Hudea non gioca alla guerra

Hudea

La piccola Hudea alza le braccia in alto, i pugni chiusi, e si morde le labbra; ci guarda dritto negli occhi e i suoi, occhioni grandi e tondi, ci trasmettono un’infinita tristezza. Vediamo solo lei in questa immagine, tutto il resto è sfumato, il campo di ulivi, dei contenitori che forse sono baracche; un’unica figura umana, forse, è racchiusa tra la sommità del suo capo e i pugni chiusi congiunti, ma tutto rimane lontano e Hudea sembra che debba cascarci addosso. Ci colpisce. Magari potesse saltare tra le nostre braccia, la consoleremmo, ci consoleremmo.
Susan Sontag diceva che le narrazioni ci fanno comprendere le cose mentre le immagini ci ossessionano. Questa immagine ci segue o almeno mi ha seguito.
Mi ha ricordato un’altra immagine che per anni ho visto in un posto dove lavoravo. Erano dei bambini tedeschi seduti su un muretto, probabilmente a Berlino, durante la seconda guerra mondiale. Uno, il più piccolo, volgeva la testa di lato, il capo reclinato verso il basso, le gambe penzolavano nel vuoto e dava l’impressione di essere totalmente indifeso e alla mercé di chiunque. Certe immagini ci seguono.

Di fronte alle fotografie il mio primo impulso è quello di controllarle, vedere se dietro si nasconde una bufala, perché le immagini sono più ingannevoli e fuorvianti del testo. Invece Hudea esiste, è stata fotografata da un fotografo turco, Osman Sagırlı, nel dicembre del 2014 nel campo profughi di Atmeh tra la Siria e la Turchia. Lui stesso intervistato dalla BBC dice:” Stavo usando un macchina fotografica con un lungo obiettivo, probabilmente l’avrà scambiata per un’arma”.

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