pieno centro. La chiesa si nota abbastanza, anche in mezzo a quel quartiere caotico e affollato. Girandole attorno non si trova un modo per entrare: chiediamo informazioni ad un anziano turco che sosta, assieme ad altri, seduto ad un tavolino a ridosso del cancello di cinta; lui alza uno sguardo gentile dal bicchierino di çay (il tipico te turco dal sapore forte) e dice: “Kapali!”, chiusa, chiusa da 5 anni; nel cortiletto di fronte alla chiesa una sedia di plastica giace capovolta.

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Il giorno dopo andiamo nella zona ovest di Samsun, a poca distanza dal mare, perché Google Maps ci dice che quello è l’unico punto cristiano attivo in città. Dal sito in turco non è possibile rendersi conto che tipo di gruppo protestante sia, se radicale e moderato ma ci andiamo lo stesso per conoscere quella realtà. “Kilisesi Agape” è una chiesa che raggruppa cristiani protestanti e ortodossi, persone per lo più non turche che sono in città per studio, per lavoro o perché sono profughi.

Ci accoglie Michael, un pastore del Tennesee che da 4 anni abita qua con la moglie e tre bambini. La funzione religiosa viene celebrata in una stanzetta a forma di L e, per un italiano cattolico, la diversità fisica del luogo rispetto ad una chiesa, è comunque minore del modo in cui si svolge la funzione. Preghiere dei fedeli in turco, salmi e canti in turco ma tradotti anche in inglese e in farsi, poi la predica di Michael in turco. Alla fine dell’incontro ci si scambia il segno della pace e Caty, una ragazza americana si avvicina a mia figlia invitandola agli incontri mensili dei giovani universitari cristiani dell’Omü (Ondokuz Mayıs University). Suo marito è l’allenatore della squadra locale di football americano e fa parte delllo sparuto gruppo di persone non turche né musulmane che abita in questa città di 600 mila abitanti.

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Leggendo su internet ho trovato che il pastore turco responsabile della “kilisesi”, chiesa in turco, Orhan Pikaclar, era stato accusato nel 2013 di sfruttamento della prostituzione da parte di una giovane iraniana, accuse da cui è stato poi prosciolto. La comunità però, un centinaio di persone in tutto, è spesso minacciata e il pastore, almeno fino a un anno e mezzo fa, era protetto dalla polizia.
Una sera ho parlato con Engin, la persona che mi ha affittato la casa dove abito, sapevo che di lavoro faceva l’avvocato,ma non che era stato proprio lui a difendere con successo Orhan Pikaclar.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio
Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Cartoline da Samsun/ Le donne sorridono lungo il viale 19 Maggio

donne 3Non le puoi certo etichettare o dire sono così, perché sono in molti modi. Pelle chiara, raramente scura, capelli neri ma anche castani, rossi, biondi, così gli occhi, per lo più scuri ed espressivi ma poi incroci degli sguardi verdi o azzurri.
Per un occidentale la prima cosa che risalta è l’abbigliamento ma anche qui lo scenario è quanto di più vario ci possa essere. Per le vie del centro, lungo il viale 19 maggio, l’arteria che taglia la città di Samsun verso l’interno, incontri ragazze con i vestiti attillati e gli short, signore mature con vestiti eleganti e i tacchi, le scollature ampie; di fianco loro passano donne con il capo coperto da foulard colorati, anche, più rare, donne vestite di nero, alcune con il volto coperto. Alcune donne con il foulard stretto attorno al visto e gli abiti castigati attirano ancora più lo sguardo di un uomo: hanno il volto curatissimo, le ciglia tagliate, le labbra rosso fiammante e anche i loro vestiti chiusi dicono molto: è un tipo di seduzione molto più sottile.

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Poi ci sono altre donne, di solito vestite di nero, stanno sedute o semi sdraiate per terra, hanno corpi magri e dei bambini sporchi le abbracciano o le girano intorno: sono le donne irachene e afgane portate qui dalla guerra.

Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città
Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
Cartoline da Samsun/ Ascoltando i salmi in farsi
Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk

ataturk1Poco a poco cominci ad accorgerti di aver già visto quel volto; le statue e i busti di bronzo, i quadri in tutti i musei e negli uffici, perfino nei negozi, dal meccanico al posto del calendario. Cominci a prendere familiarità con quel volto dagli occhi chiari e un po’ sgranati, quella fronte ampia, un volto autoritario.
Chi è quest’uomo, dove l’ho già visto? A Samsun lo vedi dappertutto Kemal Atatürk, padre dei turchi e della repubblica che prende il posto dell’impero ottomano durato 623 anni.

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Ed è proprio da Samsun che Kemal, proveniente da Istanbul via nave, comincia la sua vittoriosa riscossa per ridare autonomia alla Turchia invasa e parzialmente occupata dalle potenze europee che hanno vinto la Grande Guerra. Il 19 maggio 1919 da Samsun inizia la sua marcia e questa data è ancora una festa importante. I due musei principali della città, il Gezi e il Bandirma sono una rievocazione fotografica, di oggetti personali e documenti dell’evento, il tutto supportato da una quantità notevole di statue di cera di Kemal e dei suoi 18 amici. Bandirma è la nave a vapore con cui arrivò e ne è stata fatta una ricostruzione fedele (l’originale era stato demolito!) al cui interno delle statue rievocano l”evento.

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Per un visitatore disincantato sono musei leggermente ridicoli ma per molti turchi evidentemente non lo sono. Kemal è diventato oggetto di una religione civile; l’uomo che ha laicizzato la Turchia, spostato la festa settimanale dal venerdì alla domenica, cambiato la lingua scritta utilizzando i caratteri latini al posto di quelli arabi, gode ancora di una grande autorità. Ma i giovani turchi, soprattutto quelli istruiti, trovano pure loro ridicola questa venerazione, e fra 10 anni forse il meccanico potrà mettere il suo calendario Pirelli al posto di Kemal, sempre che lo spasmo tra Asia e Europa, che fa vibrare questa bella terra turca, non porti ad altre rivoluzioni.

Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park
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Cartoline da Samsun/ Guardo per la prima volta la città

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Samsun è una città lunga, come spesso accade alle città di mare; si srotola lungo la costa del mar Nero con edifici alti e colorati. Percorrendola verso ovest, in direzione di Atakum, l’occhio viene catturato non dal mare ma da una sequela di case nuove, con le ampie vetrate, i balconi abitabili. Sembrano regali appena aperti dalla loro confezione tanto sono nuovi. Ma per chi sono tutte queste case? Chi sono le persone che vi andranno ad abitare? Per adesso poche visto che sembrano semivuote. Stanno diritte sul piano della costa o si inerpicano sulle colline vicine, sembrano anche loro aspettare i loro abitanti che quando arriveranno, svuoteranno altre regioni, forse quelle interne.

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Da bambino ho il ricordo di una città, la mia, in costruzione, tutto un cantiere dove si poteva giocare trovando tubi per le cerbottane e pezzi di ferro. Ma guardando ora la mia città natale, mi rendo conto che quel grande cantiere era solo una briciola rispetto a quello che vedo qua.
Se le case crescono veloci, più lenti sono i lavori nella strade e nei marciapiedi che ancora mancano, ma già si vede l’idea di farli belli, con degli spazi comuni per il gioco o lo svago adulto.

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Poi, quando si volge lo sguardo verso il mare, capisci forse il motivo per cui non ti ha attirato subito: manca l’odore del mare, l’odore di salsedine. I grandi fiumi russi si riversano tutti qui, in questo mare chiuso con un esile sbocco, così l’acqua, se la assaggi, solo un poco è salata.

Cartoline da Samsun/ La statua di cera di Kemal Atatürk
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Cartoline da Samsun/ Le amazzoni di Bati Park

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Essere testimoni: corso di formazione per i volontari Focsiv

45 ragazze e ragazzi, la maggior parte dei quali faranno il loro servizio civile in giro per il mondo. Ecco le slide del corso di formazione, seguito solo in parte, visto le tante domande e la voglia di partecipare alla discussione, così il tempo se n’è volato via, ma va bene lo stesso … buon viaggio!

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il manifesto io lo guardo ma non lo leggo

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Abbiamo ragionato già altre volte sull’uso delle immagini in questo spazio, tema delicato visto che molta iconografia, quando si parla di cooperazione allo sviluppo, ha spesso una natura drammatica e può essere facilmente usata per dare un pugno nello stomaco o per impietosire al fine di far aprire il portafogli.
Questa è la fotografia, da me ritoccata, apparsa sulla prima pagina de “il manifesto”. L’immagine ha aperto un intenso dibattito pubblico sull’opportunità o meno di pubblicarla. Ma qui il problema non è l’immagine, non è quel povero corpo di bambino di cui giustamente dobbiamo sentirci responsabili, qui il problema sta nelle parole; scrivere NIENTE ASILO sopra quell’immagine è opera di un titolista sciocco, che non si rende conto di quello che scritto. Il giorno prima sulla prima pagina de “il manifesto” c’era scritto “Botte da Orbàn” riferendosi allo xenofobo primo ministro ungherese, un gioco di parole simpatico, nello stile del quotidiano. ma ripetere lo stesso stile su quell’immagine è una leggerezza; professione a volte disgraziata quella dei titolisti, che sono cugini di primo grado dei pubblicitari.
Qui quello che stona non è il vedere, ma il leggere.
Il bambino si chiamava Aylan Kurdi.

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Rifugiati, disabilità e migrazione, salute per tutti nel numero di settembre della rivista “Amici di Follereau”

Senza titolo-1È uscito il numero di settembre della rivista “Amici di Follereau di Aifo”. La monografia è dedicata ai rifugiati nel mondo, “le persone che sono costrette ad abbandonare le proprie case sempre più numerose a causa di nuove guerre e violenze, mentre i nuovi muri di parole, di norme e di indifferenza si moltiplicano”.

In primo piano invece si parla, grazie ad un contributo della FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap), di migranti con disabilità in Italia, persone svantaggiate lontane dalle associazioni e dai servizi e poco informati sui loro diritti.

Nell’articolo “Cooperare per includere spiegato a mia figlia” viene invece raccontato il progetto Aifo per la valutazione del Piano d’azione su disabilità e sviluppo che ha lo scopo di migliorare la qualità dei progetti, e offrire strumenti e occasioni di formazione a chi lavora nella cooperazione.
Infine un’intervista a Chiara Bodini del Centro di salute Internazionale dell’Università di Bologna che ci spiega cosa sia la Carta di Bologna, un manifesto sottoscritto da oltre 20 associazioni, che propone “una salute equa e sostenibile per tutti”.

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Una salute sostenibile ed equa per tutti

Schermata-2014-06-23-a-12.23.24-12Per la “Carta di Bologna”, un manifesto firmato da oltre 20 associazioni, la qualità della salute non dipende solo dall’offerta dei servizi sanitari ma più dalla promozione di un ambiente di vita e di lavoro salutare
Intervista a Chiara Bodini, medico specializzato in Malattie infettive e Sanità pubblica; lavora nel Centro di Salute Internazionale dell’Università di Bologna.

Che cos’è la Rete Sostenibilità e Salute?
È una rete di 21 associazioni sorta nel giugno 2014 anche se ha alle spalle un lavoro di preparazione per arrivare a questo risultato. Nell’ottobre del 2013 si è svolta alla Camera dei Deputati la prima conferenza nazionale su “Crescita e sostenibilità della salute: associazione e politica a confronto”. Il “Movimento per la decrescita felice”, settore salute, ha organizzato questa conferenza dove ha invitato una serie di realtà che si occupano di salute, ambiente, diritti, per discutere sul legame che esiste tra sviluppo economico e sostenibilità della salute; erano stati invitati anche dei rappresentanti politici per intavolare un dibattito ma sono venuti in pochi, invece c’è stata una grande affluenza della società civile.
L’idea della rete è quella di superare gli individualismi delle singole associazioni e gruppi. Mettersi in rete, è un esercizio difficile, significa ascoltare altri linguaggi, sensazioni e realtà, ma è molto arricchente.
Fra noi sono presenti gruppi molti diversi come impostazione; ad esempio, c’è chi propone medicine non tradizionali e chi addirittura si oppone a esse.

Che cos’è Carta di Bologna per la Sostenibilità e la Salute?
Dopo quell’incontro si è pensato di continuare il lavoro che alla fine ha portato alla Carta di Bologna, approvata nel giugno 2014 e che rappresenta il manifesto della rete.
Il concetto principale è questo: con sostenibilità della salute non s’intende solo parlare di offerta dei servizi sanitari ma anche della promozione di un ambiente di vita e di lavoro salutare. L’attuale modello di sviluppo è invece collegato alla distruzione dell’ambiente e c’è una tendenza spiccata a organizzare il settore della salute in un’ottica mercantilistica, puntando sull’aspetto economico e di mercato. Questo porta alla tendenza dell’ipermedicalizzazione portata avanti dagli interessi economici di case farmaceutiche e altri soggetti del settore. La Carta invita, da un lato, ad avere uno sguardo ampio sulla salute, secondo un’ottica della sua promozione e, dall’altro, vuole ridurre l’effetto del mercato nelle cure e nei servizi.
Un altro aspetto riguarda invece la partecipazione, in senso comunitario, cioè vuole riportare il discorso della salute a un dibattito cittadino; ma è importante anche la partecipazione del singolo, della persona, cosa che comporta una relativizzazione dei saperi tecnici.

La crescita economica non è dunque il volano per la crescita della salute?
C’è una correlazione tra Pil procapite e salute ma questo è valido solo quando si parla di bassi livelli di Pil; in questo caso la connessione tra povertà e salute è evidente. Ma al di sopra di una certa soglia, nei paesi benestanti dove il Pil è elevato, questa correlazione si perde. Prendiamo come esempio i paesi dell’Ocse; in questi stati non c’è correlazione tra Pil procapite e aspettativa di vita media.
Si può aggiungere a proposito anche un’altra osservazione: i paesi che hanno minori tassi di disuguaglianza interna hanno migliori esiti in fatto di salute; ovvero se la ricchezza è meglio distribuita anche la salute in generale ci guadagna.

Voi parlate espressamente dell’inutilità di molti esami medici, che possono essere addirittura dannosi e che non sono sostenibili economicamente: non sono affermazioni molto impopolari tra i cittadini?
Esiste un problema di formazione dei professionisti per quanto riguarda il discorso dei tanti esami medici prescritti. È documentato che molti esami medici non servono a niente e addirittura alcuni di essi fanno male. Queste cose i professionisti le devono sapere; la formazione nelle scuole di medicina non t’insegna questo, non t’insegna a farti sempre delle domande. La società cambia, il paziente che hai di fronte a te cambia e bisogna farsi delle domande e trovare delle risposte per quella data situazione. Noi invece siamo dentro ad un paradigma molto diverso, di standardizzazione che è motivato dagli interessi dell’industria dei farmaci, dei presidi sanitari, dell’industria bio medica in generale.
Un altro fattore che influenza l’aumento degli esami medici riguarda lo sviluppo della “medicina difensiva”, ovvero il medico fa tutta una serie d’indagini per ridurre il rischio che il paziente gli faccia causa se si verificano degli errori.

Un termine che viene usato nella Carta è medicalizzazione della salute, sembra quasi un ossimoro, cosa intendete con questo concetto?
È dimostrato che l’80 – 85 % dei bisogni di salute o dei fattori che determinano la salute dipende dall’ambiente in cui vivi e lavori e solo il 15% dipende dai sistemi sanitari, se il sistema collassasse perderemmo solo il 15% della nostra salute.
La percezione delle persone e gli investimenti che si fanno, sono esattamente ribaltati, si concentrano sulle strutture ospedaliere. In questo modo si sposta l’attenzione solo sulla cura della malattia, si trasforma il concetto di salute in cura della malattia, ma la domanda da farsi invece sarebbe questa: perché una persona s’ammala?
Il sistema sanitario rimane importante e va mantenuto, rinforzato e reso equo, ma il discorso sulla salute andrebbe fatto anche altrove; la salute la si fa con la regolamentazione urbanistica della città, regolamentando le emissioni delle industrie, la fai con tutta una serie di politiche rivolte al benessere della popolazione.

I nuovi accordi commerciali (Ttip) e sui servizi (Tisa) tra le due sponde dell’Atlantico come influenzeranno la nostra salute?
Degli accordi si sa ancora pochissimo data la poca trasparenza. Il Ttip può avere un impatto sulla salute; la prospettiva è quella della liberalizzazione e privatizzazione di alcuni settori tradizionalmente in mano al servizio pubblico come è quello sanitario. È un processo che comunque è già in atto. Ma esiste una documentazione che dice che i sistemi sanitari privati costano di più e funzionano peggio. Questi accordi dovrebbero portare a un’armonizzazione tra legislature differenti, come quelle riguardanti la sicurezza alimentare, le emissioni nell’aria, i brevetti dei farmaci, il rischio qui è che si vada al ribasso per quanto riguarda lo standard di protezione dei cittadini.

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Graphic novel: “La storia di Bayaraa” (english version)

Mercoledì prossimo, 9 settembre alle ore 17 al Teatro Comunale di Castello d’Argile (via Matteotti 150) a Bologna, Aifo organizza un incontro dal titolo “La Convenzione ONU dei Diritti delle Persone con disabilità: il suo valore e la sua applicazione a livello internazionale e locale” a cui parteciperà anche una delegazione proveniente dalla Mongolia. In quell’occasione sarà presentata “La storia di Bajaraa” in versione fumetto e in inglese.
Bayaraa è una persona con disabilità che vive a Ulaan Baatar, che con un grande coraggio affronta la sua vita quotidiana. Ecco il video che, tra gli altri interventi, sarà presentato.

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Che ci faccio qui?

IMG_4883Quali sono le motivazioni di un’ong? E ancora, quali sono i motivi che spingono i volontari e i cooperanti a impegnarsi e a passare periodi all’estero in posti difficili? Le motivazioni per le ong si ritrovano, di solito, nello statuto, quelle dei volontari … beh, quelle sono un po’ più difficili da individuare.

Perché parlare di motivazioni? Perché per ogni strategia di comunicazione, da quelle che riguardano l’intero gruppo a quelle che riguardano la singola azione, devono essere chiari i motivi, lo spirito con cui si affrontano le cose. Garantire questa chiarezza, significa avere un rapporto di maggior fiducia con i propri sostenitori, privati o istituzionali che siano.
Ma anche per se stessi questa chiarezza è essenziale: significa lavorare con maggiore consapevolezza.
Mi rendo conto che a questo livello il discorso è molto astratto ma si fa presto a calarlo in situazioni concrete, basta porsi alcune domande delicate (il problema, forse, è se c’è una risposta o si ha il coraggio di dare una risposta a queste domande).
Ad esempio un’ong potrebbe porsi la domanda sulla portata effettiva di quello che fa, se la sua azione incide realmente o oppure no; se si occupa solo dei sintomi e non delle cause. In un paese in guerra è utile mettere su degli ospedali, ma la guerra da cosa è causata? E come ong o come volontario come mi pongo di fronte ai motivi strutturali del sottosviluppo?
Per gli espatriati poi ci sono altre domande che riguardano il loro rapporto con i locali, con le persone: fino a che punto condivido questa situazione? Dove sta la differenza tra me e loro? Sono tutte domande che sono parenti strette delle motivazioni.

Tutto questo discorso sulle motivazioni mi è venuto in mente leggendo un libro, “Via dello stupore – dieci anni nella Turchia dell’Est” scritto da Roberto Ugolini,  Roberto e la sua famiglia (moglie e figlia) vivono da molto tempo in una zona poverissima della Turchia, vicino a Van, al confine con l’Iran e l’Iraq, e non sono una famiglia di cooperanti, dietro a loro non c’è un’ong, nemmeno una semplice associazione. La loro iniziativa è più simile a quella dei missionari anche se se ne distaccano per un elemento fondamentale: pur essendo profondamente cristiani non fanno assolutamente attività di evangelizzazione fra i locali, ma si limitano a condividere la loro condizione di povertà. Il libro è la raccolta di lettere che scrivono agli amici italiani e sono un buon esempio di educazione alla mondialità, di conoscenza della vita reale di tanti poveri del nostro pianeta. Leggendolo vengono spontanee delle domande:  “Ma cosa fate là … che lavoro, come passate le giornate…”, poi, poco a poco, si capisce che tutto parte dalla semplice condivisione di una condizione e da lì viene il resto, la raccolta del cibo per una famiglia profuga iraniana, la protesi per la mano di una bambina afgana, lo stare assieme mangiando …  E’ anche questa un’attività di cooperazione internazionale magari con il quadro logico lasciato nel cassetto. Con questo non si vuole dare dei giudizi ma semplicemente far vedere la varietà di modi in cui si può cooperare e di come siano importanti le motivazioni, anzi è da li che bisogna ogni volta ripartire.

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Nel mercato degli aiuti umanitari c’è posto per una comunicazione di qualità?

arrighini_mageRecentemente Tarcisio Arrighini, uno dei fondatori della ong bolognese GVC, ha pubblicato il libro Il mercato degli aiuti. Gli ultimi 40 del mondo della cooperazione internazionale”. Il titolo dice subito chiaramente quello di cui si parla nel testo; io vorrei soffermarmi solo su un tema dei molti affrontati, quello che riguarda la comunicazione e la pubblicità.
La tesi di Arrighini è che esiste una sfida tra ong nell’accaparramento delle risorse e che questa guerra si combatte a livello televisivo. In questa situazione le ong vincenti sono quelle più grandi (Emergency, Save the children, Medici senza frontiere …) che tolgono in questo modo l’ossigeno alle ong medio e piccole. Come corollario importante di questa tesi è che il messaggio veicolato in televisione è semplicistico, pietistico, usa tinte forti per impietosire la gente e portarle a donare dei soldi.

Questa tesi è condivisibile: è abbastanza evidente come sia cresciuta l’aggressività della comunicazione tesa a raccogliere fondi da parte delle ong maggiori, che investono anche molti soldi in queste attività che si possono definire tranquillamente di tipo pubblicitario e … ad effetto. Si punta sul bambino sfigurato, sull’emergenza sanitaria (ma lo sviluppo non si fa certo a suon di colpi di emergenze sanitarie).
Del resto anche quando fisicamente, per strada, incontriamo dei ragazzi che fanno promozione per qualche grande ong ci rendiamo conto che dietro a loro c’è un preciso addestramento teso ad agganciare l’interlocutore, addestramento che, a me personalmente, dà molto fastidio, soprattutto quando punta a far generare un senso di colpa. Ma tralasciamo questo discorso, anche se sarebbe interessante approfondirlo con qualche intervista a questi “testimoni di strada”.

Quello che non mi convince in questa tesi riguarda essenzialmente il ruolo da dare alla comunicazione in una ong. Dal libro questo ruolo non emerge mai chiaro. Intanto come mass media si parla solamente di televisione, quando il panorama mediatico contemporaneo è molto più ricco, dato che comprende i social media (twitter, facebook …) e in generale tanti prodotti di comunicazione multimediale che possono “passare” su internet. E’ vero che la televisione continuerà a giocare un ruolo importante, ma non sarà più quella unidirezionale e generalista di oggi, in altre parole molte più persone prenderanno parola e vi saranno tanti canali specializzati su un tema particolare (come sta già accadendo).

Questa mancanza di chiarezza sul ruolo della comunicazione è un difetto tipico nel mondo della cooperazione internazionale italiana.
Intanto bisogna distinguere il tipo di comunicazione che si vuole fare: anche quello di tipo pubblicitario può essere utile, certo non deve seguire in modo pedissequo lo stile pubblicitario profit e non deve puntare sulle immagini shock, anche se rendono in termini di soldi. Esistono anche dei modi per fare pubblicità creativi e “rispettosi” dei soggetti di cui si parla. Non bisogna escludere dei modelli di comunicazione perché considerati non coerenti con il messaggio – solidaristico – che si vuole comunicare: anzi non ne esistono proprio, tutto dipende dall’uso che se ne fa, dipende in sostanza da noi.
Poi esiste la comunicazione che punta a far conoscere temi, progetti, quella che vuole informare i cittadini del nord che sono anche cittadini del mondo e non solo del loro paese e che dal loro comportamento dipendono molte cose. Il problema è come fare questa informazione di livello diverso, come parlare dei progetti in modo interessante, con semplicità senza perdersi in dettagli inutili, senza scadere nel tecnicismo, volendo comunicare a tutti, anche a chi di cooperazione ne sa poco.

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La poliomielite eliminata dall’Africa?

polio-victim-reloaded“Mentre correva con il giavellotto in alto, mentre allungava il braccio ben dietro il corpo mentre lo riportava in avanti per rilasciare il giavellotto in alto sopra la spalla – e poi lo rilasciava come un’esplosione -, ci sembrava invincibile”. L’atleta invincibile è Bucky Cantor, il protagonista del romanzo di Philip Roth “Nemesi”. Bucky è un istruttore di ginnastica e si occupa di un gruppo di ragazzi nell’estate del 1944 quando un’epidemia di polio sta investendo la comunità di Newark, una città poco distante da New York. Finirà anche lui ammalato e semiparalizzato e in più con un senso di colpa per non aver saputo proteggere i suoi ragazzi.  Negli anni ’40 non c’era ancora il vaccino contro la paralisi infantile (viene chiamata anche così), arriverà solo negli anni ’50 e s’imporrà quello realizzato da Albert Sabin nel 1957. Dieci anni dopo Bucky, questo semplice e vigoroso ragazzo ebreo, si sarebbe salvato e con lui i suoi ragazzi.

Il vaccino, decisamente economico, esiste da allora, ma nel mondo la polio ha continuato a diffondersi soprattutto in Asia e in Africa  fino a che nel 1988 l’OMS, l’UNICEF, il Rotary International, e il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie degli Stati Uniti decisero di eliminarla da tutto il pianeta. In quell’anno nel mondo s’erano ammalati più di 350 mila bambini, mentre nel 2014 questa malattia, che porta la disabilità, aveva colpito 359 minori.
Un bel risultato, evidentemente la razza umana se si impegna ce la fa.

Ma la notizia bomba è che da un anno in tutto il continente Africano non si registra più un solo caso di polio. L’ultima segnalazione è stata nell’agosto dell’anno scorso in Somalia, mentre in Nigeria, il paese deve la malattia era più diffusa, non si segnalano nuovi casi da luglio 2014. Non si può esseri sicuri di questo risultato dato che alcune comunità in Africa sono isolate o conducono una vita nomade e sono più difficili da controllare; del resto gli epidemiologi prevedono un periodo di tempo maggiore (dopo due anni) per poter essere sicuri di questo risultato, ma un anno intero liberi dalla malattia è pur sempre una notizia di rilievo soprattutto se associata all’Africa continente che viene spesso visto come “irrecuperabile”. Se questi risultati sono stati raggiunti non è solo per merito dei donors, delle istituzioni internazionali e delle ong ma anche del sistema socio-sanitario dei vari paesi africani coinvolti. E non è nemmeno un caso se la Nigeria ha saputo subito arginare le diffusione di Ebola sul suo territorio.

Ci sono state delle battute d’arresto nella lotta contro la polio, come quando nel 2003 nella zona nord est della Nigeria a predominanza musulmana, si sono diffuse delle false notizie riguardo il vaccino Sabin che avrebbe portato alla sterilità delle femmine, che conteneva proteine provenienti dal maiale e che, addirittura, era veicolo dell’Aids. Con il coinvolgimento delle autorità religiose musulmane queste voci sono state spazzate via (ma si sa che i rumors, come i virus, prima o poi ritornano, con qualche variante). Lo stesso Bill Gates, la cui Fondazione finanza la lotta contro la polio, ha incontrato personaggi religiosi per convincerli dell’infondatezza di queste informazioni.

Oggi gli unici due paesi dove la paralisi infantile è endemica sono l’Afghanistan e il Pakistan, ma si parla di 34 nuovi casi in quest’anno, quindi si può ragionevolmente sperare che la poliomielite possa essere cancellata da questo pianeta. Sarebbe la terza grave malattia ad essere eliminata dato che dal 1979 non ci sono più casi di vaiolo e che dal 2011 anche la peste bovina non esiste più.

La storia di questa malattia ha un’altra particolarità che s’intreccia con la storia della disabilità: dato che è una malattia invalidante che colpiva dei minori (un handicap acquisito insomma) i famigliari e le altre persone coinvolte hanno cominciato ad organizzarsi facendo raccolta di fondi, sensibilizzando l’opinione pubblica (stiamo parlando di società occidentali) sui diritti delle persone con disabilità. Anche in campo medico-sanitario ha portato dei cambiamenti in quanto proprio per le epidemie di polio si sono organizzati i primi centri di terapia intensiva e si sono fatti passi in avanti nel campo della riabilitazione come una vera e propria forma di terapia.

Anche in Italia è proprio un’associazione di persone con disabilità dovute alla polio, l’Aniep, che ha contribuito ad un nuovo modo di intendere la difesa e la promozione dei diritti delle persone disabili. Gianni Selleri, un’eccezionale figura di intellettuale che ha guidato Aniep sul finire degli anni ’60, ha impostato un’accanita battaglia per i diritti delle persone disabili ma anche, e soprattutto, una battaglia culturale che li vedeva non come oggetti di assistenza, ma come protagonisti (ed erano anni quelli di pietismo spudorato), come soggetti che attivamente prendevano parte alla società, con il diritto di andare a scuola, di avere un lavoro e un’affettività come tutti gli altri.

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I sopravvissuti ad Ebola

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Che cosa succede quando finisce una guerra, cosa succede quando l’epidemia di Ebola sembra volgere al termine? Non se ne parla più; vengono spenti i riflettori, gli inviati dei media meanstreaming si spostano altrove, là dove ci sono le nuove guerre o dei nuovi attentati. Non tutti però, per fortuna il New York Times ha prodotto attraverso dei suoi giornalisti questo bel servizio video dove si racconta la storia di Erison che è sopravvissuto alla malattia. Ma un sopravvissuto deve ricominciare a vivere, non riprende più la vita di prima. Erison ha perso molti dei suoi famigliari, in più la società è restia ad accoglierlo (e questo succede anche ai lebbrosi, ai malati di aids o ai bambini soldato), dato che lo teme. Nella cura dei famigliari sopravvissuti assieme a lui e nella fondazione di una squadra di calcio di ex-malati ( I Survivor!!) , Erison troverà di nuovo una certa serenità.

Un bel documentario, secco, contenuto nella spettacolarizzazione, che mostra come anche in Sierra Leone un ragazzo possa reagire alle avversità, organizzandosi, fondando una propria organizzazione, senza nessun aiuto straniero, incontrando gente che ha i suoi stessi problemi per affrontarli assieme.

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La violenza planetaria alle donne è la risposta ad una richiesta di maggiore libertà

coverLa violenza contro le donne è la risposta maschile alla ricerca di una maggiore libertà da parte delle donne stesse, ed il tentativo di mantenere immutati i ruoli sociali. Intervista a Daniela Danna. Docente alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Milano. Daniela Danna si occupa da anni della violenza nei confronti delle donne, ed è autrice di Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale (Eleuthera, Milano, 2007).

Cosa l’ha spinta a studiare la violenza verso le donne?
Sono sociologa e femminista, la questione della violenza degli uomini contro le donne, cioè contro di noi, è alla radice delle limitazioni all’esistenza libera delle donne, tocca tutte noi, e dovrebbe essere una preoccupazione anche per gli uomini che vogliono essere liberi, a loro volta non schiavi delle costrizioni del proprio ruolo. Come scrive l’antropologa Paola Tabet, gli uomini in molte società (la grandissima parte di quelle conosciute) si costituiscono in gruppo per dominare le donne, usando le armi e il monopolio sugli attrezzi; la dominazione maschile assume forme meno feroci nella nostra società, ma le costrizioni del ruolo sociale femminile sono ancora ben presenti e per noi dannose.

Come è nata l’idea di scrivere “Ginocidio” e di cosa parla?
Ginocidio” è un libro che parla di questa questione dal punto di vista delle teorie sulla globalizzazione, ed è una sorta di studio-test su di esse. Avevo scritto su varie questioni collegate a questo quando ho ricevuto una graditissima proposta da parte di Eleutera, che mi ha permesso di occuparmi del tema con il giusto livello di approfondimento.

È possibile fare un quadro generale della violenza sulle donne a livello planetario?
Nel mio testo ci sono i riferimenti alle indagini anche quantitative che hanno comparato i livelli della violenza che gli uomini infliggono alle donne in molte parti del pianeta. Un messaggio importante è che la qualità dei dati va verificata. Il pubblico non specializzato dovrebbe sempre accogliere le cifre con riserva, cercando di capire come si è giunti ad esse, mentre invece vediamo spesso una sorta di adorazione acritica del numero. Ma ancora più importante è il fatto che la violenza che viene riconosciuta è una sorta di punta dell’iceberg: quando le donne cominciano a ribellarsi al loro ruolo di schiavitù, la reazione maschile è spesso la violenza, che quindi può diventare semplicemente un sintomo del problema, non il problema in sé, che è la libertà delle donne.

Vi sono elementi comuni – tra le motivazioni, le condizioni, le caratteristiche – che accumunano i paesi ricchi e quelli poveri, quando si parla di questo tipo di violenza?
Sì, certamente. Viviamo in un unico sistema-mondo, per usare la terminologia di Immanuel Wallerstein, e condividiamo una cultura patriarcale che vede le donne subordinate agli uomini con le più svariate giustificazioni, che spesso si cristallizzano in messaggi “divini.” Anche il fatto di attribuire maschilità all’Essere Supremo, per chi vi crede, riflette la situazione sociale di subordinazione del genere femminile.

Viceversa vi sono delle specificità per paese o aree geografiche? Ovvero la violenza subita dalle donne in Canada è frutto di determinate condizioni, quella subita in Somalia di altre …
Certo, le forme culturali sono diverse sia nelle azioni e interazioni che costituiscono la vita quotidiana, sia nei modi e nelle motivazioni per esercitare violenza. È importante anche l’atteggiamento delle autorità. Per riprendere i paesi che cita, in Somalia vi è uno stato di guerra, non uno stato di diritto, e la violenza è pervasiva ed estrema, sia contro gli uomini che contro le donne. In Canada la stessa Costituzione sancisce la parità tra uomini e donne, e la questione della violenza contro le donne ha assunto rilevanza pubblica grazie alle mobilitazioni femministe, lo stato si mette in gioco per contrastarla anche culturalmente, ed è proprio da questo paese che provengono ad esempio le metodologie più avanzate per rilevare il grado in cui le donne subiscono violenza, attraverso ricerche con cui si costituiscono statistiche sempre più affidabili. Non è facile parlare con sconosciute della violenza subita, vi è sempre un senso di vergogna, e l’intervistatrice deve mettere l’intervistata in condizioni di poterla superare. In luoghi dove la violenza è invece normale, cioè non tabuizzata, è più facile rilevarla.

In questi ultimi due anni si è molto parlato della violenza subita dalle donne in India, paese di cui si ha un’immagine invece non violenta; com’è la situazione delle donne in India e come mai se ne parla tanto?
L’India si avvia ad essere il paese demograficamente più “pesante” del pianeta, e l’importanza della sua produzione economica sta aumentando, quindi anche gli sguardi dei mass media sono puntati sul luogo di questi rilevanti cambiamenti. Le donne in misura crescente si ribellano contro le costrizioni del loro ruolo tradizionale, e la violenza è naturalmente il modo che gli uomini hanno per riaffermare il loro potere tradizionale.

In questi ultimi anni si parla anche molto della violenza subita dalle donne nei paesi a maggioranza musulmana: cosa ne pensa? In particolare la religione musulmana come si rapporta in queste situazioni?
Ci sono delle correnti nella dottrina religiosa musulmana che promuovono la condizione delle donne (il “femminismo islamico”) attraverso interpretazioni del Corano diverse da quelle dei predicatori che vi trovano un messaggio “fondamentalista” di subordinazione necessaria delle donne agli uomini. In generale i messaggi religiosi possono sempre essere interpretati in modi diversi. L’interpretazione che mi sembra più corrente, da non esperta, per quel che ho letto e sentito, è che il Corano non giustifica la violenza contro le donne.

E per l’Italia che quadro si può raccontare? la violenza è aumentata o diminuita?
Non è realmente possibile avere una percezione esatta della “quantità di violenza” contro le donne, tanto meno di un suo aumento o diminuzione. Le rilevazioni dell’Istat non sono tutte comparabili tra di loro, e la disponibilità a parlare di quello che si è subito non è “controllabile” (in gergo tecnico statistico). Di più: la stessa percezione della violenza dipende dall’idea che si ha di sé e del proprio status sociale. Percepisco “stupida!” come un insulto solo se io mi sento intelligente. Spesso anche la violenza fisica viene accettata: “Sono stata io a provocarlo”, “Non dovevo comportarmi così”. L’azione culturale è molto importante per uscire da questi schemi tradizionali di interazione tra uomini e donne, ed è importantissimo discuterne già con i ragazzi e le ragazze.
Purtroppo anche nella Chiesa si registra ancora un forte ritardo culturale sui ruoli sociali maschili e femminili, a danno della libertà delle donne, e in definitiva anche di quella degli uomini.

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Matite africane

matiteafricaneIl fumetto in Africa arriva con i colonizzatori. Oramai sono parecchi gli autori autoctoni che trattano nelle loro tavole di temi con una chiara impronta sociale. Intervista a Sandra Federici, direttrice di ”Africa e Mediterraneo”, la rivista che per prima ha promosso questo genere in Italia (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” luglio-agosto 2015).

Come è nata l’idea di occuparsi di comics africani?
Esistevano poche iniziative del genere; c’era un’ong francese, “Equilibres & Populations”, che aveva pubblicato nel 2000 il libro “A l’ombre du baobab”, dove una trentina di autori africani di fumetto erano stati chiamati a disegnare delle tavole sulla condizione della donna, i bambini soldato, le mine, tutti temi che servivano a sensibilizzare il pubblico francese.
Anche noi abbiamo presentato, assieme all’ong Cefa, un progetto di educazione allo sviluppo rivolto all’Africa in cui si parlava di questi temi attraverso il fumetto. Il progetto ci ha permesso di pagare dei ricercatori che sono entrati in contatto con i fumettisti di varie aree linguistiche, facendosi mandare delle immagini, a volte acquistando delle tavole ed è così nata la mostra “Matite africane”.
La mostra ha girato molto nelle scuole e nei comuni in quegli anni; in seguito il progetto ha avuto un nuovo sviluppo ed è diventato un premio (“Africa e Mediterraneo”) per il miglior fumetto inedito di autore africano dell’anno.
Il concorso è iniziato nel 2002, Pat Masioni (http://fr.wikipedia.org/wiki/Pat_Masioni) che è stato il vincitore di quell’anno, è poi diventato uno dei fumettisti più famosi lavorando anche in Europa. Ricordiamoci che in quegli anni quel premio era una buona occasione per gli artisti africani di essere notati da qualche editore europeo.

In questi ultimi vent’anni però il panorama economico, sociale e tecnologico è molto cambiato, cos’ è ora il premio?
Il progetto è cambiato dopo l’avvento d’internet in Africa, dato che molti autori hanno aperto un blog e sono visibili su internet dappertutto. Il fatto di “sfondare” nel fumetto europeo si è dimostrata un’illusione che è riuscita solo a pochissimi talenti che hanno magari incontrato il giusto sceneggiatore europeo.
Il premio ha avuto un po’ una battuta d’arresto con l’edizione 2011-2013, per carenza di finanziamenti e forse perché non era più lo strumento giusto. Oggi lo abbiamo ripreso ma bisogna capire come rinnovarlo
sicuramente lo faremo tutto digitale, sull’esempio del premio “Comics for equality”, un premio europeo per fumettista di origine migrante.

Si può parlare di fumetto africano, intendendo con questo uno strumento che ha alcune caratteristiche comuni, un’estetica simile?
Non esiste un’estetica comune africana, il fumetto viene da fuori, con la colonizzazione; ci sono molte influenze dall’esterno, in area francofona l’influenza naturalmente viene dalla Francia e dal Belgio. Negli anni ‘50-‘60, periodo di boom del fumetto in Europa, lo strumento è stato utilizzato sia dai colonizzatori che dai missionari. Dal Belgio è stato importato “Tintin” che ha avuto un grande successo in Congo; si sono diffusi i fumetti petit format (ndr, un formato ridotto ma più grande di un tascabile), anche Tex Willer ha avuto un grande successo e in Africa ed è molto conosciuto.
Dopo la decolonizzazione, il fumetto è stato usato dalla cooperazione dei paesi europei; negli anni ’70 alcuni, pochi, autori africani hanno iniziato a lavorare con la cooperazione, pubblicando con le Edizioni Paoline francesi. In vari paesi francofoni, la cooperazione francese ha diffuso una rivista, un giornalino a fumetti, dove il protagonista era un ragazzino africano di nome Kouakoù; le storie trasmettevano una visione dell’Africa non razzistica o pietistica come lo era in “Tintin” dove, solo per fare un esempio, gli africani hanno tutti i labbroni.
Il fumetto si è diffuso molto negli anni ’70 e ’80 in Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Congo sia quello belga che quello francese (ndr, rispettivamente quello con capitale Kinshasa e quello con capitale Brazzaville) nelle librerie all’aperto, per terra, dove si compravano per due lire i giornalini che venivano poi scambiati. Nell’Africa anglofona, invece, giravano più i fumetti dei supereroi americani.
Dagli anni ’90 l’apertura democratica avvenuta in alcuni paesi ha permesso l’emergere della figura del vignettista da giornali; nasce così il fenomeno della satira politica, fenomeno questo che ha comportato seri problemi però per i disegnatori.

Quali sono i temi maggiormente trattati dal fumetto africano negli ultimi anni?
I temi più comuni sono quelli che si riferiscono allo sviluppo, all’emigrazione, alla critica delle disuguaglianze, alla povertà. Si tratta non tanto la differenza tra il nord e il sud del mondo ma le differenze sociali interne, la corruzione, e soprattutto vengono descritte le persone che in tutto questo caos s’arrangiano; è la lotta dell’uomo africano nella modernità, in situazioni urbane.

Nel panorama dei fumettisti africani sub sahariani chi emerge oggigiorno?
Continuando a parlare della satira, quella africana è abbastanza didascalica, diversa da quella europea, ha un umorismo non sempre brillante, si ricorre spesso alla rappresentazione allegorica, ad esempio l’Europa viene rappresentata come una bella donna che attira; è una satira esplicativa, o che fa la caricatura dei personaggi politici locali, ci sono comunque autori molto bravi come il tanzaniano Gado
(http://en.wikipedia.org/wiki/Gado_%28comics%29) o il gaboniano Pahe (http://pahebd.blogspot.it)
che fa una satira a livello di “Charlie Hebdo”, non ha paura di niente; ha anche un blog, dove pubblica vignette in cui critica il presidente, parla di temi sessuali espliciti, come quelli sui gay che scandalizzano fortemente il pubblico dato che in Africa c’è ancora un forte distacco tra intellettuali e persone comuni.
Altro nome noto è il congolese Barli Baruti (http://en.wikipedia.org/wiki/Barly_Baruti)
che è riuscito a pubblicare in Francia , un fumetto di genere poliziesco, riuscendo così nel sogno di molti disegnatori africani di approdare in Europa. Adesso però le possibilità vere i fumettisti le hanno nel loro paese, lì possono avere un mercato, perché c’è la mancanza di bravi disegnatori e tecnici grafici. Teniamo però presente che Il mercato del libro in Africa, anche se il continente è in crescita economica, è in condizioni critiche perché la classe media non compra libri e fumetti, e nemmeno la lettura viene promossa dallo Stato.
Un caso particolare di autore, è quello di Marguerite Abouet, una scrittrice ivoriana che ha sceneggiato il fumetto di grande successo, “Aya de Yopougon”. Il libro racconta la storia di alcuni ragazzi di un quartiere di Abidjan e ne è stato tratto anche un film e una serie televisiva. Quello dell’Abouet è il maggior caso di successo di un artista africano di fumetti (http://en.wikipedia.org/wiki/Aya_of_Yop_City).

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Sakamma non è un’eroina ma …

sakamma3Nonostante la crescita economica e il prestigio internazionale che l’India sta via via mostrando al mondo, esistono al suo interno delle vaste sacche di povertà che colpiscono soprattutto le minoranze etniche e le popolazioni che vivono in montagna o in campagna. Se a queste situazioni di svantaggio aggiungiamo altre difficoltà che posso capitare nella vita di un individuo, come la vedovanza o la disabilità allora ecco che vivere in maniera dignitosa può sembrare un traguardo irraggiungibile.

Sakamma è una donna indiana che sembra portare sul suo capo tutte le caratteristiche sopradescritte; eppure Sakamma, non è una diseredata, riesce a mantenere da sola una famiglia numerosa ed è un esempio per la sua comunità; è diventata leader nei gruppi di auto aiuto fra donne ed è in prima linea nella rivendicazione dei propri diritti; diritto ad avere un prezzo equo nella vendita dei propri prodotti, diritto ad avere una fermata vicina dell’autobus, diritto ad avere una lavanderia pubblica. Eppure Sakamma non ha studiato, è una semplice contadina povera che vive a Molekoppalu, un villaggio situato nello stato del Karnakata, nell’India meridionale.

L’importanza dell’istruzione

“Le cose sono venute da sé, una dopo l’altra, non so anch’io come, ma è successo così – dice Sakamma – da bambina ho perso il padre e avendo dei fratelli più piccoli, ho dovuto occuparmi di loro lasciando la scuola. E’ stato come un anticipo di quello che mi sarebbe capitato dopo, quando sono rimasta vedova con cinque figli”. Ma non si lascia scoraggiare dalla situazione. Mantiene la sua famiglia come lavoratrice salariata e viene a contatto con un’equipe del “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society”, un’ Ong locale finanziata da Aifo che opera attraverso la riabilitazione su base comunitaria. Due dei suoi cinque figli infatti presentano un ritardo mentale e deve così pensare a un loro futuro in cui possano vivere autonomi. Capisce l’importanza della formazione e li manda a scuola tanto che uno dei due figli (il maschio, la femmina invece è morta di recente) è riuscito  a trovare un lavoro come dipendente in un centro sanitario.sakamma2
Nel frattempo riesce anche ad avere una casa sua, in cui si trasferisce con tutta la famiglia. “E’ stata la preoccupazione di risolvere i tanti problemi che avevo per la mia famiglia, è stato per questo costante lavoro che ho maturato altre idee, una nuova consapevolezza. Quello che stavo facendo per la mia famiglia, lo potevo fare anche per le donne del mio villaggio, per aiutarle a risolvere i problemi economici, di educazione dei figli, di salute. Per questo dico che le cose sono venute da sé, e sono state tante”.
Inizia con la formazione di gruppi di donne del villaggio, con la consapevolezza che i problemi sono comuni e che possono essere risolti meglio assieme. Si dedicano all’allevamento di bestiame e alla vendita del latte e si accorgono che il prezzo cui il latte viene venduto nel loro villaggio è più basso di quello reale. Così il gruppo di donne contesta le attività della latteria locale e Sakamma riesce a farsi leggere nel consiglio di gestione.
“Mi sono accorta di come sia importante essere informati sui diritti e le opportunità che abbiamo, di come sia importante mandare a scuola i propri figli che se sono istruiti possono difendersi meglio”. Gli insegnanti si accorgono di questa madre attivista e ne chiedono la collaborazione nell’attività di lotta analfabetismo del distretto.

Il diritto alla … fermata di un autobus

Ma forse la sua lotta più famosa è quella per ottenere una fermata dell’autobus anche nel suo villaggio. “La fermata più vicina a noi distava quattro chilometri e una donna anziana del nostro villaggio che aveva problemi di salute non poteva certo raggiungerla. Così siamo andati prima all’ufficio dei trasporti locale per protestare, poi visto che non ci ascoltavano, ci siamo ritornati in gruppo e siamo stati di fronte all’ufficio per molto tempo in segno di protesta”. E il risultato arriva, le autorità che si occupano di trasporti pubblici mettono una fermata anche nel villaggio di Molekoppalu.
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Il successivo problema che si pone riguarda il lavaggio dei vestiti che le donne locali sono costrette a fare in un canale pubblico. Si rivolgono all’assemblea locale, raccontano le loro difficoltà quotidiane e chiedono la costruzione di un Dhobi Ghat (una lavanderia pubblica a cielo aperto tipiche dell’India n.d.r.), cosa che poi avviene. Similmente si fa interprete dei pescatori del villaggio e li aiuta nelle loro richieste verso le autorità.
“Se ci penso tutto è iniziato dalle mie difficoltà – ricorda Sakamma – in particolare le persone con disabilità. L’aver avuto questi due figli mi ha fatto capire quanto sia importante organizzarsi, essere informati e rivendicare i propri diritti”. E’ un’attività che ancora fa, organizzando i gruppi di auto aiuto di persone con disabilità assieme alle altre donne del suo villaggio.

Karnakata/India:l’informazione per promuovere l’inclusione sociale

“Promozione dell’inclusione sociale delle persone con disabilità nei Distretti di Mandya e Mysore” è questo il titolo del progetto che Aifo sta portando avanti assieme alla collaborazione dell’Ong locale “Maria Olivia Bonaldo Rural Health Center Society” gestita dalla congregazione religiosa “Figlie della Chiesa”.
Migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità è questo lo scopo principale del progetto e per arrivare a questo risultato occorre far si che le persone con disabilità siano a conoscenza dei loro diritti e non siano isolate. Possedere le informazioni significa di conseguenza avere più opportunità economiche, significa avere accesso agli ausili ortopedici.
Le persone con disabilità raggiunte che vivono nell’area sono circa 17 mila, 295 sono i gruppi di auto aiuto attivi nel 2013 per un totale di 4.475 membri, di cui circa 80% sono donne.
Le attività svolte consistono principalmente in:

  • Attivazione di Gruppi di Auto Aiuto. I Gruppi, composti da persone con disabilità e membri delle loro famiglie , sono formati nei villaggi rurali per l’avvio di piccole attività economiche. Il finanziamento previsto dal progetto serve per la creazione del fondo iniziale del Gruppo di Aiuto. Ogni mese i componenti del Gruppo versano una piccola quota per permettere l’avvio delle attività di reddito dei singoli membri
  • Visite domiciliari nelle famiglie con persone con disabilità. Il programma delle visite è gestito dai tecnici di Riabilitazione su Base Comunitaria del partner locale: fisioterapia di base, informazione dei membri delle famiglie
  • Incontri di informazione/formazione con i leader dei villaggi rurali
  • Fornitura di ausili ortopedici.
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Raccontare con il video, intervista a Elisa Mereghetti

Tra tutti gli strumenti di comunicazione che possiamo usare, quello audiovisivo sembra essere il più seducente. In una società basata sull’informazione video, dove s’impara sempre di più “vedendo”, utilizzare una videocamera per raccontare quello che si sta facendo o per promuovere le proprie iniziative, sembra essere la scelta più efficace e facile da realizzare.
Sulla facilità d’uso degli strumenti audio video per comunicare però bisogna andare cauti, perché se è vero che sono sempre più perfezionati e facili da usare, è anche vero che occorre avere una formazione di base, per evitare gli errori più comuni cui vanno incontro le persone con meno esperienza.
Come realizzare allora un buon video per la propria associazione, per il proprio gruppo? Ne abbiamo parlato con Elisa Mereghetti, regista e documentarista che ha diretto oltre 40 documentari, con particolare attenzione alle tematiche antropologiche, della condizione femminile e dello sviluppo nel Sud del mondo.

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Cosa ti ha portato a occuparti di sviluppo e di tematiche sociali del sud del mondo?
Dal 1984 al 1989 ha lavorato presso la RAI Corporation di New York come produttrice e assistente alla regia, quando sono tornata in Italia, ho cominciato a lavorare per le Ong e la prima è stata Aifo. Raccontare lo sviluppo attraverso i documentari, documentare i propri progetti con i video non era un’idea diffusa agli inizi degli anni ’90 e posso dire che Aifo è stata un’antesignana in questo settore. In quegli anni abbiamo lavorato molto assieme, oltre agli spot per la Giornata Mondiale dei malati di lebbra e altri video di tipo più istituzionale, abbiamo girato dei documentari sui progetti in Guyana, Brasile e Indonesia, dove abbiamo realizzato un lavoro dal titolo “Il mugnaio il contabile e altre storie”, dove si parlava delle persone con disabilità dell’isola di Sulawesi e delle esperienze di riabilitazione su base comunitaria là realizzate.

Se si vuole realizzare un video di quali strumenti si deve disporre?
Oggigiorno è possibile acquistare videocamere a basso prezzo e di buona qualità, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Poi altre a una macchina per riprendere bisogna dotarsi di un programma per fare il montaggio video al computer. Anche di questi software ve ne sono diversi buoni e a un buon prezzo. Il problema fondamentale da affrontare non è economico ma tecnico: bisogna saperli usare o almeno avere un minimo di competenze tecniche.

Quali sono gli errori cui si va incontro più di frequente e che cosa possiamo fare per evitarli?
Gli errori dipendono dal tipo di video che si vuole realizzare, ma se proprio vogliamo pensare a una serie di errori tipici durante le riprese il primo riguarda la luce. La luce è essenziale, un’immagine buia o dove la luce fa comunque un cattivo servizio, significa rovinare il nostro lavoro. Il problema della mancanza di luce si fa sentire più negli ambienti chiusi, in questo caso potremmo avere bisogno di faretti; adesso si possono acquistare quelli con le lampadine a led di cui puoi variare l’intensità. L’altro errore comune, di cui di solito si sottovaluta l’importanza, è l’audio. Anche se ho delle riprese video buone ma il parlato non si riesce a comprendere, il lavoro finale sarà di scarsa qualità; quindi bisogna avere una grande attenzione a dove si posiziona il microfono o dove si mette la videocamera se ha il microfono incorporato.

Se un volontario o un socio decide di realizzare un video su un evento che ha organizzato che consigli avresti da dargli?
Se immaginiamo di voler filmare un evento come una conferenza, un dibattito o una presentazione bisogna posizionare la videocamera non lontana dai relatori; è meglio avere dei piani più ravvicinati delle persone che parlano. Filmare un evento non è facile, perché è tutto un parlato, si rischia di avere alla fine un video noioso. Occorre allora sintetizzarlo, occorre lavorare sulla sintesi più che sulla documentazione e nel montaggio bisogna utilizzare le riprese fatte nell’ambiente circostante, dei dettagli che possono diventare interessanti o dei personaggi curiosi.
Se invece vogliamo realizzare un’intervista a una persona, o addirittura un personaggio noto, allora dobbiamo riprendere il suo mezzo busto o anche un primo piano. Nel linguaggio delle immagini più si mette in primo piano una persona e più ci si avvicina a un discorso intimo, personale, comunque importante.

Filmare un evento significa anche programmare qualcosa prima o ci si può affidare al caso?
E’ sempre meglio pianificare ogni cosa, andare là un po’ preparati, non dico di scrivere una sceneggiatura ma avere ben chiaro cosa vogliamo comunicare. Il passo successivo è quello di decidere come comunicare il nostro tema. Vogliamo dare al tutto un senso di dinamismo? Allora possiamo raccontare un evento a partire dai soci Aifo che fin dalla mattina cominciano a organizzarsi, escono da casa, s’incontrano e allestiscono la sala. E’ solo un esempio, quello che importa è che come si pianifica l’organizzazione di un evento, così si dovrebbe anche pianificare la sua parte video. Occorre avere fantasia, invece di documentare l’evento, si può prendere spunto da esso per raccontare una storia, inventarsi qualcosa, fare finta di essere un giornalista ad esempio: basandosi su questo modello narrativo si realizzerà un video simile a quelli realizzati nei telegiornali.

E a proposito della durata dei video che tempi ci dobbiamo dare?
Adesso i video passano tutti per il web e lì la gente non è disposta a vedere qualcosa che dura di più di qualche minuto. Noi dobbiamo regolarci di conseguenza, riuscire a rendere la nostra idea con dei filmati che stanno nei tre minuti. Anche questo però non può essere una regola generale, se vale per un video fatto su evento, magari può non valere se si intervista una persona che dice cose molto interessanti.
Penso comunque che i filmati brevi siano più efficaci, dobbiamo riuscire a essere sintetici; si vuole fare della documentazione, è meglio farla con documenti scritti, non con un video.

Ma siamo tutti video maker, come siamo tutti giornalisti grazie alla tecnologia digitale?
Tutti possono fare dei video, ma non da professionisti. In un ambito di volontariato e di associazionismo ci si può comunque organizzare, soprattutto grazie ai più giovani che sanno usare le tecnologie multimediali. Occorre coinvolgere i giovani nella comunicazione. Occorre coinvolgere i figli dei volontari per realizzare dei servizi video.

(articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” nel numero di maggio)

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Sopravvivere allo zud bianco

baby on the way of Arkhangai

baby on the way of Arkhangai

Mi chiamo Narantsetseg (Fiore del sole) e sono una pastora. Abito con mio marito e tre figli nella zona tra la provincia dello Zavhan e dell’Uvs, nel nord ovest della Mongolia. Per raccontare la mia storia devo ritornare indietro con la memoria, devo ricordare l’inverno del 2010.
Quella mattina quando sono uscita dalla mia gher, non riuscivo ad aprire la porta di legno: aveva nevicato tutta la notte e la neve si era accumulata lì davanti. Non era stata una semplice nevicata, ma una tormenta durata giorni: noi la chiamiamo zud. Ce ne sono di tipi diversi di zud, quello del freddo, quello del ghiaccio, il nostro è stato uno zud della neve, ma anche le temperature sono rimaste per giorni a 40 gradi sotto lo zero. Quando finalmente sono uscita dalla gher e mi sono guardata attorno, ho capito che i nostri animali non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere e, se loro non ce la facevano, anche noi non avremmo avuto da mangiare.
Alcune capre erano già morte per il freddo e le altre non avevano più un prato dove brucare l’erba; per via della neve non potevano più mangiare. Non siamo stati i soli della zona ad aver avuto questo problema, senza animali una famiglia di pastori non può sopravvivere.

Io ho avuto la fortuna di essere in contatto con una feldsher (un’infermiera nomade che si sposta con il cavallo n.d.r.) che lavora assieme a tante altre persone che a loro volta si occupano di salute. Dei miei tre figli uno non ha mai camminato, nemmeno adesso che ha 15 anni e per via di questo figlio faccio parte anch’io di questo gruppo dove si parla dei problemi dei figli con disabilità, di salute, alimentazione e lavoro. Lì ho saputo che ai figli non bisogna dare solo carne e latte ma anche delle cose diverse che sono importanti per farli crescere bene, come le verdure e la frutta, prodotti che da noi sono rari per via del clima. Ma adesso il nostro problema era più grave, non si trattava di scegliere cosa mangiare, non avevamo nemmeno più la carne. Sempre lì ho saputo che era possibile avere in prestito degli animali, farli riprodurre, vendere latte e lana e poi ridarli indietro tenendoci i capi in più. E’ quello che abbiamo fatto io e mio marito e siamo stati bravi nel farlo; ora abbiamo di nuovo le nostre capre, adesso posso anche pensare di dare della verdura ai miei figli.

Il problema della fame in Mongolia e l’azione di Aifo
In questo grande e poco popoloso paese centroasiatico l’eliminazione del problema della fame sta facendo dei progressi; se nel 1996 ogni abitante poteva disporre di 2.039 calorie, nel 2012 queste calorie erano diventate 2.463. Se andiamo a vedere la percentuale della popolazione che soffre di sottoalimentazione, se nel 1999 era il 38% del totale, nel 2012 era diminuita al 24%, cioè vale a dire quasi un quarto dei 2.900.000 mongoli ha fame, un percentuale che rimane comunque preoccupante.

Il problema della fame in Mongolia non è dovuto solo alla povertà ma anche a un clima poco clemente. Le temperature sono sotto lo zero per nove mesi l’anno e hanno delle punte in cui si superano i 50 gradi sotto lo zero. In particolare il paese è soggetto alle tormente di neve o ghiaccio (gli zud) che possono uccidere gli animali dei pastori nomadi che rappresentano ancora il 25% della popolazione. Sono stati letali gli zud del 2000, del 2001 e del 2010. Di fronte a queste calamità le autorità mongole non sono ancora attrezzate. Un altro problema di malnutrizione è rappresentato anche dalla particolare dieta mongola basata per lo più sulla carne che priva i bambini dei micronutrienti (sali minerali e vitamine) essenziali per il loro sviluppo fisico e mentale.

Aifo è presente in Mongolia da 24 anni ed è stata la prima Ong italiana ad arrivare là dopo la fine del comunismo. “Promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie nomadi con presenza di persone con disabilità in Mongolia” è il titolo del progetto finanziato dalla Fondazione Prosolidar (Solidarietà da Lavoratori e Aziende del Settore Credito) e con il contributo dell’Unione Europea. Questo progetto aiuta economicamente le famiglie di pastori grazie ad un prestito di bestiame che viene ridato indietro dopo un certo periodo. Le famiglie vengono anche inserite in una rete di riabilitazione su base comunitaria, dove si promuovono anche le buone prassi per una corretta alimentazione.

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Hudea non gioca alla guerra

Hudea

La piccola Hudea alza le braccia in alto, i pugni chiusi, e si morde le labbra; ci guarda dritto negli occhi e i suoi, occhioni grandi e tondi, ci trasmettono un’infinita tristezza. Vediamo solo lei in questa immagine, tutto il resto è sfumato, il campo di ulivi, dei contenitori che forse sono baracche; un’unica figura umana, forse, è racchiusa tra la sommità del suo capo e i pugni chiusi congiunti, ma tutto rimane lontano e Hudea sembra che debba cascarci addosso. Ci colpisce. Magari potesse saltare tra le nostre braccia, la consoleremmo, ci consoleremmo.
Susan Sontag diceva che le narrazioni ci fanno comprendere le cose mentre le immagini ci ossessionano. Questa immagine ci segue o almeno mi ha seguito.
Mi ha ricordato un’altra immagine che per anni ho visto in un posto dove lavoravo. Erano dei bambini tedeschi seduti su un muretto, probabilmente a Berlino, durante la seconda guerra mondiale. Uno, il più piccolo, volgeva la testa di lato, il capo reclinato verso il basso, le gambe penzolavano nel vuoto e dava l’impressione di essere totalmente indifeso e alla mercé di chiunque. Certe immagini ci seguono.

Di fronte alle fotografie il mio primo impulso è quello di controllarle, vedere se dietro si nasconde una bufala, perché le immagini sono più ingannevoli e fuorvianti del testo. Invece Hudea esiste, è stata fotografata da un fotografo turco, Osman Sagırlı, nel dicembre del 2014 nel campo profughi di Atmeh tra la Siria e la Turchia. Lui stesso intervistato dalla BBC dice:” Stavo usando un macchina fotografica con un lungo obiettivo, probabilmente l’avrà scambiata per un’arma”.

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Sister Leela: prendere a ceffoni i pregiudizi

leelaSuor Leela è stata testimone di solidarietà di Aifo in occasione della 62° Giornata mondiale dei Malati di Lebbra. L’abbiamo incontrata a Bologna nella sede di Aifo per sapere qualcosa di più su di lei e sulle sua attività in India. (pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau”, aprile 2015)

Dicci qualcosa su di te, come sei diventata suora … perché fai questo tipo di lavoro …
Intanto il mio nome per intero è un po’ lungo, mi chiamo Aley Cheenuthuvattukulam, ma tutti mi chiamano suor Leela. Sono della congregazione delle Figlie della Chiesa; sono entrata quando avevo 20 anni nell’istituto Thinadad in India. Per il periodo di noviziato ho vissuto in Italia e ho fatto professione perpetua nel 1981 a Roma. Poi ho studiato come operatrice paramedica nell’Università di Bhopal sempre in India nel 1983. Dal 1989 sono membro della Rural Medical Practitioners Association.

Come hai conosciuto Aifo?
Per otto anni ha lavorato presso il lebbrosario di Sumana Halli a Bangalore ed è stato lì, nel 1982, che ho avuto i primi contatti con Aifo. Questo villaggio della speranza è stato uno dei primi progetti Aifo e durante l’anno ogni tanto venivano dei soci Aifo a farci visita e io li portavo a fare viaggi di conoscenza. Nel 1992 invece ho avuto l’occasione di lavorare a Mandya.

È il luogo dove attualmente sei la responsabile del programma socio-sanitario: di cosa ti occupi?
A Mandya abbiamo avuto la fortuna di avere sia il permesso del Governo che i finanziamenti, due condizioni che raramente arrivano assieme. Così abbiamo cominciato occupandoci di 300 villaggi con una popolazione di 5-6 lakh (500-600 mila persone).  E’ un lavoro impegnativo che mi occupa tutta la giornata, sempre a girare per i vari villaggi a controllare la salute delle persone. Seguiamo le persone malate di lebbra, e capita che durante i nostri giri di riconoscere dei nuovi malati che non vengono “visti” dal servizio sanitario.

Quindi ti occupi essenzialmente di malati di lebbra o anche di altre situazioni di svantaggio?
Di molto altro, per come lavoriamo noi, il giro tende ad allargarsi e a coinvolgere sempre altre persone. Intanto ci sono gli ex malati di lebbra che, anche se guariti, magari hanno delle disabilità che devono essere trattate. Nel nostro territorio ne abbiamo 13 mila. Abbiamo un centro per la cura delle ulcere della malattia della lebbra con 13 letti.
C’è il problema anche del maltrattamento delle donne. Cerchiamo di dare la forza alle donne di reagire di portare di portare avanti la famiglia. Costituiamo dei gruppi di auto aiuto tra donne, attualmente sono 63. Il loro problema deriva dagli uomini che bevono, l’alcolismo è abbastanza diffuso.
Abbiamo altre iniziative come i gruppi di microcredito per avviare delle attività lavorative. Quello che cerchiamo di fare e non fermarci alla cura della malattia ma pensare anche a tutto il resto: il lavoro, l’unità famigliare, l’informazione sulla salute e soprattutto lottiamo contro i pregiudizi.

I lebbrosi in India fanno ancora paura? Esiste il pregiudizio nei loro confronti?
Si ha ancora paura di questa malattia. Noi con il nostro comportamento dimostriamo che non bisogna averne.  Vedendo che stiamo con i malati o gli ex-malati, mangiamo con loro, stringiamo le mani, facciamo vedere che la malattia della lebbra non è così contagiosa come si crede. La malattia non si trasmette a tutti ma solo alcune persone con poche difese immunitarie. Adesso le cose sono un po’ cambiate, ma la paura è ancora tanta.

Raccontaci delle storie per capire come lavori e quali sono le persone che incontri?
Una volta durante i miei viaggi nei villaggi, ho incontrato due donne con un ragazzo. Ho capito subito che erano malate. Son andata a casa loro e ho visto che su 8 componenti di quella famiglia solo il ragazzo era sano, tutti gli altri avevano la lebbra e alcuni avevano già i segni evidenti sul corpo. Abbiamo iniziato a curarli e al ragazzo abbiamo procurato un lavoro. Un giorno abbiamo saputo che il capo del loro villaggio assieme ad altri avevano deciso di eliminare l’intera famiglia perché li consideravano portatori di una maledizione. Volevano affogarli tutti nel fiume. Siamo corsi dal capo villaggio e abbiamo parlato con lui dalla mattina alla sera. Ala fine li abbiamo convinti a non ucciderli. Con il tempo le cose sono migliorate e grazie a un contributo Aifo siamo riusciti a costruire una nuova casa per loro. Il ragazzo ha anche proseguito gli studi.
Un’altra storia che mi ritorna sempre in mento è quella di un uomo grande e grosso, un uomo forte che abbiamo incontrato per caso mentre lavorava nei campi. Abbiamo riconosciuto sul suo corpo i segni della lebbra ma lui negava di fronte all’evidenza di essere malato. Si sentiva forte e ci accusava dicendo che le persone malate eravamo noi. Insomma rifiutò di farsi curare ma nel giro di soli sei mesi le sue condizioni di salute peggiorarono molto e non poté più negare l’evidenza. Adesso era disperato e aveva deciso di uccidersi. Era diventato deforme e la moglie e i figli non lo volevano più a casa. Uno di loro ha addirittura detto che non era più loro padre ma solo un lebbroso e allora mi è scappato un ceffone diritto sulle guance del figlio. Poi la sua salute è migliorata, i rapporti fra i famigliari si sono fatti meno tesi ed è potuto rimanere a casa sua, anzi anche lui in una nuova casa visto che siamo riusciti a comprargliene una.

Vivere sempre con realtà di questi tipo è molto difficile, tu come ti svaghi o per lo meno come ti riposi?
Quando viene la notte ed è il momento di andare a letto, verso le 22, se ci riesco, allora prima faccio un bel bagno che porta via la stanchezza e poi dormo.

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Geografia della fame, la futura cooperazione italiana, Armeni e Liberia … ecco i temi del numero di aprile della rivista di Aifo

Senza titolo-1E’ uscito il numero di aprile della rivista “Amici di Follereau” di Aifo. Questo numero si apre con l’intervista a Attilio Ascani, direttore della FOCSIV, sul futuro della cooperazione italiana. Tra le novità della nuova legge: i privati nella cooperazione e l’Agenzia, ma l’insufficienza di fondi e il ritardo dei decreti attuativi rischiano di rallentare il rinnovamento.
Uno spazio è riservato all’impegno di Aifo in Liberia, dove ha scelto la strada della prevenzione attraverso la sensibilizzazione della popolazione e la fornitura del materiale igienico-sanitario: intanto già ci si sta preprando per il dopo-Ebola.
La monografia è invece dedicata alla geografia della fame del mondo dove vengono presentati dati e si raccontano le contraddizioni di una umanità che ha già le risorse sufficienti pe sfamare tutti ma non lo fa: così il primo obiettivo di sviluppo del millennio si sposta ben oltre il 2015.
Cent’anni fa il genocidio degli Armeni: l’impunità di quella prima pulizia etnica ha dato via al secolo dei genocidi. La Turchia da parte sua ancora non riesce fare i conti con il suo passato.

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Sensibilizzare l’opinione pubblica, magari parlando di Gerard, lavoratore sfruttato in Italia

11070924_10152784421696172_4090578908787998538_nGerard Salou durante l’estate raccoglie per 10 ore al giorno i pomodori; dovrebbe guadagnare circa 8 euro l’ora ma alla fine della giornata in tasca gliene rimangono solo 25. I soldi che mancano se li sono presi i caporali che fanno da intermediari tra i padroni dei campi e i lavoratori. Negli ultimi anni si è anche aggiunta la figura del “caponero”, un intermediario che conosce la lingua dei lavoratori stranieri, ma il risultato è sempre lo stesso: lo sfruttamento del lavoratore che molto spesso lavora con un contratto semplicemente finto.

Ho sentito la testimonianza di Gerard in un recente incontro organizzato dal Centro Studi Donati di Bologna e intitolato  “Economia e schiavitù: storia di raccoglitori di pomodoro in Italia”. Il suo è un racconto tragico di un lavoratore che alle fine, dopo mesi, non viene nemmeno pagato, ma anzi viene insultato e minacciato di morte da imprenditori impastati da valori e da una cultura che si basa semplicemente sull’illegalità.

Tutta la storia di Gerard e quella del coinvolgente missionario scalabriniano Arcangelo Maira l’ho pubblicata sul sito di BandieraGiallariporto la vicenda anche su questo blog perché riguarda direttamente l’operare di una ong e il tipo di comunicazione a cui dovrebbe puntare.

Non basta operare nei paesi del sud del mondo ma occorre sensibilizzare e far conoscere le dinamiche che portano alla povertà nell’opinione pubblica italiana. Gli africani subsahariani che raccolgono i pomodori nelle pianure pugliesi, una volta che hanno superato il mare, non arrivano certo nella terra del latte e del miele, ma vengono sistematicamente sfruttati da imprenditori agricoli italiani. Molti italiani semplicemente non sanno che anche in Italia esiste lo schiavismo (attuato nei confronti dei raccoglitori stagionali, le prostitute…) e quando si parla di immigrazione si finisce sempre a parlare di sicurezza. Fare un’informazione costante e precisa per cambiare i pregiudizi in Italia è un compito che aspetta a tutte le ong, anche a quelle piccole. Un’opinione pubblica informata e priva di pregiudizi del resto aiuta e sostiene il compito della cooperazione internazionale.

Il caso della raccolta dei pomodori poi è emblematico di come un mercato estremamente libero possa rendere inutili gli sforzi di una ong. Il Ghana fino a qualche anno fa era un paese dove la produzione dei pomodori freschi era fiorente, ma nel giro di poco tempo la salsa di pomodoro concentrato cinese e italiana ha distrutto il mercato locale visto che viene venduto ad un prezzo minore (è un tipico caso di dumping). Così quei lavoratori ghanesi piegati sui campi pugliesi sono il risultato grottesco di un mercato squilibrato. Se fosse stato conveniente raccoglierli in Ghana non avrebbero dovuto attraversare il mare come ci racconta in modo semplice ma preciso il bel servizio pubblicato su Internazionale e intitolato The dark side of the italian tomato.

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Gaza-Italia: giovani donne disabili portatrici di coraggio

11041593_910268858997058_3486299396857202953_nDovevano essere di più, ma qualcuna non è potuta partire, come Evan la bella palestinese non udente che per venire in Italia da Gaza aveva bisogno di un interprete della lingua dei segni: quello che lavorava con lei per motivi di salute non era potuto partire e il suo sostituto non ha avuto il permesso delle autorità israeliane di lasciare la striscia. Così Evan se ne è rimasta a casa.
All’incontro che si è svolto ieri sera si sono presentate Sawsan, la ragazza affetta da nanismo che nel video produce borsette artigianali, Khollod, una ragazza ipovedente e Wallaa giornalista e coordinatrice del Social Development Forum a Gaza.
I giorni precedenti si erano incontrate con un alto esponente del Ministero degli esteri italiano e addirittura anche con il Papa. Ieri molto più semplicemente erano a San Pietro in Casale a raccontare la loro esperienza di donne con disabilità a Gaza.

Questo avvenimento rientrava nella serie di eventi finali del progetto Include e, per quanto riguarda l’aspetto di comunicazione, si trattava di un momento abbastanza comune, però a differenza di altri momenti informativi standard – come la classica pubblicazione/racconto finale sotto forma di libro o peggio ancora la pubblicazione pura  e semplice dei dati e dei risultati raggiunti – l’incontro diretto, con le persone rimane importante ed è significativo sia per il visitatore che per il visitato. 11034252_910268852330392_3464179351105064892_n
Quelle ragazze hanno mostrato il loro temperamento forte di donne disabili, in una società come quella palestinese ancora arretrata per quanto riguarda i pregiudizi e che è, per di più, una società che vive in una stato di guerra.
Ed è stato proprio parlando della loro esperienza della scorsa estate che è successo qualcosa; i sorrisi si sono spenti e un’emozione forte è passata da loro al pubblico. Racconta Khollod: “Dopo il bombardamento si era sollevata una gran polvere e quel poco che vedevo, non lo vedevo più… e poi c’erano tutti quesi sassi per terra e non sapevo dove mettere i piedi… non vedevo niente e non potevo sapere dove erano e come stavano i miei fratelli, i miei parenti…”.

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Evan, Dina e Sawsan si emancipano a Gaza

Senza titolo-1Evan ha aperto finalmente il suo salone di bellezza, Dina insegna e scrive per una rivista, Sawsan vende le sue borsette fatte a mano in un negozio tutto suo: ma cosa hanno in comune queste giovani donne palestinesi, che cosa le lega? Prima di tutto sono tutte e tre persone disabili e poi vivono a Gaza.
Sono loro le protagoniste di un documentario frutto di un progetto di cooperazione realizzato da Educaid in collaborazione con la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, che vede al centro delle iniziative un gruppo di donne con disabilità. Il video prima le presenta una ad una e poi passa al racconto della loro emancipazione (non si parla mai di guerra).

In pochi minuti si toccano i temi essenziali della condizione della persona disabile nella società contemporanea, temi che non appartengono ad un certo tipo di cultura o al benessere raggiunto di una certa nazione. Lo stigma verso i disabili accomuna tragicamente paesi sviluppati a quelli che non lo sono. Così nel filmato si capisce che avere un deficit ed essere donna è doppiamente invalidante, che basta lo sguardo della gente per ferire, che anche persone colte possono essere del tutto sprovviste di attenzione verso la condizione del disabile, che normalmente la persona con un deficit crede poco in se stessa e che raramente chi gli sta attorno fa qualcosa per fargli cambiare idea. Ma c’è la possibilità del riscatto e queste donne, che abitano in uno dei luoghi più tragici del pianeta, lo dimostrano, ne sono un piccolo ma consistente esempio.

Io avrò la fortuna di incontrare qualcuna di loro domani pomeriggio alle 16.30 al  Centro Culturale ‘Ernesto Faccioli’ in via Costituzione n. 18 a San Pietro in Casale (Bologna). Durante l’evento sarà presentato anche il  progetto “Cooperare per includere. L’impegno dell’Italia su disabilità e cooperazione allo sviluppo”: c’è qualcuno che viene?

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Diritti e salute delle donne della Guinea Bissau: una monografia sul numero di marzo di “Amici di Follereau”

Ds0_475ue volte l’anno la rivista di Aifo cambia formato e presenta uno storytelling monografico; questa volta  il centro del racconto sono le donne della Guinea Bissau coinvolte in un progetto di cooperazione nella regione interna di Gabù. Il progetto prevede varie azioni come l’aggiornamento del personale sanitario e la ristrutturazione dei servizi materno-infantili, ma le parti più nuove sono quelle riguardanti un Sistema di Allarme Comunitario composto da una trentina di gruppi di donne che fanno informazione sui casi di mortalità infantile e sui casi di violenza. L’altra parte innovativa del progetto si riferisce ai gruppi di auto-aiuto tra donne che gestiscono dei fondi “rotativi” per finanziare delle piccole iniziative commerciali. Lo storytelling riguarda appunto la storia di due donne,Salimato e Alarba e di come questo progetto le abbia aiutate.

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La guerra attira gli aiuti umanitari, la pace no?

di Marco Sassi

Grazie Nicola, con un breve commento ho la possibilità di aggiungere due cose:
1) La prima è che hai terribilmente ragione: dalla mia breve esperienza in Iraq ai tempi di Saddam posso confermarti che la situazione era molto migliore, sono state uccise 120.000 persone e i Curdi soffrono molto più di prima. La guerra aveva altre ragioni, ricordiamocelo sempre, così come chiediamoci sempre che meravigliose relazioni di pace e di cooperazione avremmo potuto sostenere in tutto il sud del mondo coi 7-8 miliardi spesi (costi diretti e indiretti) dall’Italia in quei due buchi neri , pari a 12 volte quello che abbiamo speso per la cooperazione allo sviluppo in tutto il mondo !
2) La seconda questione mi tormenta molto: ci sono situazioni di tensione che conoscono parossismi e sfociano nel conflitto anche perchè le parti sanno benissimo che, successivamente, la comunità internazionale farà a gara per partecipare alla ricostruzione, a volte con convinzione a volte con carità pelosa e malcelante interessi economici. I casi che hai citato dell’Afghanistan e dell’Iraq sono sicuramente emblematici, e a questa stessa riflessione e lettura alla lente di ingrandimento non vorrei sottrarre, per amor di verità, nemmeno il conflitto perennemente riacceso da parte palestinese (per quanta ragione stia dalla loro), ma anche in Ucraina, nella Repubblica Centrafricana ecc .

E ci sono altre situazioni di conflitto, dove invece le parti riescono a trovare conciliazioni, a uscire dalla spirale dell’aggressione, ad abbassare i livelli dello scontro. E ce ne sono tantissimi di casi come questo: ma non “bucano”, non assurgono agli onori nè delle cronache nè degli aiuti ; e scivolano nell’oblio.
La comunità internazionale ha versato negli ultimi 30 anni per un Palestinese circa 150 volte di più rispetto a un Malgascio. Qui hanno trovato forme di pacificazione, dopo la rivoluzione di 7 anni fa hanno fatto la riconciliazione, non ci sono più tensioni…. ma solo centinaia di morti per fame, per sete, per la carestia che colpisce l’intero sud del Paese o per la peste bubbonica che colpisce il nord, dimenticati dal mondo.
Dobbiamo uscire da una spirale: la guerra , i morti pagano, mentre la pace , la conciliazione porta all’oblio.
E’ una trappola velenosa, in cui cadiamo in continuazione, quella di accorrere sulle guerre e di voltare le spalle a chi abbraccia la pace.
A noi Europei arriverà presto il conto salatissimo della stramaledetta guerra tra Ucraina e filorussi, la ricostruzione ci costerà miliardi, ma, visto che ce ne sono sempre meno, saranno tolti a chi poteva fare la guerra ma ha fatto la pace. Ma ora fa la fame. E’ giusto?

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Comunicato Aifo: Libia, si cominci dalla pace, non dalla guerra

libiaSi riparla di guerra in Libia. Quattro anni fa è stata proprio la guerra a produrre il disastro attuale. E non sarà certo un’altra guerra a riportare ordine, anche se sotto l’egida delle Nazioni Unite, una contraddizione perché l’Onu è nata proprio per “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”.

La politica continua a riproporre soluzioni che sono fallite in Somalia, in Afghanistan, in Iraq e da ultimo proprio in Libia. Sono questi errori a rendere oggi così difficile la soluzione dei conflitti accesi da violenze sconsiderate. La scorciatoia della guerra è una pura illusione.
La crisi economica – si dice – è dovuta alla mancanza di investimenti. Il caos e la crisi della sicurezza attuali sono dovuti ai mancati investimenti nella pace.

Settant’anni fa Raoul Follereau proponeva un servizio civile per abolire progressivamente il servizio di leva. Avremmo pronti quei corpi di civili di pace che mancano terribilmente sullo scenario internazionale.
Alla gioventù uscita dalla guerra mondiale indicava un’educazione aperta al mondo, inserendo la storia dell’umanità   nei   programmi   scolastici. Avremmo evitato di far crescere generazioni che non si comprendono perché vivono in culture e religioni diverse, che non sanno nulla le une delle altre o, peggio, si conoscono solo attraversi stereotipi. Non staremmo oggi ad evocare scontri di civiltà.

Si dirà: ma come combattere la follia armata senza armi? È vero, ma chi ha fabbricato, finanziato, venduto quelle armi? Com’è possibile tagliare ancora risorse per gli eserciti di fronte a questa emergenza? Ma quale sicurezza ci hanno dato gli eserciti in Afghanistan e in Iraq? Bilanci militari che hanno fomentato nuove guerre anziché spegnere vecchi conflitti.
Coloro che sono contro le guerre, le persone che anche nelle zone dei conflitti rischiano la vita per battersi
per la pace sono semplicemente “invisibili”, non c’è spazio per loro, come un tempo per i “lebbrosi”.

In questo vuoto,la politica continua ad alimentare mostri di guerre che costruiranno altri mostri.
Da subito in Libia si smetta di commerciare in armi, di pagare il petrolio alle bande armate, di sostenere anche diplomaticamente i finanziatori del terrorismo. Si pongano le Nazioni Unite al servizio della popolazione libica e non degli interessi dei governi “interventisti”, si smetta di considerare i diritti umani un oggetto di lusso solo per pochi privilegiati.

Più tarderemo a realizzare strumenti di pace, più saremo impotenti a fermare la violenza e la spirale che ne segue, come dimostra la storia recente della Libia. Costruita con tanti gesti, anche a cominciare da noi stessi, la pace non sembrerà poi così impossibile.

 a cura della redazione di Aifo – Associazione di cooperazione sanitaria internazionale

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La guerra schiaccia sempre la cooperazione

libia-30-03-2011_650x435Leggendo on line i maggiori quotidiani in questi ultimi giorni mi domando se chi scrive gli articoli e, ancora di più, chi compone le pagine, decide gli ingombri, i titoli e le immagini, si rende conto di quello che sta facendo. Sto parlando di questa sussurrata guerra alla Libia che vedrebbe l’Italia in un ruolo centrale. Sono tante notizie, anche di natura diversa ma che convergono tutte in una sola voce che da sussurro diventa grido.

Così la minaccia dell’Is, questa volta in Libia, si accosta all’ottuso religioso musulmano che dice che la terra non gira attorno al sole, si lega alla notizia, ancora più gravida di conseguenze nefaste, che alcuni membri dell’Is potrebbero arrivare con i barconi dei profughi in Italia. Si crea così un clima di paura che predispone anche alle azioni armate. La propaganda funziona sempre in questo modo; proviamo a leggere i giornali del ’91, del 2001, del 2003… I maggiori quotidiani usando una terminologia comune (allora si parlava di guerra umanitaria, poco dopo di guerra al terrorismo) sussurravano tutti assieme la stessa cosa. E cosa hanno portato queste guerre in Iraq e in Afghanistan? La liberazione degli oppressi, l’eliminazione dei talebani? La liberazione delle donne? Ha portato solo morte, disabilità fisica e mentale, povertà. Gli uomini in guerra mutano, i soldati fanno cose che mai avrebbero immaginato di fare in un contesto normale (provate a leggere Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievic per comprendere bene questa mutazione).

La ricerca continua della pace dovrebbe essere un elemento che accomuna tutte le Ong che sanno bene che una settimana di guerra può annullare il lavoro di mesi, forse di anni. E dovrebbero anche comunicare questa voglia di pace con una voce forte.

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Come animare un fumetto (su carta) per parlare di sviluppo

comic_youtubeCome riuscire a presentare in un modo più dinamico un libro, una graphic novel, ad un pubblico giovane e inquieto? Ci abbiamo provato in questo modo, spezzettandolo e montandolo con un programma di montaggio video. E’ un lavoro ancora un po’ grezzo e il fumetto ne soffre. Ma per parlare di sviluppo bisogna sempre cercare strade nuove a seconda del pubblico a cui ti rivolgi. Che ve ne sembra?

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Ritorno in India

Sunil_Bologna_400x400Ecco al testimonianza di Sunil Deepak che dopo 30 anni di attività come responsabile medico-scientifico di Aifo, è tornato in India per un sua ricerca personale (articolo pubblicato sulla rivista di Aifo febbraio/2015).

Avevo iniziato a lavorare nella sede bolognese di Aifo nel 1988, prima come responsabile dell’ufficio progetti e poi come responsabile dell’ufficio medico e scientifico. E’ stata un’esperienza bella e forte che mi ha permesso di conoscere molte realtà difficili in diverse parti del mondo. E’ stata anche un’opportunità di incontrare tante persone di grande umanità nei gruppi Aifo sparsi su tutto il territorio nazionale.

Nel luglio 2014, dopo circa 30 anni di vita in Italia, sono tornato in India con l’intenzione di lavorare con e per i malati di lebbra e le persone disabili.
I miei legami con l’Italia continuano però a essere vivi, innanzitutto per via della mia famiglia che continua a vivere là. Inoltre, a parte i tanti amici ai quali voglio bene, continuo a collaborare con Aifo dall’India per seguire alcuni rapporti internazionali.
Nel 1988, quando ci siamo trasferiti in Italia, nostro figlio Marco non aveva ancora compiuto 4 anni. In quell’epoca, prima di venire in Italia, lavoravo come medico in un piccolo ambulatorio a Nuova Delhi dove mi occupavo di tutto, dai raffreddori ai parti, ai piccoli interventi chirurgici. Se arrivava una persona con il sospetto della malaria, dovevo fare uno striscione di sangue e poi controllarlo con il microscopio. Lavoravo tutti i giorni della settimana compresa la domenica mattina e ogni tanto dovevo alzarmi di notte per rispondere alle emergenze. Era un lavoro molto impegnativo e mi dava una grande soddisfazione, ma spesso mi lasciava con un senso di grande frustrazione quando perdevo qualche malato per delle banalità.

Dopo il trasloco in Italia, durante i primi anni, nonostante la famiglia e la calorosa accoglienza degli amici, mi è sempre mancato il ritmo incessante di lavoro del mio ambulatorio. “Un giorno tornerò a riprendere quel cammino”, mi ero promesso.
Poi con il passare degli anni e anche grazie al grande senso di soddisfazione che avevo trovato nel mio lavoro con Aifo, quel desiderio di tornare si era assopito. Soltanto qualche anno fa, dopo aver perso mia madre, ho iniziato a pensare che forse era arrivato il momento del mio rientro in India. Oramai nostro figlio era cresciuto ed era autosufficiente, mia moglie comprendeva il mio desiderio di ritornare e non vi erano delle questioni familiari particolari che mi trattenevano. Così, nel giugno 2014, quando ho compiuto i 60 anni, sono partito.

Cosa ci faccio in India?

“Come ti trovi in India?”, “Dove sei e che cosa fai?”. Sono le due domande che spesso le persone mi pongono e alle quali non ho delle risposte semplici.
Da una parte, sono convinto di aver fatto la scelta giusta, dall’altra mi manca la famiglia dato che faccio fatica a vivere lontano da loro. Fortunatamente oggi la tecnologia ci aiuta a mantenere i contatti; i telefoni cellulari, internet e i programmi come skype, ci permettono di sentirci ogni tanto e di avere notizie anche nei posti più sperduti.
Voglio continuare a occuparmi di lotta alla lebbra e di programmi di riabilitazione, i due temi dei quali mi sono occupato durante il mio lavoro con Aifo in Italia. Per quanto riguarda il lavoro, ho deciso di lavorare insieme alle altre persone o organizzazioni che si occupano di persone povere ed emarginate. Non vorrei iniziare qualcosa per conto mio, perché penso che alla mia età non sarebbe sostenibile, e tutto si potrebbe fermare il giorno che avrò problemi di salute. Per questo motivo, dopo il mio rientro, sto girando diverse parti dell’India, visitando persone e organizzazioni che si occupano di programmi sanitari nelle aree rurali isolate, per conoscere il loro lavoro e per decidere dove posso fermarmi e dove potrò essere più utile.
Negli ultimi sei mesi ho visitato molti centri e conosciuto molte persone che si dedicano a operare a favore dei gruppi emarginati. Ora mi trovo a Guwahati nell’estremo nord-est dell’India, vicino alla frontiera con la Birmania e con il Bangladesh. Sto collaborando con altri progetti di riabilitazione su base comunitaria. Mi trovo bene qui e il bisogno è grande: forse ho trovato il posto dove potrò fermarmi per un po’!

I cambiamenti negli ultimi 30 anni

“Come è l’India oggi?”, “La trovi molto diversa da come era 30 anni fa?”. Sono le altre due domande che gli amici italiani mi fanno spesso.
Negli anni ‘70, quando ero uno studente di medicina a Nuova Delhi, l’esperienza dell’indipendenza dell’India dal regno coloniale inglese era ancora recente. Anche i ricordi delle esperienze laceranti della partizione dell’India erano vivi. Ricordo quel periodo come il tempo degli ideali e dei sogni. La vita era sicuramente più semplice. Nella stradina dove abitavamo, soltanto una vecchia dottoressa aveva una macchina. La TV era arrivata, ma era ancora in bianco e nero e vi era un canale unico che trasmetteva solo la sera.
All’epoca, per avere una linea telefonica o per comprare una vespa bisognava aspettare qualche anno nelle liste di attesa. Il ritmo della vita era più lento e tranquillo. Conoscevo di nome quasi tutti quelli che abitavano nella nostra stradina. I valori predominanti di quell’epoca erano risparmio, sobrietà, educazione e partecipazione comunitaria. Avere grandi ambizioni o ostentare la ricchezza erano cose da evitare.
Oggi tutto questo è cambiato. Anche le città periferiche come Guwahati dove vivo in questi giorni, hanno dei grandi centri commerciali dove si possono trovare le stesse grandi marche che si trovano in Italia. Inoltre in questi 30 anni, diversi indicatori riguardanti la salute degli indiani, dall’aspettativa media della vita alla mortalità infantile passando per l’accesso all’educazione, sono migliorati. Dall’altra parte però, l’inquinamento ha raggiunto livelli spaventosi e i valori della generazione di oggi sono diversi: consumismo, avere ambizioni, poter comprare le grandi marche e voler diventare ricchi, questi oggi sono i valori dominanti.
A livello comunitario invece vi è un grande fermento e le persone nelle aree rurali spesso si organizzano per chiedere i loro diritti invece di aspettarli in maniera passiva. Nonostante tutti i progressi, le sfide che l’India deve superare sono enormi dato che qualche centinaio di milioni di persone ancora vivono in condizioni di grande disagio e di povertà assoluta.
Queste due situazioni, da una parte lo sviluppo economico e dall’altra l’esclusione, si possono applicare anche alla situazione sanitaria in India. Cosi da una parte vi sono molti nuovi ospedali ultramoderni con tecnologie avanzate e dall’altra vi sono aree fuori dai centri urbani sprovviste di ospedali, di medicine e di personale sanitario. Inoltre sempre più spesso, i servizi sanitari pubblici lasciano spazio ai servizi privati.

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Islam: scontro o incontro? Ecco il nuovo numero di “Amici di Follereau”

s0_475“Ignoriamo tutto dell’Islam, ma abbiamo la pretesa di ‘liberarlo’ insultando chi lo pratica”, con queste parole inizia l’articolo di apertura del numero di febbraio della rivista di Aifo, dedicato appunto ai rapporti tra noi e un Islam di cui conosciamo poco. All’interno del numero è anche presente un’intervista ad Adnane Mokrani, un teologo musulmano e presidente del Centro interconfessionale per la pace.
Il dossier del mese è dedicato ai risultati, presentati in un convegno a Trieste, del progetto di riabilitazione su base comunitaria e salute mentale realizzato in cinque paesi a reddito medio-basso (Mongolia, Cina, Liberia, Brasile, Indonesia).
“Investire sui poveri” è invece il titolo dell’articolo che tratta della lotta alla povertà nel mondo e di come la politica economica debba rivedere le sue scelte, cercando di diminuire le discriminazioni e le disuguaglianze verso gli strati più poveri della popolazione che rimanendo tale non permette la crescita economica in generale.
Lo sapevate che sono circa 200 mila sono le persone di origine rom o sinti nel nostro paese, la maggior parte delle quali con una casa loro e un lavoro? Eppure come si legge nell’articolo “Per non chiamarli nomadi o zingari”, i pregiudizi resistono.

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Joyce danza per la nuova vita

YojceNon solo lotta alla lebbra ma anche all’aids nei progetti che Aifo realizza in Mozambico. Tutto questo in collaborazione con le Ong locali (articolo pubblicato sulla rivista Amici di Follereau)

La lebbra è una malattia che spaventa l’uomo da migliaia di anni; a volte viene presentata con il termine di “antica nemica” e, anche se vi sono delle cure che portano alla completa guarigione, in molti paesi dove non vi sono sistemi sanitari adeguati, si ripresenta continuamente e in alcuni casi le persone che ne sono affette non vengono nemmeno individuate. E’ quanto succede in un paese come il Mozambico che, seppur conosce da anni un costante sviluppo – come molti altri paesi africani – parte della popolazione rimane comunque esclusa dai benefici.
Dagli anni ’80 vi è un’altra nemica in Africa, l’Aids, una malattia non antica, ma che spaventa enormemente, perché non è stata trovata una cura definitiva e quelle che esistono, anche se efficaci, sono costose e non sempre alla portata della popolazione povera.
Aifo nel corso degli anni si è così indirizzata a curare non solo la lebbra ma anche altre malattie come l’Aids, basandosi sempre su alcuni capisaldi che caratterizzano la sua azione; ovvero la prevenzione, l’informazione, il coinvolgimento dell’intera comunità attorno al malato e la presa di coscienza dei diritti del malato stesso, in altre parole ha portato avanti la sua azione appoggiandosi al metodo della riabilitazione su base comunitaria.
In Mozambico Aifo ha dei progetti fin dal 1981 e attualmente è presente in due province del centro nord, Manica e Nampula: è in quest’ultima zona situata più a nord e che si affaccia sul mare che abbiamo raccolto la testimonianza di Maria.

Essere donne e con problemi di salute

I problemi di salute sono difficili da affrontare nei paesi poveri e se la persona è donna e in più ha delle responsabilità famigliari, o addirittura aspetta un figlio, allora la situazione diventa ancora più complicata e questo è un riscontro amaro che si può fare in varie parti del mondo.
Maria Sacuate vive nel villaggio di Nhachaca all’interno del distretto di Murrupula che dista circa 120 chilometri dalla capitale Nampula, la terza città del Mozambico e che ha dato il nome anche alla provincia.
Le hanno diagnosticato la lebbra nel 2006 e nonostante le cure appropriate, le conseguenze della malattia si sono presentate sotto la forma di continue ferite difficili da trattare. Il marito non riesce a vivere accanto ad una donna in queste condizioni di salute e nel 2010 la lascia sola assieme ai quattro figli.
La svolta nella vita di Maria comincia grazie al suo inserimento all’interno di un gruppo auto-aiuto – sostenuto da Aifo – che le insegna a trattare le ferite con maggiore efficacia e le procura delle calzature adatte ai suoi piedi piuttosto delicati di ex malata di lebbra. Anche uno dei suoi figli viene coinvolto nel gruppo in aiuto alla madre e i problemi fisici vengono in poco tempo superati tanto che il marito si riunisce alla famiglia un paio di anni dopo. Il gruppo di auto-aiuto costituitosi nel suo villaggio è formato da 18 persone e Maria ne è diventata la responsabile. Come spesso accade in questi casi, il miglioramento delle proprie condizioni esistenziali grazie ad un gruppo, porta a una presa di coscienza e al desiderio di farsi a propria volta promotore e testimone di questa esperienza.

Quando la malattia si chiama aids

Nell’altra provincia in cui Aifo è attiva, a Manica nel distretto di Mossurize, abbiamo invece conosciuto la storia di Joyce Muiambo, una donna di 34 anni che nel febbraio del 2014 ha scoperto di essere malata di Aids.
Joyce ha iniziato a curarsi con i farmaci retro virali ma le condizioni di povertà della sua famiglia non le hanno dato la possibilità di continuare la cura. Questo ha portato a un peggioramento della sua salute fino al punto di rischiare di morire nel giugno dello stesso anno. In questo caso è l’incontro dei suoi famigliari con Kuzvipira, un’organizzazione cristiana di volontariato che le permette di trovare le risorse per riprendere le cure. I volontari di quest’associazione sensibilizzano i malati di Aids sull’importanza nel seguire le cure prescritte e li accompagnano personalmente in ospedale per le visite. Kuzvipira fornisce anche altri servizi, come il rifornimento di cibo alla famiglia, di medicinali al paziente e una serie di visite domiciliari nel corso della settimana.
In questo contesto l’azione di Aifo mira a sostenere e a rinforzare l’azione dell’organizzazione locale secondo un modello che le è usuale. Oltre a Kuzvipira, Aifo collabora con la Chiesa Anglicana, con l’ong Kulima, con Ademo (Associazione Nazionale delle Persone con Disabilità in Mozambico) e con altre realtà associative locali per realizzare un lavoro comune e alla pari.
Oggi le condizioni di Joyce sono migliorate, pur rimanendo malata, riesce ad avere una vita normale e a dare testimonianza della situazione sua e delle persone come lei. Lo scorso primo dicembre, durante la giornata mondiale dedicata alla lotta all’Aids, Joyce ha partecipato, assieme ad un altro centinaio di persone, a una marcia lunga sei chilometri, dove, a volte danzando in gruppo, ha manifestato pubblicamente le sue nuove e migliori condizioni di vita, raggiunte grazie all’iniziativa di Aifo e di Kuzvipira.

Un paese in lento sviluppo

Il Mozambico è un paese grande due volte e mezzo l’Italia con una popolazione di poco superiore ai 25 milioni di abitanti. E’ un’ex colonia portoghese e questa è anche la sua lingua ufficiale. Come in altre nazioni africane però la lingua ufficiale è quella conosciuta solo da una parte della popolazione – circa il 40% – ma ne vengono parlate almeno altre 15.
La nuova costituzione del 1990 ha fatto diventare il paese una democrazia pluripartitica almeno sulla carta dato che la guerra civile degli anni ’80 ancora pesa sugli equilibri politici e sul corretto funzionamento democratico del sistema.
Il Mozambico divenne indipendente nel 1975 dopo una lotta decennale del Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico) contro le forze coloniali. L’allineamento politico con l’Unione Sovietica portò al nascere di un’opposizione (Renamo) finanziata dal Sudafrica e dagli Stati Uniti che porterà a una sanguinosa ed economicamente distruttiva guerra civile che finisce solo nel 1991.
Il Mozambico è un paese molto povero, nella graduatoria dell’Indice di sviluppo umano per il 2011 occupa la 184° posizione su un totale di 187 paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale nel 2009 il 54,7% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà e nel 2012 l’aspettativa di vita media per un mozambicano era di 50 anni.
L’agricoltura è il settore più importante della sua economia mentre l’industria è poco sviluppata. Con uno sviluppo annuo dell’8% però il paese ha di fronte a sé delle prospettive migliori rispetto ai paesi dell’area sub sahariana.

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Quei ragazzi, cittadini del mondo a Pontedera

IMG_2354Vi ricordate i cittadini del mondo di Martha Nussbaum? Bene è con questo spirito educativo che siamo andati in una scuola superiore di Pontedera per fare un po’ di educazione alla mondialità tra i ragazzi. La scuola italiana deve essere rinforzata per quanto riguarda la conoscenza del mondo, del problema dello sviluppo e in generale del fatto che noi non siamo il centro del mondo ma che esistono culture, fedi  e stili di vita diversi ma rispettabili.

Mi sono portato dietro tutto il materiale che avevo scritto o prodotto per i progetti Aifo in Mongolia: il documentario, la rivista e il fumetto. Anzi per l’occasione ho sperimentato una presentazione diversa del fumetto. Ho scelto una delle storie, l’ho spezzettata e caricata su powerpoint e per ogni pagina ho associato un file audio del testo scritto. La voce me l’aveva prestata un mio collega anche attore. Per chi ha superato una certa età, forse si ricorda di “Supergulp, fumetti in TV“, la tecnica è quella, meno elaborata e meno spezzettata, ma comunque quello è lo stile (con il senno di poi avrei fatto meglio ad usare Adobe Premiere per assemblare tutto il materiale e movimentarlo un po’, ma sarà per una prossima volta):

Il mio era un lavoro in coppia con Emma Patroni, un’insegnante e volontaria di Aifo che ha raccontato la storia della ong, la figura di Raoul Follereau a cui si ispira il gruppo e il problema della lebbra e di altre malattie che, come la lebbra, generano lo stigma sociale. Ci eravamo conosciuti solo la sera prima, ma abbiamo lavorato assieme con una buona intesa.

Il problema da risolvere era quello di interessare i ragazzi, riuscire a coinvolgerli in questo genere di discorsi. Emma è un’insegnante scafata che non si lascia intimorire di fronte a 100 adolescenti che sembravano tenuti in una gabbia; anch’io ho una certa esperienza in queste cose ma il problema di come interessarli, di come non annoiarli mi lascia sembra dubbioso alla fine degli incontri. E’ difficile attirare l’attenzione di ragazzi che sono abituati a ritmi di narrazioni velocissimi, ad effetti spettacolari, il tutto condito con sentimenti forti, estremi (e un linguaggio conseguente a tutto questo). Non è nemmeno colpa loro che vivono semplicemente in un ambiente che noi adulti abbiamo costruito o abbiamo lasciato costruire.

Comunque la mia tecnica è sempre quella della chiacchierata, delle domande che rivolgo a loro, di continuo, anche a costo di sembrare fastidioso. E il fumetto, quello, li ha abbastanza coinvolti e alla domanda di quale fosse il momento nella narrazione dove Bayaraa riesce a superare la sua condizione di “handicappato” più di uno ha risposto giusto: “Nell’incendio delle colline” (attorno a UlaanBaatar).
Che cosa poi sia rimasto di tutto questo, non lo so, magari in uno o due ragazzi qualche impronta siamo riusciti a lasciarla. Chissà.

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Li Youlu: vediamo dove mi portano queste scale

Verso la GML 2015
Sono caduto malamente quando avevo 10 anni, ma cosa c’entra questo? Io ero un bambino e non potevo saperlo. Ma che poi crescendo le mie braccia sono diventate sempre più sottili, cosa c’entra con una caduta? Eppure con i miei genitori siamo stati in tanti ospedali, mi hanno visto molti dottori, ma nessuno capiva che cosa avevo. Solo alla fine mi hanno mandato a Longtantian per curarmi la lebbra, anche se è stato solo nel 2005, dopo moltissimi anni, che ho avuto la conferma che ero ammalato.
Oramai ero avanti con la malattia e persi prima il piede sinistro e poi quello destro. Non volevo andare su una carrozzina ma che alternative avevo se volevo muovermi?
Sono riuscito a scendere da quella carrozzina solo quando ho avuto le mie protesi per le gambe, ma non sono durate molto. Le mie gambe cambiavano, anche loro diventavano più sottili e dopo un po’ la protesi era o troppo pesante o non rimaneva attaccata bene. Io salivo e scendevo dalla carrozzina.
Con quelli di Handa (*) le cose sono andate diversamente. Si vede che loro di protesi se ne intendevano e ne ho trovata una giusta per me. Si, sono proprio felice di questa cosa e li ringrazio. Adesso posso muovermi e non potete immaginare come possa rendere felice una persona il poter andare dove vuole. Voglio andare a Kunming, la capitale della mia provincia, voglio salire tutte le scale che incontro.

(*) Handa è un’associazione cinese che si occupa di riabilitazione su base comunitaria in particolare nello Yunnan, una provincia situata nella parte sud  ovest della Cina. La loro attività  in collaborazione con Aifo, si svolge in villaggi remoti dove vivono solo i lebbrosi e i loro famigliari.

Song Zhengyuan: il saluto di mio cugino

Tang Yuchun: con delle buone scarpe vai dove vuoi

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Tang Yuchun: con delle buone scarpe vai dove vuoi

Verso la GML 2015

1024px-1_dali_old_town_yunnan_2012E’ passato tanto tempo che i ricordi non sono più precisi … sono nato nel 1937.
Quando a 18 anni mi comparvero le prime macchie, i dottori mi curarono con la medicina tradizionale cinese ma le cose peggiorarono rapidamente. Solo in una grande città mi curarono e dopo tre anni sono tornato a vivere come gli altri.

Il tempo però non cancella quello che mi è successo dopo. A casa non mi volevano più e allora andai lontano, in un altro villaggio, dove mi sposai. Fui sposato per 7 anni, fino a quando una persona non riconobbe nel mio corpo i segni lasciati dalla lebbra … Anche da lì dovetti andarmene.
Per un po’ fui un vagabondo e alla fine tornai al mio villaggio di origine a fare il contadino. Me la cavavo e anche i rapporti miglioravano; purtoppo i miei piedi erano delicati, si ferivano sempre.
Quando quelli di Handa (*) mi proposero di curarli con delle creme, di tenerli puliti con dei semplici mezzi e di proteggerli con delle comode scarpe, rimasi stupito e molto dubbioso.
Invece con pochi soldi e con un po’ di attenzione il mio problema adesso lo tengo a bada e posso continuare a coltivare il mio campo. A volte cammino … passeggio fuori dal villaggio e conosco nuova gente.

(*) Handa è un’associazione cinese che si occupa di riabilitazione su base comunitaria in particolare nello Yunnan, una provincia situata nella parte sud  ovest della Cina. La loro attività  in collaborazione con Aifo, si svolge in villaggi remoti dove vivono solo i lebbrosi e i loro famigliari. La storia è stata raccolta da Yuan Shubing

Song Zhengyuan: il saluto di mio cugino

Li Youlu: vediamo dove mi portano queste scale

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Song Zhengyuan: il saluto di mio cugino

Verso la GML 2015
FogVillageYunnan_20121228Volevo dirti qualcosa ma non so come dirtelo …ecco posso dirti grazie … se tu e Handa (*) non foste venuti ad aiutarmi,  mio cugino non sarebbe mai venuto a visitarmi, né avrebbe cenato con la mia famiglia questa sera.
Prima non mi salutava nemmeno, un po’ lo capisco, doveva avere vergogna di un parente malato di lebbra.
Ma tu e gli altri siete venuti e avete fatto vedere alla gente che non ci sono pericoli a stare vicino a noi. Mi avete dato anche delle protesi e così potevo di nuovo camminare, nonostante io le gambe non le abbia più. Qualcuno deve averglielo detto, oppure l’ha visto lui direttamente quello che mi stava capitando con voi.
Mio cugino nonostante fosse un medico importante, non sapeva molto della mia malattia. Ma poi è venuto… si è seduto di fianco a me e si è come scusato. La volta dopo è ritornato con dei giornalisti della televisione perché voleva far vedere al maggior numero di persone come viviamo e quali sono i nostri bisogni.
Allora ecco perché ti ringrazio, perché senza di te mio cugino ancora mi eviterebbe e nemmeno mi darebbe un cenno di saluto.

(*) Handa è un’associazione cinese che si occupa di riabilitazione su base comunitaria in particolare nello Yunnan, una provincia situata nella parte sud  ovest della Cina. La loro attività  in collaborazione con Aifo, si svolge in villaggi remoti dove vivono solo i lebbrosi e i loro famigliari. La storia è stata raccolta da Zeng Tingmei

Tang Yuchun: con delle buone scarpe vai dove vuoi

Li Youlu: vediamo dove mi portano queste scale

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Con Sister Aley verso la 62° Giornata mondiale dei malati di lebbra

IMG_4142La prossima domenica, il 25 gennaio, ci sarà la 62° Giornata mondiale dei malati di lebbra che si celebra dal 1954, anno in cui Raoul Follereau, la persona che ha speso la sua vita a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sullo stato di abbandono dei malati di lebbra, propose di istituirla.
Nel mio piccolo voglio accompagnare l’evento con una serie di post brevi che raccontino la storia di alcuni ex malati che abitano in Cina. Anche se la lebbra è un problema maggiore in altri paesi (India e Brasile), queste storie cinesi hanno la loro motivazione nel fatto che gli operatori locali hanno raccolto delle testimonianze, seppur brevi, con qualche elemento in più. dimostrando anche una cura nei dettagli.

Song Zhengyuan: il saluto di mio cugino
Tang Yuchun: con delle buone scarpe vai dove vuoi
Li Youlu: vediamo dove mi portano queste scale

Aifo è l’ong che naturalmente si occupa della giornata mondiale per quanto riguarda l’Italia e la prossima domenica sarà presente in centinaia di piazze italiane con i suoi tavolini dove sarà possibile acquistare il “miele della solidarietà” e altri gadget per finanziare i progetti in giro per il mondo.
Ogni anno Aifo chiama  anche i cosiddetti “testimoni di solidarietà”, persone impegnate a vario titolo nella lotta contro la lebbra ma anche contro i pregiudizi che sempre accompagnano “l’antica nemica”. Sister Aley è uno di questi e l’ho incontrata recentemente in sede.

E’ una suora molto energica che mi ha raccontato il suo lavoro quotidiano con i malati di lebbra e disabili nella città di Mandya nello stato meridionale indiano del Karnakata. La sua storia ve la racconterò in un articolo che sarà pubblicato in futuro sulla rivista di Aifo (e poi anche in questo blog). E’ una vita, la sua, sempre piena di impegni e a contatto con una realtà molto dura in un paese che si sta sviluppando velocemente e che, forse proprio per questo, mostra delle contraddizioni fra chi è povero e malato e chi è oramai borghese e “si costruisce case belle”, ancora più stridenti.
Una delle ultime domande che le ho fatto, forse un po’ scema e alla Marzullo, diceva: “Ma per te quali sono i tuoi momenti di svago?”. Gliela avevo fatta perché ero stupito dei suoi ritmi, bene a questa domanda ha risposto più o meno così: “Quando viene la notte ed è il momento di andare a letto, verso le 22, se ci riesco, allora prima faccio un bel bagno che porta via la stanchezza e poi dormo”.

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Ma un addetto alla comunicazione di una ong può fare anche inchiesta sociale?

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Rispondo, con un po’ di ritardo, all’intervento di Marco Sassi come commento al mio post in cui parlavo di come sia difficile scrivere delle storie significative riguardanti persone svantaggiate nel sud del mondo.
Marco introduce un altro tema che tirandolo un po’ per i capelli potrebbe essere espresso più o meno così: non si possono raccontare solo belle storie, storie positive, l’informazione deve riguardare, anzi denunciare il perché della povertà, il perché persiste, e soprattutto nella nostra comunicazione dobbiamo essere consapevoli dei limiti della nostra azione che “lenisce appena appena” in un contesto che vede predominanti le ingiustizie sociali e il mancato rispetto dell’ambiente.

Le sue osservazioni sono giustissime ma vanno inquadrate nel ruolo di chi fa comunicazione per un’ong.
I suoi compiti principali sono quelli di raccontare in modo chiaro l’impatto che l’azione della sua organizzazione produce in un dato paese e questo lo si fa per renderlo manifesto ai soci, ai donor, alle istituzioni… Poi questa azione ha una ricaduta più ampia sulla popolazione, informandola sul “mondo”, dicendole cose che spesso non incontra nei media generalisti e quando le incontra  sono spesso esposte in modo pietistico.
In passato su questo blog abbiamo parlato di come fare una corretta informazione sullo sviluppo (e la povertà) e tra le regole proposte da questo lavoro della Georgetown University, c’era anche quella di non nascondere i propri errori, le proprie mancanze. In effetti nel mio lavoro questa parte non la sto curando e potrebbe essere da spunto per le prossime interviste che farò 🙂
Penso che un’ong debba avere questo tipo di atteggiamento quando fa informazione e che il codice etico imponga anche al proprio ufficio stampa di adottare regole di comunicazione diverse da quelle del mondo profit. La maggior parte dei manuali di comunicazione per un gruppo e di public relation sono scritti invece secondo questa ottica, per cui bisogna ad ogni costo difendere la propria immagine e vendere il proprio prodotto (anche se non tutto il mondo profit la pensa naturalmente così). Anni fa ho scritto per il Centro Servizi del volontariato di Bologna una piccola guida per la comunicazione no profit dove questo discorso viene approfondito.

Esiste però un altro problema che i giornalisti conoscono assai bene con il nome di autocensura. In questo caso però questo meccanismo non riguarda tanto l’ong (almeno nel mio caso non è certo così) ma riguarda i paesi dove si opera.
Mi spiego meglio. Quando scrivo qualcosa, mi pongo anche la domanda dell’effetto che avrà su quel paese. Di solito non ci sono ostacoli e l’informazione che si fa può essere anche utile in loco ma per alcuni paesi i problemi si pongono.
Il tipico esempio è quello della Cina, per cui bisogna avere una certa attenzione alle parole che si usano, in caso contrario potrei provocare dei problemi a chi lavora, e magari anche bene, laggiù. Intendiamoci non si tratta di mentire ma di trovare un giusto equilibrio, per modificare le cose senza però causare delle battute d’arresto in questi processi.

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Se potessi raccontare storie come Nuto Revelli

La_stоria_infinita_(film)Ce le chiedono un po’ tutti e noi ne siamo sempre alla ricerca, ma ogni volta è una strada in salita che lascia alla fine un senso di insoddisfazione.
Le storie di persone, dei benificiari dell’intervento di Aifo in giro per il mondo sono la parte centrale di ogni articolo pubblicato sulla rivista che presenta un progetto, ma sono sempre le storie che i vari donor a loro volta richiedono per i loro mezzi di comunicazione. Sono le storie che riempiono i calendari, che accompagnano le campagne di fundraising, entrano nel bilancio sociale, s’infilano perfino nelle didascalie delle foto…
Eppure sono proprie le storie che mancano, racconti significativi che non si risolvono in poche righe come capita nella maggioranza delle testimonianze che raccogliamo. Non è una situazione solo nostra, sia ben chiaro: è semplicemente difficile riuscire a scrivere delle “belle” storie perchè richiedono molto tempo e cura.

In ambito italiano basta vedere i lavori di Nuto Revelli o Danilo Dolci per capire cosa significhi fermarsi per raccogliere racconti che poco hanno a che vedere con lo strumento giornalistico spicciolo e spesso strumentale che serve a risvegliare attenzione (e appetito) nei lettori, magari colorandolo con un po’ di fiction.
E’ vero che difficilmente si ha il tempo di conversare con 270 persone come ha fatto Revelli con i suoi “vinti” (i contadini e le donne del cuneese) oppure incontrarsi per un anno il giovedì  sera con i protagonisti di “Conversazioni contadine” dove Dolci crea un clima di dialogo profondo e aperto in un gruppo di braccianti, contadini e donne (siamo nel 1965).

Se è difficile creare dei contesti simili per chi lavora nel campo della comunicazione nelle organizzazioni non governative, per lo meno può tentare di guardare a quei modelli, trovare delle situazioni che permettano un lavoro di qualità che porti a dei risultati ben diversi, anche per come rimangono nella memoria delle persone che li leggono e per come incidono sui media generalisti.
Il rischio maggiore è quello, altrimenti, di raccontare un po’ le stesse cose, ripercorrere una struttura narrativa che si ripete: c’è un povero che sta male ed è escluso, poi l’incontro con un’ong cambia la sua vita, prende coscienza del suo stato e diventa lui stesso testimone. E’ quello che accade veramente, ma esistono modi diversi per raccontarlo, di qui la differenza.

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Per una scrittura easy to read

cuneiformeLa scrittura controllata è un tipo di scrittura facilmente leggibile anche da persone con problemi cognitivi, di lingua diversa, da persone con un basso titolo di studio; perché tutti hanno il diritto d’informarsi ed essere cittadini attivi. Se i cittadini non riescono a comprendere quello che leggono, non riescono nemmeno a partecipare. Questo vale per i paesi sviluppati ma anche per quelli poveri nei quali però questo tema non è stato ancora sviluppato e la cui soluzione non passa solo attraverso un’efficiente scuola pubblica. (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Roul Follerau“ , mentre la monografia completa del lavoro la potete leggere sulla rivista Accaparlante del Centro Documentazione Handicap di Bologna)

Gli italiani fanno fatica a capire quello che leggono sui giornali e sui documenti della pubblica amministrazione. Può sembrare un’affermazione esagerata in un paese in cui i dati dicono che l’analfabetismo riguarda solo l’1% della popolazione. Eppure svariate ricerche confermano proprio questo disagio culturale.

La nostra società è complessa, basata sull’informazione e le competenze di comprensione dei testi che richiede ai suoi cittadini sono aumentate rispetto a 30, 40 anni fa, complice anche la digitalizzazione che ci porta sempre più spesso a pagare le nostre tasse, multe, iscrizioni scolastiche, a prenotare controlli medici sul web.
Se per il secondo problema la soluzione è quella di un miglioramento di cultura tecnologica degli italiani (attraverso la scuola e la formazione degli adulti), per il secondo si devono pensare anche a delle tecniche di scrittura particolari, che rendano i testi accessibili al maggior numero di persone. Questa scrittura viene chiamata in differenti modi, scrittura controllata o semplificata, se la si guarda dal lato di chi scrive, scrittura facile da leggere (Easy To Read – ETR) se la si guarda dal lato del lettore.

La cultura degli italiani

Nel 1861 il 77% della popolazione italiana era analfabeta, oggi solo l’1%: ma cosa si nasconde dietro a questa cifra? Tullio de Mauro, il più noto linguista italiano vivente ha affermato che il 71% della popolazione italiana si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Solo il 20% invece possiede le competenze minime “per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana”.
Quindi i dati sull’analfabetismo vanno ripensati visto che non stiamo parlando di individui che non sanno leggere e scrivere ma di individui che sono incapaci di usare correttamente queste abilità. Si parla in questo caso di analfabetismo funzionale.

A chi si rivolge

I motivi per cui una persona ha difficoltà di comprensione dei testi sono diversi ma se li uniamo assieme vediamo che l’esercito delle persone in difficoltà aumenta in maniera imbarazzante. L’esigenza di una scrittura “facile” è sorta in Italia negli anni ’80 nell’ambito degli educatori e dei famigliari di persone con disabilità che assieme a figure di intellettuali come Tullio De Mauro ed Emanuela Piemontese dell’Università La Sapienza di Roma hanno portato alla creazione della rivista “dueparole” (www.dueparole.it) un mensile che faceva un’informazione di tipo generalista ad alta leggibilità.

Ma accanto alle persone che hanno deficit cognitivi se ne possono aggiungere altre, come le persone che sono migrate nel nostro paese e che conoscono poco l’italiano oppure gli anziani che hanno cominciano ad avere deficit cognitivi, le persone colpite da ictus, perfino i giovani che sono usciti precocemente dai circuiti scolastici.
Una società democratica per funzionare bene deve riuscire a includere il maggior numero di cittadini e dialogare con loro in modo incomprensibile significa perderli, non avere più la loro opinione o peggio ancora avere un alto numero di cittadini manipolabili dal populista di turno. Anche dal punto di vista economico è importante, per via dei soldi che lo stato risparmierebbe evitando la continua creazione di uffici informazione, sportelli utenti … In generale si può affermare che una popolazione poco istruita e formata è una delle cause del mancato sviluppo economico di un’intera nazione.

Come si scrive la scrittura controllata

Un testo per essere di facile lettura deve avere un requisito di base: chi legge trova al suo interno tutte le informazioni e non deve inferirle (andarle a cercare) dalle sue conoscenze personali o da altri testi.

Gli studiosi che si sono occupati di questo tema hanno indicato anche una serie di regole che non possono però essere applicate in maniera rigida perché ogni progetto di scrittura controllata può avere un suo pubblico di riferimento diverso. Ad esempio se vogliamo scrivere una rivista di attualità per persone con un medio deficit mentale dovremo usare una scrittura molto semplificata; se invece il nostro lettore di riferimento è un ragazzo italiano uscito presto dal circuito scolastico potremmo diminuire il livello di semplificazione. Quindi è possibile scrivere in modo controllato a livelli diversi a seconda del nostro pubblico.
Un test importante per sapere se quello che scriviamo è davvero comprensibile, è quello di avere un piccolo gruppo di lettori svantaggiati che valutano il nostro lavoro: se lo comprendono, allora vuol dire che siamo riusciti nel nostro intento.
Ritornando ai criteri più comuni per scrivere dei testi semplificati, li possiamo suddividere in quattro categorie.

  • Lessico: occorre usare delle parole che siano di uso comune, brevi, concrete, che provengano dalla lingua italiana. Bisogna invece evitare le espressioni idiomatiche (le frasi fatte), le forme figurate (l’uso delle figure retoriche). Se si devono usare parole difficili, sigle allora bisogna inserire la spiegazione nel testo.
  • Sintassi: le frasi devono essere brevi per essere comprese, massimo 20-25 parole, ma se il pubblico ha maggiori difficoltà, le frasi devono essere ancora più ridotte. La struttura della frase deve prevedere un soggetto, il verbo e il complemento oggetto. Le frasi subordinate devono essere comuni (causali, finali, temporali) e la forma deve sempre essere attiva e non avere la doppia negazione. I tempi verbali più comprensibili sono il presente, il passato prossimo e il futuro.
  • Organizzazione dei contenuti: le idee, le storie devono essere raccontate seguendo un ordine unidirezionale (con un inizio e una fine). Bisogna dare tutte le informazioni che servono e occorre usare dei buoni titoli e sottotitoli.
  • Grafica: per facilitare la lettura bisogna scegliere un font leggibile di una certa dimensione e non esagerare nell’uso del colore che crea confusione. Le immagini che si usano devono chiarire quello a cui si riferiscono.
    L’organizzazione grafica del testo (paragrafi, sottoparagrafi…) deve essere ben definita e non creare confusione.

Abbiamo in realtà molto semplificato il discorso delle regole, ma anche con queste poche indicazioni viene spontanea una domanda. Ma se si scrive così, cosa rimane di “bello” e di avvincente nel testo? Non si rischia di diventare noiosi? La risposta ce la danno i nostri lettori in questo caso; se il lettore è una persona con degli svantaggi, un testo chiaro per lui sarà meglio di un testo pieno di anticipazioni, di colpi di scena, di frasi lunghe ed eleganti di cui però capisce poco o quasi nulla.

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Nascondere la malattia, nascondere lo stigma

brasileAncora oggi, nonostante sia considerata in Brasile un malattia che sta sparendo, la lebbra miete le sue vittime, soprattutto attraverso la loro esclusione sociale (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Roul Follerau“)

Luis montava i mobili a Marituba nello stato brasiliano del Parà, Edite era una casalinga a Marituba con un marito alcolizzato e cinque figli, Antonio invece aveva una vita semplice e normale nella città di Goiana nello stato di Goias: cosa hanno in comune queste tre vite, cosa li lega gli uni agli altri e che li porterà a vivere esperienze simili? La stessa malattia, la lebbra, che li ha colpiti a un certo punto della loro vita.

Tre storie diverse, tre destini uguali

Oggi Luis ha 74 anni e gli hanno diagnosticato la malattia nel 2007; aveva un ulcera al piede e delle macchie sul corpo. Dopo la diagnosi e lo spaesamento iniziale comincia le cure datogli dal servizio sanitario locale assieme ai servizi di fisioterapia e ortopedia. Nel suo caso infatti il decorso della malattia ha fasi alterne e ai miglioramenti seguono dei peggioramenti che lo porteranno alla parziale amputazione del piede. Nel 2011 entra in un gruppo di auto-aiuto chiamato “Overcome” e in breve tempo comincia ad avere all’interno di questo gruppo un ruolo sempre più importante, diventando un leader. Sotto quest’aspetto dimostra grandi capacità, coinvolgendo altre persone che sono nelle sue condizioni di esclusione sociale, perché dalla lebbra si può anche guarire, ma farsi accettare dalla società diventa paradossalmente il problema più difficile. Quando alcuni membri di “Overcome” propongono un orientamento diverso del gruppo, più indirizzato ai problemi della formazione e del lavoro, Luis si oppone in maniera molto forte:     ”Per me il gruppo di auto-aiuto è diventato una seconda famiglia – afferma con convinzione – perché a questo serve soprattutto ad accompagnare gli ex malati nel corso della loro vita, dando un sostegno psicologico e di solidarietà costante, che non finisce mai”.
Questa convinzione lo porta a essere sempre molto attivo all’interno di “Overcome” organizzando vari momenti sociali (feste, celebrazioni), ma anche momenti di impegno politico e di rivendicazione dei diritti delle persone disabili. Recentemente hanno presentato alla Commissione Salute del consiglio comunale una richiesta per migliorare i trasporti per le persone che hanno problemi motori e per l’accessibilità in generale.

Più drammatica sotto il profilo famigliare è la storia di Edite che oggi è un’attivista dello stesso gruppo di auto-aiuto di Luis. Adesso è vedova, ma quando non lo era, aveva dovuto subire le angherie di un marito violento e alcolizzato che l’accusava di aver preso la malattia dagli altri uomini, accusandola di tradimento. “Questa idea non gli è mai passata dalla testa – dice Edite – ed è morto con questa convinzione”. Anche nel suo caso i servizi sanitari devono affrontare un caso abbastanza difficile da trattare a cui si aggiungeva anche una situazione famigliare di mancata accettazione e quindi esclusione sociale.
Come per altre malattie (tipico in questa caso è la condizione dei malati di Aids) la popolazione non informata tende ancora a vedere la lebbra come qualcosa di minaccioso e chi ne è affetto (anche se guarito) come qualcuno da evitare, da emarginare. Edite ha subito questa emarginazione all’interno della famiglia e anche all’esterno, tra i vicini. Ed è per questo che “Overcome” ha rappresentato per lei una grande risorsa per la propria autostima e per risolvere i propri problemi pratici. Anche se ha seri problemi di mobilità oggi Edite è un’attivista instancabile che pone al centro delle sue iniziative proprio il rispetto dei malati e la denuncia dei pregiudizi. Porta avanti questa sua lotta non solo all’interno del suo gruppo ma anche all’esterno, esprimendosi in momenti pubblici e intervenendo nel consiglio comunale di Marituba.

Goiana, la città dove vive Antonio, è a migliaia di chilometri di distanza dalla città di Marituba, ma la sua storia è in parte simile: la diagnosi della malattia (trent’anni fa) e la cura attraverso i servizi sanitari di base e la riabilitazione. Dove le storie divergono, riguarda invece l’accettazione sociale: “La mia famiglia era molto preoccupata per il mio stato di salute, a quel tempo poi la lebbra faceva molto più paura di adesso – spiega Antonio – ma io, grazie a Dio, non ho avuto problemi di questo tipo e sono stato fortunato perché chi si ammala può perdere il lavoro, gli amici, persino la moglie e i figli “. Come per le altre storie anche Antonio è attivo nel suo gruppo di auto-aiuto e nonostante i 63 anni ha deciso di iniziare un nuovo lavoro come camionista comprando il mezzo: ”Per adesso ho superato solo la prova scritta, mi attende ora quella pratica!”.

Ma c’è ancora la lebbra in Brasile?

Può sembrare una domanda inutile vista l’evidenza della presenza della malattia invece non lo è.  Nonostante che il Brasile, con circa 31 mila casi nuovi nel 2013 di cui il 7% con meno di 15 anni, rappresenti dopo l’India il secondo paese al mondo come numero di casi, la tendenza delle autorità sanitarie è quella di sottovalutarla. La si considera tra le malattie dimenticate e addirittura in Brasile, più che altrove, non la si chiama nemmeno più lebbra ma con il termine di hanseniasi, come se eliminando un termine si possa anche eliminare la stigma che questa comporta. Infatti oltre al problema della sua diffusione non ancora risolto, rimane grave il problema delle persone guarite ma rimaste invalide e del problema dell’accettazione degli ex-lebbrosi nelle proprie comunità.
In Brasile esistono ancora 33 colonie, ovvero piccole comunità di ex lebbrosi, che vivono assieme perché di fatto non riescono più a rientrare nella società.

Dietro a molte storie c’è il sostegno dell’Aifo

Aifo da molti anni opera in Brasile e sta seguendo nove progetti, otto di questi in cinque Stati della Federazione Brasiliana (tra cui anche gli Stati di Goias e Parà) e un altro nel Distretto Federale di Brasilia.
Le sue azioni sono molto varie e riguardano la cura specifica della lebbra, la sanità di base e la riabilitazione.
Il sistema sanitario in Brasile è molto strutturato e anche la lebbra, attraverso il Programma Nazionale di Controllo, viene trattata a vari livelli che vanno da quello centrale del Ministero della Sanità (federale), passano attraverso quello statale, per arrivare fino al servizio sanitario municipale.
Aifo appoggia questo programma attraverso la supervisione dei servizi di trattamento municipali, la riabilitazione fisica, i servizi specialistici, il monitoraggio e il finanziamento diretto ad alcune esperienze rivolte al reinserimento degli ex-malati di lebbra. Ha cura inoltre di un altro aspetto, quello che riguarda l’informazione e la sensibilizzazione della cittadinanza per diminuire lo stigma e il rischio di esclusione sociale.