MOZAMBICO – AIFO: una ricerca emancipatoria per i giovani con disabilità in Mozambico

Articolo pubblicato su “La parola all’Africa”, mensile della rivista di Vita

Testimonianza di Garrido José Cuambe
C’è una cosa che mi fa sorridere di tutta questa vicenda sulla pandemia che da un anno ha colpito anche il Mozambico: è che, almeno per una volta, anche le persone senza disabilità hanno capito cosa significa dover rinunciare a un mezzo pubblico perché non possono più prenderlo. Loro per adesso non possono usarlo per motivi di sicurezza sanitaria, noi invece non possiamo usarlo perché non ha rampe per accedervi o un posto adatto su cui sedersi. Il covid ci ha reso un po’ più uguali.
In Mozambico non c’è ancora molta sensibilità verso i diritti delle persone con disabilità, non si dà loro l’opportunità di partecipare alla società così quando ho incontrato nel 2018 il progetto di AIFO che aveva al centro il protagonismo diretto delle persone con disabilità e un approccio centrato sui diritti umani, ho capito che quello era il mio posto.

“PIN – percorsi partecipativi per l’inclusione economica dei giovani con disabilità in Mozambico” è il nome del progetto affidato dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo ad AIFO e che vede direttamente coinvolto anche il FAMOD, ovvero il Forum che raccoglie numerose associazioni mozambicane che difendono i diritti delle persone svantaggiate.
Il nostro compito è quello di selezionare e formare dei giovani con disabilità per farli diventare ricercatori in un’inchiesta emancipatoria rivolta ad altri giovani con disabilità su scala nazionale.

I nostri ricercatori acquisiscono le tecniche per interrogare i ragazzi sulla qualità della loro vita, sui problemi che affrontano e sulle soluzioni che potrebbero o che hanno adottato. In questo modo rinforzano la loro coscienza e raccolgono informazioni per indirizzarli a un percorso formativo per lavorare nel campo della contabilità, dell’informatica, della ristorazione, come meccanici saldatori…
A loro volta i ragazzi che sono venuti a contatto con i nostri ricercatori – e stiamo parlando di circa 120 persone – devono frequentare un corso di formazione professionale che li porterà, si spera, ad avere un loro lavoro.
Con la pandemia le nostre attività sono cambiate: all’inizio abbiamo temuto di dover rinunciare perché tutte le nostre azioni consistono soprattutto in incontri diretti con le persone. Poi abbiamo trovato delle soluzioni per continuare.
I nostri incontri formativi con i giovani ricercatori sono diminuiti, si sono fatti in gruppi più piccoli e in orari diversificati. Abbiamo usato di più la tecnologia ma in Mozambico avere una connessione internet e uno smartphone non è una per tutti. Esiste anche un problema di formazione alle tecnologie. Non era nemmeno immaginabile fare come voi in Europa, ovvero passare alle piattaforme per continuare i corsi; su 120 persone avrebbero potuto farlo solo in quattro o cinque.
Comunque stiamo andando avanti e, quando potremo rivedere il volto dei nostri amici senza mascherina e stringere loro la mano, allora riprenderemo tutto come prima.

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