Rosamma Antony Thottukadavil: il racconto del testimone

Avevamo l’appuntamento nella sede dell’Aifo in una giornata piovosa; l’edificio è in una di quelle zone di Bologna costruite sulle prime pendici delle colline, in una giornata di sole una via veramente bella che s’inerpica.
Ma oggi piove forte e la luce se ne sta già andando nonostante siano le 15,30.

rosammaHo incontrato Rosamma Antony Thottukadavil, uno dei testimoni invitati in Italia dall’Aifo in occasione della 61° Giornata Mondiale dei malati di lebbra. Di cosa è testimone Rosamma? Di una vita intera passata come chirurgo e laica missionaria in varie parti del pianeta, la’ dove povertà, malattia e disabilità si incontrano di continuo.

Piccolina, magra, dalla pelle scura, Rosamma dimostra molto meno dei suoi 62 anni. Sorride di continuo e non faccio in tempo a fare la prima domanda che comincia parlare in un italiano incerto ma con un’abbondanza di parole che faccio fatica a seguire. Anche perché mi racconta la sua storia non seguendo un ordine cronologico ma secondo un suo ordine mentale che non riesco ad afferrare. Salta da un argomento all’altro, da un anno all’altro. Ha molto da raccontare della sua vita e forse è proprio questo impeto che la porta ad esprimersi in un modo che a me appare caotico.

Su di lei devo scrivere un articolo nel prossimo numero della rivista “Amici di Follereau“, riportare la sua testimonianza ed è è per questo che sono costretto a fermarla e porle alcune domande facendola ritornare indietro. A poco a poco riesco a farmi un’idea cronologica della sua vita. Nata nell’India del sud da una famiglia cattolica, fin da bambina s’accorge di questa vocazione di stare con i più poveri. Poi i difficili anni di studio in medicina a Roma e a Modena, l’adesione ad un ordine missionario laico e le tante esperienze in Eritrea, in Tanzania e naturalmente in India.

Mi racconta anche alcune storie dei suoi pazienti (queste e tutto il resto lo potrete leggere nell’articolo non qui :-), storie tragiche e dall’esito non sempre felice eppure durante tutto il racconto Rosamma rimane sempre con quel sorriso sul viso. Mi viene spontanea allora una domanda – si può definire critica? – complice forse la giornata grigia bolognese che porta alla malinconia: “Ma non ti capita mai di essere depressa di fronte a tanto dolore? Non è possibile che tu sia sempre così”. “Qualche volta mi capita di diventare triste – risponde Rosamma – soprattutto quando un mio paziente muore o si toglie la vita, ma poi vedo la sua famiglia che riprende, ricomincia e anch’io ricomincio”.

Il bello è che lei può ricominciare dappertutto, in qualsiasi angolo del pianeta, basta che ci siano dei poveri da curare e assistere (“Non sono solo un medico”).
Infine mi chiede di mandarle l’articolo che scriverò, visto che internet in quella zona dell’Assam non arriva, mi scrive sul quaderno un indirizzo chilometrico precisando: “Dall’Italia in due mesi mi arriva!”.

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