Se potessi raccontare storie come Nuto Revelli

La_stоria_infinita_(film)Ce le chiedono un po’ tutti e noi ne siamo sempre alla ricerca, ma ogni volta è una strada in salita che lascia alla fine un senso di insoddisfazione.
Le storie di persone, dei benificiari dell’intervento di Aifo in giro per il mondo sono la parte centrale di ogni articolo pubblicato sulla rivista che presenta un progetto, ma sono sempre le storie che i vari donor a loro volta richiedono per i loro mezzi di comunicazione. Sono le storie che riempiono i calendari, che accompagnano le campagne di fundraising, entrano nel bilancio sociale, s’infilano perfino nelle didascalie delle foto…
Eppure sono proprie le storie che mancano, racconti significativi che non si risolvono in poche righe come capita nella maggioranza delle testimonianze che raccogliamo. Non è una situazione solo nostra, sia ben chiaro: è semplicemente difficile riuscire a scrivere delle “belle” storie perchè richiedono molto tempo e cura.

In ambito italiano basta vedere i lavori di Nuto Revelli o Danilo Dolci per capire cosa significhi fermarsi per raccogliere racconti che poco hanno a che vedere con lo strumento giornalistico spicciolo e spesso strumentale che serve a risvegliare attenzione (e appetito) nei lettori, magari colorandolo con un po’ di fiction.
E’ vero che difficilmente si ha il tempo di conversare con 270 persone come ha fatto Revelli con i suoi “vinti” (i contadini e le donne del cuneese) oppure incontrarsi per un anno il giovedì  sera con i protagonisti di “Conversazioni contadine” dove Dolci crea un clima di dialogo profondo e aperto in un gruppo di braccianti, contadini e donne (siamo nel 1965).

Se è difficile creare dei contesti simili per chi lavora nel campo della comunicazione nelle organizzazioni non governative, per lo meno può tentare di guardare a quei modelli, trovare delle situazioni che permettano un lavoro di qualità che porti a dei risultati ben diversi, anche per come rimangono nella memoria delle persone che li leggono e per come incidono sui media generalisti.
Il rischio maggiore è quello, altrimenti, di raccontare un po’ le stesse cose, ripercorrere una struttura narrativa che si ripete: c’è un povero che sta male ed è escluso, poi l’incontro con un’ong cambia la sua vita, prende coscienza del suo stato e diventa lui stesso testimone. E’ quello che accade veramente, ma esistono modi diversi per raccontarlo, di qui la differenza.

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One thought on “Se potessi raccontare storie come Nuto Revelli

  1. Sempre molto stimolanti le tue riflessioni; grazie. E anche molto profonde, quasi un po’ si ha paura di non essere all’altezza di un contributo di pari spessore; ma ci provo. Sono molto d’accordo su una riflessione in particolare: sempre più viene richiesto di amplificare (in particolare ex ante) la portata dell’impatto di un progetto su una platea di beneficiari che sempre diventa “immensa”, diciamolo pure, spesso anche inventata…. Ma dobbiamo allettare con cifre iperboliche, raccontare che saranno raggiunti 15.000 beneficiari con un acquedotto (magari locale) o irrigati 2.000 ettari o sfamati 3.000 bambini (magari con pochi ettari di risaia…) . Ma è chiesto questo, sempre più è chiesto di condividere sparate e ipertrofie, e tutti si sta al gioco, guai adombrare sbavature.
    E quando è ora di chiudere…. tutto va bene, sempre bene, tutto è andato benissimo ….tanta è la paura di destar sospetti di riduzione nella rendicontazione e incasso….
    E magari abbiamo bestemmiato fino a un minuto prima….
    E tutti sono contenti, tutti i 15.000 sono stati raggiunti da forniture d’acqua da fare invidia alle città meglio servite del nostro nord…quasi avessimo potuto abbattere con una bacchetta magica in poco tempo ogni distanza e ogni differenza e colmato asimmetrie, che invece anche un bambino continuerebbe a percepire come gigantesche.
    E i report finali? i report sono entusiasti…presentiamo il meglio del meglio (sono spesso i nostri amici piu’ fidati del posto che raccontano) , ma presto dai, facciamo presto, c’è un aereo che aspetta e ci riporta indietro, pronti per una nuova campagna di raccolta fondi grazie al sorriso a 32 bianchissimi denti di bambini senza pensieri, ora che gli abbiamo dato l’acqua, il riso, i libri e pure i vestitini nuovi per la foto finale.
    Altro che Danilo Dolci che va avanti a raccogliere ogni giovedì sera per un anno le opinioni dei contadini….
    Siamo costretti a tante ipocrisie, necessarie, utili, ma ….fino a quando ?
    Perchè non scrivere, invece, nero su bianco , che quello che facciamo è una goccia nel mare, che non c’è nessun eroe e che proprio poche volte “ c’è un povero che sta male ed è escluso, poi l’incontro con un’ong cambia la sua vita, prende coscienza del suo stato e diventa lui stesso testimone” ….
    E perchè non insistere un po’ di più su un aspetto più maturo e cosciente del nostro agire, ossia che non ci sono nè dovrebbero esserci utili John o Mohamed o Amina per costruire storytelling persuasive e suadenti di lieto fine della propria condizione “ex ante”, ma che magari ci sono solo tante ingiustizie , ambientali, sociali, economiche, che continuano anche dopo la nostra comparsata, appena appena lenite e migliorate?

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