Salute mentale in Cina: apriamo la grande muraglia

Esiste un solo paese al mondo che ha, secondo le stime ufficiali, circa 17 milioni di cittadini con problemi mentali, questo paese è la Cina che solo negli ultimi anni sta cambiando l’approccio al tema della salute mentale basato tradizionalmente sull’ospedalizzazione delle persone e sulla cura essenzialmente di carattere farmacologico.
E sono queste le due ragioni, il numero delle persone coinvolte e una cultura da rinnovare, che fanno importante questo progetto cofinanziato dalla UE. Aifo lo ha iniziato da poco e continuerà a portarlo avanti fino al 2017.
Le iniziative, che si svolgeranno in 4 differenti distretti, sono molto articolate ma sono accumunate da una serie di intenzioni: formare il personale socio-sanitario, coinvolgere i pazienti e i loro famigliari in alcune azioni, fornire già nel servizio sanitario di base un servizio di salute mentale e sensibilizzare politici, amministratori e la cittadinanza sul tema della salute mentale e sul rispetto dei diritti delle persone malate.

Salute mentale in Cina foto di Gong Gio

Come affronta la Cina il tema della salute mentale?
La Cina ha cominciato ad affrontare in un modo diverso il problema della salute mentale dei suoi cittadini solo dopo il 2000. Fino ad allora chi aveva dei problemi di questo tipo poteva contare solo su servizi di cura che prevedevano l’uso di farmaci e l’internamento del paziente negli ospedali psichiatrici. Le norme che regolavano questa istituzionalizzazione e il rispetto dei diritti della persona erano ambiti che rimanevano in un cono d’ombra. Per le persone che abitavano poi nelle aree rurali i problemi erano maggiori perché i servizi esistenti erano concentrati solo nelle aree urbane.
Il primo piano di salute mentale cinese è del 2002 e aveva proprio l’obiettivo di creare un servizio di salute mentale comunitario in alcuni distretti, diminuire il numero dei pazienti internati negli ospedali, promuovere i diritti dei malati. Nel 2004 il Ministero della Salute inaugurò un programma denominato “686” – prendeva curiosamente il nome dalle prime tre cifre del budget assegnato al progetto – che era orientato a rendere più professionale il personale sanitario coinvolto e informare la popolazione sul tema. Nonostante il finanziamento consistente e il numero di cittadini raggiunti (100 milioni!!) il programma si fondava ancora sul modello dell’assistenza ospedaliera psichiatrica e non introdusse delle vere esperienze di salute mentale comunitaria all’interno del servizio sanitario di base.

Per una psichiatria su base comunitaria
Leggere le testimonianze dei famigliari e dei pazienti che Aifo ha raccolto dal 2011, anno in cui è partito il primo progetto di questo tipo in Cina, è come trovarsi di fronte ad una grande muraglia invalicabile. “Mio figlio era molto malato – dice una madre della città di Tongling – avevo divorziato, se d’estate potevo coltivare un campo di grano per sfamarci, durante l’inverno questo non era più possibile”. Un’altra madre della stessa città racconta:” Mia figlia ha avuto questo problema a cominciare dai 13 anni, ora ne ha 45; noi siamo poveri e spendiamo quasi tutto per le sue necessità. Lei ama cantare ma io non riesco più ad ascoltare la sua voce che canta”. Una famiglia da sola non può riuscire a sostenere il peso di un famigliare con problemi di salute mentale ma deve essere aiutata.
Il progetto che sta per partire affronta il tema da vari livelli a cominciare dalla formazione professionale del personale socio-sanitario. Psichiatri, infermieri ma anche amministratori vengono formati sui principi della Convenzione Onu dei diritti delle persone disabili e anche sui principi della psichiatria su base comunitaria. Lo scopo finale è quello di creare delle Unità di salute mentale di base e delle piccole Unità residenziali dove i pazienti possono abitarci per un periodo limitato di tempo.
Il tema del lavoro e della capacità delle persone con problemi di salute mentale di avere un proprio reddito viene invece affrontato con la creazione di cooperative sociali o con nuovi inserimenti in quelle già esistenti.
Tutti questi sforzi per poter riuscire devono però essere accompagnati da azioni tese ad incidere nella mentalità comune, azioni che smontino i pregiudizi e i luoghi comuni dovuti spesso alla semplice ignoranza. Il progetto prevede un’opera di presa di coscienza dei propri diritti attraverso la costituzione di gruppi di auto aiuto e associazioni di base che coinvolgono pazienti e famigliari. Su un altro versante, quello rivolto alla popolazione in generale, saranno realizzate varie azioni informative ed educative attraverso un sistema di informazione sulla salute mentale, pubblicazioni e un documentario.

Qualcosa è cambiato
“A casa non avevo niente da fare – racconta un paziente della città di Changchun – da quando c’è l’Unità di salute mentale parlo ai medici, posso dipingere e fare attività riabilitative. Sono commosso, c’è tutto un programma di attività ma possiamo modificarle, sono anziano (55 anni) e ho la possibilità di proporre delle attività non solo per i più giovani. Vengo ogni volta che è aperto, tre volte la settimana”. A sua volta un famigliare della città di Tongling dice: “A casa mio figlio rompeva tutto, mi ha anche picchiato. Da quando va al Centro è cambiato. Ora sta lavorando, fa le pulizie nel quartiere. Può guadagnare qualcosa. I soldi li conserva e si compra dei libri, mi ha anche fatto un regalo. La mia speranza è che possa anche avere relazioni con gli altri, soprattutto quando non ci sarò più”. Le testimonianze sono tante e tutte di questo tenore. La famiglia da sola non può risolvere i problemi di relazione, di lavoro, di tempo libero dei propri famigliari con problemi di salute mentale ecco allora che questi servizi diventano la valvola di sfogo di tante tensioni.
I servizi di base servono non solo ai diretti interessati ma anche ai vicini di casa come si capisce da questa testimonianza di un responsabile di quartiere sempre nella città di Tongling: “Da quasi 10 anni viviamo nello stesso palazzo di una persona con problemi di salute mentale. Avevamo paura perché il ragazzo picchiava la madre. Attraverso l’Unità di salute mentale è stata fatta molta sensibilizzazione, è stato organizzato un pranzo per avvicinare la gente ai malati. Il progetto ha cambiato la vita del quartiere, l’Unità è un punto di riferimento fondamentale. I farmaci non possono risolvere tutti i problemi dei malati”.

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