Misna ha chiuso, Misna si può salvare, Misna deve cambiare

 

logo di misnadi Marco Sassi

Misna (MIssionary Service News Agency) ha chiuso il 31 dicembre; agenzia giornalistica quotidiana specializzata in notizie sul Sud del mondo, fondata nel dicembre del 1997 per volontà del missionario comboniano Giulio Albanese e promossa dalla Federazione Stampa Missionaria Italiana (Fesmi) e dal Sermis (Servizio Missionario Italiano) di Bologna, Misna ha chiuso per le ristrettezze economiche degli istituti missionari che ne portavano i costi, in particolare la Consolata, i Comboniani, i Saveriani e il PIME (Pontificio istituto missioni estere).

Cosa sta chiudendo? Sta chiudendo la Misna, ennesima agenzia di rimbalzo di news tra le decine della galassia missionaria, o sta chiudendo una voce informata e davvero rappresentativa della liaison tra Italia e Sud del Mondo?

Nel primo caso non mi listerei a lutto; la crisi veniva da lontano, dal 2009 e, non avendo entrate dirette con la gratuita messa in rete delle informazioni, era un po’ fisiologico che presto o tardi i nodi sarebbero venuti al pettine.
A stessa sorte, per vie diverse, erano giunte altre riviste missionarie italiane, alla cui sopravvivenza poco aveva potuto fare il FESMI, la Federazione Stampa Missionaria Italiana. E così avevano chiuso “Afriche”, rivista della Società missioni africane, “Missioni Francescane”, “Ad Gentes” , “Popoli”, magazine dei Gesuiti e altre.

Sì, Misna era una voce controcorrente; ma non è affondata per il fastidio che dava, ma per le secche in cui era finita, per il calo di donazioni, l’invecchiamento dei sostenitori “delle missioni”, poco rimpiazzati dai giovani, per il “crollo di energie” .
Non aveva seguito con pari velocità il tourbillon costante dei cambiamenti tecnologici nell’editoria e forse anche quelli del giornalismo del Sud del mondo.

La storia dell’agenzia dei missionari era affascinante e romantica, tipicamente espressione dell’italico modo di affaccio al Sud del Mondo, pieno di buona volontà, con scarse risorse umane, finanziarie e tecnologiche, ma soprattutto polverizzate e tetragone al lavoro di effettiva condivisione a rete appena più ambiziosa dello scambio di informazioni.

L’originalità iniziale dell’agenzia, ovvero la potenzialità dell’antenna costituita da 14.000 missionari italiani di 40 congregazioni, testimoni diretti dei fatti narrati nel Sud del mondo, alla fine si è “smorzata”; poco coinvolgimento, poco aggiornamento, troppo affidamento sulla italica “volontà di collaborare”, mentre sempre più si affermavano altre agenzie in tutta l’Africa, altrettanto radicate nel tessuto civile e sociale, ma meglio in grado di fare trait d’union con le maggiori press agencies internazionali.
Da una parte lo storytelling della volenterosa Suor Antonietta sperduta nella brousse del Madagascar ha perso il suo appeal (e pure la non più rinunciabile tempestività), mentre dall’altra cresceva una selva di giovani giornalisti africani agguerriti e aggiornati sui fatti di casa propria con professionalità giornalistica e tecnologie digitali avanzate.
E dove questi difettavano, per castrazione della libertà di stampa, come in Eritrea, era velleitario che se ne facessero carico sempre più anziani e sempre più rari volenterosi missionari.

A molti di noi è capitato di “partecipare” a situazioni emergenziali del giornalismo del Terzo settore, ricordo a proposito la non lontana crisi di un’altra bellissima testa, “Solidarietà Internazionale” del CIPSI.

La domanda da porci alla fine è una: siamo così scossi dalla chiusura di Misna da essere anche disponibili a “pagare anche di tasca nostra” la sopravvivenza di questa come di altre agenzie di stampe italiane nel sud del Mondo, ad esempio passando dall’informazione “in chiaro” a quella a pagamento on demand o con abbonamenti? E’ da questa domanda che discendono le scelte successive. Se la risposta è no, visto che tutto quello che era prodotto era non più così originale e già comunque reperibile online, anzi forse in modo anche più approfondito rispetto al copia-incolla-lima, allora altro non si può fare che lasciar perire il moribondo, cui peraltro i finanziatori hanno già intonato il de profundis.

Se, viceversa, fossimo disponibili, coerentemente, anche a cercare un salvataggio dell’esperienza, attraverso forme di nostra adesione, come un azionariato popolare, prima descriviamone perimetro, condizioni, risposte.
Ci sarà posto, nei prossimi anni, ancora a lungo per piccole esperienze frammentate, di nicchia e fortemente collegabili all’impronta data loro dai fondatori e iniziali ispiratori ?

Si può invece arrivare a immaginare fusioni e accorpamenti nelle agenzie di stampa e redazioni missionarie, rinunciando ai particolarismi ma guadagnando in allineamento di risorse tecnologiche, economie di scala, organizzazione, professionalità, visibilità ?
Può essere immaginata un’unica agenzia di stampa, in cui far confluire Misna (o quello che ne sortirà) e le varie altre Asianews (agenzia del Pime), Fides (voce delle Missioni cattoliche nel mondo) ma anche riviste, come Nigrizia, punta di diamante dei Comboniani, la dinamica “Africa rivista ” dei Padri Bianchi, “Missione Oggi” dei Saveriani , “Mondo e Missione” , ecc. ?

Se a tutti i costi devono essere salvaguardati i colori di questa o quella congregazione, bene, chapeau! Ma allora non se ne faccia una questione di esigenza collettiva di sopravvivenza del pluralismo giornalistico né di perdita di riferimenti per l’informazione italiana nel Sud del mondo; e, ogni volta che una di queste agenzie o testate andrà (prevedibilmente, ahimè) in crisi, sarà questione di esclusiva pertinenza del relativo editore.

Se invece dalla crisi di Misna dovessero uscire proposte di profonda riorganizzazione delle agenzie di stampa e della comunicazione missionaria, meno ingessata, meno polverizzata, con meno storie di testimonianza religiosa e più storie di Africa “narrante di se stessa” , io sarei il primo a esser d’accordo e condividerei in prima persona anche i costi di una proiezione verso il futuro della voce dei missionari, che provengono sì dal passato ma che devono tenere il passo col futuro.

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