Che ci faccio qui?

IMG_4883Quali sono le motivazioni di un’ong? E ancora, quali sono i motivi che spingono i volontari e i cooperanti a impegnarsi e a passare periodi all’estero in posti difficili? Le motivazioni per le ong si ritrovano, di solito, nello statuto, quelle dei volontari … beh, quelle sono un po’ più difficili da individuare.

Perché parlare di motivazioni? Perché per ogni strategia di comunicazione, da quelle che riguardano l’intero gruppo a quelle che riguardano la singola azione, devono essere chiari i motivi, lo spirito con cui si affrontano le cose. Garantire questa chiarezza, significa avere un rapporto di maggior fiducia con i propri sostenitori, privati o istituzionali che siano.
Ma anche per se stessi questa chiarezza è essenziale: significa lavorare con maggiore consapevolezza.
Mi rendo conto che a questo livello il discorso è molto astratto ma si fa presto a calarlo in situazioni concrete, basta porsi alcune domande delicate (il problema, forse, è se c’è una risposta o si ha il coraggio di dare una risposta a queste domande).
Ad esempio un’ong potrebbe porsi la domanda sulla portata effettiva di quello che fa, se la sua azione incide realmente o oppure no; se si occupa solo dei sintomi e non delle cause. In un paese in guerra è utile mettere su degli ospedali, ma la guerra da cosa è causata? E come ong o come volontario come mi pongo di fronte ai motivi strutturali del sottosviluppo?
Per gli espatriati poi ci sono altre domande che riguardano il loro rapporto con i locali, con le persone: fino a che punto condivido questa situazione? Dove sta la differenza tra me e loro? Sono tutte domande che sono parenti strette delle motivazioni.

Tutto questo discorso sulle motivazioni mi è venuto in mente leggendo un libro, “Via dello stupore – dieci anni nella Turchia dell’Est” scritto da Roberto Ugolini,  Roberto e la sua famiglia (moglie e figlia) vivono da molto tempo in una zona poverissima della Turchia, vicino a Van, al confine con l’Iran e l’Iraq, e non sono una famiglia di cooperanti, dietro a loro non c’è un’ong, nemmeno una semplice associazione. La loro iniziativa è più simile a quella dei missionari anche se se ne distaccano per un elemento fondamentale: pur essendo profondamente cristiani non fanno assolutamente attività di evangelizzazione fra i locali, ma si limitano a condividere la loro condizione di povertà. Il libro è la raccolta di lettere che scrivono agli amici italiani e sono un buon esempio di educazione alla mondialità, di conoscenza della vita reale di tanti poveri del nostro pianeta. Leggendolo vengono spontanee delle domande:  “Ma cosa fate là … che lavoro, come passate le giornate…”, poi, poco a poco, si capisce che tutto parte dalla semplice condivisione di una condizione e da lì viene il resto, la raccolta del cibo per una famiglia profuga iraniana, la protesi per la mano di una bambina afgana, lo stare assieme mangiando …  E’ anche questa un’attività di cooperazione internazionale magari con il quadro logico lasciato nel cassetto. Con questo non si vuole dare dei giudizi ma semplicemente far vedere la varietà di modi in cui si può cooperare e di come siano importanti le motivazioni, anzi è da li che bisogna ogni volta ripartire.

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