Matite africane

matiteafricaneIl fumetto in Africa arriva con i colonizzatori. Oramai sono parecchi gli autori autoctoni che trattano nelle loro tavole di temi con una chiara impronta sociale. Intervista a Sandra Federici, direttrice di ”Africa e Mediterraneo”, la rivista che per prima ha promosso questo genere in Italia (articolo pubblicato sulla rivista “Amici di Follereau” luglio-agosto 2015).

Come è nata l’idea di occuparsi di comics africani?
Esistevano poche iniziative del genere; c’era un’ong francese, “Equilibres & Populations”, che aveva pubblicato nel 2000 il libro “A l’ombre du baobab”, dove una trentina di autori africani di fumetto erano stati chiamati a disegnare delle tavole sulla condizione della donna, i bambini soldato, le mine, tutti temi che servivano a sensibilizzare il pubblico francese.
Anche noi abbiamo presentato, assieme all’ong Cefa, un progetto di educazione allo sviluppo rivolto all’Africa in cui si parlava di questi temi attraverso il fumetto. Il progetto ci ha permesso di pagare dei ricercatori che sono entrati in contatto con i fumettisti di varie aree linguistiche, facendosi mandare delle immagini, a volte acquistando delle tavole ed è così nata la mostra “Matite africane”.
La mostra ha girato molto nelle scuole e nei comuni in quegli anni; in seguito il progetto ha avuto un nuovo sviluppo ed è diventato un premio (“Africa e Mediterraneo”) per il miglior fumetto inedito di autore africano dell’anno.
Il concorso è iniziato nel 2002, Pat Masioni (http://fr.wikipedia.org/wiki/Pat_Masioni) che è stato il vincitore di quell’anno, è poi diventato uno dei fumettisti più famosi lavorando anche in Europa. Ricordiamoci che in quegli anni quel premio era una buona occasione per gli artisti africani di essere notati da qualche editore europeo.

In questi ultimi vent’anni però il panorama economico, sociale e tecnologico è molto cambiato, cos’ è ora il premio?
Il progetto è cambiato dopo l’avvento d’internet in Africa, dato che molti autori hanno aperto un blog e sono visibili su internet dappertutto. Il fatto di “sfondare” nel fumetto europeo si è dimostrata un’illusione che è riuscita solo a pochissimi talenti che hanno magari incontrato il giusto sceneggiatore europeo.
Il premio ha avuto un po’ una battuta d’arresto con l’edizione 2011-2013, per carenza di finanziamenti e forse perché non era più lo strumento giusto. Oggi lo abbiamo ripreso ma bisogna capire come rinnovarlo
sicuramente lo faremo tutto digitale, sull’esempio del premio “Comics for equality”, un premio europeo per fumettista di origine migrante.

Si può parlare di fumetto africano, intendendo con questo uno strumento che ha alcune caratteristiche comuni, un’estetica simile?
Non esiste un’estetica comune africana, il fumetto viene da fuori, con la colonizzazione; ci sono molte influenze dall’esterno, in area francofona l’influenza naturalmente viene dalla Francia e dal Belgio. Negli anni ‘50-‘60, periodo di boom del fumetto in Europa, lo strumento è stato utilizzato sia dai colonizzatori che dai missionari. Dal Belgio è stato importato “Tintin” che ha avuto un grande successo in Congo; si sono diffusi i fumetti petit format (ndr, un formato ridotto ma più grande di un tascabile), anche Tex Willer ha avuto un grande successo e in Africa ed è molto conosciuto.
Dopo la decolonizzazione, il fumetto è stato usato dalla cooperazione dei paesi europei; negli anni ’70 alcuni, pochi, autori africani hanno iniziato a lavorare con la cooperazione, pubblicando con le Edizioni Paoline francesi. In vari paesi francofoni, la cooperazione francese ha diffuso una rivista, un giornalino a fumetti, dove il protagonista era un ragazzino africano di nome Kouakoù; le storie trasmettevano una visione dell’Africa non razzistica o pietistica come lo era in “Tintin” dove, solo per fare un esempio, gli africani hanno tutti i labbroni.
Il fumetto si è diffuso molto negli anni ’70 e ’80 in Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Congo sia quello belga che quello francese (ndr, rispettivamente quello con capitale Kinshasa e quello con capitale Brazzaville) nelle librerie all’aperto, per terra, dove si compravano per due lire i giornalini che venivano poi scambiati. Nell’Africa anglofona, invece, giravano più i fumetti dei supereroi americani.
Dagli anni ’90 l’apertura democratica avvenuta in alcuni paesi ha permesso l’emergere della figura del vignettista da giornali; nasce così il fenomeno della satira politica, fenomeno questo che ha comportato seri problemi però per i disegnatori.

Quali sono i temi maggiormente trattati dal fumetto africano negli ultimi anni?
I temi più comuni sono quelli che si riferiscono allo sviluppo, all’emigrazione, alla critica delle disuguaglianze, alla povertà. Si tratta non tanto la differenza tra il nord e il sud del mondo ma le differenze sociali interne, la corruzione, e soprattutto vengono descritte le persone che in tutto questo caos s’arrangiano; è la lotta dell’uomo africano nella modernità, in situazioni urbane.

Nel panorama dei fumettisti africani sub sahariani chi emerge oggigiorno?
Continuando a parlare della satira, quella africana è abbastanza didascalica, diversa da quella europea, ha un umorismo non sempre brillante, si ricorre spesso alla rappresentazione allegorica, ad esempio l’Europa viene rappresentata come una bella donna che attira; è una satira esplicativa, o che fa la caricatura dei personaggi politici locali, ci sono comunque autori molto bravi come il tanzaniano Gado
(http://en.wikipedia.org/wiki/Gado_%28comics%29) o il gaboniano Pahe (http://pahebd.blogspot.it)
che fa una satira a livello di “Charlie Hebdo”, non ha paura di niente; ha anche un blog, dove pubblica vignette in cui critica il presidente, parla di temi sessuali espliciti, come quelli sui gay che scandalizzano fortemente il pubblico dato che in Africa c’è ancora un forte distacco tra intellettuali e persone comuni.
Altro nome noto è il congolese Barli Baruti (http://en.wikipedia.org/wiki/Barly_Baruti)
che è riuscito a pubblicare in Francia , un fumetto di genere poliziesco, riuscendo così nel sogno di molti disegnatori africani di approdare in Europa. Adesso però le possibilità vere i fumettisti le hanno nel loro paese, lì possono avere un mercato, perché c’è la mancanza di bravi disegnatori e tecnici grafici. Teniamo però presente che Il mercato del libro in Africa, anche se il continente è in crescita economica, è in condizioni critiche perché la classe media non compra libri e fumetti, e nemmeno la lettura viene promossa dallo Stato.
Un caso particolare di autore, è quello di Marguerite Abouet, una scrittrice ivoriana che ha sceneggiato il fumetto di grande successo, “Aya de Yopougon”. Il libro racconta la storia di alcuni ragazzi di un quartiere di Abidjan e ne è stato tratto anche un film e una serie televisiva. Quello dell’Abouet è il maggior caso di successo di un artista africano di fumetti (http://en.wikipedia.org/wiki/Aya_of_Yop_City).

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