Ma un addetto alla comunicazione di una ong può fare anche inchiesta sociale?

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Rispondo, con un po’ di ritardo, all’intervento di Marco Sassi come commento al mio post in cui parlavo di come sia difficile scrivere delle storie significative riguardanti persone svantaggiate nel sud del mondo.
Marco introduce un altro tema che tirandolo un po’ per i capelli potrebbe essere espresso più o meno così: non si possono raccontare solo belle storie, storie positive, l’informazione deve riguardare, anzi denunciare il perché della povertà, il perché persiste, e soprattutto nella nostra comunicazione dobbiamo essere consapevoli dei limiti della nostra azione che “lenisce appena appena” in un contesto che vede predominanti le ingiustizie sociali e il mancato rispetto dell’ambiente.

Le sue osservazioni sono giustissime ma vanno inquadrate nel ruolo di chi fa comunicazione per un’ong.
I suoi compiti principali sono quelli di raccontare in modo chiaro l’impatto che l’azione della sua organizzazione produce in un dato paese e questo lo si fa per renderlo manifesto ai soci, ai donor, alle istituzioni… Poi questa azione ha una ricaduta più ampia sulla popolazione, informandola sul “mondo”, dicendole cose che spesso non incontra nei media generalisti e quando le incontra  sono spesso esposte in modo pietistico.
In passato su questo blog abbiamo parlato di come fare una corretta informazione sullo sviluppo (e la povertà) e tra le regole proposte da questo lavoro della Georgetown University, c’era anche quella di non nascondere i propri errori, le proprie mancanze. In effetti nel mio lavoro questa parte non la sto curando e potrebbe essere da spunto per le prossime interviste che farò 🙂
Penso che un’ong debba avere questo tipo di atteggiamento quando fa informazione e che il codice etico imponga anche al proprio ufficio stampa di adottare regole di comunicazione diverse da quelle del mondo profit. La maggior parte dei manuali di comunicazione per un gruppo e di public relation sono scritti invece secondo questa ottica, per cui bisogna ad ogni costo difendere la propria immagine e vendere il proprio prodotto (anche se non tutto il mondo profit la pensa naturalmente così). Anni fa ho scritto per il Centro Servizi del volontariato di Bologna una piccola guida per la comunicazione no profit dove questo discorso viene approfondito.

Esiste però un altro problema che i giornalisti conoscono assai bene con il nome di autocensura. In questo caso però questo meccanismo non riguarda tanto l’ong (almeno nel mio caso non è certo così) ma riguarda i paesi dove si opera.
Mi spiego meglio. Quando scrivo qualcosa, mi pongo anche la domanda dell’effetto che avrà su quel paese. Di solito non ci sono ostacoli e l’informazione che si fa può essere anche utile in loco ma per alcuni paesi i problemi si pongono.
Il tipico esempio è quello della Cina, per cui bisogna avere una certa attenzione alle parole che si usano, in caso contrario potrei provocare dei problemi a chi lavora, e magari anche bene, laggiù. Intendiamoci non si tratta di mentire ma di trovare un giusto equilibrio, per modificare le cose senza però causare delle battute d’arresto in questi processi.

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2 thoughts on “Ma un addetto alla comunicazione di una ong può fare anche inchiesta sociale?

  1. Molto molto interessante, è un tema su cui mi interrogo spesso.
    Avrei anche altri spunti/domande da aprire. E’ giusto secondo voi che l’addetto stampa di una Ong racconti attività/iniziative realizzate dalla Ong per cui lavori anche per altre testate giornalistiche? Non intengo naturalmente i comunicati stampa ma approfondimenti, editoriali, inchieste, saggi…che affrontano tematiche sociali e dove vengono citate anche le attività della Ong per cui si lavora. A volte mi pongo queste questioni..e i colleghi mi prendono in giro dicendo che sono rimasta l’unica a preoccuparsi del conflitto d’interessi in Italia! 🙂

  2. Ciao Silvia!
    Se tu scrivi articoli e inchieste per altre testate su temi che riguardano la tua ong o la tua associazione, è vero che ci sono conflitti di interessi, ma c’è sempre un modo per risolverli. Nei tuoi compiti di addetta alla comunicazione questo tipo di lavori sono previsti, è un tuo “dovere”, soprattutto, e almeno ancora per un po’, il fatto di riuscire ad approdare ai media mainstreaming ha un significato, significa uscire dai soliti ambiti di comunicazione del sociale. Poi tutto dipende da come scrivi o racconti le cose, c’è modo e modo, se lo si fa senza inzuccherare troppo le cose allora il conflitto d’interesse si supera.

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