La cura degli appelli di Amnesty International

amnesty iraqLa busta che ho trovato questa mattina nella buca delle lettere presentava su un lato un primo piano di una bella bimba che sorride. I tratti somatici, capelli castano chiari, pelle piuttosto bianca, occhi grigio-azzurri, potrebbero essere quelli di una bambina italiana, qualcuno insomma di vicino a noi. L’elemento che la differenzia da una compagna di banco di una nostra figlia sono i capelli spettinati, attorcigliati (e anche quegli occhi che riflettono troppa luce, l’unica nota che inquieta il nostro sguardo).

Dietro si intravedono delle coperte stese, molto colorate; lei indossa un doppio strato di vestiti, tipico in chi dorme all’aperto. Potrebbe allora somigliare ad una bambina dei nostri campi nomadi. Ma Salvini e i suoi compagni di merenda si troverebbero in difficoltà a fare propaganda in un campo profughi del nord dell’Iraq, perché proprio di questo si tratta, di uno dei tanti bambini che vagano tra quella regione e il sud della Siria intrappolati in una guerra di cui non se ne vede una fine.

“Non lasciarla sola, ogni minuto conta!” recita lo slogan di Amnesty International: un appello diretto senza un “Non devi” di troppo che metterebbe nel lettore già un senso di colpa. Del resto anche il volto della bimba non è drammatico, pur in un contesto di precarietà, ma esprime la sua fiducia in chi la sta guardando.
roveraAsciutto, preciso, con poche sbavature pietistiche è anche il pieghevole che si trova all’interno della busta. La tecnica di racconto adottata si basa sui post di twitter di Donatella Rovera (“Alta consulente per le crisi di Amnesty International in missione in Iraq) che con 120 caratteri e un’immagine illustra in modo rapido ma efficace la situazione dei profughi della regione. Accanto alle immagini, un po’ piccole e sacrificate, dei testi esterni ai post che cercano di contestualizzare e approfondire. In questo ci riescono solo in parte perché tante cose non sono spiegate; qual è la differenza tra sciti e sunniti? Chi sono gli yazidi? E gli assiri cristiani? Forse si poteva trovare un po’ di spazio per fare un’informazione più approfondita nell’altro foglio contenuto nella busta.
Comunque l’appello è in generale costruito bene e belle sono le immagini che aprono e chiudono il pieghevole.

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4 thoughts on “La cura degli appelli di Amnesty International

  1. Caro Nicola, seguo con interesse il tuo blog e i tuoi articoli; non entro nel merito di quanto scrivi sulle tecniche comunicative e non so approfondire il tema dell’appeal dei messaggi o delle loro corrette o meno giustificazioni. Quello che sollecita la mia riflessione è la prima frase : <> . A che punto siamo dell’evoluzione del coinvolgimento e della relazione tra cittadino e associazioni? Secondo siamo in un punto topico, di uscita dal mondo di nicchia, ma anche di distacco sempre maggiore. Chi lavora nel campo dell’associazionismo conosce bene il fenomeno di sempre maggior assenza di volontari , che non è stato favorito dalla grande comunicazione di massa, anzi , caso mai rallentato . Ed è nell’esperienza di molti di noi il problema della continua diminuzione ogni anno di contributi diretti o indiretti, ad esempio attraverso il 5 x mille, a vantaggio delle big , le grandissime organizzazioni internazionali, a volte nemmeno con sede in Italia, da Oxfam ad Actionaid, che stanno competendo tra loro per contendersi oltre la metà della raccolta, finanche a superare la decina di milioni di euro raccolti col 5 x mille. E’ chiaro che questa competizione implica grandi spese (la tua busta è stata recapitata solo a te oppure a decine di migliaia di altri cittadini?) , implica grandi risorse di personale e quindi sempre maggiori spese per voci diverse dai progetti cui il cittadino , per lo più ignaro, crede di contribuire. Deve essere anche noto e condiviso un altro aspetto: chi fa un bonifico a una grande associazione con sede a …….. non lo farà anche all’associazione di volontari al 100% che opera sottocasa ; molti esperti additano in circa 50% il numero di associazioni destinate a scomparire nei prossimi 5-10 anni. E con loro tutto il bagaglio di esperienze, ma anche di coinvolgimento capillare e diffuso, dalla sensibilizzazione al lavoro con le comunità dei migranti all’educazione allo sviluppo. Dove mi sta portando questa riflessione? A una divisione conflittuale tra grandi “cattivi” e piccoli “buoni”? No.
    Mi piacerebbe una maggior collaborazione a rete, tra, da una parte, il sentire delle piccole associazioni, con grande esperienza di campo e il merito di aver aperto la strada di sensibilizzazione dell’opinione pubblica , e, dall’altra, le capacità di attirare a sè fondi e risorse delle big ten ubiquitarie, onniscienti, onnipresenti, onnifacenti, che poi scontano tuttavia grandi lacune e approssimazioni nel lavoro di campo, sia sul territorio dei Paesi verso cui sono raccolte le oblazioni, sia sul territorio italiano. C’è una grande sfida da giocare , la marginalizzazione dei piccoli non giova neanche ai grandi, la cooperazione deve essere proposta e sviluppata a tutti i livelli .

  2. Pingback: Comunicare il sociale…si può fare? | Riportando tutto a casa

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